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Due Stati, due posture

Giorgia Meloni viene celebrata per la postura ferma sull’Ucraina. In realtà pratica omeopatia diplomatica: dosi infinitesimali di coraggio diluite in litri di propaganda. Quando il dossier è Israele, il governo imbocca l’ambiguità: inchini cerimoniali all’unica “democrazia del Medio Oriente”, zero parole nette sul diritto violato, nessuna conseguenza politica. È una geometria della viltà: basta non guardare e le mappe tornano comode.

L’Italia ripete “due Stati” come un rosario automatico. Se ci credi, condanni gli insediamenti senza caveat, chiedi lo stop alle operazioni che travolgono civili, imponi un percorso misurabile. Qui invece si preferisce la soglia: “seguire con attenzione”, “auspicare”, “monitorare”. Lessico da sonnambulismo istituzionale, utile a rinviare ogni scelta.

La realtà, intanto, incalza: nuovo cemento che spezza la Cisgiordania, richiamo di riservisti, evacuazioni, Gaza di nuovo sotto i colpi. Non è rumore di fondo; è il luogo dove si misura la credibilità. Se la sovranità ucraina non è negoziabile, non lo è neppure il diritto internazionale a sud del Mediterraneo.

Di cosa avrebbe bisogno una premier “seria e pragmatica”? Di frasi semplici e atti conseguenti. Dichiarare illegali gli insediamenti e trattarli come tali in Ue. Condizionare scambi e licenze militari al rispetto del diritto umanitario, con una clausola secca: alla violazione corrisponde sospensione. Votare in modo coerente all’Onu, sostenere un cessate il fuoco con garanzie per ostaggi e civili, spingere un negoziato reale.

Il resto è coreografia. Chi governa non deve tifare: deve scegliere. L’Italia non è spettatrice, pesa. E pesa soprattutto quando decide di non decidere. A forza di fischiettare, la politica estera si riduce a posa da passerella: fotogenica, innocua, inutile. Il coraggio, quello vero, oggi si misura nel rompere la nebbia delle formule e dire con chiarezza da che parte si sta: dalla parte del diritto, sempre, senza ipotesi di sonno. Punto, senza equivoci.

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Più rimpatri, ma solo nei comizi: i numeri smentiscono le promesse di Meloni. Il Fact Checking di Pagella Politica

Giorgia Meloni aveva promesso «più rimpatri» e un cambio di paradigma: fermare le partenze, velocizzare le espulsioni, “rimettere ordine” con Centri di permanenza più capienti e “funzionanti”. In campagna elettorale l’icona era il «blocco navale», formula-slogan mai diventata politica pubblica: impraticabile sul piano giuridico e logistico, lo hanno ripetuto giuristi e perfino membri dell’attuale maggioranza, a partire dal ministro Nordio.

A ogni Ferragosto, però, il Viminale canta vittoria. Quest’anno ha esibito il video dei «dati già buoni» e l’ennesimo impegno a «far entrare solo per vie regolari», rivendicando l’aumento delle espulsioni. Ma i numeri non reggono il tono trionfale: nel 2024 i rimpatri forzati sono stati 5.414 (erano 4.751 nel 2023) e nei primi sette mesi del 2025 sono a quota 3.463 (+12% sul 2024). La tendenza è in crescita, sì, ma resta sotto i livelli pre-pandemia: tra il 2017 e il 2019 la media mensile oscillava fra 533 e 544 casi e nel 2019 furono 6.531, oltre mille in più del 2024. Anche i rimpatri volontari assistiti: 290 in tutto il 2024, 382 già a luglio 2025, ma ben al di sotto dei picchi del 2017-2018. Lo documenta con chiarezza l’analisi di Pagella Politica, che smonta la narrazione del governo: «Nel complesso, i numeri restano inferiori al passato». 

Rimpatri, promesse e realtà dei numeri

Il punto sta qui: la promessa era di “aumentare i rimpatri” come leva risolutiva. La realtà è un apparato che fatica: accordi bilaterali instabili, costi elevati, tempi lunghi, identificazioni difficili. La propaganda si affida all’enfasi del momento – conferenze stampa, dossier ferragostani, slogan sulla “tolleranza zero” – ma l’indicatore che conta resta inchiodato: rispetto agli anni in cui al Viminale sedevano Minniti, Salvini o Lamorgese, l’Italia di Meloni rimpatria meno. Lo confermano i dati ufficiali raccolti e messi in serie da Pagella Politica, che fanno piazza pulita delle iperboli agostane. 

C’è poi l’altra faccia, quella che non finisce nei comunicati: mentre i rimpatri “per vie legali” arrancano, l’Italia continua a sostenere la cosiddetta Guardia costiera libica, che intercetta in mare e riporta indietro persone in fuga verso l’Europa. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ripete da anni che la Libia «non è un porto sicuro», e contabilizza settimana dopo settimana gli “intercettati e riportati a terra”. A fine luglio 2025 gli intercettati risultavano già oltre 14.100 dall’inizio dell’anno, con centinaia di morti e dispersi; il flusso continua anche in agosto, con aggiornamenti settimanali che registrano centinaia di persone riportate a Tripoli e Tobruk. Sono numeri che descrivono una delega strutturale del contenimento ai partner nordafricani.

Respingimenti delegati alla Libia

Il quadro giuridico è noto: la Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso «Hirsi Jamaa c. Italia», ha stabilito che riportare persone in Libia viola il divieto di respingimenti collettivi e il principio di non-refoulement. Cambiano gli attori sullo schermo – più spesso pattugliatori libici invece di unità italiane – ma il risultato non cambia: si torna in un Paese dove l’IOM e le ONG documentano detenzioni arbitrarie, violenze, estorsioni.

Nel 2023 e nel 2024 l’Italia ha continuato a fornire mezzi e addestramento: gli stessi pattugliatori donati da Roma sono stati coinvolti in episodi di intimidazione ai danni dei soccorsi umanitari in acque internazionali. E a livello europeo, in tre anni Frontex ha trasmesso oltre duemila “posizioni” di barche dirette ai libici, alimentando un meccanismo di intercettazioni che scarica lontano dagli occhi il fallimento delle politiche di asilo.

Qui sta la contraddizione che conta: a casa si celebra l’aumento degli allontanamenti coatti, ma al largo si accetta – e si alimenta – un sistema di respingimenti che sposta il confine giuridico fuori campo, violando lo spirito delle sentenze e i principi base della protezione internazionale. Il governo aveva promesso ordine e legalità; la fotografia restituisce meno rimpatri di ieri e più “esternalizzazione” di oggi. La politica dei numeri funziona solo se sono veri, verificabili e coerenti con il diritto. Quelli raccontati nelle veline estive non lo sono; quelli raccolti da chi misura davvero, sì. E dicono che il governo Meloni, sui rimpatri, fa peggio di chi lo ha preceduto. 

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Compagno Salvo, memoria viva dell’antimafia

Tra le sue molte qualità, Salvo Vitale aveva quella di ridere di mafia molto più sul serio di molti polverosi e narcisisti studiosi del crimine organizzato. Salvo Vitale era uno dei compagni di Peppino Impastato, ma soprattutto Salvo Vitale era quell’idea, nata in quegli anni, di dedicarsi totalmente all’attivismo.

Oggi potremmo dire che Salvo Vitale ha inventato l’antimafia internazionale ancora prima che qualcuno coniasse il termine. Era mille cose, perché conteneva migliaia di battaglie e di tutte sapeva sempre dove fosse il capo del filo.

Aveva compiuto 82 anni pochi giorni fa. Facendosi carico della lezione di Peppino e dell’esperienza della trasmissione radiofonica Onda pazza, è diventato il più autorevole giullare antimafioso dalla parte degli oppressi. Con la sua generosità spericolata ha tenuto viva la memoria di Peppino e di mamma Felicia attraversandone tutte le stagioni: sia quando quella storia era un culto che rischiava di appannare i sensi sia quando qualcuno sperava di rimetterla nel cassetto dei memorabilia.

Salvo Vitale è morto, ma è stato tremendamente vivo. Così vivo che se lo portano in giro a pezzi i tanti giovani che ha incontrato, infaticabile araldo della giustizia come bene vitale, insieme all’arte, insieme alla conoscenza, insieme alla consapevolezza. Cercava “il focolaio di agitazione che nasce dove ci sono uomini che subiscono ingiustizie”. “È lì che c’è un compagno, è lì che resiste l’idea della lotta, la volontà di non arrendersi alla sopraffazione”, aveva scritto.

Salvo non c’è più. “Mettere in mezzo a tutto una grande, comune risata”, diceva. Un sorriso, compagno Salvo.

Buon mercoledì.

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Regionali al buio, partita la corsa alle elezioni spezzatini: i candidati consiglieri fanno campagna, ma non sanno per chi

È partita la corsa più surreale dell’anno: gazebo, santini e dirette social dei futuri consiglieri regionali, mentre in mezza Italia mancano ancora date certe e candidati presidente. Nei mercati e nelle piazze si moltiplicano volti e promesse; la domanda che rimbalza ai banchetti è semplice e spietata: «Ma per chi sto facendo campagna». Oggi le agende realmente fissate sono poche: Valle d’Aosta al voto domenica 28 settembre; Marche in cabina domenica 28 e lunedì 29 settembre; Toscana domenica 12 e lunedì 13 ottobre, con deposito liste entro il 12 settembre. A fare da comprimaria, la Calabria anticipata al 5–6 ottobre. Il resto è ancora un orizzonte di ipotesi.   

Tre certezze (e un’ultima ora)

In Valle d’Aosta il decreto è in bollettino e le macchine elettorali sono già in stampa; qui il presidente viene scelto dal Consiglio regionale dopo il voto, non direttamente. Nelle stesse ore arriva una novità sostanziale: la legge elettorale appena promulgata introduce fino a tre preferenze (con vincolo di genere), in vigore da domani per il voto del 28 settembre. È un dettaglio tecnico che racconta un clima opposto al resto del Paese: regole chiare, tempi definiti.

Nelle Marche il quadro è lineare: il presidente uscente Francesco Acquaroli cerca il bis e sfida Matteo Ricci, con la campagna già nel vivo. In Toscana Eugenio Giani ha firmato il decreto e, il 18 agosto, ha chiuso con il M5S un patto scritto: si vota il 12–13 ottobre e le scadenze sono scolpite. Due cornici nitide in un panorama che altrove resta sfuocato.

Poi c’è la Calabria, compressa dai tempi: l’anticipo al primo weekend di ottobre, conseguenza delle dimissioni del governatore Roberto Occhiuto, costringe alleanze e liste a una rincorsa in pieno settembre. 

Veneto, Campania, Puglia: partite senza fischio d’inizio

Il Veneto è la cartina di tornasole. Il “dopo-Zaia” ha aperto un braccio di ferro nel centrodestra: la Lega rivendica la continuità, Fratelli d’Italia la leadership. Tra i nomi che circolano compaiono Luca De Carlo, Elena Donazzan e Flavio Tosi; il centrosinistra ha già investito Giovanni Manildo. Il Consiglio di Stato ha fissato il paletto: si deve votare entro il 20 novembre. La data non c’è, e la sola ipotesi di una lista personale dell’ex presidente aleggia come variabile destabilizzante della coalizione.

In Campania lo stallo è strutturale. La strada del terzo mandato è stata chiusa dalla Consulta; nel campo progressista prende quota l’ipotesi Roberto Fico, mentre a destra rimbalzano i nomi di Edmondo Cirielli e profili “tecnici”. Sulle date, la finestra del 16–17 novembre riappare a ondate, ma senza un decreto restano solo indiscrezioni.

In Puglia la trama riguarda l’architettura delle alleanze: l’asse Decaro–Conte si costruisce tra diffidenze e veti incrociati; il centrodestra prova un profilo civico-industriale e testa più nomi. L’uscente Michele Emiliano, non ricandidabile, pesa comunque sugli equilibri con l’ipotesi di una discesa al Consiglio. Anche qui, senza decreto, la campagna resta sospesa.  

Lo spezzatino che fa comodo

Niente election day: si voterà a macchia di leopardo, in weekend diversi. La prima conseguenza è mediatica: il voto sparso impedisce una lettura nazionale, spezza il giudizio e attenua l’onda d’urto di eventuali sconfitte. La seconda è logistica: raccolte firme, stampe e depositi scivolano su calendari mobili, con costi e incertezze a cascata per liste e comitati. La terza è politica: coalizioni e programmi restano in stand-by finché non si scioglie il nodo dei nomi. È l’effetto pratico dello “spezzatino” d’autunno. 

C’è anche un risvolto regolatorio: dalla convocazione dei comizi scattano i divieti di comunicazione istituzionale per le amministrazioni, mentre la propaganda “privata” dei candidati può correre. Risultato: gli uscenti dosano le apparizioni, gli aspiranti consiglieri presidiano il territorio con un «branding personale» spesso slegato da un programma di coalizione. Sono i «candidati fantasma»: facce, promesse e hashtag senza un presidente a cui legarsi, monologhi senza copione che popolano feed e rotatorie.

Effetto midterm diluito 

Sul fondo, la lettura più scomoda: frammentare il calendario diluisce l’effetto di midterm e consente di “gestire” i risultati regione per regione. È una scelta che privilegia la convenienza politica rispetto alla chiarezza del confronto pubblico e ai risparmi dell’accorpamento. L’autunno a macchia di leopardo non è un disguido organizzativo: è il perimetro in cui si chiede agli elettori di decidere con informazioni incomplete e ai candidati di fare campagna senza sapere per chi. 

La domanda che rimbalza ai banchetti non è uno slogan, è un sintomo: «Ma per chi sto facendo campagna» Finché decreti e nomi resteranno nel limbo, la risposta sarà quella che si sente sussurrare sotto i gazebo: per nessuno. Con un costo evidente – settimane sottratte al merito, alla trasparenza sulle alleanze, alla verifica dei programmi – e un vantaggio altrettanto evidente per chi tiene in mano il metronomo del voto.

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Gaza è una sindone

«Gaza non è un’eccezione. Gaza è la sindone del governo di Israele.» La trama si legge nitida aprendo il rapporto di Mediterranea with Palestine su Masafer Yatta: in 129 giorni, 838 violazioni in 27 villaggi; quasi una su due è un’invasione di proprietà (409), poi 51 demolizioni, 110 tra arresti e detenzioni, 12 nuovi o ampliati avamposti. È un metodo: coloni e forze dell’ordine agiscono in sincrono per produrre spossessamento e resa. 

Il diritto lo dice da tempo. Nel Parere del 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia qualifica l’insieme delle pratiche israeliane nei Territori occupati come illegale; impone agli Stati terzi obblighi di non riconoscere, non assistere, cooperare per far cessare la situazione. Non una nota a margine: un vincolo giuridico. 

I numeri descrivono l’ingegneria demografica: oltre 700.000 coloni in Cisgiordania, avamposti incentivati e poi “legalizzati”; l’invasione della sfera privata come anticamera di aggressioni, incendi, blocchi, confische. La “de-palestinizzazione” è una politica di Stato. 

C’è poi l’architettura carceraria: corti militari con tassi di condanna fino al 99,7%; detenzioni amministrative senza capi d’accusa rinnovabili; a maggio 2025 i prigionieri palestinesi sono 10.068, con migliaia di persone senza processo. È la normalizzazione dell’arbitrio come strumento di governo. 

Per questo Gaza è una sindone: imprime sul tessuto del presente l’immagine rovesciata di un sistema che si vede identico, seppure a intensità variabile, da Hebron a Khan Younis. La comunità internazionale non può continuare a contemplare il lenzuolo e fingere di non riconoscere il corpo.

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Tra Gaza e Kiev la destra litiga sui vaccini

Ferragosto è il paravento. Fuori, Gaza conta i morti e l’Ucraina è nell’ennesimo tornante della guerra. Dentro, il governo trova il tempo per azzuffarsi sui vaccini come in un’aula scolastica. La sequenza è istruttiva: il 6 agosto il ministro Schillaci nomina 22 membri del Nitag, tra cui due figure contestate per posizioni anti-vaccinali; il 16 agosto, travolto dalle proteste scientifiche e politiche, revoca tutto. Dieci giorni per certificare l’improvvisazione. 

Poi arriva il rimbalzo di responsabilità. Salvini accusa: «Pessimo segnale», «prima nomina poi si auto-azzera». Lollobrigida attacca la «scienza dominante». Palazzo Chigi fa filtrare irritazione. È la destra di governo che litiga con se stessa mentre rivendica “ordine” al Paese. Fotografia nitida dello spessore politico: si preferisce la rissa ideologica alla gestione silenziosa di una materia che richiede rigore, continuità, trasparenza. 

Nel merito, il danno è doppio. Si mortifica il lavoro della sanità pubblica, esponendo la politica vaccinale a ondate di propaganda, e si trasmette l’idea che l’evidenza scientifica sia negoziabile a seconda dell’umore del giorno. Lo dicono anche pezzi della stessa maggioranza, da Gasparri a Ronzulli, costretti a sostenere la retromarcia del ministro per arginare l’ennesima figuraccia. Un governo che deve smentire se stesso in quattro comunicati ha un problema di metodo prima ancora che di contenuti. 

La vicenda Nitag non è un incidente estivo: è un promemoria. In un Paese provato da crisi sociali e sanitarie, discutere di vaccini come tifoserie avverse significa legittimare le bolle complottiste e svuotare la responsabilità istituzionale. Mentre il mondo brucia, qui si gioca ai soldatini con la salute pubblica. E quando si spalanca la porta della scuola, i bambini crescono; il governo, invece, resta fermo al cortile.

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Meloni e il rapporto con i media: “Non ho voglia di parlare con la stampa italiana”. Un programma di governo in due parole

Nello Studio Ovale allargato, Giorgia Meloni risponde con un sorriso all’osservazione del finlandese Alexander Stubb sulla disponibilità di Donald Trump a far entrare i giornalisti: «Io non voglio mai parlare con la stampa italiana». È un fuori onda, ma è soprattutto una confessione. Pochi minuti dopo, quando Trump propone di prendere qualche domanda, la premier sussurra che «è meglio di no, andremmo troppo lunghi». La scena vale come prova regina: non un incidente, ma la sintesi di un metodo rodato a Roma e riprodotto a Washington. 

Evitare il contraddittorio

Dopo il naufragio di Cutro e la conferenza tesa del 9 marzo 2023, le “vere” conferenze stampa diventano rare. Si preferiscono dichiarazioni a margine, tempi contingentati, nessuna replica. È un pattern misurabile: analisi comparative indicano che nell’arco del mandato, Meloni ha tenuto in media circa una conferenza stampa al mese, molto meno dei predecessori; e alla conferenza di inizio 2025 la regola è «una domanda a testa», senza possibilità di incalzare. Anche la tradizionale conferenza di fine 2024 fu rinviata a gennaio, con relative polemiche sui motivi dello slittamento.  

Nel frattempo cresce la comunicazione “diretta”: la rubrica social “Gli appunti di Giorgia”, le interviste a reti e giornali amici, il controllo narrativo spostato su canali selezionati. Il risultato è un’agenda senza mediazioni, in cui il confronto pubblico si riduce a monologo e le domande ostili vengono sterilizzate. Anche a Washington, lo si è visto, la scelta è evitare il rito del Q&A.  

A difesa, la premier ostenta numeri («350 domande nel 2024») che confondono scambi mordi e fuggi, interviste benevole e occasioni di reale contraddittorio. Gli ordini professionali hanno fatto notare che senza repliche il dialogo è sbilanciato: non è una formalità, è la sostanza del controllo democratico.  

L’attacco preventivo ai media

Al disinnesco del contraddittorio si affianca la delegittimazione. A Pechino la premier bollò come «portatori di interesse» alcune testate critiche, confondendo un rapporto ufficiale Ue sullo Stato di diritto con un dossier indipendente: un errore fattuale trasformato in strumento retorico. Il messaggio è costante: se la critica esiste, è sospetta; se insiste, è “fake news”. 

Il braccio politico esegue. Fratelli d’Italia ha intrapreso azioni senza precedenti contro Report e il giornalista Giorgio Mottola, mentre in Parlamento sono comparsi emendamenti punitivi sulla diffamazione, poi ritirati dopo le proteste. Sul terreno giudiziario, la stagione delle querele “temerarie” resta un fatto: casi celebri (Saviano) e contenziosi con testate indipendenti (compresa La Notizia) hanno segnato questi anni, con esiti alterni ma con un effetto certo, l’autocensura.  

C’è di più. L’episodio Scurati – monologo sul 25 aprile cancellato e poi “recuperato” dalla premier sui propri canali – ha mostrato come il potere possa intervenire prima sul quadro e poi sulla cornice, intestandosi la riparazione e perfino il testo. L’Usigrai ha parlato di «Tele-Meloni» e ha respinto il ruolo di megafono del governo. 

Classifiche, watchdog, servizio pubblico

La confessione americana arriva su un terreno già arato dagli osservatori. Reporters sans frontières registra il peggioramento dell’Italia nell’Indice sulla libertà di stampa: dal 46° posto (2024) al 49° (2025), con riferimenti alle pressioni politiche, alla concentrazione editoriale e al caso Agi. Non è un giudizio d’opinione: è un dato comparato internazionale. 

Il consorzio europeo Mfrr parla, dal 2024, di «pressioni senza precedenti» e censisce un picco di segnalazioni su minacce e interferenze; i numeri raccolti sulla piattaforma Mapping Media Freedom indicano un balzo di alert dall’insediamento del governo. La Fnsi ha denunciato perfino «liste di proscrizione» contro cronisti indicati come “anti-Meloni”, chiedendo l’intervento del Viminale.  

Sul servizio pubblico, le nomine e i casi editoriali hanno alimentato scioperi e proteste. Il sindacato Rai ha segnalato una torsione dell’indipendenza e della pluralità; i dossier internazionali registrano la tendenza. Nello stesso contesto, è esplosa la vicenda spyware (Paragon/Graphite): tra i bersagli anche giornalisti italiani, con richieste di chiarimenti da parte di istituzioni e ong. Palazzo Chigi ha negato abusi, ma il danno alla fiducia resta. 

Social senza contraddittorio

Le giustificazioni ufficiali non spostano il punto. Delegare i ministri «per evitare il leaderismo» non equivale a sottrarsi al confronto come capo del governo; rivendicare l’uso dei social non sostituisce le domande in diretta; evocare “campagne” contro l’esecutivo non assolve dalle responsabilità di trasparenza. Gli standard liberali prevedono che chi governa si sottoponga a domande difficili, regolarmente, in sedi aperte, con repliche, senza scelta preventiva degli interlocutori. La fotografia scattata dai dati e dagli episodi dice altro.  

C’è infine l’effetto sistemico. Se si riduce lo spazio del contraddittorio, se si etichetta la stampa scomoda, se si minaccia sul piano legale o si restringe l’accesso agli atti giudiziari, l’ecosistema informativo si impoverisce: i cittadini diventano destinatari di messaggi, non partecipanti al dibattito; i giornalisti si muovono in un clima di rischio e convenienza; il servizio pubblico si adatta. È la democrazia a perdere definizione.  

La frase intercettata alla Casa Bianca chiude il cerchio più di ogni analisi. «Io non voglio mai parlare con la stampa italiana» non è un vezzo privato; è la rivendicazione di un modello di governo che preferisce il monologo al confronto, l’adesione alla verifica. In tre anni i segnali c’erano tutti. Ora sono diventati parole. E, soprattutto, prassi. 

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Usa, stop ai visti sanitari per i minori di Gaza: l’ultradestra segna un altro punto

Washington ha fermato l’unico corridoio verso sale operatorie, protesi e trapianti per i bambini di Gaza. Il Dipartimento di Stato ha sospeso l’emissione dei visti medico-umanitari, ufficialmente per una «revisione delle procedure». La stretta arriva dopo giorni di campagna online dell’ultradestra guidata da Laura Loomer, che ha agitato allarmi infondati su presunti «rischi jihadisti» legati agli arrivi. In poche ore propaganda e amministrazione hanno marciato insieme: gli influencer rivendicano la vittoria, l’apparato federale si chiude in una formula anodina. Nel mezzo ci sono minori con fratture esposte, ustioni, amputazioni traumatiche, candidati a innesti, riabilitazioni complesse, protesi su misura. Per loro il rinvio non è carta in più: è un intervento che salta e una disabilità che si cristallizza.

La sequenza dei fatti è nitida. Organizzazioni come Heal Palestine e il Palestine Children’s Relief Fund, insieme a équipe statunitensi, avevano attivato trasferimenti per casi gravi già valutati e documentati. Ogni pratica passava controlli multipli: vagli ai valichi, verifiche di sicurezza, appuntamenti consolari, certificazioni cliniche. Poi il blocco: pratiche congelate, voli cancellati, famiglie lasciate in attesa. I numeri sono piccoli, l’impatto enorme. Un sistema costruito in mesi per garantire poche decine di cure ad alta complessità è stato sospeso con un comunicato che non porta dati, solo prudenza.

Conseguenze cliniche, non burocrazia

Il tempo, in medicina, non è neutro. Una protesi montata in ritardo altera per sempre la postura di un bambino in crescita. Un innesto pelle-muscolo che salta apre la strada a infezioni e nuove amputazioni. Una frattura non trattata nel giusto tempo diventa dolore cronico. La sospensione dei visti non è un atto tecnico; è una terapia negata. Le Ong parlano di scelta «crudele». I medici ricordano che i programmi non sono reinsediamenti ma cicli di cura con rientro in Medio Oriente, e che i costi sono coperti da fondazioni, non dal contribuente americano. La catena di sicurezza era robusta: i pazienti sono tracciati, gli accompagnatori identificati, le strutture ospedaliere accreditate. Il presunto rischio evocato dalla rete non trova riscontro nei dossier.

La cornice politica

Sulla scena interna il partito del sospetto brinda. Esponenti repubblicani definiscono lo stop un successo politico. Loomer applaude e invoca ulteriori divieti, trasforma i corpi dei feriti in un totem identitario. È la solita regia: la narrativa social sposta l’agenda, l’istituzione si adegua, il linguaggio della sicurezza occupa lo spazio lasciato vuoto dai fatti. Mancano prove di minacce concrete; abbondano invece le testimonianze di équipe che attendevano i pazienti a Houston e a San Francisco. La sproporzione è il punto: poche decine di casi, una macchina di controlli multilivello, una decisione che colpisce l’obiettivo più facile da sacrificare, i minori feriti.

Il controluce internazionale aiuta a capire. In Europa proseguono programmi di accoglienza temporanea per interventi specialistici e protesici; anche l’Italia, a metà agosto, ha distribuito piccoli pazienti in più regioni con protocolli firmati e responsabilità chiare. La differenza è nel criterio: qui decide il bisogno clinico, lì la pressione digitale. Una democrazia solida misura le paure, non le amplifica. Quando la cautela diventa spettacolo e sostituisce la prova, la politica abdica alla sua funzione minima: proteggere i vulnerabili, a partire dai bambini. Non serve retorica per chiudere: bastano tre immagini. Un tutore vuoto appeso a un letto perché la protesi non è arrivata. Un volo che non decolla. Un foglio consolare che sposta la cura a data da destinarsi. Washington può chiamarla revisione; per chi aspetta è rinuncia alla cura.

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Legge Fornero intatta: la promessa di Salvini sulle pensioni, spernacchio incluso, è rimasta solo uno slogan

Matteo Salvini l’aveva messa semplice: «La prima legge che il mio governo cancellerà è la Fornero», con l’impegno personale a farsi «spernacchiare» se entro un anno non fosse avvenuto. Oggi, agosto 2025, quella frase è un reperto storico: la Fornero resta il regime ordinario con cui si va in pensione. Le norme e i numeri non lasciano scampo.

Il triennio delle deroghe alla legge Fornero

Al governo nel 2018–2019, la “cancellazione” si è tradotta in una deroga a tempo. Con il Dl 4/2019 arrivò Quota 100 (62+38) valida per il solo triennio 2019–2021: un binario parallelo, non un’abolizione. A consuntivo, le domande accolte sono state poco meno di 380mila contro le circa 678mila stimate; la spesa si è fermata a 23,2 miliardi rispetto ai 33,5 stanziati, con 10,3 miliardi “risparmiati” perché la platea è stata molto inferiore al previsto. La riforma del 2011, intanto, è rimasta in piedi come cornice ordinaria.

La ritirata con Quota 103

Con Meloni a Palazzo Chigi e Salvini vicepremier, la parola «abolizione» è evaporata. È nata Quota 103 (62+41), ma in versione asciutta: calcolo interamente contributivo, tetto all’assegno fino a quattro volte il minimo fino ai 67 anni, finestre più lunghe (7–9 mesi). L’uso è rimasto modesto e via via più selettivo, con volumi di domanda inferiori alle attese; nel frattempo l’ordinario è rimasto quello della Fornero. La sequenza 100–102–103 non ha sostituito la riforma del 2011: ha prodotto deroghe via via più restrittive e a scadenza.

La bandiera identitaria è rimasta sullo sfondo: Quota 41 «per tutti». Non è arrivata per una ragione semplice: costa. Le stime più citate quantificano oltre 65 miliardi in nove anni. Da qui gli slittamenti: dall’«entro un anno» al «fine legislatura», fino alle versioni “light” con ricalcolo contributivo che tagliano gli assegni pur di poter dire «l’abbiamo fatta». È il riconoscimento, tra le righe, che l’obiettivo integrale è incompatibile con i conti pubblici e con i vincoli di bilancio.

La narrazione è scivolata dall’«azzerare» allo «smontare pezzo per pezzo», fino al «abbiamo fermato la Fornero» dopo Quota 103: formule che non corrispondono agli atti. In Gazzetta Ufficiale l’architettura Fornero resta intatta nei suoi cardini: età, aspettativa di vita, calcolo. Ape sociale e misure selettive per lavori gravosi hanno tenuto insieme pezzi di consenso, ma non sostituiscono una riforma complessiva. È la differenza tra politica degli slogan e politica dei saldi: la prima riempie i talk show, la seconda fa quadrare i conti.

Il punto giuridico e quello politico

Il punto giuridico è netto: la Legge Fornero non è stata abrogata né sostituita. Quello politico pure: la promessa «Azzero la Fornero» è rimasta slogan. A fare testo sono gli atti e i bilanci, che raccontano altro: deroghe a termine, adesioni inferiori alle attese, un sistema ricondotto verso l’assetto del 2011. E quella sfida al pubblico – «se tra un anno non l’avremo fatto siete titolati a spernacchiarmi» – oggi suona come un’autocertificazione del fallimento. 

«Stop Fornero» è rimasto uno striscione buono per i palchi; il diritto positivo racconta altro. Le “quote” hanno agito come valvola temporanea, poi sempre più ristretta, senza scardinare la legge del 2011. Quota 41 universale si è rivelata economicamente insostenibile nel perimetro dato. E lo “spernacchio” evocato da Salvini, alla prova dei fatti e delle leggi, è diventato un’autocertificazione del fallimento: chi promette l’abolizione totale e consegna deroghe con assegni più bassi certifica da sé il valore attuale della promessa. Zero o giù di lì.

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Mediterranea accerchiata: la guardia che sembra una gang

A 35 miglia da Zawiya, in acque internazionali, la nave umanitaria Mediterranea è stata circondata per due ore da otto barchini con il segnale di riconoscimento spento (AIS). Alla radio insulti e intimidazioni: «Andate via». I mezzi sono rientrati verso la costa libica. Su uno si vede la livrea della Gacs, la polizia costiera del ministero dell’Interno (che opera su motovedette cedute dell’Italia, ndr), su altri il simbolo della Stability Support Authority (SSA), un potente gruppo armato di Tripoli. È il cortocircuito che conosciamo: sigle statali e milizie che si muovono insieme.

L’episodio fotografa un sistema. Da anni l’Italia e l’Unione europea finanziano la “gestione” dei confini in Libia. Il risultato è sotto gli occhi: navi civili minacciate in mare, persone intercettate e riportate in centri dove le agenzie dell’Onu segnalano violenze e detenzioni arbitrarie. La catena di comando è opaca, le sigle si sovrappongono, la linea tra Stato e bande si sbriciola. Quando un mezzo con colori ufficiali agisce come un gruppo irregolare, una quota di responsabilità ricade anche su chi paga.

Il punto ora è pratico. Servono tre decisioni verificabili: trasparenza su chi comanda cosa, sospensione dei fondi alle unità coinvolte in minacce o abusi, corridoi legali e missioni di soccorso europee coordinate. Continuare a delegare al buio significa accettare che scene come quella di Zawiya diventino routine. In mare il linguaggio è semplice: o proteggi le persone e chi le salva, oppure proteggi il ricatto di chi punta le armi. E questo non può essere il nostro nome nel Mediterraneo.

Buon martedì.

Immagine da un video ufficiale della Gacs libica

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