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Morto il woke, le bestie possono finalmente essere bestiali

Grazie al cielo hanno seppellito il woke, che in Italia nessuno ha mai visto, e da quando Giuseppe Conte ha scritto a Repubblica che sarebbe «una sorta di religione morale autoreferenziale» mi sento autorizzato anch’io alla schiettezza, e ne approfitto. Eccola qui, la convinzione: sotto i panegirici sulla libertà di espressione e sul “non si può più dire niente” c’è dell’altro. E non è nemmeno ben…

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Dai media è sparita gaza, ma non la catastrofe

Il secondo colpo è arrivato sulla scala esterna dell’ospedale Nasser di Khan Younis, il 25 agosto 2025, mentre soccorritori e cronisti salivano a documentare il primo. Ventidue morti, cinque giornalisti: Hussam al-Masri di Reuters, Mohammed Salama di Al Jazeera, Ahmed Abu Aziz, Moaz Abu Taha e Mariam Dagga, trentatré anni, dell’Associated Press. L’inchiesta preliminare dell’esercito israeliano spiegò che l’obiettivo era una telecamera di Hamas ed elencò sei uccisi definiti terroristi. Nessuno dei cinque giornalisti. Benjamin Netanyahu parlò di un tragico incidente e il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ordinò di colmare le lacune, a partire dalla catena di comando che autorizzò i colpi.

Un anno dopo il padre Riyad Dagga dice a LaPresse che aspetta ancora i risultati dell’indagine. Il Committee to Protect Journalists conta duecentonove giornalisti e operatori dei media uccisi da Israele dal 7 ottobre 2023, almeno settantacinque uccisi deliberatamente per il loro lavoro, e la direttrice Jodie Ginsberg ricorda che in ventiquattro anni in Israele nessuno è mai stato ritenuto responsabile dell’uccisione di un giornalista.

Il 12 novembre 2025 Fnsi e Ordine dei giornalisti hanno chiesto al governo italiano e alla Commissione europea di far entrare la stampa internazionale a Gaza, e il 5 gennaio 2026 il governo israeliano ha comunicato alla Corte suprema che il divieto resta per ragioni di sicurezza. L’unico obiettivo aperto sulla Striscia resta quello dei palestinesi che la raccontano da dentro. E Freedom Flotilla ha presentato a Livorno il concerto del 31 agosto per l’ospedale Al-Awda. Il 24 agosto, al Meeting di Rimini, padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza City, ha detto: «Nella Striscia di Gaza la realtà è terribile, dai media è sparita ma la catastrofe non è sparita per niente».

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Il governo ha deciso: deciderà domani, anche sulle accise

Il governo ha una sola certezza, quest’estate: decidere domani. Ieri Giorgia Meloni (FdI) ha convocato in videocollegamento Antonio Tajani (FI), Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti (Lega), Maurizio Lupi (Noi Moderati) per prorogare, ancora, lo sconto sul diesel: 17,1 centesimi al litro, in scadenza oggi, che il Consiglio dei ministri convocato per le 18 allungherà di qualche altro giorno. È la terza proroga da quando, il 4 agosto, un decreto fissava il termine al 24: poi un decreto interministeriale Mef-Ambiente lo ha spinto al 26, e ora si ricomincia daccapo. È un cerotto che si stacca ogni due settimane, anzi una garza già sporca che si rimette lo stesso, senza cambiarla.

Dal 18 marzo il governo ha bruciato circa 2,3 miliardi per finanziare uno sconto che presto diventerà selettivo solo per i redditi bassi: fra qualche settimana ammetteranno anche loro che lo sconto premia pure chi va in Ferrari. Intanto l’Italia resta settima nell’Unione europea per il caro-carburanti e sesta per il peso delle accise: 51,9% del prezzo secondo la Commissione europea. Il primato che inseguono coi tagli è lo stesso che le loro accise costruiscono ogni giorno. Le stesse accise che incautamente maneggiano quando devono incassare voti, sempre quelle.

Sul tavolo, apposta lasciata a prendere polvere, c’è la tassa sugli extraprofitti delle petrolifere. Il 22 agosto l’Italia ha scritto insieme a Germania, Austria, Polonia, Spagna e Portogallo alla presidenza irlandese del Consiglio Ue, e Bruxelles ha risposto come sempre: decidano gli Stati membri da soli. Non è la prima lettera. Il governo la chiama un rilancio. Il resto d’Europa intanto si è mosso da solo: la Spagna ha tagliato l’Iva dal 21 al 10%, la Francia ha scelto i controlli alla pompa. L’Italia scrive lettere alla presidenza di turno.

Il problema vero però la mini-proroga non lo nasconde: si vota nell’ottobre 2027, forse prima, con le casse già impegnate per 36 miliardi fra energia e difesa e l’inflazione che secondo l’Istat a luglio correva ancora al 2,9%, mentre Fratelli d’Italia scivola sotto il 27% e cresce Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, già al 7%, che di scontento ci campa. È il governo del trascinamento: si trascinano sapendo da chi scappare ma senza idea di dove andare. Per questo servirebbe un vero coup de théâtre: fare politica, governare, sul serio. Ma questo no, questo è troppo, anche per loro.

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Federalismo a targhe alterne, dai Cpr ai limiti di velocità in città: in campagna elettorale tutto fa brodo

Il federalismo è una merce stagionale: si espone in campagna elettorale e si ritira dallo scaffale il giorno in cui una regione dice no. Alla Versiliana, il 21 agosto 2026, Giovanni Donzelli (FdI) ha annunciato che i nuovi Centri di permanenza per i rimpatri si faranno «anche dove le regioni non vogliono». Poi la chiosa: «Li faremo anche in Toscana, sì». Il giorno dopo Eugenio Giani, presidente della Toscana, ha ripetuto che i Cpr sono «luoghi di detenzione impropria» e ha confermato l’opposizione al primo centro toscano, ipotizzato ad Aulla, in Lunigiana. Sulla carta ha ragione lui. Peccato che la carta qui non pesi niente.

La norma è il decreto-legge 13 del 2017 del governo Gentiloni: l’articolo 19 affida al ministro dell’Interno l’ampliamento della rete e prevede che i nuovi siti si scelgano “sentito il presidente della regione”. Sentito, appunto: il governo deve chiedere, non ottenere. E poiché l’articolo 117 della Costituzione assegna allo Stato la competenza esclusiva sull’immigrazione, il no di Giani vale quanto una raccomandata mai ritirata. Fino a qui è un’eredità scritta da altri.

Le deroghe che il governo si è scritto da solo

Il pezzo scritto da questa maggioranza comincia nel settembre 2023, quando il decreto-legge 124 ha infilato i Cpr fra le opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale insieme a basi militari e poligoni: niente conformità urbanistica, niente titolo edilizio, appalti in somma urgenza. Il 24 febbraio 2026 il decreto-legge 23 ha aggiunto l’articolo 30, che autorizza il Ministero dell’Interno a derogare fino al 31 dicembre 2028 a ogni disposizione di legge che non sia penale, antimafia o europea. Alle regioni sono state tolte pure le leve tecniche, i piani regolatori, i permessi: restano i giudici, e restano i tempi dei giudici.

L’autonomia, del resto, torna buona quando la regione dice di sì. Il 24 ottobre 2025 Matteo Piantedosi e Maurizio Fugatti (Lega) hanno firmato a Trento l’accordo per un Cpr da 25 posti: la Provincia autonoma realizza e finanzia l’opera con risorse proprie, lo Stato ne assume personale e gestione, il Trentino ottiene meno accoglienza straordinaria. Stessa materia, stessa competenza esclusiva dello Stato, esito rovesciato: proprio lì dove la giunta è amica la trattativa esiste eccome. E il governo ha presentato l’intesa come un modello da replicare altrove.

Il contenzioso a corrente alternata

Il metodo si evince ancora meglio nelle carte bollate dell’esecutivo che ha impugnato la legge sarda sulle aree idonee alle rinnovabili e la Corte costituzionale l’ha smontata con la sentenza 184 del 2025, mentre sulla legge toscana per il fine vita, impugnata anche quella, il 29 dicembre 2025 la sentenza 204 ha respinto le censure sull’impianto complessivo. Intanto l’autonomia differenziata cammina: dopo la sentenza 192 del 2024, che aveva dichiarato illegittime parti della legge Calderoli, il governo ha portato avanti le intese preliminari con Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, quattro regioni su venti, tutte e quattro governate dal centrodestra. Il federalismo si concede a chi vota giusto.

E il federalista convinto? Il 21 gennaio 2024, mentre il suo ministero limava la direttiva contro i 30 all’ora del Comune di Bologna, Matteo Salvini si definiva «autonomista convinto», salvo firmare un testo secondo cui qualsiasi limite generalizzato in città è arbitrario e che il ministero può modificare le ordinanze dei sindaci che non lo seguono. Quando il 19 maggio 2025 il Consiglio dei ministri ha impugnato la legge sul terzo mandato di Fugatti, i ministri leghisti hanno votato contro e Salvini, secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, ha liquidato tutto come questione locale. Autonomista convinto, dice. La sentenza 211 del 2025 ha cancellato quella legge, e adesso Fugatti si paga il Cpr e resta fermo a due mandati: da queste parti il federalismo è una concessione, e le concessioni si revocano.

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Pnrr, il 31 agosto suona il gong: nelle aree interne i cantieri sono fermi proprio dove servivano di più

C’è questa favola ossessivamente ripetuta che nelle aree interne il Pnrr abbia camminato più in fretta che nel resto d’Italia: 57 per cento di pagamenti contro il 46 della media nazionale, e si citano i numeri della Corte dei conti. Poi però si guarda dentro la cifra e si scopre che nei 3.834 comuni più lontani da un ospedale e da una stazione la quota di opere pubbliche concluse è del 10 per cento, che oltre la metà dei cantieri è ancora in esecuzione e che alla scadenza europea del 31 agosto mancano sei giorni.

Allora bisogna osservare il perimetro. La relazione delle Sezioni riunite della Corte, depositata a maggio 2026 sui dati ReGiS aggiornati al 3 marzo, censisce 174.571 progetti localizzati in un solo comune di area interna, per 31,4 miliardi, di cui 21,9 dal Piano. Il 64 per cento di quei progetti sono incentivi e contributi, e sui contributi ad altri soggetti l’attuazione vola, 95 per cento di conclusi, perché l’iter ha due sole fasi. Le opere pubbliche invece sono il 5,6 per cento dei progetti e si prendono 9,6 miliardi, il 44 per cento dei fondi Pnrr arrivati in questi territori. Si conclude ciò che è un bonifico, resta indietro ciò che è un cantiere.

Il gradiente che nessuno ha corretto

lI ritardo del resto si distribuisce con regolarità sistematica. Nei comuni che la Corte classifica a economia fragile i pagamenti si fermano al 51 per cento mentre nelle aree dinamiche arrivano al 63, e sui lavori pubblici i comuni degli ultimi due quintili dell’indice di qualità amministrativa Maqi superano il 40 per cento di avanzamento, quelli del primo restano al 30. Il Piano corre proprio lì dove ce n’era meno bisogno.

Poi c’è la taglia degli interventi, che dice quanto si sia deciso di rischiare. Nel gruppo di comuni che la relazione chiama in declino demografico il finanziamento medio per progetto è di 86.500 euro, la metà delle aree dinamiche e un quarto dei territori a economia fragile: cifre da manutenzione ordinaria, spacciate per rilancio. E sulla mobilità, che lì è la condizione per arrivare a un pronto soccorso, la Missione 3 ha portato in questi comuni 19 progetti in tutto, circa uno ogni duecento.

La parola tolta dal documento

L’episodio più istruttiva è successo l’estate scorsa. Nella versione del Piano strategico nazionale delle aree interne circolata a giugno 2025 compariva un obiettivo intitolato all’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile, come ha scritto Il Fatto Quotidiano, e nel testo che il Dipartimento per le politiche di coesione pubblica oggi, datato 30 luglio 2025, l’aggettivo non compare più in nessuna delle 152 pagine. Le previsioni Istat nel Piano invece sono rimaste quelle: entro il 2043 l’82,1 per cento dei comuni delle aree interne sarà in calo demografico, con punte del 94,3 fra gli ultraperiferici del Mezzogiorno. Cancellata la parola, la prognosi è identica.

Che poi il metodo non funzioni lo ha misurato la Banca d’Italia. In uno studio di dicembre 2025 Michele Mariani ha valutato dieci anni di Strategia nazionale per le aree interne senza trovare effetti sulla popolazione né sui prezzi delle case, con una crescita del 2 per cento delle unità locali d’impresa e nessun impatto sull’occupazione. E dove la capacità amministrativa è solida le risorse rendono di più, dove è debole l’effetto si assottiglia fino a sparire.

L’8 luglio, in Parlamento, il governo ha rivendicato 166 miliardi già incassati, l’85 per cento della dotazione, e ha aggiunto che al 30 giugno risultavano rendicontati 70 dei 159 obiettivi dell’ultima rata, come ha riportato Il Sole 24 Ore Radiocor. Restano sei giorni. Quello che entro il 31 agosto non risulta concluso in un comune ultraperiferico finisce in una spesa da spostare altrove o in una revoca, e la scuola resta un cantiere recintato. Il divario che il Piano prometteva di chiudere è stato misurato, finanziato e rendicontato, e a fine settimana sarà pure archiviato.

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Corsa al riarmo, perché i miliardi in spesa militare non diventano crescita: il moltiplicatore che non moltiplica

«In Italia il Safe è un’alternativa al Bot»: lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato, e in nove parole ha smontato tre anni di racconto sul riarmo che fa crescere il Paese, perché i 14,9 miliardi che l’Italia ha prenotato sullo strumento europeo sono, parole sue, «uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio».

Tradotto: l’economia italiana resta con quello che ha, e cambia soltanto la firma sulla cambiale. E infatti poche ore dopo il vicepremier Antonio Tajani, che la mattina del 28 luglio l’aveva presentata come una scelta già fatta, spiegava ai cronisti che di quei miliardi probabilmente ne useremo sei, sette, otto o nove. Prenotarne quindici senza sapere quanti servano: un capolavoro di programmazione industriale.

Il moltiplicatore che non moltiplica

La promessa, del resto, gira da anni ed è sempre la stessa: più spesa militare, più crescita, più lavoro. Confindustria, nelle simulazioni pubblicate sul suo sito, arriva a un moltiplicatore di 2,0 nell’ipotesi migliore. Peccato che i conti li abbiano fatti anche altri. L‘Ocse, nel capitolo sulla difesa dell’Economic Outlook di giugno 2026, colloca i moltiplicatori fra 0,6 e 1, cioè fra sessanta centesimi e un euro di prodotto aggiuntivo per ogni euro speso, con benefici di lungo periodo incerti.

Il Fondo monetario internazionale, che nel World Economic Outlook di aprile ha passato al setaccio 215 episodi di riarmo in 164 Paesi dal 1946 al 2024, trova un moltiplicatore attorno a uno, però con un dettaglio che qui pesa più di tutto il resto: è più alto per i Paesi che le armi non le importano.

E l’Italia le importa. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che circa il 60 per cento della maggiore domanda di investimenti nel comparto verrebbe soddisfatto da importazioni, mentre la Banca d’Italia, nella Relazione annuale del 29 maggio 2026 ripresa dal Sole 24 Ore, conta che un terzo del fabbisogno nazionale di equipaggiamenti militari arriva già oggi da fuori. Il rapporto Draghi aveva misurato la stessa emorragia su scala continentale: il 78 per cento della domanda europea di equipaggiamenti va a produttori esteri, il 63 agli statunitensi. Insomma, il debito lo firmiamo noi e la fabbrica sta altrove.

Comprare non è saper fare

Sul lavoro il conto è ancora più magro, perché secondo il rapporto di Mediobanca il valore aggiunto dell’industria della difesa vale circa lo 0,3 per cento del Pil italiano e gli occupati riconducibili al comparto in Italia superano di poco le 54 mila unità. Il 5 agosto 2026, intanto, il governo autorizzava con il golden power la cessione del 70 per cento di Tekne, l’azienda di Ortona che occupa circa 180 persone e produce veicoli militari, guerra elettronica e sistemi anti-drone, alla statunitense Nuburu per poco meno di 35 milioni: esattamente i settori che il regolamento europeo 2025/1106 elenca fra i prioritari, venduti proprio mentre si discute di come finanziarli.

Prima era toccato a Piaggio Aerospace, passata alla turca Baykar. Come ha scritto InsideOver, un Paese può comprarsi il sistema d’arma più sofisticato del mondo e restare strategicamente dipendente se non controlla più la tecnologia per aggiornarlo, e noi ci stiamo indebitando esattamente per questo.

Resta la domanda di chi paga. Il Fondo monetario ha misurato che in quegli episodi il debito pubblico sale in media di quasi 7 punti di Pil in tre anni e che nel 26 per cento dei casi il riarmo viene finanziato riallocando spesa già stanziata: e allora la spesa per la protezione sociale e per la sanità scende del 25 per cento, quella per l’istruzione del 14. Il ministro competente, intanto, ha già ammesso in Parlamento che quei soldi finanziano spese iscritte a bilancio. Il resto è debito, e cioè un titolo di Stato con l’uniforme addosso.

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Il debito cresce, la vergogna invece l’hanno estinta in anticipo

Io lo so che a parlare di debito pubblico sembra di ripiombare nella Prima Repubblica, quando quello era un fardello scaricato sui figli e sui nipoti e ce ne vergognavamo. Poi la vergogna è passata e il debito è rimasto. Anzi, si è fatto adulto, si irrobustisce ogni anno e sparisce dai radar di un dibattito infestato dalle vannacciate del programma di Roberto Vannacci, più pasdaran lui di quelli…

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Amatrice, dieci anni dopo il terremoto: l’ospedale che riapre ogni anno ancora non c’è

Sta scritto in una tabella che ActionAid ha dovuto chiedere con un’istanza di accesso agli atti, perché dieci anni dopo il sisma i numeri della ricostruzione pubblica non si trovano in nessun luogo consultabile: al 30 aprile 2026 nei territori del cratere di Amatrice risultano programmati 3.667 interventi per oltre 4,85 miliardi di euro e il 66,3% delle opere si trova ancora nelle fasi che precedono l’apertura del cantiere. In fase esecutiva o conclusiva sono il 33,6%. Ieri pomeriggio Giorgia Meloni è arriva ad Amatrice per la cerimonia, e il rendiconto che l’aspettava è questo.

Nei 44 comuni all’epicentro il quadro peggiora, perché lì si concentrano 1.544 interventi per circa 2,1 miliardi e di quelle opere 1.031 sono ferme prima dei lavori, mentre alle fasi di fine lavori o collaudo è arrivato il 18,4%. Ad Amatrice 136 progetti su 172 non hanno ancora visto una gru. Ad Accumoli 64 su 86. Il decennale cade esattamente lì dove il terremoto ha ucciso 299 persone e dove il conto è rimasto più bianco che altrove.

L’ospedale che riapre ogni anno

Poi ci sono i servizi, che decidono se una famiglia resta o trasloca: sui 767 interventi per scuole, palestre, municipi e presidi sanitari ne sono partiti 235, il 30,6%, e al collaudo sono arrivati 77, il 10%. L’ospedale Grifoni di Amatrice è il modello in vitro: Sergio Pirozzi, che era sindaco la notte della scossa, ha elencato al Giornale Popolare le scadenze annunciate una dopo l’altra, il 2024, poi il 2025, poi il 2026: adesso l’apertura è indicata nel 2027. L’importo intanto è salito dai 29 milioni iniziali ai 42,3 comunicati dalla Regione Lazio nel luglio 2025, più 4,61 milioni deliberati un mese dopo e altri 1,47 a maggio. Il presidio costa la metà in più e apre tre anni dopo: chiamarlo cambio di passo richiede una faccia notevole.
Sonia Santarelli, presidente del Comitato civico 3e36, ha riassunto all’Ansa il decennio con cinque commissari e un unico servizio restituito, la scuola, e ha fatto sapere che al decennale il comitato non ci sarà. Pirozzi da parte sua ricorda all’Adnkronos che gli edifici pubblici oggi in piedi ad Amatrice sono in prevalenza frutto di donazioni private e che senza gli italiani e il mondo «non ci sarebbe stato niente».

Il cantiere più grande d’Europa

Il governo dal canto suo tiene una contabilità parallela e nella prefazione al volume “Le pietre della rinascita” presentato al Meeting di Rimini, Meloni scrive che il cratere è “il cantiere più grande d’Europa” e rivendica per il suo governo, dopo “troppi rinvii e false partenze”, una “decisa accelerazione”. Il commissario Guido Castelli (FdI) si dice a metà del lavoro e sceglie come metro di paragone il Friuli ricostruito in 19 anni, spiegando al Messaggero che gli basterebbe eguagliare quel record. Tradotto in calendario, il traguardo dichiarato per l’Appennino centrale sta nel 2035.

Le scadenze, del resto, si spostano meglio dei cantieri. Il programma Next Appennino, 1,78 miliardi del Fondo complementare al Pnrr, doveva chiudersi entro la fine del 2026, e a maggio la cabina di regia guidata da Castelli ha portato il termine unico al quarto trimestre del 2029, cioè tre anni più tardi. Il 31 dicembre 2026 si chiude lo stato di emergenza mentre la struttura commissariale resta in piedi altri tre anni, e il ministro Nello Musumeci spiega che stiamo uscendo dall’emergenza e che l’obiettivo esclude la ricerca di responsabilità nel passato. Comodo.

Il numero che chiude il decennale lo pubblica la struttura commissariale: i nuclei familiari ancora assistiti sono 8.759. Dieci anni, 12,59 miliardi di contributi concessi alla ricostruzione privata e ottomilasettecentocinquantanove famiglie che aspettano una casa. L’orologio della torre civica di Amatrice segna le 3.36 da quella notte ed è l’unico cronoprogramma del cratere che nessuno abbia ancora rimodulato.

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A Gaza pure gli aquiloni diventano un atto di guerra

Un aquilone di carta è atterrato venerdì 21 agosto in un campo di avocado del kibbutz Nahal Oz, a meno di un chilometro dalla Striscia, e il giorno dopo ne sono stati raccolti altri tre, poi un quinto a Kfar Aza. Almeno sette in pochi giorni. Il portavoce dell’esercito israeliano ha messo per iscritto che sugli oggetti “non sono stati individuati reperti sospetti” e che in nessun momento la popolazione ha corso un pericolo.

Domenica 23 agosto il ministro della Difesa Israel Katz ha diffuso un comunicato che scavalca la perizia dei suoi militari: ogni lancio è “un atto di guerra sotto ogni punto di vista”, un pallone equivale a un aquilone e l’aquilone a un drone, con o senza esplosivo dentro, e vanno preparati gli sfollamenti dei quartieri da cui partono i lanci. Alle 18 e 40, dopo la riunione con il premier Benjamin Netanyahu e il capo di Stato maggiore, l’ufficio del primo ministro ha annunciato che l’esercito procederà “all’evacuazione della popolazione dalle aree da cui avvengono i lanci”, e ha dato tre giorni di tempo. Settantadue ore. Il portavoce di Hamas Hazem Qassem parla di giocattoli dei bambini dei campi profughi, mentre nelle stesse ore un raid israeliano uccide a Zawaida Mohammed Taha, quattro anni, e il ministero della Salute di Gaza conta 1.286 palestinesi uccisi e 4.257 feriti dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025.

L’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta le pene collettive contro le persone protette e “ogni misura d’intimidazione o di terrorismo”, e il titolo giuridico dello sfollamento annunciato resta un aquilone che, per certificazione scritta dell’esercito chiamato a eseguirlo, non conteneva niente.

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Il doppio standard di Meloni: generatori a Kiev, 85 milioni di armi da Israele

Nove mesi. Sono passati nove mesi dall’ultimo pacchetto italiano di armi per Kiev, il dodicesimo, in Gazzetta Ufficiale il 1° dicembre 2025, mentre fra il nono pacchetto e il dodicesimo erano bastati cinque o sei mesi. Ieri, per i trentacinque anni dell’indipendenza ucraina, Giorgia Meloni si è collegata alla Coalizione dei volenterosi e ha volenterosamente confermato l’impegno italiano verso Kiev per l’inverno: l’invio di “ulteriori generatori”, scrive Palazzo Chigi. Generatori, avete letto bene. Quintali di miliardi nei prossimi bilanci e intanto inviamo materiale da campeggio.  Nel giorno in cui la Commissione europea sblocca 6,1 miliardi per difesa aerea e missili, l’Italia porta le prese di corrente.

Del resto sostegno a Kiev va esibito ai tavoli dove si pesa l’affidabilità e poi si può tenere leggerissimo a casa, dove l’elettorato non lo vuole e dove Roberto Vannacci ci ha costruito sopra un partito. A febbraio i tre deputati di Futuro Nazionale hanno votato la fiducia al governo e contro il decreto Ucraina nello stesso pomeriggio, e sono ancora in maggioranza, mentre il tredicesimo pacchetto, pronto da fine luglio aspetterà settembre. Con l’Ucraina, del resto, conta la postura: proni al bellicismo, accordati con i desiderata di Bruxelles, accondiscendenti con la fame americana. E nella liturgia del conformismo è prevista ovviamente anche la faccia di bronzo del doppio standard.

Perché mentre l’Italia inscena aiuti all’Ucraina mangiata da Putin, Israele si mangia la Palestina con gli aiuti di chi quegli aiuti li firma. Il 20 agosto Roma ha firmato con Francia, Germania e Regno Unito una nota che definisce “inaccettabile” la decisione israeliana di pubblicare i bandi per E1, le circa 3.400 case che spaccherebbero in due la Cisgiordania. Parole, parole, parole. Sotto le parole, i numeri: nel 2025, secondo l’analisi della Rete italiana pace e disarmo sulla Relazione della legge 185/90, verso Israele sono stati movimentati 22,6 milioni di euro di materiali militari su licenze vecchie, e il governo ha autorizzato imprese italiane a comprare armi da Israele per 85 milioni. Le nuove licenze restano sospese dall’ottobre 2023, questo sì.

Una volta il detto era che c’è un invaso e un invasore. Adesso va aggiornato: c’è invasore e invasore, e a distinguerli, dalle parti di Palazzo Chigi, è chi le armi te le vende.

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