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Il caso Regna e l’Italia che arretra: quando la Giustizia assolve la violenza

Il pestaggio di Lucia Regna non è stato ritenuto abbastanza grave da mandare in carcere chi l’ha ridotta in fin di vita. Sette minuti di colpi, il volto sfigurato e ricostruito con ventuno placche di titanio, un occhio compromesso per sempre. Eppure il tribunale di Torino ha escluso i maltrattamenti, condannando l’ex compagno a un anno e mezzo con la condizionale. Nelle motivazioni si parla di «sfogo riconducibile alla logica delle relazioni umane», attribuendo alla vittima la responsabilità di aver «sfaldato un matrimonio ventennale».

Non solo il caso Regna, il filo rosso delle sentenze minimizzanti

Non è un incidente isolato. È un linguaggio che ritorna. Quando Salvatore Montefusco uccise moglie e figlia all’uscita dal tribunale, la Corte d’Assise parlò di «crimine umanamente comprensibile», riducendo la pena a trent’anni. Nel 2018, a Bologna, la Corte d’Appello dimezzò la condanna all’assassino di Olga Matei: la «tempesta emotiva» scatenata dalla gelosia venne considerata un’attenuante, fino all’intervento della Cassazione che dovette ricordare che gli stati passionali non riducono la responsabilità penale. Nel 2017, ad Ancona, due imputati per stupro furono assolti perché la ragazza era giudicata «troppo mascolina» per essere credibile. Anche in quel caso la Cassazione annullò, ma intanto la vittima aveva dovuto subire una seconda umiliazione.

Gli esempi recenti non mancano. A Torino, nel 2022, una corte parlò di «invito a osare» per giustificare un presunto consenso, solo perché la porta del bagno era rimasta socchiusa. A Roma, nel 2023, un operatore scolastico fu assolto perché la «palpata» a una studentessa sarebbe durata «pochi secondi». A Firenze, due carabinieri condannati per lo stupro di due studentesse americane hanno visto le pene dimezzate in appello: le giovani erano ubriache, quindi «non credibili». Casi di normalizzazione giudiziaria che ridimensiona i fatti, riportandoli dentro la cornice dei rapporti privati, cancella la parola femminicidio e la sostituisce con “raptus” o “dramma familiare”.

Cultura patriarcale e parole della politica

Il problema è sistemico. La Corte europea dei diritti umani ha condannato più volte l’Italia per l’uso di stereotipi sessisti nei processi. La Commissione parlamentare sul femminicidio ha documentato decisioni che riducono la violenza a «relazione turbolenta», occultando la struttura di potere che porta all’aggressione. Le statistiche sono implacabili: nel 2022 le donne uccise in Italia sono state 125, il 39% di tutti gli omicidi. Nel 91% dei casi in cui il partner uccide, la vittima è donna. Eppure, nei tribunali, i colpi diventano «pugni», le coltellate «gesti dettati dall’amarezza».

A rendere il terreno ancora più fertile sono le parole della politica. Ignazio La Russa ha parlato di «impeto di rabbia» per descrivere un femminicidio. Vittorio Sgarbi ha definito lo stalking «una delle forme di corteggiamento». Nella Lega a più riprese si riconducono i femminicidi all’immigrazione, quando i dati del Viminale mostrano che più dell’80% degli omicidi avviene in ambito familiare. E mentre Giorgia Meloni in pubblico invoca la difesa delle donne, nei fatti il governo continua a proporre misure punitive senza investire su centri antiviolenza, educazione affettiva, formazione della magistratura.

In Europa, la distanza si misura in leggi. La Spagna ha da vent’anni una normativa organica sulla violenza di genere che unisce prevenzione, protezione e pene. L’Italia resta indietro: l’indice europeo di uguaglianza di genere ci colloca al 14° posto, sotto la media. Ogni volta che un tribunale assolve, derubrica, attenua, non è solo un verdetto: è un segnale politico e culturale. È la conferma che nel Paese in cui fino al 1981 esistevano ancora i delitti d’onore, la tentazione di giustificare la violenza maschile è dura a morire.

Lucia Regna, oggi, legge le motivazioni con la sua psicologa. Le resta un volto sfregiato e la sensazione di essere stata processata lei, non chi l’ha massacrata. È la stessa ferita che accomuna centinaia di donne. Ed è la misura di un’Italia che continua a confondere il dolore con l’alibi, la violenza con lo sfogo, la giustizia con la comprensione.

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Charlie Kirk e i bambini di scuola: stessa resa culturale

Paradosso americano nudo: Charlie Kirk cade sotto un colpo durante un evento nello Utah; poche ore dopo un’altra scuola entra nelle breaking news tra spari e sirene. Violenza politica e accesso facile alle armi si toccano, si alimentano, si confondono. Non è un incidente: è un sistema che accetta il rischio come costo della libertà armata.

Kirk, volto di Turning Point USA e idolo dei razzisti e degli adoratori di armi, è stato ucciso a Utah Valley University. Le autorità parlano di attacco mirato; la politica condanna e volta pagina.

In Colorado, a Evergreen High School, due studenti feriti: a morire è il giovane aggressore con colpo su di sé. Nessun bambino “protetto” dall’idea che più armi significhino più sicurezza: solo aule svuotate e famiglie in fila.

La tesi che la circolazione capillare di pistole e fucili difenda un “bene superiore” ha un corollario: accettiamo vittime collaterali. È una resa culturale prima che legislativa. L’America che chiede metal detector e addestra i ragazzi ai lockdown drills non è più libera: è più rassegnata.

Arginare la violenza politica significa fare tre cose: raffreddare la retorica che disumanizza; restringere l’accesso alle armi, chiudendo varchi e responsabilizzando i proprietari; finanziare prevenzione e salute mentale nelle scuole. Il resto è cordoglio.

La democrazia non vive tra trincee domestiche e campus fortificati. Vive quando una platea può ascoltare senza cadere e quando l’uscita da scuola non è un percorso di guerra. Oggi non è così; e non lo sarà domani finché il sangue resterà un effetto collaterale accettabile. Per tutti, punto.

Buon giovedì.

Foto Wp

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #10

Giorno 10. La Flotilla ha imparato a navigare tra i colpi e le bugie. Dopo la Family, la “Alma” è stata colpita in acque tunisine: a bordo hanno trovato i resti di un ordigno elettronico, nessun ferito, solo l’ennesimo avvertimento a chi osa portare testimonianza verso Gaza. Lo dicono le agenzie, non “gli entusiasti di professione”. 

Intanto a Gaza la cronaca è una contabilità che non finisce. Dall’alba si contano nuovi morti nei raid e l’esercito israeliano ordina l’evacuazione di quartieri interi di Gaza City: fonti militari parlano di almeno 150mila persone in fuga verso sud, mentre cadono anche le torri simbolo della città. È l’urbanistica ridotta a bersaglio, la popolazione a variabile ignorabile. 

Qui, a terra, la propaganda tenta l’acrobazia: sminuire gli attacchi, insinuare il complotto, trasformare i sabotaggi in incidenti. L’abbiamo visto, l’abbiamo smontato. E sì: i millantatori che oggi giocano a fare i periti balistici sono gli stessi che ieri derubricavano Gaza a “danno collaterale”. La maschera scivola sempre quando arrivano i fatti.

Oggi si parte da Siracusa. Non è una cerimonia, è una promessa mantenuta: unire il mare corto del Mediterraneo alla distanza lunga della responsabilità. Partono barche e parte una rete che ha capito la propria funzione: vigilare, sbugiardare, proteggere. In Parlamento c’è chi chiede protezione diplomatica per gli equipaggi; fuori, c’è una società civile che non accetta più di essere spettatrice pagante. 

La Flotilla non sposta gli eserciti e non decide i confini. Ma misura il coraggio dei governi. Davanti ai droni che colpiscono imbarcazioni civili e a una striscia di terra stretta tra fame e sirene, si può scegliere: fingere di non vedere, o mettere il proprio nome accanto a chi prova a forzare l’assedio. Oggi tocca a Siracusa dare la rotta. Domani, a tutti gli altri.

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Povertà, ecco dove si annida in Italia: giovani, famiglie numerosi e impieghi discontinui. Oggi lavorare non basta più

In Italia vivono in povertà assoluta 5,6 milioni di persone, pari al 9,7% della popolazione: oltre 2,2 milioni di famiglie secondo Istat e Caritas. Se si allarga lo sguardo al rischio di povertà o esclusione sociale, la quota tocca circa il 23%, sopra la media Ue. Numeri elevati nonostante il raffreddamento dell’inflazione dopo i picchi 2022-23.

Chi è povero oggi

Lorenzo Ruffino, in un’analisi del 10 settembre, riassume così il profilo della povertà: «Giovani, famiglie numerose, lavoro discontinuo». Le serie Istat lo confermano: tra i nuclei con tre o più figli minori l’incidenza sfiora il 20%, quasi il doppio della media; tra i giovani sotto i 35 anni il rischio di esclusione supera il 30%, mentre scende circa il 15% tra gli over 65. La cittadinanza pesa: nelle famiglie di soli stranieri la povertà assoluta supera il 35% contro circa il 6% delle famiglie composte da soli italiani.

Il lavoro non basta a proteggere. La quota di “working poor” cresce dove sono diffuse ore ridotte e part-time involontari: tra gli operai l’incidenza di povertà è a doppia cifra, mentre tra impiegati resta più bassa. Dal 2013 al 2023 i redditi reali hanno perso potere d’acquisto; di fronte ad affitti e bollette in aumento le famiglie con un solo percettore restano esposte, e anche con due redditi il rischio non scompare nei contesti urbani.

Incide anche la geografia. Nel Mezzogiorno la povertà assoluta è stabilmente sopra il 12%, contro il 7% del Nord e il 6,5% del Centro. Secondo Caritas, oltre metà degli assistiti vive al Sud. In Sicilia si supera il 15%, in Sardegna si sfiora la stessa soglia. Le città pagano un sovraccosto: in area metropolitana un nucleo giovane con un figlio ha una soglia di povertà attorno a 1.765 euro mensili; lo stesso nucleo in un piccolo comune del Sud scende vicino a 1.146 euro. L’abitazione è il moltiplicatore del disagio: canoni e utenze assorbono quote crescenti del reddito disponibile, soprattutto nei capoluoghi.

Le incongruenze della narrazione

Il governo ha sostituito il Reddito di cittadinanza con l’Assegno di inclusione (AdI) e il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL), rivendicando una svolta. I dati amministrativi ridimensionano la promessa. Nel primo semestre 2025 i nuclei AdI attivi sono circa 660 mila, con un importo medio vicino ai 694 euro; i pagamenti mensili SFL si aggirano sui 72 mila, per 350 euro. La platea effettivamente raggiunta è inferiore alla metà dei poveri assoluti: la copertura è selettiva per disegno, perché l’AdI lega l’accesso a requisiti familiari stringenti e lo SFL richiede percorsi formativi e convocazioni non sempre disponibili nei territori.

Il divario tra comunicazione e statistiche emerge anche nella retorica per cui «il lavoro basta». Le serie Istat mostrano che tra le famiglie con un solo occupato l’incidenza della povertà resta a due cifre; con due percettori si riduce ma non scompare, specie nei capoluoghi dove canoni e servizi essenziali erodono i bilanci. Il carovita ha colpito di più i quintili bassi: resta regressivo.

Ruffino indica il perimetro delle priorità: «nuclei giovani e numerosi, affitti, servizi per l’infanzia, carriere intermittenti». È lo stesso tracciato che emerge dai rapporti sociali: senza un capitolo strutturale sull’abitazione, senza strumenti che stabilizzino le ore e riducano la discontinuità, i trasferimenti monetari faticano a portare stabilmente le famiglie sopra soglia. Un ultimo dato riguarda la persistenza. Le indagini longitudinali mostrano che meno di un terzo di chi entra in povertà ne esce nell’anno successivo; la permanenza pluriennale cresce dove i servizi territoriali sono deboli. Finché lo scarto tra propaganda e indicatori rimane questo, saranno numeri e soglie — non gli slogan — a raccontare l’Italia reale.

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Il governo Pinocchio incassa un nuovo capitolo: la “zarina” della Giustizia nel mirino

La vicenda che scuote il governo Meloni assume tinte sempre più grottesche. Non bastava che il ministro Nordio, il capo del Viminale Piantedosi e il sottosegretario Mantovano fossero finiti sotto inchiesta: ora anche Giusi Bartolozzi, “zarina” del ministero della Giustizia, è ufficialmente indagata per aver fornito «false informazioni» ai pubblici ministeri nel caso Almasri.

Secondo il Tribunale dei ministri, la versione fornita da Bartolozzi sul dossier Almasri — il comandante libico arrestato a gennaio e prontamente rimpatriato — era «inattendibile e mendace». La norma violata è l’articolo 371-bis del codice penale: fino a quattro anni di reclusione per chi, durante un’indagine, mentisce o tace di fronte ai magistrati.

Quel che colpisce è la fretta con cui la politica tenta di blindare la propria classe dirigente. Fratelli d’Italia – d’intesa con il governo – chiede alla Giunta per le autorizzazioni di estendere anche alla Bartolozzi la protezione parlamentare. Uno scudo che, pur non spettandole, potrebbe sottrarla a qualunque processo, così come accadrà – quasi certamente – per Nordio, Piantedosi e Mantovano.

Ecco il paradosso: la “difesa incolume” di un sistema che dice di voler riformare la giustizia ma che, alla prova del potere, fa quadrato attorno ai suoi. Il ministro Nordio si è affrettato a proclamare «massima solidarietà»: secondo lui, Bartolozzi «ha sempre agito nella massima correttezza e lealtà». Un plauso che assume il chiaro sapore di una protezione preventiva, ben prima di un eventuale svolgimento giudiziario.

Ma la gravità istituzionale resta. Non è solo un problema giudiziario: la rapidità con cui si mobilita lo “scudo politico” evidenzia un sistema in fibrillazione, disposto a neutralizzare l’indagine non con argomentazioni, ma con immunità condivise. Il governo che ama presentarsi come paladino della legalità si trova ancora una volta costretto a fughe in avanti e protezioni d’emergenza. Chissà quale favola racconteranno domani per giustificare l’ennesimo schermo al potere.

Buon mercoledì. 

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Ponte sullo Stretto, la data promessa slitta ancora: Salvini ora assicura cantieri aperti a ottobre

Oggi Matteo Salvini promette che i cantieri del Ponte sullo Stretto partiranno «a ottobre». È l’ennesima scadenza di un calendario che negli ultimi due anni ha sbandato più volte. Eppure l’atto necessario non c’è: la delibera del Cipess che autorizza la spesa da 13,5 miliardi non è stata perfezionata né inviata alla Corte dei conti per la registrazione e la pubblicazione ufficiale. Senza quella firma si resta ai rendering. Lo attesta la risposta ufficiale del Cipess, che parla di provvedimento «tutt’oggi in corso di perfezionamento».  

Il dettaglio non è burocratico. Anche volendo, «ottobre» significherebbe al massimo lavori propedeutici, perché il progetto esecutivo del collegamento e delle opere connesse deve ancora recepire 62 prescrizioni della Commissione Via del ministero dell’Ambiente. E i magistrati contabili, quando riceveranno gli atti, hanno trenta giorni per la registrazione, prorogabili con motivazione. È il contrario del «si parte».  

Le promesse mancate

Dall’inizio della legislatura le date promesse da Salvini si sono accumulate. La prima era l’estate 2024, ribadita in tv e comizi. Poi lo spostamento «entro la fine del 2024». All’alba dell’anno successivo il traguardo diventa «inizio 2025», riformulato in «primavera 2025». Nei mesi seguenti entra in scena «estate 2025». Oggi la bandierina è piantata su ottobre. Cinque finestre temporali rinviate, più quella di oggi. È la fotografia di una corsa agli annunci più che agli atti: senza delibera Cipess registrata e senza progetto esecutivo approvato, l’avvio dei lavori resta una promessa politica in cerca di documenti.

Il contesto finanziario aumenta i dubbi. Nel 2010, quando la gara fu aggiudicata al consorzio Eurolink, una parte del rischio doveva restare ai privati con la leva dei pedaggi. Oggi, per scelta del governo, l’onere è interamente sul bilancio pubblico. Non solo: la cifra di 13,5 miliardi è stata fissata nel 2023 per legge e non tramite una validazione tecnica terza. È un passaggio che pesa, anche perché la Corte dei conti dovrà verificare coerenza e coperture, e perché l’iter Cipess, come detto, non è concluso. Lo ricorda la ricostruzione allegata alla risposta del Cipess.  

I numeri ballerini dei posti di lavoro

Alla giostra delle date si è aggiunta quella dei numeri. In pochi mesi Salvini ha parlato di «mal contati 50 mila» posti, poi di «120 mila», quindi di «oltre 100 mila unità tra diretti e indiretti». Ma i «120 mila» non sono persone assunte: sono Unità lavorative annue (ULA), l’equivalente in anni-uomo lungo l’intero ciclo dell’opera, che somma occupazione diretta, indiretta e indotta. Tradotto: non 120 mila contratti, ma la somma di periodi di lavoro che, spalmati nel tempo, generano quell’ammontare teorico. Le stesse carte societarie indicano per il cantiere un fabbisogno medio di poche migliaia di addetti l’anno, con un picco nei momenti di maggiore attività: molto meno impressionante dell’enfasi propagandistica. È il motivo per cui gli osservatori distinguono tra ULA e posti effettivi, ricordando che il saldo occupazionale stabile dipende da tempi, subappalti, turnazioni e durata reale delle lavorazioni. 

Oggi, mentre il ministro ripete «ottobre», il quadro resta invariato: delibera assente, progetto esecutivo da chiudere, numeri occupazionali raccontati come posti quando sono ULA, coperture interamente pubbliche fissate per legge. Il ponte più annunciato della politica italiana rimane fermo alle carte. Se davvero si vuole cominciare, la prima cosa da posare non è una pietra ma gli atti: completi, trasparenti, verificabili. Fino ad allora le promesse restano promesse e l’autunno, come le stagioni precedenti, rischia di essere un’altra data scritta a penna rossa sull’agenda e poi cancellata alla prima verifica.

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Global Sumud Flotilla, diario di bordo #9

A Gaza la notte ha portato altri numeri da camera mortuaria: secondo fonti locali almeno 83 civili sono stati uccisi e 223 feriti nelle ultime 24 ore. Dall’alba, i bombardamenti hanno fatto altre 35 vittime. Il genocidio continua a scorrere sotto gli occhi di un mondo che finge di non vedere.

Intanto, sulla sponda tunisina, la vicenda della Family si trasforma in una farsa crudele. Il governo ha parlato di una sigaretta spenta a bordo per spiegare l’incendio, ma il video dell’esplosione – verificato da media internazionali – smentisce clamorosamente quella versione. Non un incidente domestico, ma un attacco che porta la firma dei droni. Una vigliaccheria istituzionale che tenta di coprire la vigliaccheria militare.

La rotta della Global Sumud Flotilla, però, non si interrompe. Giovedì 11 settembre salperanno da Siracusa altre imbarcazioni italiane per unirsi alla missione. Un segnale chiaro: ogni colpo subito moltiplica la determinazione.

A Roma, ieri, la ciurma da terra è scesa in piazza. È la rete che veglia, sbugiarda, protegge. Che impedisce a governi e istituzioni di continuare a mascherarsi dietro la retorica della “neutralità”. Il viaggio di terra è periglioso come quello di mare: tenere gli occhi su Gaza, non cedere ai millantatori e resistere ai fiancheggiatori del governo criminale di Israele. Anche la delegittimazione è un’arma. 

Il giorno 9 della Global Sumud Flotilla racconta due scene parallele: a Gaza i cadaveri si accumulano sotto le macerie, nel Mediterraneo le barche continuano a puntare verso sud-est. La resistenza è tutta lì, in mare e a terra, contro chi sperava di spegnere la luce con una sigaretta spenta.

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Global Sumud Flotilla sotto attacco, Delia: «Nessun passo indietro»

9 settembre 2025. Tunisi, porto della capitale. Una delle barche della Global Sumud Flotilla è stata colpita da un drone mentre era all’ormeggio. Nessun ferito, danni allo scafo della Family Boat. Le autorità tunisine hanno minimizzato parlando di un incendio accidentale, «forse una sigaretta». I volontari mostrano video e fotogrammi che riprendono un oggetto caduto dal velivolo e l’innesco dell’incendio. Maria Elena Delia, insegnante torinese di fisica e matematica e referente nazionale della Global Sumud Flotilla, definisce l’episodio «un tentativo di intimidazione». Le prossime mosse: partenza confermata dopodomani da Siracusa, questa sera mobilitazione a Roma.

Una missione nel mirino

A inizio maggio la «Conscience», una delle navi più grandi della Freedom Flotilla, fu bombardata da un drone nelle acque di Malta. «Eravamo in Europa. Ora siamo nel porto di una capitale», ricorda Delia. L’obiettivo, secondo l’attivista, è logorare: forzare rinvii, abbattere il morale, spegnere l’attenzione pubblica. «Domani partiamo da Siracusa. Il piano non cambia: convoglio civile, corridoi umanitari, consegna di cibo e medicinali». La barca danneggiata è in grado di navigare dopo le verifiche: la spedizione non si ferma. A bordo l’umore è segnato dall’attacco ma prevale la determinazione: «Chi parte sa che può essere fermato o arrestato, ma anche che restare fermi significherebbe accettare la resa».

La zona grigia delle responsabilità

La versione ufficiale tunisina resta minimalista, ma l’anomalia viene prima dell’impatto: un drone militare sopra un’imbarcazione civile in un porto non dovrebbe esserci. C’è poi un profilo giuridico e simbolico: l’unità colpita batte bandiera portoghese. «Colpire quella barca significa toccare un pezzo d’Europa». Intanto si allarga la delegittimazione: «radical chic», «quattro scappati di casa». È il sarcasmo che erode credibilità e, una volta sedimentato, produce effetti difficili da invertire. «È il lavoro lento delle fake news che conosciamo bene», dice Delia.

Canali “ufficiali” che non esistono

Alla premier Giorgia Meloni che invita a «usare i canali ufficiali», Delia oppone la domanda chiave: quali canali? «A giugno abbiamo tentato l’accesso da Rafah via terra: respinti dall’Egitto. Conosciamo ONG che provano a far entrare cibo e farmaci: non passa nulla». Se vie esistono sono nelle mani dei governi e vanno aperte con atti verificabili, non con dichiarazioni. «Si aprano corridoi e si garantisca il passaggio delle navi civili: questa è la via ufficiale». Nel frattempo resta la pressione dal basso: piazze, monitoraggio dei porti, diplomazia civica. «Ci aspettiamo altri attacchi nelle prossime settimane: la protezione migliore, ora, è la vigilanza pubblica».

Gaza, carestia indotta

A chi accusa la Flotilla di occuparsi solo di Gaza, Delia oppone un dato: la fame non è un disastro naturale. «Non c’è stata una siccità di nove mesi. La carestia è conseguenza del blocco dei rifornimenti deciso dal governo israeliano». Da qui l’insistenza sul carattere umanitario della missione e sul diritto di passaggio: rompere l’assedio con mezzi civili, documentare ogni tratta, non usare la forza. «Siamo barche civili. Trasportiamo aiuti. Chiediamo protezione, non privilegi». L’obiettivo è pragmatico: portare viveri, acqua e medicinali, ma anche testimonianza, perché la rotta sia visibile e più difficile da ostacolare.

L’indifferenza europea

Il tassello che manca è l’Europa. «Viviamo un tempo in cui barche civili vengono aggredite e le reazioni non sono proporzionate alla gravità», dice Delia. Nella pratica: equipaggi che salpano sotto minaccia, porti opachi, autorità che archiviano. Il dibattito, intanto, si perde nei dettagli, mentre resta il punto essenziale: un drone ha colpito un’imbarcazione civile in un porto della capitale tunisina. Da qui l’appello finale: «Nessun passo indietro. Partiremo da Siracusa e chiederemo la tutela che spetta a chi porta aiuti». La mobilitazione di piazza è la barriera minima contro l’assuefazione.

In controluce, l’intervista restituisce l’ostinazione di un movimento che rifiuta l’idea dell’impotenza. La mappa è fatta di tasselli concreti: l’attacco a Tunisi, i precedenti di Malta, la chiusura di Rafah, la retorica dei «canali ufficiali». Chi colpisce prova a trasformare l’eccezione in abitudine. La risposta, per ora, sta nei fatti verificabili: barche civili, carichi tracciati, partenze annunciate, presìdi nelle città. A volte insistere sul reale basta a scalfire la propaganda. «Si parte, si documenta, si chiede protezione. E si torna in mare finché serve». Ora.

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Affari Italiani su Moussa in Paradiso in anteprima a Milano, CIQ

Martedì, 9 settembre 2025

Moussa in paradiso: la giullarata funebre di Giulio Cavalli al C.I.Q. di Milano

Venerdì 12 settembre alle 21 il Centro Internazionale di Quartiere di Milano ospita un’anteprima speciale di Moussa in paradiso, l’ultima produzione di Teatro Aquilante, e di Giulio Cavalli

di Roberto Servio

Moussa in paradiso: la giullarata funebre di Giulio Cavalli al C.I.Q. di Milano

Venerdì 12 settembre alle 21.00, il C.I.Q. – Centro Internazionale di Quartiere di Milano (Via Fabio Massimo, 19) ospita un’anteprima speciale di Moussa in paradiso, l’ultima produzione di Teatro Aquilante, e di Giulio Cavalli, prima del suo debutto ufficiale previsto per novembre 2025. 

Una serata di teatro civile e confronto, in cui Giulio Cavalli, scrittore, attore e giornalista, oltre che attivista (dal 31 agosto il suo Diario di Bordo è una voce di riferimento per la rete italiana della Global Sumud Flotilla) presenta la storia vera di Moussa Diarra, 26 anni, ucciso a Verona da un agente della Polfer lo scorso ottobre 2024. Ironia tragica e denuncia si intrecciano per raccontare l’ingiustizia attingendo dalla tradizione della satira e della giullarata per sovvertire l’ordine costituito del razzismo istituzionale e della burocrazia disumana di questa fortezza Europa.

Moussa in paradiso, un atto di teatro politico

Moussa Diarra a 26 anni, è morto una volta nel deserto, al guinzaglio dei trafficanti. È morto in Libia per gli accordi infami con i seviziatori nelle carceri, morto in Italia inseguendo l’amo di un permesso di soggiorno sventolato ad ogni elezione politica, infine è morto di fronte alla stazione di Porta Nuova, per la pallottola di un poliziotto. Quando Moussa Diarra arriva in Paradiso, il cancello rimane chiuso. Davanti a lui trova un angelo burocrate, con le carte in mano e il verbale già compilato. E anche nella morte, come nella vita, si ritrova a dover spiegare, giustificarsi, rispondere di accuse che non ha mai scelto.

Dopo lo spettacolo ci sarà un dibattito con il pubblico e Giulio Cavalli in dialogo con Sara Facciani di Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI – IPSIA, ong che promuove progetti in Italia e lungo la rotta balcanica a supporto e accompagnamento delle persone in movimento sulle strade della tratta.

Ingresso con prenotazione e TESSERA TEATRO AQUILANTE 2025 (€ 10,00) – Link per il tesseramento online: https://pci.jotform.com/form/252484138723056

Macron inchiodato, governi a rotoli: è questo il modello Meloni?

Lunedì 8 settembre a Parigi è caduto l’ennesimo governo: terzo in un anno, quinto in meno di due. Emmanuel Macron resta blindato nel suo ruolo di presidente, mentre i primi ministri passano come figuranti di una commedia già scritta. È questo il modello che Giorgia Meloni vorrebbe importare in Italia col suo presidenzialismo da manuale di propaganda: «garantire stabilità» e «rispettare la volontà degli elettori». Chiedetelo ai francesi.

La Francia oggi è governata da un presidente che nessuno può sfiduciare e da un Parlamento che non riesce a costruire maggioranze. Il risultato è la paralisi: bilanci bloccati, leggi respinte, governi bruciati in poche settimane. Non esiste la stabilità promessa, esiste l’ingovernabilità certificata, con un presidente inchiodato al potere e ministri che cadono uno dopo l’altro. Una fotografia che dovrebbe far tremare chiunque parli di «modello francese» con leggerezza.

Eppure Meloni insiste. Si aggrappa al presidenzialismo perché garantisce a chi sta a Palazzo Chigi di trasformare un mandato politico in un regno personale, scavalcando il Parlamento e sterilizzando i contrappesi. La Costituzione italiana non è un ferrovecchio da adattare agli umori della maggioranza: è un equilibrio che tiene insieme rappresentanza, fiducia e responsabilità.

Oggi il governo francese dimostra che l’elezione diretta del presidente non è sinonimo di stabilità, ma di immobilismo. La «volontà popolare» si traduce in un leader che resta al suo posto mentre tutto intorno crolla. Ed è proprio questo che Meloni vuole: restare, a prescindere da tutto. Chiamatelo pure presidenzialismo. In realtà è l’arte di blindare il potere.

Buon martedì.

Foto wiki

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