Europa, diritti a rischio: l’avanzata silenziosa degli integralismi interni – Lettera43
Oggi la minaccia non viene dal nemico esterno agitato nei talk, bensì da forme domestiche di fondamentalismi cristiani e islamisti che hanno imparato a parlare la nostra lingua istituzionale. Leggi anti-gender, restrizioni sull’aborto, ripristino della pena di morte: così dall’Olanda alla Polonia la democrazia è sotto pressione.
Nel racconto pubblico europeo c’è sempre un colpevole in prima fila: l’islam politico, evocato a ondate con parole totem come «califfato». Intanto nell’ombra ben illuminata delle nostre istituzioni avanzano fondamentalismi che parlano la lingua di casa e usano gli strumenti della democrazia per restringerla. La cartolina viene dai Paesi Bassi: la vicenda dello Staatkundig Gereformeerde Partij (Sgp) mostra come un partito parlamentare possa invocare la Scrittura per limitare l’accesso ai diritti politici mentre denuncia i fanatismi altrui. È più di un’anomalia da Bible Belt: il segnale di una crisi europea dell’etica liberale fatta di «specchi infranti», in cui gli estremismi si alimentano a vicenda e arretrano il perimetro dei diritti.
Contro l’idea di eleggibilità femminile
Il profilo è noto e ostinato: Sgp nasce nel 1918 nel solco del calvinismo più rigido; per decenni esclude le donne dalla rappresentanza politica, appellandosi a 1 Timoteo 2:12. Il contenzioso porta alla condanna della Corte suprema olandese (2010) e a una pronuncia di Strasburgo; seguono modifiche statutarie (2006 per l’iscrizione, 2013 per le candidature), ma la conformità resta minima. L’elezione di Lilian Janse a Vlissingen nel 2014 non cambia l’ortodossia nazionale: nel maggio 2025 i delegati respingono a larga maggioranza (299 a 53) l’idea stessa di eleggibilità femminile nei testi fondativi, mentre il partito conserva tre seggi alla Tweede Kamer grazie alla fedeltà della sua “cintura della Bibbia”. È la dimostrazione che una dottrina illiberale può stabilizzarsi dentro una democrazia liberale sfruttandone le garanzie.
Divieto di aborto e zone libere da Lgbt
Il caso olandese non è isolato. In Polonia il quasi-divieto di aborto passa per via giudiziaria con la regia intellettuale di Ordo Iuris e il contorno delle “zone libere da Lgbt”, segno di una teologia che entra dalla porta di servizio nella legge ordinaria. In Ungheria la legge del 2021 che limita contenuti su identità e orientamento è oggi al vaglio della Corte di giustizia, dopo il parere dell’avvocata generale che ne indica la contrarietà ai diritti fondamentali.

Chiusure di moschee e associazioni accusate di islamismo
In Francia il governo scioglie il gruppo integralista cattolico Civitas per incitamento all’odio, mentre sul fronte opposto applica la normativa “anti-separatismo” con chiusure di moschee e associazioni accusate di islamismo, spostando il baricentro della laicità sull’asse sicurezza. In Spagna, dove Vox condiziona governi regionali, riemergono «pin parentale» e protocolli dissuasivi sull’aborto (Castiglia e León), poi stoppati da Madrid. A Malta, fino al 2023, l’aborto è vietato in toto e la riforma introduce solo un’eccezione minima; in Bulgaria nel 2024 arriva un divieto di “propaganda Lgbt” nelle scuole. È un’Europa a macchia di leopardo, ma la direzione è chiara.
Campagne “pro-famiglia” e “anti-gender”
Il disegno non è spontaneo. Documenti e inchieste ricostruiscono reti transnazionali che coordinano campagne “pro-famiglia” e “anti-gender”. “Agenda Europe” ha messo in un manifesto, “Restoring the Natural Order”, la tattica: riappropriarsi del linguaggio dei diritti per smontarli, sfruttare fondi pubblici, formare quadri giuridici. A fare da hub comunicativo ci sono CitizenGO/HazteOir, con snodi a Bruxelles e nelle capitali. Persino un europartito riconosciuto, l’allora European Christian Political Movement (oggi European Christian Political Party), ha cofinanziato con fondi europei alcuni summit, salvo poi ammettere l’“errore”: una infrastruttura che consente a piccoli attori nazionali di pesare oltre la loro forza elettorale.

Il partito “Islam” che teorizza la sharia come fonte del diritto
In questo quadro esiste anche lo specchio islamista. In Belgio il partito “Islam” teorizza la sharia come fonte del diritto e persino il ripristino della pena di morte, ottenendo seggi municipali in quartieri come Molenbeek e offrendo sponda narrativa all’identitarismo europeo. Sullo sfondo agiscono reti come i Fratelli Musulmani e un salafismo spesso “quietista”, che alimenta radicalizzazioni. Ma la risposta statuale rischia scorciatoie: in Francia la stretta “anti-separatismo” ha moltiplicato chiusure e controlli amministrativi; in Austria l’operazione “Luxor” e la controversa “Islam-Map” hanno inaugurato una cartografia del sospetto criticata da giuristi e società civile. Qui la difesa della laicità tende a confondersi con dispositivi generalizzati che normalizzano l’idea di comunità “a rischio per natura”.

L’arretramento corre su tre piani collegati
La traiettoria è confermata dai rapporti aggiornati al 21 agosto 2025: l’arretramento corre su tre piani collegati. Normativo, con leggi “anti-gender”, restrizioni all’aborto e filtri religiosi alla rappresentanza. Culturale, con il ritorno di famiglia, genere e sessualità a terreni “non negoziabili” e la riduzione del dissenso a propaganda. Istituzionale, con reti ben finanziate che colonizzano policy e agenda, mentre la reazione dell’Ue è lenta e spesso affidata al contenzioso.
Quali strumenti per contrastare il fenomeno
Non mancano gli strumenti: standard minimi vincolanti su parità e laicità, condizionalità sui fondi europei quando le riforme comprimono diritti fondamentali, trasparenza sui finanziamenti alle reti transfrontaliere “pro-famiglia”, alfabetizzazione civica e religiosa nelle scuole, tutela delle voci interne alle comunità religiose che difendono il pluralismo. Ma la premessa è politica: riconoscere che la minaccia più efficace ai diritti europei oggi non viene dal nemico esterno agitato nei talk, bensì da forme domestiche di integralismo che hanno imparato a parlare la nostra lingua istituzionale. Guardarle in faccia è il primo atto di difesa della democrazia liberale. E farlo senza doppi standard.
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