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Doppia morale dell’Italia: prima condanna poi investe

Doppia contabilità italiana: in pubblico «linea critica» su Gaza, in riservato il braccio finanziario del governo investe sulle startup israeliane. Cassa Depositi e Prestiti, fondo sotto il MEF da 4,7 miliardi, ha iniziato a investire in società israeliane, con focus su intelligenza artificiale e quantistica e l’obiettivo di portarne attività in Italia. La notizia è stata rivelata dal quotidiano economico israeliano «Globes». 

Nel pezzo si ricostruisce l’ingresso di CDP nel round di Classiq insieme a SoftBank (operazione valutata 20–30 milioni di dollari) e la strategia di «decine di milioni» su altre realtà, con la motivazione della «sovranità digitale» e della competitività del Paese. Le parole chiave arrivano dal responsabile degli investimenti diretti di CDP Venture Capital, Alessandro Scortecci, che rivendica il contributo alla competitività italiana «sul palcoscenico globale». 

Il passaggio politicamente più sensibile è attribuito a «una fonte israeliana di alto livello a conoscenza dell’attività del fondo»: Giorgia Meloni sarebbe «pienamente informata» del dossier e CDP viene considerata «uno strumento importante di politica pubblica», in coerenza con il programma da un miliardo per l’IA. Nel frattempo, il fondo sovrano norvegese avvia dismissioni da società israeliane: due traiettorie opposte nello stesso contesto di guerra e accuse di crimini internazionali. 

In Italia, su questo, nessuna prima pagina: eppure si tratta di denaro pubblico e politica estera. Palazzo Chigi e MEF riferiscano in Parlamento, rendano pubblici i documenti, aprano il dossier: l’ambizione tecnologica vive solo dentro un perimetro democratico verificabile.

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Prezzi pazzi e stipendi a picco: casa più cara del salario minimo

Nel 2025 l’Europa ha aumentato i salari minimi in quasi tutti i Paesi che li prevedono. Ma il guadagno reale, per chi è in fondo alla scala salariale, si ferma sulla soglia di casa: in media i percettori del minimo destinano il 34,8% del reddito all’alloggio, contro il 26,2% dei meglio retribuiti. È il dato che rovescia l’ottimismo dei grafici: i rialzi ci sono, la vita non costa meno. E l’autonomia diventa un lusso. Quasi uno su due tra i 16–34enni che guadagnano il minimo vive ancora con i genitori: 48,9%. La maggioranza non sceglie; è costretta. L’uscita dalla famiglia, nell’UE, avviene in media a 26,3 anni. Dove gli affitti corrono, l’età si allunga.  

La fotografia di Eurofound è nitida: il costo della casa «smorza» l’effetto degli adeguamenti legati alla direttiva europea sui salari minimi. L’indice c’è, ma la vita reale è altrove: il carico abitativo si mangia l’aumento. Senza politiche integrate su affitti, edilizia sociale e sostegni mirati, il salario minimo resta un pavimento con l’acqua che sale. 

Una generazione parcheggiata

L’abitare è il nuovo cuscinetto sociale, ma funziona al contrario: ammortizza comprimendo i progetti. La casa che non c’è frena la mobilità del lavoro, ritarda la formazione di famiglie, erode natalità. È un circuito chiuso: senza un tetto accessibile non si accetta un lavoro in un’altra città; senza lavoro stabile non si firma un contratto d’affitto. Nel mezzo, anni in sospeso. 

Il paradosso si vede meglio nelle aree metropolitane: dove si trovano le opportunità, i canoni espellono i salari bassi. Milano ha raggiunto affitti medi che assorbono oltre metà del budget familiare; Roma segue a ruota. Il risultato è un doppio filtro: geografico e di classe. La «lotteria della nascita» — avere genitori con una casa capiente — pesa più del merito. 

Il caso Italia: vuoto di legge, morsa metropolitana

L’Italia è una delle cinque eccezioni europee senza salario minimo legale. A differenza dei Paesi nordici, la copertura della contrattazione non basta a proteggere i lavoratori poveri, specie nei comparti più esposti. Da anni i salari reali ristagnano, mentre l’alloggio corre. Il risultato è un Paese ad alto costo senza una base salariale garantita: l’età di uscita dalla famiglia resta attorno ai 30 anni, ben sopra la media europea.  

Sulla carta, la direttiva 2022/2041 spinge a misurare l’adeguatezza dei minimi; nella pratica, Roma evita la scelta. La proposta unitaria di opposizione per fissare 9 euro lordi l’ora è stata svuotata con una delega generica al governo. E quando la Toscana ha introdotto una soglia da 9 euro negli appalti, l’esecutivo l’ha impugnata ad agosto: un messaggio chiaro alle Regioni che provano a forzare la mano. Nel frattempo i canoni nelle grandi città restano a livelli storicamente elevati. 

L’inerzia legislativa si somma a un’emergenza sociale che i numeri degli sportelli raccontano ogni settimana: sempre più famiglie chiedono aiuto per l’affitto, mentre i fondi nazionali a sostegno della locazione e per la morosità incolpevole vivono di rifinanziamenti episodici, mai strutturali. È la cornice in cui il lavoro povero paga il prezzo più alto. 

Politica ferma, problema che corre

Il nodo è semplice: salari e casa non possono essere trattati come due dossier separati. Un minimo legale — o, in alternativa, un sistema che renda esigibili i minimi dei contratti realmente rappresentativi — sarebbe il primo argine contro i contratti pirata. Ma senza un piano casa credibile, l’argine salta. Servono offerta di edilizia sociale, regole sugli affitti brevi, standard nazionali per gli alloggi per studenti, detrazioni mirate sui primi contratti. Altrimenti la percentuale del 34,8% resterà il promemoria di una politica che alza la paga con una mano e regala l’aumento ai proprietari con l’altra.  

L’Italia paga un conto doppio: non ha un salario minimo legale e non ha ancora un’idea di abitare all’altezza della crisi. La conseguenza è una generazione parcheggiata, una mobilità del lavoro inceppata, un Paese che perde capitale umano. Finché il governo continuerà a rinviare la scelta sui salari e a distribuire bonus a pioggia sull’alloggio, il divario tra redditi bassi e costo della casa resterà la vera tassa occulta sulla gioventù. 

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L’economia di guerra ha vinto: Gino Strada lo aveva detto

Ieri, 13 agosto, abbiamo ricordato Gino Strada. Quattro anni che sembrano cento: lo dice lo scarto fra la sua grammatica della cura e il lessico aziendale con cui oggi si discute di guerra. Si parla di filiere e rendimenti; si invoca una “sicurezza” che esige più armi, più segretezza, meno diritti; i tiranni cambiano profilo a seconda degli interessi, e Netanyahu passa per amichevole discolo.

Strada, con la precisione di chi ha suturato corpi, ci lasciò istruzioni semplici: “Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire. Soltanto dei cretini potevano pensare di continuare a fare guerre in giro per il mondo senza che questo avesse delle ricadute sull’Europa e sul nostro Paese. Purtroppo i cretini ci sono e sono spesso in posizioni molto alte nella società”. “I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi”. “La guerra rappresenta la più grande vergogna dell’umanità”.

Queste non sono frasi fatte: sono un metodo di lavoro, che chiede di guardare la realtà dal punto di vista delle vittime, far coincidere il diritto con la pratica, rifiutare l’ipocrisia delle parole che disinfettano i crimini. In questi quattro anni, mentre il fronte scivolava verso l’economia di guerra, la politica ha smesso di nominare l’abolizione della guerra come progetto; l’ha sostituita con la “gestione del conflitto”, cioè con l’arte di farlo durare. Il risultato è un impoverimento culturale che diventa sociale: più spesa militare, meno scuola e sanità; più propaganda, meno verità; più paura, meno comunità.

Ricordare Strada non significa santificarlo. Significa prendere sul serio la sua proposta e farne un criterio per giudicare alleanze, bilanci, notizie. “Abolire la guerra” non è una bandiera per anime belle: è un dispositivo politico, verificabile nei fatti: evacuazioni, diplomazia, trattati, investimenti sulla cura. Se ieri abbiamo detto “ciao Gino”, la risposta è provarci: non è facile; l’alternativa è un secolo di regressione. E il conto, alla fine, lo pagano gli ultimi.

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Se Sala è colpevole, Salvini è colpevolissimo

Roberto Vannacci ha deciso che il sindaco di Milano porta una «responsabilità morale enorme» per la morte di Cecilia De Astis, investita da un’auto pirata guidata da quattro minorenni. Perché governa la città. Applicando la stessa aritmetica politica, il suo segretario Matteo Salvini si ritroverebbe un inventario di tragedie. Da ministro dell’Interno durante il crollo del Ponte Morandi (43 morti) e la strage di Corinaldo (6 morti). Nei mesi dei “porti chiusi”, oltre 3.500 migranti morti o dispersi nel Mediterraneo, con naufragi come quello del 1° settembre 2018 (più di 100 morti) o del 25 luglio 2019 (circa 150 dispersi). Da ministro delle Infrastrutture nel governo Meloni, il naufragio di Cutro (94 morti, 35 minori), l’alluvione in Emilia-Romagna (15 morti) e l’incidente ferroviario di Brandizzo (5 morti). E poi le migliaia di vittime della strada negli anni di governo, nonostante codici riscritti e annunci di svolte epocali.

So bene che la responsabilità politica non si misura con il pallottoliere dei cadaveri e che la realtà è più complessa di un titolo a effetto. Ma quando un parlamentare decide di piegare una tragedia privata in arma da scagliare, l’unico modo per svelarne l’impostura è riprodurne lo schema fino a mostrarne il ridicolo. Se davvero volessimo misurare il valore di chi governa contando i morti, il metro finirebbe per scottare tra le mani di chi lo impugna. Ho dovuto quindi scrivere un editoriale così stupido per smascherare la stupidità, sapendo che la stupidità, come certe erbacce, prospera proprio nel terreno che la espone.

Buon mercoledì

 

foto Gov

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Immigrazione, a Torino condannata la Questura per discriminazione: il volto sistemico dell’Italia che nega il diritto d’asilo

L’8 agosto 2025 il Tribunale civile di Torino, con la sentenza n. 3818/2025, ha stabilito che l’organizzazione dell’Ufficio Immigrazione produceva discriminazione diretta nell’accesso alla procedura di asilo. Una violazione accertata in termini individuali e collettivi. Il verdetto ordina di riorganizzare il servizio «sul modello Milano» entro quattro mesi, vieta le code notturne, impone un sistema di prenotazione trasparente e condanna il Ministero dell’Interno – in solido con la Questura – al pagamento di 13.000 euro di spese legali. Il Viminale ha annunciato ricorso.

La prova di un modello inaccessibile

Il caso nasce da una class action di 18 richiedenti asilo, sostenuti da Asgi e Cgil, per contestare un sistema organizzativo che rendeva di fatto impossibile presentare la domanda di protezione. Le evidenze raccolte documentano attese di giorni all’aperto, assenza di servizi essenziali, ingressi regolati da criteri opachi e discrezionali. Il Tribunale ha qualificato come “mortificanti” le condizioni riservate agli utenti, accertando che l’assenza di un sistema di prenotazione e la selezione arbitraria all’ingresso costituivano una barriera invalicabile. Non rileva l’intenzione soggettiva dell’amministrazione: basta l’effetto oggettivo di una prassi che impedisce a una categoria definita – i cittadini stranieri – di esercitare un diritto previsto dalla legge.

Sei Questure sotto i riflettori giudiziari

Torino è parte di un quadro più ampio. Negli ultimi tre anni almeno altre cinque Questure – Roma, Parma, Bologna, Monza e Verona – sono state destinatarie di provvedimenti giudiziari per ostacoli illegittimi nell’accesso alla protezione internazionale. A Roma, dal 2023 al 2025, ordinanze hanno imposto di formalizzare domande anche per detenuti e titolari di “protezione speciale”, censurando l’assenza di sistemi di prenotazione e le code notturne. A Parma, nel 2023, il Tribunale di Bologna ha dichiarato illegittimi i ritardi che impedivano l’accesso all’accoglienza. A Monza e Brianza, nel 2024, la formalizzazione è stata ordinata dopo un anno di inerzia. A Verona, lo stesso anno, il Tribunale ha ridotto da otto mesi a 45 giorni l’attesa per un appuntamento. In Veneto sono in corso azioni collettive per ritardi sistematici superiori ai tre mesi.

Il quadro normativo

Il quadro normativo è chiaro. L’articolo 26 del d.lgs. 25/2008 impone la verbalizzazione della domanda entro tre giorni, prorogabili a dieci in casi eccezionali. Gli articoli 4 e 22 del d.lgs. 142/2015 garantiscono il rilascio del permesso provvisorio e il diritto al lavoro dopo 60 giorni dalla formalizzazione. Le prassi censurate ignorano sistematicamente questi termini, imponendo richieste di documenti non previsti – come il passaporto o la dichiarazione di ospitalità – e ritardando il rilascio del titolo provvisorio, con effetti diretti sull’accesso al lavoro e all’accoglienza. La giurisprudenza europea (Corte di giustizia UE, causa Danqua) vieta modalità che rendano “in pratica impossibile o eccessivamente difficile” l’esercizio del diritto d’asilo.

La catena delle responsabilità

La competenza operativa è della Questura, responsabile della ricezione e verbalizzazione delle domande. La responsabilità politica e strategica ricade sul Ministero dell’Interno, chiamato a garantire risorse, linee guida e monitoraggio. La condanna di Torino ha accertato il fallimento di entrambi i livelli: l’organizzazione locale incapace di garantire l’accesso, il centro inerte di fronte a un sistema inadeguato. Il sottodimensionamento degli organici – circa il 30% in meno rispetto alle dotazioni previste – e l’assenza di una pianificazione strutturale alimentano prassi di esclusione già radicate.

Un costo sociale e istituzionale

Alle spese legali e ai risarcimenti si sommano costi indiretti: emergenza abitativa, esclusione dal lavoro regolare, impossibilità di accedere alla sanità. Per i richiedenti asilo, la mancanza di un permesso valido o della ricevuta della domanda significa vivere in un limbo giuridico, esposti a sfruttamento e marginalità. Per lo Stato, significa un contenzioso crescente e una perdita di credibilità istituzionale.

La sentenza di Torino, con il richiamo esplicito al “modello Milano” come parametro di legalità, è un precedente che smentisce la giustificazione dell’eccessivo carico di lavoro. Dimostra che, a parità di norme, un’organizzazione rispettosa dei diritti è possibile. La scelta ora è politica: intervenire per riformare o continuare a difendere in appello un sistema già dichiarato illegittimo.

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Un’Italia più vecchia e più povera, verso l’inverno demografico: dodici milioni di lavoratori in meno entro il 2060

L’Employment Outlook 2025 dell’Ocse non lascia margini di ambiguità: l’Italia è il Paese più esposto tra i 38 membri all’impatto del declino demografico. Da qui al 2060, la popolazione in età lavorativa crollerà del 34%, un’erosione di circa dodici milioni di persone. Il ritmo della riduzione è quattro volte superiore alla media Ocse.

L’attuale apparente “piena occupazione” maschera un paradosso. I livelli record di partecipazione al lavoro sono sostenuti soprattutto dai lavoratori più anziani, trattenuti dalle riforme pensionistiche, ma destinati a uscire in massa nei prossimi anni. Le nuove coorti, numericamente ridotte da decenni di bassa natalità, non basteranno a sostituirli. È il picco finale prima di una caduta demograficamente garantita.

Produttività ferma, Pil in caduta

Se la produttività dovesse restare sui valori medi degli ultimi anni (+0,31% annuo), il Pil pro capite subirebbe una contrazione media dello 0,5% l’anno, pari a un -22% cumulato al 2060. Lo scenario opposto – crescita della produttività all’1,34% annuo – permetterebbe solo di mantenere invariato il tenore di vita. Ma per ottenere quel ritmo servirebbe un’accelerazione mai registrata negli ultimi due decenni, con investimenti e innovazione che il sistema produttivo, frammentato e sotto-capitalizzato, oggi non sembra in grado di generare.

Le cause del collasso sono strutturali. Il tasso di fecondità totale è sceso a 1,18 figli per donna, tra i più bassi dell’Ocse, con appena 370mila nascite nel 2024 e un’età media delle madri di 32,6 anni. L’invecchiamento è tra i più rapidi al mondo: un anziano ogni 2,4 lavoratori oggi, quasi uno ogni 1,3 entro il 2060. Il saldo migratorio positivo attenua ma non annulla il declino, anche perché l’apporto demografico degli stranieri si riduce e la “fuga dei cervelli” priva il Paese di capitale umano qualificato.

Divari strutturali e Sud Italia in ritirata

A peggiorare il quadro è il cronico sottoutilizzo del lavoro disponibile. Il tasso di occupazione complessivo è al 62,9%, quasi otto punti sotto la media Ocse. Il divario di genere è tra i più alti in Europa: il tasso di occupazione femminile si ferma al 49%, con una concentrazione in settori a bassa retribuzione e un’alta incidenza di part-time involontario. I giovani Neet sono 1,34 milioni (16,1% della fascia 15-29 anni), con picchi nel Mezzogiorno superiori al 35%, a testimonianza di una frattura territoriale profonda che alimenta esclusione sociale ed emigrazione interna. In intere aree del Sud, la perdita di capitale umano giovanile è ormai strutturale, accelerando il declino economico locale.

La stagnazione della produttività è il vero collo di bottiglia: scarsa intensità di capitale, prevalenza di microimprese incapaci di economie di scala, disallineamento tra competenze e fabbisogni produttivi. Sul fronte salariale, l’Italia ha registrato dal 1990 al 2023 un calo reale del 3,4%, mentre Francia e Germania crescevano di circa il 30%. L’erosione del potere d’acquisto, accentuata dall’inflazione post-pandemica, rischia di indebolire ulteriormente la coesione sociale e la domanda interna.

L’Ocse indica quattro direttrici d’azione: mobilitare donne e giovani oggi inattivi; rilanciare la produttività con investimenti in capitale umano e innovazione; riformare welfare e pensioni per garantire sostenibilità; sviluppare una politica migratoria strutturale. Ma i dati dicono che senza una strategia integrata – servizi per l’infanzia diffusi, formazione tecnica e scientifica, politiche attive mirate, integrazione tra scuola e lavoro – il rischio è quello di un “declino gestito”: un Paese più vecchio, più povero, meno influente. Con una finestra temporale per intervenire che si restringe ogni anno.

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“Land, Not Life”: la formula del genocidio a Gaza

C’è un punto dirimente per dividere i collaborazionisti dagli analisti: il piano di Netanyahu non ha nulla a che vedere con la sicurezza o con la fine della guerra. È il compimento di una logica dichiarata: terra al posto delle vite. “Land, Not Life” non è un titolo a effetto, è la formula di governo. Prendere Gaza, non salvarla.

Contro ogni evidenza strategica, l’esecutivo israeliano punta alla spoliazione civile e alla cancellazione fisica di chi la abita: un milione di persone spinte verso lo sfollamento forzato, in una campagna militare che non distingue più tra obiettivo militare e resistenza all’annientamento. Lo stesso establishment israeliano avverte il rischio di una trappola militare e morale, ma la coalizione al potere è salda: la visione messianica di “Greater Israel” giustifica ogni passo, ogni vittima, ogni rovina.

Le vittime palestinesi quindi non sono un “effetto collaterale”. Basta ipocrisia: sono la condizione necessaria del progetto. È questo che rende Gaza il laboratorio di un genocidio visibile, annunciato, documentato giorno per giorno. Eppure, come da mesi, le cancellerie occidentali si rifugiano nelle formule di rito, rimandano, promettono verifiche, si limitano a “monitorare la situazione” mentre il terreno si riempie di fosse comuni e le mappe militari sostituiscono le strade delle città.

Quello che a Gaza si consuma oggi non è l’ennesima pagina nera della storia: è un crimine in diretta, permesso dall’immobilismo di chi dovrebbe fermarlo e scelto da chi lo esegue come dottrina di governo. Mentre quelli si lambiccano sui termini stanno sprofondando le persone.

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Meloni parla di lettini, l’Italia pensa al mutuo

Giorgia Meloni ha scelto di trasformare un dato parziale in una bandiera: «Il turismo cresce, Schlein dice falsità». Lo ha scritto sui social, citando le rilevazioni del Viminale sugli arrivi estivi. Ma nei numeri che agita come trofei c’è un dettaglio che non compare nei post: la crescita è trainata dagli stranieri, mentre gli italiani in vacanza sono sempre meno. Secondo stime di settore, nelle località balneari più popolari il calo di presenze italiane a luglio ha toccato punte del 20–25%, in parte compensate da arrivi dall’estero. È il segno di una spaccatura sociale profonda: le spiagge non sono vuote, ma a svuotarsi è la classe media.

Non serve chiederlo all’opposizione: lo riconoscono gli stessi alleati della premier. Matteo Salvini, interpellato sul tema, ha messo da parte la retorica balneare e ammesso l’evidenza: «Il problema non è il lettino o l’ombrellone a Forte dei Marmi, il problema è il mutuo». È una frase che vale più di un bilancio: i salari italiani sono fermi da anni, erosi dall’inflazione, incapaci di reggere il costo della vita. Lo dice anche il presidente di Assobalneari Fabrizio Licordari: «Anche con due stipendi, molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese. Le prime spese a saltare sono quelle per le vacanze».

Il quadro dei prezzi completa la scena: l’onda lunga dei rincari ha colpito tutto ciò che rende possibile partire. A luglio i voli nazionali sono saliti sensibilmente rispetto all’anno scorso, i traghetti pure; una parte dell’hotellerie ha riempito con sconti last minute stanze rimaste invendute, mentre file di ombrelloni sono rimaste chiuse. Consumatori e operatori lo dicono da settimane: non è una crisi d’immagine, è un problema di portafogli. Dove la domanda domestica arretra e il turnover lo fanno gli stranieri, l’Italia reale resta fuori dall’inquadratura.

C’è poi il non detto statistico che la propaganda non spiega: la banca dati “Alloggiati” misura i check-in nelle strutture ricettive, non la capacità di spesa delle famiglie né la composizione sociale di chi viaggia. Una curva che sale può nascondere un Paese che cambia faccia: più turisti esteri ad alta spesa, meno italiani e meno classe media. È la fotografia che scorre sotto i post trionfali: un’Italia-vetrina che non coincide con l’Italia che fa la spesa.

Il paradosso è che Meloni reagisce alle accuse di Schlein – «milioni di italiani rinunciano alle vacanze» – come se fosse lesa maestà, accusando chi denuncia la crisi di “screditare la nazione”. Eppure, secondo Istat ed Eurostat, oltre il 31% della popolazione italiana non può permettersi nemmeno una settimana di ferie, la percentuale più alta d’Europa. Sono più di 18 milioni di persone. In parallelo, oltre 5,6 milioni vivono in povertà assoluta, e il numero cresce da tre anni consecutivi.

Questa non è propaganda: è il ritratto di un Paese in cui il turismo di lusso convive con famiglie che non riescono a pagare l’affitto o a mettere insieme i pasti. In cui il governo, mentre celebra le cifre aggregate di arrivi e presenze, blocca il salario minimo e non interviene sul caro-bollette, sul caro-affitti, sull’aumento record dei generi alimentari. Dove l’assenza di una politica seria sui salari e sui contratti si traduce in milioni di rinunce: non solo alle ferie, ma alla vita quotidiana.

La narrazione ufficiale è quella di un’Italia attrattiva, forte, “orgogliosa di sé”. Quella reale è un Paese dove chi lavora è più povero, dove il turismo è una vetrina per stranieri e un lusso inaccessibile per chi vive qui. Salvini, senza volerlo, ha fatto cadere il sipario: non è il mare il problema, ma la terra sotto i piedi. E lì, tra stipendi fermi e costi insostenibili, l’acqua è già alla gola. Non basteranno arrivi record dall’estero a raddrizzare un modello che esclude i residenti: finché i conti non tornano in cucina, davanti al frigo e all’affitto, ogni esultanza sui lettini resta un manifesto pubblicitario. E mal riuscito.

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Trump l’imbonitore e l’Europa da scenografia

Uno squilibrato incidentalmente presidente degli Stati Uniti d’America – Donald Trump – sta gestendo il conflitto in Ucraina come un reality show di cui lui è l’assoluto protagonista. Nella sceneggiatura della Casa Bianca Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky sono banalmente le spalle. Il primo è l’impero del male, con la fisiognomica perfetta di chi non vuole decadere. Il secondo è lo sconfitto designato – dal copione – che annoia il pubblico per il suo pietoso insolentire.

Inutili le analisi e inutili gli editoriali pensosi. Ieri Trump di fronte ai giornalisti ha letteralmente dichiarato che «ci saranno dei cambiamenti nel territorio… La Russia si è impossessata di alcuni territori di prima qualità. Si è impossessata in gran parte di terreni oceanici, che chiamiamo proprietà fronte mare. Sono sempre le proprietà più preziose». Sembra l’apertura di una puntata di “Temptation Donbass” perché è esattamente così: Trump l’imbonitore, Trump l’anestetico della complessità, Trump che fa spettacolo sui corpi degli assediati, dei bombardati, dei periferici, dei devastati.

L’aspetto moralmente più contundente del triste spettacolo è però l’Unione europea, nelle forme e nelle facce della presidente von der Leyen, della sua commissaria Kallas, dei capi (e cape) dei governi in Europa e del caravanserraglio sghembo di tutti i ministri degli esteri. Questi sono pura scenografia, stantia, ma cicaleggiano da leader rilasciando comunicati stampa che non pesano nemmeno come un’interferenza lontana. Sculettano da leader. Hanno ragione: mai visti dei campioni di rarefazione politica di tal guisa.

Buon martedì.

Foto di Jørgen Håland su Unsplash

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Migranti, Starmer insegue Trump: arruolate le piattaforme di delivery per stanare gli irregolari

Nel Regno Unito di Keir Starmer, il partito nato dalle lotte dei lavoratori ha scelto di combattere il lavoro irregolare trasformando le piattaforme di delivery in agenti di polizia amministrativa. Il 22 luglio il governo ha firmato con Deliveroo, Just Eat e Uber Eats un accordo che va oltre i controlli interni già esistenti: l’Home Office condivide con le aziende la posizione degli “asylum hotels”, gli edifici turistici o dismessi riconvertiti in alloggi per richiedenti asilo, per incrociare i dati con le rotte dei rider e individuare chi lavora senza permesso. In parallelo, sono stati introdotti controlli biometrici giornalieri e tecnologie anti-frode avanzate.

In una sola settimana di operazioni, dal 20 al 27 luglio, sono stati effettuati 1.780 controlli, 280 arresti e revocati i sussidi a 53 richiedenti asilo. Il governo rivendica un +50% di ispezioni per “illegal working” e promette di estendere l’obbligo di verifiche anche a tutti i lavoratori della gig economy, con sanzioni fino a 60.000 sterline per chi impiega migranti irregolari. L’impianto è chiaro: spostare sul settore privato il peso dell’enforcement, fondendo banche dati pubbliche e infrastrutture di sorveglianza aziendali.

La sorveglianza come regola

La logica dichiarata è quella di smantellare il business dei trafficanti e proteggere “i lavoratori onesti”. La realtà documentata da Refugee Council e Joint Council for the Welfare of Immigrants è diversa: vietare il lavoro regolare ai richiedenti asilo, costringerli a mesi o anni di inattività e poi criminalizzare il ricorso a lavori precari significa mantenere in vita l’irregolarità prodotta dal sistema stesso. Il Regno Unito, libero dai vincoli Ue, ha scelto di ignorare la direttiva europea sui lavoratori delle piattaforme che introduce una presunzione legale di subordinazione e limiti alla sorveglianza digitale.

Il giro di vite non si ferma ai rider. Nel White Paper del 12 maggio, il governo ha ridotto da due anni a 18 mesi il visto post-laurea per studenti internazionali, imposto controlli biometrici periodici e previsto un prelievo obbligatorio del 6% sulle rette estere da versare allo Stato. Ha inoltre alzato i requisiti per il visto di lavoro qualificato – ora serve almeno una laurea e un salario minimo più alto – e allungato da cinque a dieci anni il percorso per ottenere la residenza permanente, con eccezioni solo per alcune professioni sanitarie.

Università e lavoro sotto pressione

Gli effetti potenziali sono rilevanti: nel 2022/23 quasi metà delle entrate universitarie proveniva da studenti internazionali, ora disincentivati da costi più alti e percorsi più brevi. Per molti atenei, significa un colpo alla sostenibilità economica e alla capacità di attrarre talenti globali.

Sul piano politico, la convergenza con Donald Trump è evidente nelle modalità di enforcement, nell’uso del linguaggio del “controllo” e nella delega della sorveglianza al settore privato. Negli Stati Uniti, l’amministrazione repubblicana ha fatto di E-Verify e delle partnership con data broker un’arma contro il lavoro irregolare; Starmer ha scelto come apripista il delivery, ma con la stessa logica di rendere “frizionale” la vita lavorativa degli irregolari.

La differenza è nella scala e nella cornice giuridica: Trump punta alla deportazione di massa e alla riscrittura delle regole costituzionali, Starmer agisce all’interno dell’ordinamento britannico. Ma la direzione è simile: deterrenza, detenzione, deportazione. Con la differenza che a Londra queste politiche sono state varate da un governo laburista, mentre nelle piazze universitarie e nelle cucine dei ristoranti si fa sempre più evidente il prezzo sociale di questa scelta.

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