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Stabilizzando la loro sudditanza: Danilo Dolci

Torno ora da Ancona dove ho avuto il piacere di essere ospite di adALTAvoce con Lella Costa, Emidio Clementi, Ivano Marescotti e la bravissima Frida Neri. Mentre viaggiavo nel sedile posteriore dell’auto in una nebbia quasi padana pensavo all’ecologia intellettuale che rinfresca e vivifica se nutrita dalle parole: prima del mio intervento Clementi ha letto alcune poesie di Danilo Dolci, mi ha stupito riascoltarlo così inatteso e così attentamente condiviso. Danilo Dolci è uno degli antimafiosi più scomodi e quindi venerato strumentalmente per impedirne la normalizzazione e la diffusione. Eppure il messaggio di Danilo Dolci è, secondo me, è il più comprensibile nella funzione di profonda umanità e ricerca della bellezza per la lotta alle mafie, tutte: quelle organizzate e criminali fino a quelle di potere economico o politico.

C’è di Danilo Dolci uno scritto che ho letto e riletto più volte:

«Consideriamo […] quali siano gli ingredienti classici di ogni soffocamento popolare già in atto, o subito in atto appena la disattenzione dei più ne possa consentire il successo:
– la volontà di chi possiede le maggiori concentrazioni di potere (economico, militare, politico e perfino religioso) di eliminare chi possa porre loro dei limiti;

– la capacità, istintiva e tecnica, di collegamento tra questi detentori di potere complementare;
– la loro segretezza, il tramare tra pochi operazioni che riguardano tutti (tendendo a legittimare tutto ciò come segreto di Stato, segreto militare, eccetera eccetera);

– il saper manipolare le informazioni e presentarsi come paladini dei più alti valori morali;
– il contenere al massimo la libertà di informazione ed espressione;

– l’uso sistematico ed ufficializzato dell’ipocrisia anche a livello dei massimi responsabili cui l’animo della popolazione più naturalmente si rivolge come a padri della patria;

– l’incrementare le spie e il materiale spionistico utile ai ricatti;
– l’avere nei punti chiave propri uomini, malleabili, che si pos- sano tenere in pugno, abili produttori di consensi;

– il formare e alimentare gruppi di avventurieri e contrabbandarli come espressione degli umori e degli interessi del popolo; – il sapere scegliere tra miseri e disoccupati i più adatti a tenere ufficialmente in quello stato i loro simili;

– l’individuare tra i più ambiziosi i meglio dotati all’incremento e alla copertura del vecchio gioco;
– l’individuare nel mondo scientifico i più dotati «tecnici puri», non interessati cioè socialmente, e l’allevare vivai di specialisti irresponsabili;

– l’eliminare o castrare ogni possibile produttore di germi veramente nuovi (o, fin che questo non è possibile, saper muo- vergli contro campagne di diffamazione che lo rappresentino, possibilmente coi compiacenti bolli della Magistratura, nemico pubblico con spiccate capacità a delinquere);

– la disponibilità illimitata a promuovere violenze di qualsiasi natura fin che non rischino di diventare controproducenti;
– il riguardo e l’aiuto a quei religiosi che possono contribuire – dicendosi al di fuori, al di sopra, sono meglio dappertutto– a soffocare i risentimenti popolari. […]

Non a caso chi vuole soffocare il popolo cura come essenziale la falsa propaganda e l’eliminazione dei quadri animatori, coordinatori dell’inventiva, della creatività popolare; non a caso tende a garantire la cultura per pochi privilegiati e la nega agli altri, stabilizzando la loro sudditanza; e non a caso chi crede nella necessità che il potere sia di tutti affinché l’iniziativa possa essere di tutti, per lo sviluppo di tutti, punta sulla scuola per tutti.» [Inventare il futuro, 1968, pp. 88-90.] 

E’ del 1968, per intendersi. Sono andato a controllare per esserne sicuro. Del 1968.

Il Lazio dei fuochi

Molto peggio è andata a don Cesare Boschin, un sacerdote di 81 anni trovato incaprettato e ucciso la mattina del 30 marzo 1995 sul letto della canonica dove stava organizzando i fedeli contro i veleni che ogni notte i camion scaricavano nell’invaso di Borgo Montello e contro l’acquisto a suon di minacce, da parte del clan dei Casalesi, dei terreni circostanti la discarica.   Fu detto che il parroco era stato ucciso per motivi personali, ma non ci ha mai creduto nessuno. Del resto, il pentito Schiavone ha spiegato che «dagli anni ’80 quella discarica era roba nostra: pagavamo decine di soldati, davo loro tre milioni di lire al mese per sorvegliare la zona dal Garigliano fino a Roma». Don Cesare parlava con i contadini, che gli sussurravano dei viaggi che i figli disoccupati effettuavano coi camion di notte verso l’Emilia Romagna e la Toscana: partivano vuoti, tornavano carichi di misteriosi bidoni maleodoranti. E con 500 mila lire in tasca.   Di delitti senza colpevoli in zona se ne ricordano troppi. Mario Maio, avvocato, ucciso il 78 luglio 1990 ad Aprilia. L’avvocato Enzo Mosa, ucciso a Sabaudia il 2 febbraio 1998. In molti sono convinti che a farli morire sia stata la mafia dei rifiuti fuorilegge. Qui, se non muori, te la passi assai male. Ad Antonio Turri, ex poliziotto e ora dirigente dell’associazione Libera, hanno fatto esplodere una bomba davanti all’abitazione. Carla B., 20 anni, aveva montato una tenda nel giardino di casa sua, che sta di fronte alle sette buche maleodoranti della discarica di Borgo Montello. Aveva issato anche striscioni di protesta contro i rifiuti illegali. La Regione Lazio le ha offerto 1400 euro di indennizzo «per il disturbo». Che lei ha rifiutato. «Di notte», ha raccontato, «sentivo il rumore dei bidoni tossici che rotolavano nelle scarpate».

L’articolo è  di ASUD, con Antonio Turri avevamo parlato in una puntata di RadioMafiopoli, per il resto ora si aspetta la “presa di coscienza” laziale, eh.

Filare per le tessere

Non è vero che le questioni dei tesseramenti nel PD non sono una priorità per la politica del Paese. Non sono d’accordo. Se il più importante partito del centrosinistra in Italia (di cui ognuno può pensare ciò che vuole, per carità) non riesce a governare il momento più “democratico” del proprio percorso di scelta della classe dirigente diventa difficile pensare al governo dell’Italia. E non c’è niente di cui rallegrarsi: il mors tua vita mea in politica porta inevitabilmente allo scollamento e la sfiducia; ne perde la democrazia.

Come dice Civati:

Se ci si candida alla segreteria del Pd, ci si deve occupare anche di questo. Si deve lavorare per un rispetto religioso delle regole e per la tutela del voto democratico, all’insegna di una credibilità che non possiamo certo ritrovare facendo cose incredibili.

A me dispiace che la cosa colpisca solo me. E che sia il solo a pensare che per occuparci bene di disoccupati e di altre questioni più importanti, si debba avere un partito rigoroso e libero, che raccolga un mucchio (sì, un mucchio) di persone perbene e non masnade di cialtroni: che sia, in una parola, democratico.

Non posso che esserne d’accordo.

Il cambiamento di Maroni (e il sindaco di Adro)

200706582-3efd515b-2616-4f01-af67-6202936d0263Aveva promesso Maroni che la Lega sarebbe diventata diversa (vi ricordate?), che avrebbe smesso di rubare (si riferiva a Bossi e ai suoi figli), di essere volgare (si riferiva alle parolacce di Bossi) e che si sarebbe concentrata sulla politica dei fatti.

Poi è arrivato Oscar Lancini, il sindaco di Adro, che ha, nell’ordine:

– riempito di simboli padani una scuola.

– lasciato senza cibo una bambino in mensa figlio di una famiglia inadempiente sventolando il fatto come una conquista.

– pilotato appalti in favore degli amici secondo la Procura che ne ha deciso l’arresto.

Ora Maroni interviene e dice: è una brava persona.

Evviva.

Io temo i grigi

I toni bianchi e i toni neri sono lampanti, saltano all’occhio e hai tutto il tempo per decidere quale dei due vuoi scegliere come compagni di viaggio. I grigi invece stanno lì, in mezzo  tutto il resto, e sono invitanti spaventando con moderazione. Credo che dovremmo cercare di affezionarci ai grigi nelle nostre narrazioni, nelle testimonianze, nello studio e nella scrittura senza questa atavica paura di offendere i buoni per antonomasia che siano magistrati, giudici o forze dell’ordine. Uscire dal paradigma delle professioni cominciando davvero ad interrogarsi sulle persone, prendendo coscienza di un fenomeno come quello mafioso che attecchisce nonostante tutto e quindi nonostante il mestiere di chi ne è coinvolto.

Per questo vale la pena leggere l’articolo di Luca Rinaldi sull’operazione “araba fenice” che ha portato a 47 arresti:

Per gli inquirenti gli uomini delle cosche e i professionisti sarebbero tutti coinvolti sotto il tetto della stessa holding criminale, attiva in particolare nel settore dell’edilizia privata. Situazione resa ancora più grave e inquietante vista la vicinanza, come risulta dalla indagini, tra gli uomini delle cosche, politici e uomini di Stato, dove fanno capolino le talpe interne alle Forze dell’ordine e, come nel caso di Francesca Marcello, pure gli amministratori giudiziari nominati dal tribunale che hanno il compito di gestire beni confiscati, ma che avrebbero preso decisioni sotto l’influenza dei boss. Per gli inquirenti, Marcello, custode della Euredil confiscata all’imprenditore Liuzzo, avrebbe consentito allo stesso di continuare liberamente nella gestione della stessa Euroedil, ottenendo in cambio favori e vantaggi personali.

Le strane priorità e i conti che non si mangiano

L’industria culturale vale di più di quella automobilistica. Lo sostiene un nuovo studio di EY (ex Ernst&Young) commissionato dalla Saicem, la Siae francese. Per la prima volta è stato calcolato l’intero fatturato del settore, sommando tutte le varie attività, dall’arte alla musica, dal cinema al teatro, l’architettura, l’editoria e persino i videogiochi. E il risultato è sorprendente: ben 74 miliardi di euro di fatturato, il 4% della ricchezza nazionale prodotta. Contrariamente a quel che normalmente si pensa, la cultura insomma pesa nell’economia molto più di settori come le telecomunicazioni (66,2 miliardi), la chimica (68,7 miliardi) e la produzione di automobili (60,4 miliardi). Anche dal punto di vista occupazionale, è un comparto che crea non pochi posti di lavoro: 7,1 milioni di persone impiegate nel settore, il 5% della popolazione attiva.

E’ una galassia di attività e imprese che va dall’enternainment all’informazione, con forti disparità al suo interno. Il fatturato più alto (19,8 miliardi) è nelle cosiddette “arti visive e plastiche”: dal grafismo, alla foto, all’architettura e il design. Al secondo posto (14,9 miliardi) la televisione, al terzo (10,7 miliardi) l’informazione tra giornali e newsmagazine. Poi vengono la musica (8,6 miliardi), lo spettacolo dal vivo (8,4 miliardi), i libri (5,6 miliardi), i videogiochi (5 miliardi), il cinema (4.4 miliardi) e la radio (1,6 miliardi).

(click)

Rifiuti tossici e Carmine Schiavone: conoscere per deliberare

Poiché la libera circolazione delle informazioni è la base per una buona e sana attività di informazione antimafia (ascoltavo, non ricordo più dove, qualcuno dei bravissimi ragazzi milanesi della Summer School sulla criminalità organizzata invitare ad applicare il modello del pool antimafia di Palermo all’informazione) e siccome su Carmine Schiavone e sugli svernamenti di rifiuti in Campania sembra essersi risvegliata (tardiva, come al solito) un’ottima curiosità ho pensato di appoggiare qui per intero il documento delle dichiarazioni desecretate da poco.

Desio e le gare d’appalto che rimangono deserte

Una gara d’appalto per spalare la neve. Roba da Nord puro. La pulizia delle strade da ghiaccio e neve era affidata a società riconducibili a Stefano Parravicini, e Rosario Britti, personaggi che – secondo l’inchiesta – sarebbero legati a Candeloro e Domenico Pio, nomi di spicco della ‘ndrangheta in Lombardia condannati a 20 e 16 anni di carcere per associazione mafiosa. Ora la gara d’appalto è stata riaperta e non ha partecipato nessuno. Nessuno. Qualcuno bisbiglia che sia paura, forse. Una gara d’appalto che va deserta per paura sarebbe una pessima notizia. Pessima.

Ne parla Biagio Simonetta qui.

Balle (ah, è nato Esse)

Schermata-11-2456603-alle-17.58.56Quindi, non c’è più la sinistra?

Balle, naturalmente. Se provate a buttare in giro alcuni temi limpidamente e geneticamente di sinistra, scoprirete che godono dell’appoggio di fette di cittadinanza che sfiorano e a volte superano la maggioranza assoluta dei consensi: reddito minimo per i precari e disoccupati, acqua pubblica, istruzione pubblica, sanità pubblica, tagli alle spese militari, tutela del suolo anziché grandi opere, biotestamento, uguali diritti per gli omosessuali, integrazione dei migranti, lotta all’economia speculativa, riduzione degli eccessi sperequativi dei redditi e così via.

Ma prendono sempre più piede, specie tra i nuovi adulti, anche modelli nuovi e più umanisti dell’esistere individuale e collettivo, che privilegiano la qualità della vita quotidiana rispetto al mantra di produzione e consumo a cui siamo stati educati come ‘senza alternative possibili’. In fondo, l’eredità più ingombrante che ci ha lasciato la Thatcher è proprio l’idea che il denaro sia il motore della politica, cioè del vivere insieme. Ecco, quella è la destra. Noi siamo il contrario.

Il commento tutto da condividere, sui cui riflettere e eventualmente condividerne anche le riflessioni è su Esse, la nuova avventura di Giuliano Garavini e Matteo Pucciarelli che ancora si ostinano (grazie a dio) a credere in quello in cui in tanti crediamo.