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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #8

Global Sumud Flottilla, giorno 8.

A Gaza la notte non passa: almeno venti morti dall’alba sotto i bombardamenti e altri sei decessi per fame nelle ultime 24 ore, dicono i bollettini locali e le agenzie internazionali. La guerra ha superato la soglia della denutrizione dichiarata persino nei tribunali israeliani, dove la Corte suprema ha imposto al governo di garantire cibo sufficiente ai prigionieri palestinesi: una sentenza rara, che fotografa il livello della disumanità diventata amministrazione ordinaria.  

Gerusalemme si risveglia con un attentato: sei morti e una dozzina di feriti. La risposta è la solita, l’uso politico del terrore. Il terrorismo, per Hamas come per il governo Netanyahu, è ormai governance: serve a consolidare poteri, a disciplinare il dissenso, a tenere il mondo in ostaggio di una retorica di «guerra totale».

Nel Mediterraneo intanto la Global Sumud Flottilla approda a Sidi Bou Said, accolta da centinaia di persone. E proprio oggi la Commissione europea ha scelto la via più comoda: «non incoraggiamo operazioni come la Global Sumud Flottilla, aggravano la situazione». Traduzione: la società civile è un problema da disinnescare. Un alito lercio di vigliaccheria. 

Dicono che «presto» arriverà l’accordo, che «ci sono garanzie significative», che «tutto è sotto controllo». Intanto i droni colpiscono, i numeri dei morti crescono, le famiglie si assottigliano e i bambini restano senza cure. La Flottilla non è la soluzione: è un promemoria. Ricorda a tutti — governi, istituzioni, commentatori di professione — che quando il diritto è sequestrato dalla ragion di Stato, il dovere è provarci lo stesso. Oggi più di ieri.  

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Regionali: centrosinistra compatto, destre impantanate. La narrazione sovranista si infrange nello scontro di potere tra i partiti della maggioranza

Per mesi – e in alcuni casi per anni – la maggioranza di governo e l’universo mediatico a essa collegato hanno dipinto il centrosinistra come una coalizione patologicamente litigiosa. «Ogni finestra elettorale… è un terreno solcato da liti, veti e colpi incrociati», scriveva Libero a proposito delle regionali in Calabria. Per La Verità, la sinistra è «sempre nel caos», incapace di presentare un progetto credibile. E ancora: i soliti editoriali sul Partito Democratico: “radical chic”, chiuso nei suoi salotti, dilaniato da correnti.

Una retorica consolidata, che ha trovato amplificatori nelle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni: «La sinistra rinuncia alla via democratica», ha detto a fine agosto, accusando gli avversari di cercare «il soccorso della magistratura». La linea è sempre la stessa: delegittimare l’opposizione in quanto incapace a prescindere.

Il paradosso, oggi, è che proprio il centrosinistra ha già completato la selezione dei candidati per le prossime elezioni regionali in tutte e sette le regioni al voto: Marche, Calabria, Toscana, Puglia, Campania, Veneto e Valle d’Aosta. Il centrodestra, invece, arranca,  ostaggio dei suoi stessi equilibri interni.

Un centrosinistra che sorprende (soprattutto i suoi detrattori)

Il 6 settembre, con un annuncio ufficiale, il centrosinistra ha presentato la lista completa dei propri candidati presidenti: Matteo Ricci nelle Marche, Pasquale Tridico in Calabria, Eugenio Giani in Toscana, Antonio Decaro in Puglia, Roberto Fico in Campania, Giovanni Manildo in Veneto. Per la Valle d’Aosta, come noto, si procede con un’alleanza autonomista-progressista in costruzione, in coerenza con il sistema elettorale locale.

Il percorso per arrivare a queste scelte non è stato indolore: in Puglia è servita una mediazione complessa per superare il “nodo Emiliano”; in Calabria la convergenza su Tridico ha richiesto un confronto serrato tra Pd e M5S. Ma il dato politico è evidente: la coalizione ha risolto le divergenze, ha trovato la sintesi e ha avviato con settimane di anticipo le campagne territoriali.

Come ha scritto Il Sole 24 Ore, si tratta di un “campo largo coeso e pronto”. Fanpage, Il Post e Sky TG24 hanno sottolineato la capacità del centrosinistra di mettere da parte i personalismi. E mentre gli avversari si rincorrono nelle segrete stanze romane, i candidati progressisti già presidiano i territori.

Il centrodestra e l’arte di non decidere

Dall’altra parte, la coalizione di governo dà spettacolo di sé. A oggi, non esistono candidature definitive in Veneto, Campania e Puglia. L’eredità di Zaia ha spaccato la Lega e Fratelli d’Italia: entrambi reclamano la guida della Regione, ma la mediazione è ancora lontana. In Campania, la girandola di nomi va da Edmondo Cirielli (Fdi) a Giosy Romano (civico vicino a FI): ma la scelta non c’è. In Puglia, il partito della premier è diviso tra Fitto e Gemmato, mentre Forza Italia non ha nomi forti da spendere.

La cronaca politica di queste settimane è fatta di vertici annunciati e poi annullati. Antonio Tajani ha promesso il confronto “entro fine agosto”, Salvini parlava di “candidature a breve”. Ma a oggi (8 settembre), il dossier è ancora aperto. La premier Meloni, rientrata dalle vacanze in Puglia, ha indicato le regionali come priorità: intanto, però, il vertice decisivo non arriva.

Il dato più rilevante è che, a differenza del passato, il centrodestra oggi litiga non su come vincere, ma su chi deve governare dopo aver già vinto. Un segnale di arroganza e di tensione interna.

Un boomerang comunicativo per la destra di governo

Quello che era il principale punto di forza del centrodestra – l’immagine di una coalizione stabile, compatta, capace di decidere – si sta sgretolando proprio quando dovrebbe concretizzarsi. Come ha osservato Massimo Franco sul Corriere della Sera, l’attuale stallo è il frutto dell’egemonia di Fratelli d’Italia, che pretende di guidare anche le regioni storicamente “controllate” da Lega e Forza Italia.

I sondaggi delle europee 2024 fotografano il problema: FdI è al 28,8%, FI al 9,6% e la Lega sotto al 9%. Questa sproporzione ha rotto i vecchi equilibri paritari: ora Meloni vuole tutto, ma Salvini e Tajani resistono. Il risultato è una paralisi da “battaglia tra eredi” – in Veneto, in Campania, in Puglia – mentre il centrosinistra guadagna campo.

E il punto più interessante è che proprio il centrodestra, che accusa la sinistra di essere sempre in campagna elettorale, è oggi incapace di iniziare la propria. Perché senza candidati non si fa strategia. Senza strategia, si rincorrono gli altri.

La favola del centrosinistra litigioso, raccontata per anni da Meloni, Salvini, Tajani e dai giornali amici, oggi si infrange contro la realtà. A pochi mesi dal voto, il campo largo ha scelto. Il governo, invece, è ancora alla finestra. E se il buongiorno si vede dal mattino, la campagna elettorale del centrodestra comincia con un ritardo che, stavolta, non si può imputare ai “giudici” o ai “complotti mediatici”. Solo alla propria (in)capacità di decidere.

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Israele-Italia si gioca, stasera la sfida delle polemiche. E ora non raccontateci più che lo sport è neutrale

Quando questa sera la nazionale italiana scenderà in campo contro Israele, giocherà molto più di una partita. Nonostante le bombe su Gaza, i dossier delle Nazioni Unite e i comunicati di decine di federazioni internazionali, la UEFA e la FIFA continuano a garantire a Israele una partecipazione piena alle competizioni europee. Senza sanzioni. Senza sospensioni. E, soprattutto, senza imbarazzi.

La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: «la politica non deve entrare nello sport». Un mantra ipocrita, già smentito decine di volte. Non si tratta di decidere se la partita si debba giocare. Si tratta di ammettere che ogni scelta – giocarla, non giocarla, protestare o tacere – è politica. E che, almeno, si smetta di raccontare la favola dell’imparzialità.

FIFA, sanzioni selettive

Negli ultimi decenni, la FIFA ha escluso nazionali per motivi politici, umanitari e amministrativi. Sudafrica, Jugoslavia, Russia, Nigeria, Zimbabwe, Pakistan, Congo: in tutti questi casi, l’organizzazione ha agito – spesso con estrema rapidità – per difendere valori come la non discriminazione, la pace o l’autonomia federale   .

Nel 1992, la Jugoslavia venne espulsa da UEFA Euro pochi giorni prima del torneo, in applicazione diretta della Risoluzione 757 del Consiglio di Sicurezza Onu. Nel 2022, la Russia fu sospesa da FIFA e UEFA quattro giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, in seguito al rifiuto pubblico di Polonia, Svezia e Repubblica Ceca di affrontarla nei playoff. Anche la Bielorussia, pur non essendo formalmente sospesa, è costretta a giocare in campo neutro e a porte chiuse.

E Israele? Da ottobre 2023, il conflitto a Gaza ha provocato oltre 60.000 morti. Le denunce delle organizzazioni umanitarie si moltiplicano. La Palestinian Football Association ha documentato la distruzione di stadi, il bombardamento di infrastrutture sportive, l’impossibilità di circolare per gli atleti palestinesi e l’inclusione illegale di squadre di insediamenti in campionati israeliani. Sono elementi che violano direttamente gli statuti FIFA. Eppure, nessuna sospensione. Solo gare spostate in campo neutro «per motivi di sicurezza».

L’eccezione permanente di Israele

Per comprendere come sia possibile, occorre fare un passo indietro. Israele è stata fondata nel 1948 ed è entrata nella AFC (Confederazione calcistica asiatica) nel 1954. Ma nel 1974, su mozione del Kuwait e con l’appoggio di 17 federazioni, fu espulsa: troppe le rinunce di squadre arabe e musulmane a giocare contro di lei. Da allora, per 20 anni, ha vagato tra qualificazioni via Oceania, partite occasionali e tornei su invito.

Nel 1994, UEFA ha accolto Israele come membro a pieno titolo. La motivazione fu pratica: senza una confederazione di riferimento, Israele non poteva partecipare regolarmente alle competizioni. Non si trattò di una scelta valoriale, ma di un compromesso geopolitico. E tuttavia oggi quella scelta ha un peso.

Israele gioca in Europa non per “meriti” geografici o culturali, ma perché in Asia nessuno voleva affrontarla. Eppure, a differenza di quanto accaduto per la Russia nel 2022, nessuna federazione europea ha finora dichiarato formalmente di voler rifiutare la partita . È questo che UEFA usa come scudo per giustificare l’inazione.

Il campo da gioco è truccato

Nel 2022, il presidente UEFA Čeferin ammise che la sospensione della Russia fu il risultato di una «pressione politica fortissima». Sul caso Israele, invece, la pressione proviene da organizzazioni civili, da federazioni dell’Asia occidentale e da iniziative come BDS o “Red Card for Israel”. Tutti attori considerati poco influenti nel palazzo di Nyon.

La conseguenza è una politica a doppia velocità. La Russia è sospesa; Israele no. Le squadre palestinesi non possono allenarsi; quelle israeliane degli insediamenti partecipano ai campionati nazionali. L’apartheid sudafricano fu punito con trent’anni di esclusione; quello denunciato oggi da centinaia di giuristi e organizzazioni non produce alcuna reazione. Non serve condividere ogni singola accusa contro Israele per riconoscere l’evidenza: il principio della neutralità è usato come paravento, selettivamente. Si invoca per giustificare l’inazione quando Israele bombarda uno stadio; ma viene accantonato quando bisogna espellere qualcun altro in quattro giorni, come accadde con Mosca.

Questa sera, mentre l’Italia giocherà contro Israele, ognuno potrà fare le proprie scelte. Può voltarsi dall’altra parte. Può indignarsi. Può limitarsi a tifare. Ma nessuno dica che è solo sport. Perché non lo è. Non lo è mai stato. E allora che almeno si smetta di prendere in giro chi guarda. Giocate pure, ma abbiate il coraggio di dire che anche questa è politica.

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La crisi spiegata a rovescio: colpa dei clienti, parola ai quotidiani

Sul Corriere della Sera è andato in vetrina il caso del ristoratore di Bologna che chiede una «mancia obbligatoria del 5%» per salvare i locali dalla crisi. Chiamarla mancia è un esercizio di maquillage: se è obbligatoria è prezzo. E il prezzo si espone sul menu, si fattura, sconta l’Iva, entra nella busta paga. Tutto il resto è fumo che sposta un pezzo di salario dal conto dell’impresa al portafogli del cliente.

I conti della ristorazione sono stretti, l’energia morde, l’inflazione ha gonfiato gli acquisti: vero. Il punto però è il lavoro. Turni sfiancanti, part-time di comodo, straordinari elastici: il sistema regge se il cameriere vive di propine? In Italia i minimi li fissano i contratti, non le collettine al tavolo. Se il modello d’impresa sta in piedi solo con l’obolo coatto, il problema non è la “tirchieria” dei clienti, è la fragilità del modello.

Qui entra in scena l’informazione. Un grande quotidiano che rilancia la trovata come “soluzione” dovrebbe almeno inseguire le domande elementari: chi incassa quel 5%? come si ripartisce? è tracciato? i contratti sono rispettati? Senza queste risposte si mette il timbro di qualità su uno scivolamento culturale: il rischio d’impresa diventa tassa al tavolo, la trasparenza evapora nell’angolo delle buone intenzioni.

La via corretta è meno glamour e più adulta: prezzi chiari, conti puliti, controlli veri. Se serve, si alzano i listini e lo si dice. E se ancora non torna, si cambia organizzazione o si chiude: si chiama concorrenza. Il salario non si baratta alla cassa; e una stampa che si rispetti non vende il trucco come innovazione, ma lo smonta riga per riga, dalla prima all’ultima.

Buon lunedì.

Foto di SumUp su Unsplash

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #7

La notte su Gaza ha il suono sordo dei palazzi che crollano e delle sirene spente: nuovi raid su grattacieli e scuole-rifugio, con almeno 17 morti a Gaza City secondo Al Jazeera; cinque persone, tra cui bambini, sono morte di fame nelle ultime 24 ore, portando il totale a 387. Anche la rete vacilla: tagli ai cavi nel Mar Rosso hanno interrotto l’accesso a internet in parte del Medio Oriente.  

La Global Sumud Flotilla ripete ciò che dovrebbe essere ovvio nel diritto e nell’umanità: un corridoio umanitario immediato, la protezione integrale di una missione civile e nonviolenta, la fine dell’uso della fame come arma, il riconoscimento dell’illegittimità dell’occupazione. «La nostra è un’iniziativa legale e, in quanto tale, non può essere attaccata né fermata», si legge nella dichiarazione sottoscritta da rappresentanti eletti di 25 Paesi. La Flotilla chiarisce che i training sono selettivi: la lista dei partecipanti sarà definita solo a conclusione della formazione.  

Fuori dalle carte, c’è la pressione delle piazze. Ieri Roma è scesa di nuovo in strada: l’Ordine dei giornalisti del Lazio ha ricordato i reporter uccisi e chi rischia ogni giorno per raccontare. E non solo Roma: La Spezia ha sfilato per chiedere la pace, Viterbo ha manifestato a sostegno della Flotilla. È la «ciurma di terra» che protegge i naviganti, smonta i calunniatori e costringe i governi a uscire dall’ambiguità.  

La cronaca del genocidio continua ad aggiornarsi a colpi di cifre e di macerie. La rotta resta semplice: in mare si naviga, a terra si tiene il punto. Non è retorica: è un promemoria per chi ha responsabilità pubbliche e crede di poter temporeggiare.

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Come smontare la propaganda di Israele sulla carestia a Gaza – Lettera43

ll governo di Netanyahu nega l’emergenza nella Striscia. Ma indicatori come la grave carenza di cibo, la malnutrizione acuta tra i bambini e la mortalità, confermati da Who/Fao/Wfp/Unicef, certificano la catastrofe in atto. E il diritto internazionale umanitario vieta l’uso della fame dei civili come metodo di guerra. La macchina negazionista di Tel Aviv è sbugiardata.

Come smontare la propaganda di Israele sulla carestia a Gaza

La carestia a Gaza non è un’opinione. Il 22 agosto 2025 la rete Ipc (Integrated Food Security Phase Classification) ha confermato la sua esistenza a Gaza City, attestando il superamento delle tre soglie tecniche: consumi alimentari estremamente insufficienti (almeno una famiglia su cinque si trova ad affrontare una grave carenza di cibo), malnutrizione acuta del 30 per cento o più tra i bambini e mortalità che è arrivata a toccare e superare la soglia delle due vittime ogni 10 mila persone al giorno. L’Organizzazione mondiale della sanità (Who), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il World Food Programme (Wfp) e l’Unicef hanno sostenuto l’analisi e ne hanno chiesto la conseguenza più semplice e più difficile: accesso umanitario reale. Mentre i numeri salgono, l’apparato politico-diplomatico israeliano nega. È il paradosso di queste settimane: la scienza dei dati contro l’ingegneria del dubbio.

LEGGI ANCHE: I media in Israele hanno smesso di ignorare le fame nella Striscia di Gaza

La carestia a Gaza è una questione numerica e giuridica che smonta la propaganda di Israele
Un bimbo palestinese di due anni con la madre (foto Ansa).

Tre soglie ben definite: catastrofe, emergenza, crisi

La parola “carestia” è una soglia giuridico-operativa, non un aggettivo. L’Ipc decide su base multi-fonte e con la revisione di un comitato indipendente, il Famine Review Committee. Le tre soglie sono note, pubbliche, ripetibili. Il 22 agosto la fotografia è stata netta: centinaia di migliaia di persone in Fase 5 (Catastrophic) nell’area di Gaza City, oltre un milione in Fase 4 (Emergency) e un’ulteriore fascia in Fase 3 (Crisis), con previsione di estensione verso Sud nelle settimane successive.

La carestia a Gaza è una questione numerica e giuridica che smonta la propaganda di Israele
Protesta conto la carestia a Gaza vicino al quartier generale delle Nazioni Unite a New York (foto Ansa).

Collasso dei servizi essenziali e distruzione del tessuto agricolo

«Le condizioni per dichiarare una carestia sono state soddisfatte», recita la nota tecnica congiunta Who/Fao/Wfp/Unicef, che collega l’esplosione della fame a tre fattori concatenati: ostacoli all’accesso umanitario, collasso dei servizi essenziali, distruzione o inaccessibilità del tessuto agricolo. Nel dossier sanitario diffuso il giorno stesso, Who e Unicef segnalano un picco storico di malnutrizione acuta infantile: oltre 12 mila bambini identificati in un mese, incremento dei casi Sam (severe acute malnutrition), nascite premature e sotto-peso in aumento.

Camion bloccati, i lanci aerei non colmano il fabbisogno

La cronologia aiuta a capire la responsabilità: il 15 marzo 2024 l’Ipc annunciava il pericolo di carestia imminente al Nord «entro maggio» se non fosse migliorato l’accesso; il 29 luglio 2025 l’allerta si era fatta stringente («due soglie già superate»); il 22 agosto la carestia è stata infine confermata. Da allora la curva non è più scesa. Il cibo che non arriva si misura anche a ruote: Wfp e l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) ricordano che servono 500-600 camion al giorno; nei mesi estivi gli ingressi effettivi sono stati molto inferiori, spesso poche decine o poco più di un centinaio al giorno, con periodi di sospensione, rifiuti per motivi burocratici, ritardi ai varchi e restrizioni di sicurezza. I lanci aerei non colmano il fabbisogno: costano, coprono poco, dipendono dal vento e dall’orografia urbana; sono l’eccezione, non la soluzione. È aritmetica, non propaganda.

La carestia a Gaza è una questione numerica e giuridica che smonta la propaganda di Israele
Aiuti umanitari del world food programme a Gaza (foto Ansa).

Le agenzie Onu ribadiscono che la classificazione è «tecnica»

Alla conferma della carestia, la macchina della comunicazione israeliana ha risposto con un doppio binario. Primo: delegittimare il misuratore. Il ministero degli Esteri ha definito l’analisi Ipc «politica travestita da scienza», chiedendo una ritrattazione e mettendo in dubbio metodologia e integrità. L’Ipc ha replicato punto per punto: soglie immutate, procedure di verifica rispettate, fonti plurime e indipendenti. Lo hanno ribadito le agenzie Onu: la classificazione è «tecnica» e segue standard consolidati.

Clip di ristoranti montate ad arte dalla propaganda israeliana

Secondo binario: cambiare cornice visiva. In parallelo, canali istituzionali e media alleati hanno rilanciato clip di ristoranti, mercati, vetrine “piene” come prova che «a Gaza non c’è fame». Una parte della stampa israeliana ha documentato il piano di comunicazione che seleziona e amplifica immagini di “normalità”. Le redazioni di fact-checking internazionali hanno smontato la tesi: France24 Observers ha verificato video e post, ricostruendo aperture intermittenti, menù ridotti, prezzi proibitivi, clientele ristrettissime, spesso in quartieri meno colpiti o in giorni eccezionali. Niente, in quelle immagini, confuta gli indicatori quantitativi di carestia. Al contrario, li spiega: anche in una carestia esistono “isole di offerta” che non sono accessibili alla maggioranza.

Il dispositivo retorico è collaudato. Ma esistenza non è sinonimo di accessibilità. L’Ipc non misura se un bar ha alzato la serranda, ma quanti riescono a nutrirsi in rapporto a prezzi, redditi, sicurezza. La fame è strutturale quando il paniere minimo è fuori portata: monetaria, fisica, sanitaria. Qui si aggiunge un fattore ulteriore: il collasso dei servizi (acqua, energia, sanità) che rende inutile anche il poco cibo disponibile. «La misurazione della carestia è area-basata», spiegano i manuali Ipc: fotografie di eccezioni non falsificano la regola.

Vietato l’uso della fame dei civili come metodo di guerra

L’Ocha descrive un quadro di accessi a singhiozzo: varchi Kerem Shalom e Zikim soggetti a coordinamento discrezionale, lunghe attese, convogli respinti per presunte non conformità, cambi di itinerario all’ultimo. Il Wfp segnala che anche nei giorni “buoni” il flusso non si avvicina ai 500-600 camion richiesti. Intanto i prezzi esplodono: in economia di guerra e di blocco il mercato diventa una lotteria di sopravvivenza. È qui che la carestia si fa giuridica: il diritto internazionale umanitario vieta espressamente l’uso della fame dei civili come metodo di guerra (Protocollo aggiuntivo I, art. 54; consuetudine Icrc).

La carestia a Gaza è una questione numerica e giuridica che smonta la propaganda di Israele
Proteste nel nord di Israele contro la guerra a Gaza (foto Ansa).

Lo Statuto di Roma qualifica come crimine di guerra «l’uso intenzionale della fame… anche impedendo i soccorsi» (art. 8(2)(b)(xxv)). Nelle sue comunicazioni più recenti, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha richiamato proprio questa fattispecie tra i possibili capi d’accusa. Anche il Consiglio di sicurezza dell’Onu, riunito a fine agosto, ha definito la carestia a Gaza «una crisi provocata dall’uomo», richiamando gli obblighi di facilitazione degli aiuti.

Mortalità evitabile per malattia e mancanza di cure

Il capitolo più sporco è quello della mortalità evitabile. La carestia non uccide solo per assenza di calorie: uccide attraverso la malattia e la mancanza di cure. Who e Unicef hanno registrato un incremento di infezioni, disidratazione, nascite pretermine, complicanze ostetriche e neonatali che diventano letali in ospedali senza farmaci, senza incubatrici, senza elettricità. La morte, in carestia, è sistemica. È questo che i video di un locale aperto non mostrano: il resto della città.

La carestia a Gaza è una questione numerica e giuridica che smonta la propaganda di Israele
Palestinesi in fila per il cibo (foto Ansa).

Il contro-esempio aneddotico per annullare la serie statistica

La propaganda lavora sull’intuizione più semplice: se vedo piatti serviti, allora la fame è una menzogna. È un sofisma. Anche nelle crisi peggiori restano poche nicchie di disponibilità, spesso alimentate da aiuti privati, rimesse, speculazione o scorte. Ma il parametro dell’emergenza alimentare non è il piatto di qualcuno: è la possibilità per la maggioranza di accedere a cibo sufficiente e sicuro. France24 Observers documenta che i locali citati come “prova” sono inaccessibili alla quasi totalità della popolazione: prezzi fuori scala, materie prime sostituite, aperture saltuarie. Il giornale israeliano progressista Haaretz ha ricostruito la selezione e il rilancio istituzionale di queste immagini: servono a spostare la cornice dal numero al frame. L’effetto è cinico: si pretende che un contro-esempio aneddotico annulli una serie statistica certificata.

Ribadita la robustezza metodologica delle stime

Nel frattempo la macchina del dubbio attacca le fonti. Alla richiesta israeliana di ritirare il report, l’Ipc ha risposto che non ha abbassato alcuno standard e che le valutazioni sono state validate dal Famine Review Committee. Le agenzie Onu hanno ribadito la robustezza metodologica delle stime. Non è un derby di opinioni: è un processo tecnico che attribuisce responsabilità operative. L’alternativa è semplice e scomoda: o si rimuovono gli ostacoli all’accesso, o si accetta l’aumento della mortalità.

La carestia a Gaza è una questione numerica e giuridica che smonta la propaganda di Israele
Manifestazione pro Palestina con le foto dei bambini malnutriti. Sana’a, Yemen (foto Ansa).

Servono corridori sicuri e volumi giornalieri adeguati

C’è una frase che conviene incidere nell’incipit e nel finale: «L’uso della fame dei civili come metodo di guerra è vietato». Non è un hashtag; è diritto positivo. Il combinato disposto tra Protocollo I e Statuto di Roma rende giudicabile ciò che oggi viene negato nelle conferenze stampa. La carestia confermata dall’Ipc trasforma la discussione: non è più un dibattito sull’esagerazione o il montaggio di clip, ma un tema di responsabilità e adempimenti. Il Consiglio di sicurezza Onu, a fine agosto, ha parlato chiaro; l’Ufficio del procuratore della Cpi ha indicato la rotta; le agenzie umanitarie hanno elencato ciò che serve: corridori sicuri, volumi giornalieri adeguati, stop alle restrizioni arbitrarie, ripristino dei servizi minimi. Tutto il resto è cornice.

La carestia a Gaza è una questione numerica e giuridica che smonta la propaganda di Israele
Attivisti israeliani e arabi protestano a Tel Aviv contro la guerra a Gaza (foto Ansa).

Le immagini selezionate dagli israeliani non cambiano la realtà

Per chi scrive, l’obbligo è blindare il racconto. Le date: 15 marzo 2024 (allerta), 29 luglio 2025 (due soglie superate), 22 agosto 2025 (carestia confermata). I criteri: consumi, malnutrizione, mortalità. I volumi: 500-600 camion al giorno necessari, ingressi molto inferiori. Le fonti: Ipc/Who/Fao/Wfp/Unicef, Ocha/Wfp, Who/Unicef per la salute, Haaretz e France24 Observers per la propaganda dei ristoranti, Statuto di Roma e Icrc per il diritto. E una regola di igiene mentale: davanti a una carestia certificata, un locale aperto non è una confutazione, è una scena dentro un disastro. «La carestia a Gaza è una crisi provocata dall’uomo», hanno detto 14 Paesi su 15 al Consiglio di sicurezza Onu. Le immagini selezionate non cambiano quella frase. Gli aiuti che passano e quelli che non passano, sì.

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Flat tax, tagli all’Irpef, asili gratis & Co. È la manovra dei sogni

Gli annunci sono partiti prima dei numeri. In vista della manovra ogni partito di governo alza la propria bandiera: Forza Italia ha rilanciato una flat tax al 24 per cento con taglio dell’aliquota intermedia dal 35 al 33; la Lega ha promesso il 15 per cento «per tutti» e una nuova pace fiscale con rottamazioni a rate lunghe; Palazzo Chigi assicura il rafforzamento del pacchetto natalità e soldi veri contro le liste d’attesa. Sulla carta, tutto insieme e subito. Il problema è nei margini di bilancio e nelle nuove regole europee: gli spazi sono stretti, le misure strutturali pesano a regime e ogni euro stabile ne esige un altro in copertura.

Fisco e pensioni

Forza Italia difende l’aliquota piatta al 24 per cento e un allargamento dello scaglione medio. La Lega non arretra dal 15 per cento e vuole riaprire la stagione delle sanatorie: sconti su sanzioni e interessi, piani di rientro più lunghi, cassa subito. Le due linee cozzano tra loro e con la contabilità: un taglio generalizzato dell’Irpef costa in modo ricorrente e non si sterilizza senza entrate aggiuntive; le rottamazioni, per esperienza, incassano all’inizio ma generano un alto tasso di insoluti e gettito incerto negli anni successivi. Per questo dal Ministero arrivano ipotesi più prudenti: proroga del taglio del cuneo, ritocchi agli scaglioni, detassazione selettiva di tredicesime e straordinari. Anche sulle pensioni lo scarto è evidente. La «Quota 41 per tutti» che era un vessillo leghista costoso e poco compatibile con i saldi pare definitivamente tramontata come ipotesi; l’idea delle minime a 1.000 euro, ciclicamente evocata in area azzurra, non ha mai trovato coperture universali. Al massimo si intravedono micro-correzioni e finestre mirate: manutenzione, non riforma.

Sanità, famiglia, casa

Il ministro della Salute promette di abbattere le liste d’attesa e di rafforzare gli organici. Obiettivi giusti e popolari, ma costosi: assunzioni, straordinari, acquisto di prestazioni dal privato convenzionato e rinnovi contrattuali non si finanziano con una tantum. Se l’intervento è strutturale, anche la copertura deve esserlo. Sul fronte natalità la maggioranza rivendica bonus mamme, un assegno unico più generoso, congedi più lunghi e asili «sostanzialmente gratuiti». Ogni punto aggiuntivo vale miliardi e impone scelte: o nuove entrate, o tagli selettivi ad altri capitoli. Intanto il capitolo abitativo è diventato il totem della stagione: la promessa di 150.000 alloggi popolari entro metà 2026 mostra il divario tra slogan e cantieri. Tra bonifiche, progettazioni, gare, perizie, varianti e costruzioni, quel numero nei tempi annunciati non è realistico se non spacchettandolo in ristrutturazioni leggere, acquisizioni di immobili sfitti e quote di social housing attivate da leve fiscali. Sullo sfondo c’è la retorica eterna delle accise: dopo i proclami, il 2025 ha visto il riallineamento tra benzina e diesel coerente con gli impegni europei. E il canone Rai, altro terreno d’annuncio, è tornato a 90 euro.

Coperture e verità dei numeri

Il nodo è come pagare. Una parte della coalizione guarda a prelievi “di scopo” su buyback e profitti finanziari; l’ala più ortodossa respinge l’idea di «nuove tasse» in nome della neutralità fiscale. La spending review resta la formula magica di ogni settembre, ma significa scelte impopolari: riordino dei bonus, tagli ai trasferimenti, riallineamento di agevolazioni stratificate. Ognuna di queste voci apre un controfronte sociale o territoriale. In controluce pesano altri impegni fissi, dalla difesa alle indicizzazioni, che comprimono i margini. Per questo lo sbocco più probabile è una manovra di conferme: rinnovo del taglio del cuneo, piccoli aggiustamenti Irpef, qualche misura sulla natalità ricalibrata, un fondo anti-liste d’attesa, interventi circoscritti su mutui e prima casa, forse una rottamazione più prudente e selettiva. La flat tax “vera” difficilmente supererà il setaccio della Ragioneria; il piano casa in numeri tondi resterà un titolo.

La prova di verità è nel passato prossimo. Le promesse cicliche che non sono mai diventate legge — accise, canone, minime a 1.000 euro, flat tax generalizzata — raccontano meglio di qualsiasi conferenza stampa lo scarto tra propaganda e contabilità. Per orientarsi bastano tre domande, più utili di uno slogan: quanto costa con quali coperture stabili? a scapito di quale altra priorità? Se una di queste risposte vacilla, l’annuncio è solo un titolo. E quando la politica si accontenta dei titoli, il conto arriva lo stesso: meno servizi dove servono, meno investimenti dove servirebbero, più debito dove pesa di più. È la lezione che ritorna a ogni autunno di promesse.

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #5

Global Sumud Flottilla, giorno 5. Le barche italiane non partono a caso: si concentrano con quelle che risalgono dalla Spagna e da Tunisi, per salpare insieme. È logistica e buon senso: arrivare alla spicciolata sarebbe un regalo a chi vuole isolare ogni equipaggio. Gli organizzatori indicano la finestra del 7 settembre per l’innesto da Catania e Tunisia, dopo controlli e prove di sicurezza: la flotta cresce a onde, non a colpi di foto.
Intanto Gaza sanguina. Nelle ultime 24 ore i raid hanno ucciso almeno 69 persone e ne hanno ferite oltre 400, portando il bilancio complessivo a circa 64.300 morti dall’ottobre 2023.
A Gaza City l’offensiva ha raso al suolo un grattacielo nel quartiere Rimal, mentre le sirene corrono tra le tende degli sfollati. La cronaca è una sola: bombardamenti su edifici, famiglie, strade.
A Roma la premier risponde a Elly Schlein promettendo «tutela per gli italiani a bordo», invitando però ad «avvalersi dei canali umanitari già attivi» per evitare rischi. I famosi canali umanitari che non incanalano mentre accade lo sterminio.
È la solita protezione condizionata: la dignità viene messa a bilancio, come se la legge del mare e il dovere consolare fossero optional. Chi oggi parla di oneri dovrebbe guardare i numeri di Gaza e decidere da che parte stare.
Noi, intanto, facciamo ciò che va fatto: proteggere i naviganti, smentire i complottisti, ricordare che le acque di Gaza non sono proprietà privata. La partenza del segmento italiano avverrà con la concentrazione di tutte le barche — dalla Spagna alla Tunisia — perché questa è la forza: un’unica rotta, un’unica notizia, un’unica richiesta agli Stati che tacciono

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Su Gaza (e Ribera) un’Europa senza dignità

Ascoltando Teresa Ribera abbiamo avuto un sussulto. Ci è sembrato che, per un istante, nei palazzi ovattati di Bruxelles fosse tornata di moda la dignità. Che qualcuno, con un incarico di peso, avesse trovato le parole giuste per nominare l’indicibile: genocidio. Non una provocazione, ma una constatazione. Ribera, vicepresidente della Commissione europea, ha parlato del genocidio a Gaza e lo ha fatto in pubblico, in apertura dell’anno accademico di Science Po a Parigi. Ha aggiunto che questa tragedia «mette in luce il fallimento dell’Europa nell’agire e nel parlare con una sola voce». È tutto vero.
Poi, in perfetto orario con l’ufficio comunicazione della Realpolitik, sono arrivate le smentite. La Commissione europea – quella che si dice “dei valori” – ha subito precisato che Ribera «parlava a titolo personale», che «non c’è una posizione ufficiale sulla definizione di genocidio», che giudicare «spetta solo ai tribunali». Come se chiamare le cose con il loro nome fosse una colpa, e non un dovere morale e politico.
Nel frattempo, si celebrano nuovi contratti di armamento, si firma per il sostegno “difensivo” a chi bombarda i civili, si ascolta senza fiatare la propaganda secondo cui tutto è “reazione”. Si invocano le corti internazionali solo per nascondere l’assenza di volontà politica. Anche la dignità, ormai, è facoltativa.
E allora vale la pena chiederselo, oggi più che mai: chi rappresenta davvero questa Commissione? Chi guarda alle macerie di Gaza e sceglie il silenzio perché una parola «non è stata votata dal Collegio»? Chi tace mentre i governi vendono armi a Israele e si limitano a invocare «pause umanitarie» tra un bombardamento e l’altro? Chi non ha trovato il coraggio di interrompere gli accordi di cooperazione, neppure davanti ai corpi dei bambini? E soprattutto: chi si sente rappresentato da questa Commissione, oggi?
Perché chi si riconosce in questa Europa che scarica la sua vicepresidente per aver detto la verità, un giorno ne dovrà rispondere. Non a un portavoce, non in una conferenza stampa, ma davanti alla storia. E davanti alle vittime.

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