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Neutralismo pontificio: la teologia dell’omissione

Isaac Herzog è uscito dal Vaticano raccontando un incontro «caloroso». La Sala Stampa ha parlato di «tragica situazione» e di «futuro per il popolo palestinese», con i soliti capitoli: cessate il fuoco, aiuti umanitari, due Stati, ostaggi. Ma qui sta la frattura: mentre il presidente israeliano colleziona foto di normalità diplomatica, il lessico ufficiale della Santa Sede scivola verso un neutralismo che non nomina mai ciò che va nominato. Nessuna parola su genocidio, pulizia etnica, apartheid, uso sistematico della fame; nessun riferimento ai migliaia di palestinesi detenuti senza accuse. La grammatica della cautela diventa, di fatto, un’amnistia semantica.

Herzog non è un ospite neutrale. Nell’ottobre 2023 disse che «un’intera nazione» a Gaza è responsabile: una frase diventata prova di retorica disumanizzante nelle carte internazionali. Ha firmato un proiettile diretto a Gaza, ha sostenuto politicamente l’assedio che ha demolito ospedali e scuole. La stretta di mano, in questo quadro, non è gesto di pace: è un credito simbolico concesso a chi ha coperture e complicità nella punizione collettiva.

La diplomazia ha un limite: quando la prudenza lessicale cancella le vittime. Il Vaticano può rivendicare equidistanza tra comunicati, ma l’equidistanza tra occupante e occupato non regge alla prova dei fatti. Se il pontefice chiede il rispetto del diritto umanitario, allora l’udienza deve diventare atto di verità: nominare i crimini, pretendere responsabilità, indicare condizioni concrete (cessazione dei bombardamenti, fine dell’assedio, liberazione dei prigionieri politici oltre che degli ostaggi). Altrimenti l’abbraccio resta una fotografia riuscita per Herzog e un’occasione persa per la Chiesa: non un ponte, ma un silenzio che pesa.

Buon venerdì. 

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #4

La rotta è ripresa, la scia si allunga: dai video di bordo si contano già una dozzina di navi in mare e altre in arrivo, mentre dalla Tunisia si muove una piccola flotta che domenica si aggancerà alla carovana mediterranea.  Cresce la presenza pubblica — quattro parlamentari italiani, Emergency, osservatori legali irlandesi — e la piazza italiana si fa sentire da Catania a Genova.  

C’è anche un necessario chiarimento: la delegazione italiana smentisce la “barca stampa” di Claudio Locatelli. Non è autorizzata a unirsi né a raccogliere fondi a nome della missione. «Non abbiamo bisogno di eroi né di “combattenti”, la nostra unica arma è la nonviolenza», ricorda la portavoce Maria Elena Delia. Le uniche eccezioni ammesse sono il mezzo di Emergency e il team legale della Freedom Flotilla Irlanda.  

Intanto Gaza sanguina. Dall’alba nuovi bombardamenti hanno ucciso decine di persone, con attacchi che colpiscono case e campi profughi; i morti per fame, indotta dall’assedio, sono saliti a 370, tra cui 131 bambini. Nelle strade mancano proteine e verdura fresca: si raziona, si sopravvive a un pasto al giorno.

È qui che entra in scena la “ciurma di terra”, la chiave di tutto. Le mobilitazioni di questa settimana — da Roma alle città di porto — servono a proteggere chi naviga, a smontare i vigliacchi e i millantatori, a ricordare che il diritto internazionale è dalla parte della Flottilla e che le acque di Gaza non sono proprietà di Israele. Servono a pretendere l’apertura di un canale umanitario e politico che, per forza di vergogna, costringa gli Stati a muoversi.

Se l’Europa vuole davvero “difendere la legalità”, cominci da qui. Il resto è rumore di fondo.

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Altro che federalismo, il Parlamento snobba le Regioni: l’autonomia differenziata alla prova dei numeri

Il federalismo secondo il governo Meloni. Dall’inizio della XIX legislatura, dal 13 ottobre 2022, i consigli regionali hanno depositato 111 proposte di legge: una ogni dieci giorni. Nessuna è diventata legge. L’unico testo che avanza è la riforma dello statuto del Friuli-Venezia Giulia, su binario costituzionale; nove proposte sono state assorbite in altri iter, cinque respinte, una ritirata (Puglia, assicurazione per monopattini, poi recepita nel nuovo Codice della strada approvato a novembre 2024). È la fotografia messa in fila oggi da Pagella Politica, che registra un attivismo crescente dei consigli senza alcun esito normativo.  

Numeri e gerarchie dell’agenda

Nel lungo periodo la tendenza è netta: 69 proposte nella XVI legislatura, 78 nella XVII, 98 nella XVIII, 111 nell’attuale. Cresce l’offerta, lo sbocco resta nullo. La ragione sta nella gerarchia reale della produzione normativa. Secondo la banca dati del Senato, su 236 leggi approvate finora oltre il 70 per cento (174) è di iniziativa del governo, fra disegni di legge e decreti-legge. L’Aula è ingolfata dalle conversioni e dalle priorità dell’esecutivo; ciò che non entra nel perimetro governativo scivola in coda, comprese le iniziative che arrivano dai territori. Sono numeri che fotografano uno squilibrio strutturale tra centro decisionale e rappresentanza regionale.  

La Costituzione, all’articolo 121, riconosce ai consigli regionali il potere d’iniziativa, ma non ne disciplina le modalità: ogni regione si organizza con statuti e regolamenti. In Lombardia, per esempio, una proposta destinata a Roma deve seguire l’iter pieno delle leggi regionali, con commissioni, Aula e voto. Non è dunque un problema di “leggerezza” locale; manca una corsia parlamentare e soprattutto manca la volontà politica di aprirla. Il costituzionalista Giuseppe Arconzo, citato da Pagella Politica, sintetizza così: «Se non c’è un accordo con il governo, le possibilità che la proposta venga davvero approvata sono praticamente nulle».  

Federalismo evocato, ascolto assente

Il lessico pubblico parla di «federalismo» e «autonomia». La pratica mostra altro. La politica regionale si è verticalizzata: presidenti e giunte si rafforzano, i consigli perdono centralità, e i partiti locali restano estensioni delle direzioni nazionali. L’interlocuzione si sposta sul canale diretto tra presidenti e governo, mentre l’iniziativa formale dei consigli assume un valore prevalentemente comunicativo, utile a segnalare agli elettori che «ci si sta muovendo» più che a incidere sul diritto nazionale. È una dinamica che svuota la funzione delle assemblee territoriali e smentisce l’idea di un Parlamento realmente permeabile alle istanze dal basso.  

L’eccezione friulana conferma la regola. La modifica dello statuto del Friuli-Venezia Giulia procede perché è una legge costituzionale, con doppia lettura e, se del caso, referendum. Non dice nulla sulla sorte ordinaria delle proposte regionali. Nel frattempo la decretazione d’urgenza, che l’articolo 77 riserva ai «casi straordinari di necessità e urgenza», resta routine: occupa tempi e risorse, blinda i testi con la fiducia e riduce gli spazi per l’istruttoria di tutto ciò che non nasce a Palazzo Chigi. È qui che si consuma lo scarto tra retorica e realtà: l’agenda è centrata sull’esecutivo, non sulle priorità che i territori portano in Parlamento.  

C’è un dato politico, prima ancora che procedurale. La retorica dell’autonomia differenziata promette responsabilità e prossimità; i numeri dicono che la voce delle assemblee regionali non entra nel circuito legislativo nazionale. Non si giudicano qui i contenuti – dalla riorganizzazione dei tribunali proposta dalla Sicilia agli incentivi per la montagna emiliana, fino al sostegno alle rinnovabili chiesto dal Piemonte – ma il canale che dovrebbe portarli a Roma, divenuto un imbuto. Le correzioni sono misurabili: tempi certi di istruttoria in commissione, una quota minima d’Aula dedicata alle iniziative regionali, un argine all’abuso dei decreti. Finché questo non accade, resterà l’aritmetica a smentire la propaganda: più testi arrivano dal territorio, meno il Parlamento li ascolta. E il «federalismo» evocato rimane uno slogan.

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Lega, addii in serie: Baldini si sfila in Toscana e tuona contro la “vannaccizzazione”

È mezzogiorno meno venti quando Massimiliano Baldini rompe gli indugi. «Voglio segnare la mia distanza dalla “vannaccizzazione” della Lega… non mi ricandido alle regionali», scrive, e chiude con un rovesciamento perfetto: «Generale, nella Lega il vero mondo al contrario sei te». Accusa un metodo: il «listino bloccato» per chi è nel partito «da quattro mesi». E disegna il perimetro della frattura toscana: candidati calati dall’alto, territorio scavalcato, una macchina commissariata dalla popolarità del vicesegretario Roberto Vannacci. È l’istantanea di oggi, ma è anche l’ultimo fotogramma di un film che dura da mesi.

La trama è chiara nelle date. Il 18 marzo 2025 Marco Casucci, consigliere regionale e vicepresidente dell’Assemblea toscana, lascia la Lega e la sua carica: «partito spinto troppo a destra», dice, e passa al Misto. Il 5 luglio, nelle Marche, il segretario provinciale di Ascoli Piceno Roberto Maravalli si dimette. Il giorno dopo, 6 luglio, la consigliera regionale Monica Acciarri abbandona il Carroccio e approda in Forza Italia; lo stesso 6 luglio Riccardo Gagliardi annuncia l’addio e la rinuncia agli incarichi legati all’Antimafia regionale, motivando con l’“effetto Vannacci”. Oggi tocca a Baldini in Toscana, che non molla Salvini ma prende le distanze dalla linea incarnata dal generale. Geografia e cronologia coincidono: Toscana e Marche come laboratori della sostituzione di classe dirigente.

Il partito consegnato al generale

La scelta politica sta tutta qui: per inseguire un dividendo di consenso immediato, Matteo Salvini ha spalancato il partito al carisma di Vannacci, fino a farne il regista delle liste e dei territori in cui si gioca la partita più delicata, la Toscana. A febbraio il generale aveva già fatto intendere di voler rimettere mano alla candidatura della governatrice, criticando pubblicamente il nome uscito dagli organismi; poi la spinta organizzativa si è allargata, con comitati, cene, pacche sulle spalle a centinaia di militanti, e la promessa di «fare il botto» nel 2025. Nel frattempo, però, i campanelli d’allarme suonavano: ogni ingresso di Vannacci nel processo decisionale era un passo indietro per la classe dirigente locale, un logoramento lento di regole e consuetudini che tengono insieme un partito vero.

L’effetto è misurabile. Si svuotano i ruoli intermedi, si alza il tasso di conflitto interno, si moltiplicano i “non ci sto” di amministratori e consiglieri che, nell’ultimo anno, hanno portato voti, dossier e relazioni sui territori. La semplificazione che funziona in Tv – una figura forte, un racconto identitario, un nemico simbolico – non regge quando si passa alla meccanica delle liste: lì contano equilibrio, radicamento, riconoscimenti. Il «listino bloccato» evocato da Baldini è la metafora di un’occupazione dall’alto che scambia il partito per una lista personale. E chi quella struttura l’ha costruita oggi se la vede scippare.

Il conto politico di “un pugno di voti”

La tesi è facile da formulare e difficile da smentire: per un pugno di voti in più, Salvini sta regalando la Lega a chi, politicamente, vuole mangiarsela. L’effetto cannibale si vede già: il brand Lega diventa veicolo della leadership personale di Vannacci; il segretario affida a un vice la leva che decide le carriere interne; gli amministratori misurano la distanza tra le regole di ieri e il metodo di oggi e scelgono l’uscita. Non è un dibattito sulle idee – quelle, del generale, sono note -, è una questione di potere: chi decide, dove si decide, quanto contano i territori. E in Toscana, regione simbolo per il Carroccio di governo, l’errore rischia di costare doppio.

La cronaca di questi mesi consegna a Salvini un avviso formale. Casucci in marzo, Maravalli e poi Acciarri e Gagliardi in luglio, oggi Baldini: non sono “casi personali”, compongono un pattern. È la filiera che si spezza: dai vertici regionali alle segreterie provinciali fino alle aule consiliari. Ogni addio è un pezzo di organizzazione che va perduto, una rete che si allenta, un pacchetto di relazioni che migra altrove. Intanto, nella narrazione nazionale, la Lega non parla più con la voce del suo segretario: parla con quella del suo vicesegretario, che indica candidati, bacchetta le scelte, promette di correre anche “da solo” se serve e chiede fedeltà più che militanza.

Una strategia paradossale

Il paradosso lo raccontano le parole di Baldini: «nella Lega il vero mondo al contrario sei te». È un rovesciamento che non riguarda la sola Toscana. Dalle Marche arrivano segnali identici, con riorientamenti verso Forza Italia e uscite motivate dall’“estrema destra” imboccata dal partito. Se l’obiettivo era allargare, il risultato è restringere: restringere la base, restringere la classe dirigente, restringere la possibilità di governare territori complessi dove contano competenza, mediazione e memoria lunga.

La politica è scelta di priorità. Salvini ha scelto di scommettere sul magnete elettorale del generale, accettando il prezzo di una resa interna. Può funzionare in una campagna elettorale corta, può pagare al primo giro, può produrre titoli e decibel. Ma un partito è un organismo: se gli togli anticorpi e cervello territoriale, resta solo il muscolo. E il muscolo, alla prima prova vera, cede. Oggi la Lega incassa un altro addio pesante. Domani, se la rotta resta questa, incasserà il conto politico della consegna. Con un’aggravante: il debitore, a quel punto, sarà proprio chi oggi viene descritto come il valore aggiunto. E la cassa, quella della Lega, potrebbe trovarsela già vuota.

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“Professionista d’altri tempi”: quali tempi, quale professione

Vedo gli Emilii Fede di oggi stracciarsi le vesti per l’Emilio Fede di ieri. È la liturgia consueta: il necrologio come candeggio, la memoria selettiva come editing d’emergenza. Si celebra il “professionista d’altri tempi”, ci si commuove per la voce roca e la sigla del Tg4, si stende un telo sul resto. Eppure quel resto è la sostanza: condanne definitive, dall’affare Ruby bis al tentato ricatto, l’uso sistematico del mezzo come clava politica, le sanzioni per squilibri informativi. Non si tratta, come potrebbe apparire, di un inciampo: è un vero e proprio modello. E quel modello non è scomparso, ha solo aggiornato il software.

I professionisti del lutto televisivo lo sanno benissimo. Perché l’Emilio Fede celebrato oggi fu anche il perfetto prototipo di una tv che confonde notizia e cortigianeria, cronaca e tifoseria, servizio pubblico e servizio al potente di turno. La par condicio violata, le campagne a senso unico, la narrazione costruita come sceneggiatura d’azienda: tutto questo non è archeologia. È la grammatica quotidiana di molte reti, profili, testate. Cambiano i toni, si addolcisce l’ironia, si spostano le piattaforme: l’impianto resta.

C’è da capirli, quelli che oggi piangono: ai tempi pagavano molto meglio. Ma il dividendo non fu solo in busta paga. Fu il capitale simbolico di una stagione in cui la fedeltà valeva più della verifica, la linea editoriale più del codice deontologico, l’audience più della realtà. Chi oggi fa finta di dimenticare racconta soprattutto se stesso. Il modo migliore per commemorare un giornalista non è il panegirico: è l’inventario. E l’inventario, nel caso di Fede, insegna una cosa semplice: quando l’informazione abdica, la propaganda prende il timone. Ieri, come oggi.

Buon giovedì

foto wcommons

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Global Sumud Flottilla, diario di bordo #3

GLobal Sumud Flottilla, giorno tre. Il Mediterraneo è un corridoio nervoso: mare in miglioramento dopo la notte di droni che ha allarmato gli equipaggi in rotta da Barcellona, alcune barche in sosta tecnica alle Baleari/Minorca, altre già ripartite. Sul ponte si contano presenze e responsabilità: dodici rappresentanti eletti chiedono «un corridoio umanitario immediato», delegazioni da 44 Paesi rivendicano la rotta civile, mentre l’esperta ONU Francesca Albanese ricorda che la missione «rispetta pienamente il diritto internazionale».

Intorno, la politica misura se stessa. Il ministro israeliano Ben-Gvir propone di classificare come «terroristi» i volontari e detenerli nelle carceri speciali e in Italia l’ANPI prende sul serio quelle minacce e chiede due azioni che chiamano il governo alla prova dei fatti: protezione diplomatica agli equipaggi e sospensione del memorandum con Israele.

Dalla Sicilia il quadro si completa: Emergency conferma la partecipazione con la Life Support in funzione di osservazione e supporto medico-logistico, con partenza dall’area di Catania insieme ad altre unità italiane. Dalla sponda sud, Tunisi è hub di raccolta e formazione: moduli su sicurezza, primo soccorso, protocolli legali; finestra di partenza a inizio settembre condizionata da meteo e verifiche, con possibili slittamenti decisi riunione dopo riunione.

Il diario, oggi, registra una verità semplice: non è una flotta di slogan. È logistica, diritto e diplomazia esposti alla luce del sole, contro un assedio dichiarato illegale da giuristi e organismi internazionali. Le barche avanzano lente, ma la loro velocità non è la misura del risultato.

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Sanità, i Livelli essenziali (Lea) non garantiti in 8 Regioni. Il governo canta vittoria per le 13 promosse, ma il sistema considera solo 26 indicatori su 88

Nel 2023 solo 13 Regioni raggiungono gli standard essenziali di cura (Lea): il numero è identico al 2022. In testa il Veneto; al Sud passano l’esame soltanto Puglia, Campania e Sardegna. Lo certificano la Relazione 2023 del Ministero della Salute (pubblicata il 6 agosto) e l’analisi della Fondazione Gimbe diffusa oggi, che misura il divario Nord-Sud e lo stato di salute del Ssn. «La tutela della salute dipende in larga misura dalla regione di residenza».

Una pagella che abbassa l’asticella

Il monitoraggio ministeriale usa il sottoinsieme “Core” del Nuovo Sistema di Garanzia: 26 indicatori su un totale di 88, suddivisi in prevenzione, distretto e ospedale. Per essere “adempienti” bastano 60 punti in ciascuna area. È la pagella ufficiale, ma è costruita per essere indulgente: poche misure, soglie basse, un cruscotto che racconta la sopravvivenza del sistema più che la qualità dell’assistenza. Gimbe, infatti, ha ricalcolato la classifica sommando i punteggi delle tre aree, rendendo più nitido lo scarto territoriale: tra le prime dieci Regioni, sei sono del Nord, tre del Centro e solo una del Sud; nelle ultime sette posizioni, fatta eccezione per la Valle d’Aosta, compaiono solo territori meridionali.

Il quadro puntuale è chiaro: nel 2023 risultano adempienti Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Provincia di Trento, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Veneto. Entrano tra le “promosse” Campania e Sardegna; retrocedono Basilicata e Liguria. Restano inadempienti per una sola area Calabria, Molise e Bolzano; per due aree Abruzzo, Sicilia e Valle d’Aosta. Non è un dettaglio: significa che in ampie porzioni del Paese l’accesso alle prestazioni essenziali resta a rischio di discontinuità.

I numeri dicono che la diga cede anche dove sembrava solida. Tra 2022 e 2023 peggiorano otto Regioni; i cali peggiori sono in Basilicata (−19), Lombardia (−14), Sicilia (−11) e Lazio (−10). Sul fronte opposto migliorano Calabria (+41) e Sardegna (+26). Se arretrano territori “forti” per risorse e reputazione sanitaria, la tenuta del Ssn non è più garantita. È, per usare le parole di Gimbe, «un campanello d’allarme che non può essere ignorato».

Responsabilità politiche, non geografiche

Qui sta il nodo politico. Quando il governo accetta una pagella che pesca 26 indicatori su 88 e si accontenta della “sufficienza” a 60 punti, istituzionalizza l’idea che basti galleggiare. La propaganda può dire “tutto bene”, ma i dati non mentono: le Regioni adempienti restano 13, come l’anno precedente; la frattura Nord-Sud «non accenna a ridursi»; e le riclassifiche di Gimbe mostrano che l’uniformità nell’erogazione è l’eccezione, non la regola. In Calabria, Valle d’Aosta, Liguria e Bolzano gli sbilanciamenti tra prevenzione, distretto e ospedale rivelano sistemi che funzionano a macchia di leopardo: una sanità “buona” in un’area e fragile nelle altre non risponde ai bisogni reali.

La responsabilità è nazionale, prima che regionale. Se il Ministero mantiene soglie basse e un perimetro di misurazione così ridotto, certifica un universalismo di carta. Serve l’opposto: allargare e ruotare gli indicatori; usare piani di rientro e commissariamenti come strumenti di qualità e non solo di contabilità; fissare obiettivi esigenti su prevenzione e territorio; rendere immediatamente visibili – e politicamente sanzionabili – i fallimenti sui Lea. Perché oggi il diritto alla salute viaggia su binari diseguali: stesso Ssn sulla carta, servizi diversi nella realtà. E un governo che sventola la pagella mentre i divari crescono non difende il servizio pubblico: ne accompagna, pezzo dopo pezzo, il ridimensionamento.

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Altro che Meloni riformista, l’Italia tra i Paesi più conservatori d’Europa: ancora una volta i numeri battono la propaganda

Giorgia Meloni continua a presentarsi come leader «moderna» e «pragmatica». Ma i dati dicono altro: l’Italia è oggi tra i paesi più conservatori d’Europa, e il suo governo ne è il prodotto coerente, non l’eccezione. Lo mostra l’analisi di Lorenzo Ruffino sui dati della European Social Survey 2023: un termometro culturale che misura atteggiamenti verso immigrazione, diritti LGBTQ, rapporto con l’autorità e peso dell’identità nazionale rispetto a quella europea.

I numeri: un Paese a +1 sulla scala del conservatorismo

L’indice ricostruito da Ruffino, espresso in z-score (distanza dalla media Ue in deviazioni standard), colloca l’Italia a +1,0: una deviazione piena, sopra la media europea. Scomponendo l’indice, il quadro è ancora più netto: +0,8 sull’asse immigrazione/diritti e +1,4 su tradizionalismo e identità nazionale, il valore più alto tra i grandi paesi dell’Europa occidentale. Sono numeri pubblicati il 3 settembre 2025 e costruiti ponderando i campioni per renderli comparabili tra paesi.

Il confronto internazionale spazza via le autoassoluzioni: Francia vicino allo zero complessivo (-0,1), Germania leggermente più liberale (-0,5), Spagna a -1,1. In alto, il blocco più chiuso è quello dell’Est: Ungheria +2,5, Slovacchia +2,4, Bulgaria +2,0; dall’altra parte Svezia -1,6 e Norvegia -1,2. La mappa culturale dice che l’Italia è più vicina a Budapest che a Stoccolma: non un incidente, una tendenza.

La fotografia ovviamente ha una conseguenza immediata sul racconto politico. Se il Paese premia identità, ordine, gerarchie e confini, la «modernità» rivendicata da Palazzo Chigi diventa soprattutto estetica: un linguaggio aggiornato, una regia comunicativa aggressiva, un uso disinvolto delle parole «riforma» e «innovazione». Ma dentro, l’architettura valoriale resta ancorata alla tradizione come criterio, all’autorità come risposta, alla nazione come recinto.

L’agenda di governo allineata al clima culturale

Dal 2022 a oggi, l’impronta dell’esecutivo si legge nella scelta dei terreni simbolici e normativi: famiglia tradizionale come perno identitario, immigrazione trattata anzitutto come minaccia da contenere, diritti civili rinviati o compressi nel nome dell’ordine e delle priorità «vere». È il portato di quel +1,4 sul tradizionalismo: un Paese che chiede certezze verticali e riconoscibilità nazionale trova nel governo una risposta speculare. Chiamarla «modernizzazione» è scambiare la forma per la sostanza.

C’è poi il capitolo autorità: dalla retorica securitaria alla centralità dell’esecutivo nelle riforme istituzionali, l’asse si sposta verso un decisionismo che piace a un’opinione pubblica educata a fidarsi dei capi più che delle procedure. Anche questo rientra nell’indice: il rapporto con l’obbedienza e la leadership è una delle variabili considerate dall’European Social Survey e pesa nella direzione del conservatorismo culturale italiano.

Identità nazionale

Infine, identità nazionale versus europea. Qui il differenziale italiano è marcato: l’idea che il perimetro dei diritti e delle scelte debba coincidere con la nazione, e che Bruxelles sia un limite più che una garanzia, spinge il consenso a politiche che privilegiano appartenenza e radici rispetto a integrazione e standard comuni. È la ragione per cui il racconto «sovranista ma moderno» regge mediaticamente, mentre in realtà consolida un set di priorità antiche: famiglia, ordine, confini, autorità.

Il punto, dunque, non è se Meloni «sia» moderna: è che governa un Paese che non lo è e che, misurato con strumenti comparativi, sta una spanna sopra la media europea per chiusura culturale e tradizionalismo. La politica non fa che seguire – e rinforzare – quel solco. Gli editorialisti che continuano a venderci una premier «riformista» e «post-ideologica» dovrebbero prendersi un’ora, leggere l’analisi di Ruffino sui dati ESS 2023, e aggiornare il lessico: qui non c’è discontinuità, c’è coerenza con una domanda sociale conservatrice. Il resto è posa, trucco di scena. I numeri – ancora una volta – non applaudono.

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Scuola, criticità nel 90% degli edifici: il nodo della sicurezza nel dossier di Tuttoscuola

Nove edifici scolastici su dieci, in Italia, non sono pienamente a norma di sicurezza. Su circa 40 mila plessi statali, 36 mila risultano privi di una o più certificazioni obbligatorie; 3.588 scuole sono totalmente sprovviste di ogni documento previsto, con circa 700 mila persone tra studenti e personale che ogni giorno entrano in strutture «completamente irregolari». Il dato arriva dal dossier di Tuttoscuola, che incrocia gli open data dell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica del MIM (pubblicati il 14 luglio) relativi all’a.s. 2023/24 e verifica, edificio per edificio, il possesso delle cinque certificazioni chiave: agibilità, prevenzione incendi, omologazione della centrale termica, piano di evacuazione, DVR.  

La mappa delle irregolarità

Il Paese è spaccato anche qui. Gli edifici totalmente privi di certificazioni sono 3.588: da zero in Valle d’Aosta a 674 in Campania. In termini percentuali, l’Abruzzo è il fanalino di coda: quasi un terzo delle scuole (32,4%) è senza alcun documento; seguono Campania e Calabria. Due terzi dei plessi completamente irregolari si concentrano nel Mezzogiorno, a conferma di una fragilità territoriale che si somma a quella edilizia.  

All’altro estremo, appena un edificio su dieci (9,8%) possiede la totalità degli atti. In valori assoluti guida la Lombardia (949 scuole), poi Veneto (526), Piemonte (408), Emilia-Romagna (394). Per incidenza percentuale spicca la Valle d’Aosta (26,6% di scuole “in regola”), mentre il Lazio non arriva al 2% e la Liguria è l’unica regione del Nord sotto la media nazionale.  

Il dossier ricorda che il quadro non è frutto di un’emergenza improvvisa ma di stratificazioni decennali: carenze di programmazione, burocrazia, scarico di responsabilità, risorse e competenze tecniche insufficienti negli enti proprietari (Comuni e Province), oltre a un patrimonio edilizio spesso inadeguato. Il 17% degli edifici è nato per altri usi ed è stato adattato a scuola; molti sono vincolati storici; migliaia sono in ristrutturazione. Intanto, il MIM rivendica il più grande ciclo di investimenti della storia recente (PNRR e altri fondi): interventi in corso su oltre 10 mila edifici, i cui esiti però non sono ancora riflessi nei dati 2023/24.  

Che cosa manca e chi decide

Il senso dei numeri è semplice: mancano documenti di legge senza i quali non si può parlare di sicurezza piena. Non significa che ogni scuola sia pericolante, ma significa che lo Stato non ha prove aggiornate e certificate che quell’edificio rispetti norme essenziali. È un problema giuridico e materiale. La «cabina di pilotaggio» per gli stabili è degli enti locali, proprietari degli immobili e responsabili di agibilità e manutenzioni; al Ministero spetta il ruolo di impulso, controllo dei dati e programmazione. Servono priorità, cronoprogrammi pubblici e responsabilità chiare per ridurre una zona grigia che oggi riguarda milioni di ore di lezione.  

Dal fronte scuola arriva un monito: «La scuola deve essere un luogo sicuro. Si parla di sicurezza troppo poco, con misure temporanee che non attaccano il nodo strutturale», osserva la Uil Scuola, chiedendo interventi organici e continui. Anche dall’opposizione si segnala la criticità del rischio sismico e la necessità di collaudi e progetti antisismici dove il pericolo è maggiore. Sono richieste che misurano la distanza tra annunci e cantieri effettivi, e che si confrontano con la geografia disegnata dai dati.  

La notizia, dunque, è doppia: il 90% non è “a norma” oggi e appena il 10% lo è. Il primo numero impone una verifica puntuale e piani di messa a norma edificio per edificio; il secondo dice che l’eccellenza non è la regola. Se il PNRR vuole lasciare un segno, dovrà essere valutato su questo: quante scuole, entro date certe, passeranno dagli annunci alle certificazioni, dalla fiducia ai documenti. I ragazzi e chi li accompagna hanno diritto a prove, non a rassicurazioni.    

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Buchi lavorativi e contributivi, gli Italiani sospesi: il tempo tra un impiego e l’altro si allunga

Il fatto è netto e misurabile: nel 2025 quasi un terzo dei curriculum italiani presenta un’interruzione di lavoro di almeno dodici mesi. Il 32%, per la precisione. A dirlo è il Rapporto sui gap di carriera di LiveCareer, basato su sette milioni di CV compilati tra il 1° gennaio 2020 e il 30 giugno 2025. Il confronto con il 2020 mostra un peggioramento: allora i buchi di un anno erano il 22% e i profili senza pause il 61%, oggi scesi al 50%. La continuità non è più la norma, con una quota di inattività lunga che supera gli anni del Covid.  

I numeri non riguardano solo la lunga durata. Crescono anche i vuoti “medi”: il 39% dei professionisti dichiara uno stop di almeno sei mesi. Nella metà dei CV con interruzioni compaiono poi pause brevi, sotto il mese: mercato più mobile e più fragile, il passaggio da un contratto all’altro è un corridoio. Nel 2025 le interruzioni prolungate toccano il picco: si erano ridotte lievemente nel 2024, poi sono tornate a crescere. È l’eredità di shock non esauriti: licenziamenti, ristrutturazioni, la «recessione dei colletti bianchi».    

La mappa delle carriere discontinue

Se metà dei candidati ha almeno una pausa e solo uno su due mantiene un percorso ininterrotto, la soglia della “normalità” cambia. La linearità non è più il lasciapassare implicito per essere letti. Continuare a filtrare i profili penalizzando i buchi significa scartare una maggioranza statistica. I dati, raccolti su scala nazionale con metodologia dichiarata e replicabile, incrociano qualifiche e date di impiego e, per evitare duplicazioni, considerano per ogni utente solo il CV più aggiornato.  

La lunga attesa tra due impieghi – la disoccupazione “tra un lavoro e l’altro” – produce effetti prevedibili: erosione delle competenze percepite, rientri con contratti più deboli, compressione salariale. Esiste però anche un’altra faccia: una parte di quelle pause è tempo attivo, tra formazione, assistenza, riqualificazione. Lo riassume la career expert Jasmine Escalera: «I periodi di pausa nella carriera sono ormai una realtà consolidata nel mondo del lavoro di oggi», per cui i datori «dovrebbero superare i vecchi pregiudizi», puntando su competenze e potenziale.  

Oltre la pandemia: che cosa cambia davvero

Chiedere ai candidati di occultare i vuoti è un anacronismo. Serve trasparenza su cause e apprendimenti, ma soprattutto pratiche di selezione coerenti con il mercato reale. La fotografia più aggiornata – comunicata il 10 luglio 2025 e ribadita nella nota ai media del 2 settembre – parla di una tendenza consolidata: i gap di almeno un anno crescono lungo il quinquennio e raggiungono il massimo nel 2025, mentre cala la quota di percorsi senza interruzioni.    

Qui la leva non può essere solo individuale. Se le pause tra un contratto e l’altro diventano strutturali, vanno accorciate con strumenti che funzionino davvero: orientamento e intermediazione efficaci, formazione continua accessibile, incentivi alla stabilizzazione di lungo periodo, servizi di cura che non espellano chi se ne fa carico. L’analisi dei CV è un indicatore anticipatore: quando i percorsi cambiano, ordinamenti e pratiche devono adeguarsi in fretta.

Il quadro finale è chiaro: più pause, più lunghe, più visibili. La generazione che entra e quella che rientra trovano un mercato che invoca resilienza ma fatica a riconoscerla. Tocca ai candidati raccontare il tempo sospeso con precisione; alle imprese aggiornare i criteri; alla politica riportare al centro la continuità occupazionale. I curriculum sono il diario collettivo del lavoro: oggi dicono che l’attesa tra due impieghi non è un inciampo, è la regola del gioco. Ignorarla significa ampliare la disuguaglianza.

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