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Ma noi abbiamo visto già tutto

L’ultimo atto della notte di San Lorenzo, a Gaza, non è stato uno spettacolo di stelle cadenti. È stata la luce livida di un’esplosione a illuminare la tenda di Al Jazeera accanto all’ospedale di al-Shifa, dove Anas al-Sharif e altri cinque membri della redazione sono stati uccisi. Un giornalista che aveva trasformato il suo obiettivo in testimonianza quotidiana del genocidio, e che per questo era stato indicato come “bersaglio” da una campagna diffamatoria dell’esercito israeliano. La sua unica arma era la verità, e l’ha pagata con la vita.

Israele sostiene che “si spacciasse per giornalista” e che fosse con Hamas. È la stessa strategia che, da Shireen Abu Akleh in poi, cerca di neutralizzare le voci scomode prima di eliminarle fisicamente. La sequenza è sempre più chiara: prima la delegittimazione, poi il fuoco. La guerra di Benjamin Netanyahu non si limita a radere al suolo Gaza; punta a cancellarne anche la memoria, eliminando chi potrebbe trasmetterla al mondo.

Mentre la fame uccide già cento bambini, mentre gli aiuti vengono colpiti e le “zone sicure” bombardate, il premier israeliano annuncia un’operazione ancora più vasta, ringrazia Donald Trump per il sostegno e respinge come “menzogne globali” le accuse di genocidio. In parallelo, dal 31 agosto, la Global Sumud Flotilla salperà con decine di imbarcazioni per rompere il blocco e consegnare aiuti, sostenuta da attivisti di oltre 44 Paesi.

In fondo, la morte di Anas e dei suoi colleghi dice già tutto: non è un “effetto collaterale” ma il cuore stesso di una strategia che teme i testimoni più delle armi. Ma noi abbiamo visto già tutto. 

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Regionali, tra lista Zaia e logoramento: il Veneto come banco di prova per il Centrodestra

Luca Zaia ha scelto il Corriere della Sera per ribadire che la sua lista civica si presenterà alle prossime regionali venete. “La lista col mio nome porta voti al centrodestra” ha detto il governatore uscente, respingendo l’accusa di narcisismo e rivendicando una formula già sperimentata in passato. A bloccarlo non è il consenso – ancora altissimo – ma il tetto al terzo mandato, difeso da Giorgia Meloni anche a costo di un contenzioso costituzionale. Il risultato è un braccio di ferro che ormai ha travalicato i confini regionali, diventando un test sulla leadership nella coalizione.

Il precedente e il calcolo dei seggi

Nel 2020 la Lista Zaia ottenne un consenso superiore a quello della Lega ufficiale, attestandosi su un 44,6% che spinse la coalizione al 76,8%. Numeri che oggi il presidente leghista brandisce come prova della sua capacità di “vincere bene”, condizione che – secondo la lettura della legge elettorale veneta – aumenterebbe i seggi della maggioranza. È questo il messaggio implicito a Fratelli d’Italia: senza il traino personale di Zaia, il rischio è una vittoria meno larga e una maggioranza più fragile. Una tesi che Meloni respinge, temendo di veder certificata la supremazia del “modello Zaia” sul marchio FdI in una regione dove il suo partito alle europee 2024 è arrivato primo.

Strategie e diffidenze

Il governatore lega la lista a tre obiettivi: contenere l’astensionismo di una tornata fissata a fine novembre, garantire una maggioranza solida e rivendicare un “mandato corale” per le sfide dell’Autonomia differenziata. Meloni punta invece a un “pacchetto” di intese che riequilibri le presidenze nel Nord, concedendo il Veneto alla Lega ma senza lista personale. Antonio Tajani, dopo aver definito l’idea ”una confusione per gli elettori”, ha aperto sulla candidatura leghista ma non sul brand personale. All’interno della Lega le posizioni non sono univoche: l’assessore Roberto Marcato teme che la lista svuoti il partito, mentre il segretario veneto Alberto Stefani la sostiene come parte di un’architettura a tre gambe. La finestra legale per il voto si chiude il 23 novembre: il tempo diventa un’arma nelle mani di chi punta a logorare l’avversario.

Un logoramento calcolato

Ogni settimana di attesa riduce lo spazio per un compromesso e alimenta la pressione su Fratelli d’Italia. Salvini, dopo iniziali cautele, ha rilanciato definendo la lista ”un valore aggiunto” e portandola al tavolo con Meloni e Tajani. La mossa serve a ribadire che il Veneto resta “fortino” leghista e a rafforzare la sua posizione in un partito che nel 2024, in regione, era sceso al 14%. Per la premier, cedere significherebbe rinunciare a intestarsi la vittoria e rischiare di trasformare le regionali venete in un plebiscito pro-Zaia. Per Salvini, rinunciare vorrebbe dire ammettere che la Lega non può vincere senza il suo governatore più popolare, un segnale pericoloso anche per la sua leadership interna.

Il rischio di frattura

Dietro il duello c’è una questione più ampia: chi controlla il Nord e con quale modello politico. Zaia incarna il pragmatismo amministrativo e il radicamento territoriale della “Lega Nord” delle origini; Meloni il centralismo di un partito nazionale in espansione; Salvini è costretto a mediare, consapevole che una rottura in Veneto potrebbe avere ricadute sulla stabilità del governo e sulla tenuta dell’intera coalizione. La “Lista Zaia” è quindi più di un simbolo elettorale: è una leva per ridefinire rapporti di forza, un banco di prova che mette in gioco seggi, equilibri e il destino dell’Autonomia differenziata. In autunno, nel voto veneto, il centrodestra misurerà non solo la sua capacità di vincere, ma anche la sua tenuta come alleanza di governo.

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La macchina del fango che prepara la tomba dei giornalisti

La notte dell’11 agosto, nella tendopoli stampa accanto all’ospedale Al-Shifa, un missile israeliano ha ucciso sei professionisti di Al Jazeera: Anas al-Sharif, Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Moamen Aliwa, Mohammed Noufal e Mohamed al-Khalidi. Erano tra le poche voci rimaste a raccontare Gaza, affamati, stremati, sotto minaccia costante. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, li ricorda come «voci ormai quasi afone e occhi stanchi» che, nonostante sofferenza personale e collettiva, hanno continuato a testimoniare il genocidio israeliano. «I loro omicidi intenzionali costituiscono un crimine di guerra».

Il copione è sempre lo stesso: prima la campagna di delegittimazione, poi l’eliminazione. Mesi prima, l’IDF aveva accusato al-Sharif di essere “a capo di una cellula di Hamas” senza prove, come già accaduto con Hamza al-Dahdouh e Ismail al-Ghoul. Secondo Noury, il quotidiano Repubblica ha trasmesso in diretta la definizione «giornalista-terrorista» senza virgolette né attribuzione, aprendo la strada a una conclusione implicita: che i sei fossero un bersaglio legittimo.

In Italia, emblematico un post del giornalista del servizio pubblico Giambattista Brunori: «Anas Al Sharif, corrispondente di Al Jazeera ucciso in un attacco mirato israeliano a Gaza City. Qui un selfie con l’ormai defunto capo di Hamas Yaya Sinwar». Una foto senza contesto o comunque priva di prova di attualità. Potrebbe risalire a anni fa, ma il dettaglio non ha impedito che finisse per rafforzare la narrazione di chi giustifica l’assassinio di un cronista.

I numeri raccontano l’eccezionalità del massacro: oltre 230 giornalisti palestinesi uccisi in meno di due anni, uno ogni tre giorni, molti con giubbotti “PRESS”. Gaza è il conflitto più letale per la stampa nella storia moderna: un tasso di uccisioni dieci volte superiore a quello dell’Iraq post-2003. Più di Vietnam, Iraq e Siria messi insieme se si guarda alla densità temporale. Ma la reazione occidentale è tiepida: dove per l’Ucraina si sono visti mandati di cattura e sanzioni, qui si collezionano “profonde preoccupazioni” e richiami al “diritto di Israele a difendersi”, evitando di nominare l’aggressore nei titoli.

Il diritto internazionale umanitario è inequivocabile: l’articolo 79 del Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra riconosce i giornalisti come civili protetti. Colpirli deliberatamente è un crimine di guerra. Eppure, quaranta di quelli uccisi portavano addosso l’identificazione. La protezione non vale quando il bersaglio viene trasformato in “terrorista” da una didascalia o un post, cancellandone la legittimità professionale prima della vita stessa.

L’Ordine nazionale dei Giornalisti, in una nota diffusa l’11 agosto, ha definito «atto vile e spietato» l’ennesima uccisione deliberata di reporter a Gaza, denunciando l’uso della fame come arma di guerra, gli sfollamenti forzati e la distruzione delle infrastrutture civili e sanitarie. «Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni europee un intervento deciso in difesa della libertà di informazione e del diritto internazionale e umanitario. 250 reporter assassinati non sono sufficienti?». Una domanda che non ha ancora ricevuto risposta.

C’è un tempo in cui il giornalismo deve scegliere se restare mestiere o diventare complicità. A Gaza, i cronisti locali scelgono ogni giorno la prima via, pagandola con la vita. Qui, troppi scelgono la seconda, travestendo da informazione la riproduzione di veline e insinuazioni. Delegittimare i colleghi uccisi significa dare una mano a chi li ha voluti morti. Non è più cronaca: è collaborazionismo.

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Murgia, anniversario e avvoltoi

Troppo ciechi per osservare la caduta delle stelle ieri sono tornati a galla gli odiatori di Michela Murgia. Hanno pensato – quelli – che fossero una ghiotta occasione i quarantotto mesi passati dalla morte della scrittrice per evacuare la loro bile che avevano tenuto in serbo, pronta per gli anniversari successivi.

Michela Murgia si è portata nella tomba peccati non emendabili: ha scorto l’autoritarismo all’amatriciana che sta insozzando le istituzioni ed è quindi odiata da chi l’aveva relegata nel cassetto dei maniacali; ha previsto la caduta dell’archetipo del maschio tradizionale italiano, pronosticando perfino la maschera da commedia dell’arte dell’uomo in divisa in difesa del pregresso; ha rivendicato il diritto – nonché dovere – di parola, senza fermarsi all’elaborazione di un’opinione ma reclamando il diritto di ostentarla; ha insegnato come avviene la compressione degli spazi quando la banalità del male diventa pop.

Per il compleanno della sua morte – rito caro alla stampa – le hanno regalato qualche articolo stanco scritto di fretta copiando i ricordi dei suoi amici. Qualcuno non è riuscito a frenare l’impulso di definirla controversa. Qualcun altro ha intervistato i suoi famigliari con pochissima famigliarità , che hanno sminuito la famigliarità degli altri. Ciò che contava era avere un “Michela Murgia” dentro il sito o nei social per irretire clic.

Tutti hanno potuto tirare fuori dai cassetti i propri giudizi, i pregiudizi e perfino i postgiudizi. La missione è stata compiuta. Ma che pena per i necrofili mai abbastanza vivi, terrorizzati all’idea che i loro avversari se ne vadano tutti.

Buon lunedì.

In foto, il murale di LaiKa dedicato a Michela Murgia

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Netanyahu uccide, l’Europa paga, gli Usa proteggono

La guerra a Gaza ha consumato ogni brandello di umanità. Le cronache di questi giorni raccontano un orrore ciclico, una devastazione silenziosa che piega corpi e speranze. Il piano di Netanyahu — una conquista totale di Gaza — resta lontano dall’essere realizzato, frenato persino dall’opposizione interna e dalla “cabina di guerra” israeliana che ammonisce sui costi insostenibili, umani e strategici. La pressione internazionale aumenta: sedute d’emergenza all’ONU, parlamenti che si mobilitano — ma più che a fermare il massacro, sembra si reagisca per salvare l’immagine che ancora si può salvare.

E intanto a Gaza, mentre i grandi della politica si confrontano freddi, il dolore si legge negli occhi di chi ha perso tutto. I racconti dal territorio descrivono le infezioni, le ustioni, la cecità imposta dalle bombe e dal silenzio. Lì, ogni cura è un miraggio, ogni farmaco un’utopia. Ogni volto è un grido che il mondo rifiuta di ascoltare.

B’Tselem, Amnesty e numerosi studiosi di diritto internazionale parlano ormai chiaramente di un disegno che travalica ogni logica militare per diventare pulizia etnica — o peggio. Ogni giorno 93 persone — tra cui donne e bambini — cadono vittime di un conflitto il cui vero obiettivo sembra essersi sdoppiato: da un lato la resa di Hamas, dall’altro l’annientamento di un’intera popolazione.

Eppure, in questo squallido teatro umano, ogni passaggio verso la piena occupazione di Gaza rischia di essere l’anticamera di una guerra eterna. Gaza non è uno spazio neutro da conquistare, ma un popolo da cui partire. Anche ieri Gaza ha urlato, anche ieri il mondo ha taciuto. 

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La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo – Lettera43

Con il sequestro di oltre due tonnellate di cocaina in una fattoria di Punta Espinillo, l’Uruguay si conferma punto di stoccaggio e transito della droga. Il tempo dei boss come Morabito è tutt’altro che passato. Reti, infrastrutture e logistica internazionale sono ancora perfettamente funzionanti. Ma noi preferiamo mettere la testa sotto la sabbia.

La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo

Era solo una fattoria. Isolata, in fondo a una sterrata dimenticata dal catasto, sorvegliata da telecamere e nascosta da un canneto. Ma sotto quella terra, nel cuore di Punta Espinillo, c’erano 2.200 chili di cocaina. Stipati come scorte di guerra, pronti a partire. L’Uruguay si risveglia di nuovo con il volto livido del narcotraffico. E con la conferma che il tempo dei boss è tutt’altro che passato.

Il ruolo dell’Uruguay nel narcotraffico

L’operazione si chiama “Nueva Era”, e il nome è fin troppo preciso. Perché qui non si tratta più solo di latitanze e arresti eccellenti. Qui c’è un’infrastruttura. Un sistema. Una logistica rodata. Un Paese, l’Uruguay, che da oltre 20 anni è la retrovia operativa della ‘Ndrangheta, ben prima che Rocco Morabito – il “re della cocaina” – fosse arrestato nel 2017, evaso nel 2019 e riarrestato in Brasile due anni dopo per poi essere estradato in Italia. Morabito era solo la faccia più fotogenica. Oggi, dopo le operazioni Iris e Samba, il sequestro record di Punta Espinillo potrebbe mostrare il resto del corpo: la continuità operativa, l’adattabilità criminale, la complicità sistemica.

La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo
Rocco Morabito (Ansa).

La cocaina sequestrata era destinata al mercato europeo

Secondo il ministero dell’Interno uruguaiano, la cocaina sotterrata vale 13 milioni di dollari all’origine, ma sfiora i 60 milioni sul mercato europeo. Era destinata tutta a noi. L’Europa resta la meta finale. L’Italia, molto probabilmente, uno degli scali principali. La proprietà, ufficialmente rurale, era in realtà un centro clandestino di stoccaggio, gestito da sei adulti uruguaiani, tra cui una coppia residente con tre figli. La droga era già frazionata, pronta al carico. Secondo le indagini, sarebbe arrivata mesi prima su un piccolo aereo, nascosta in una fattoria di Playa Pascual e poi trasferita nella boscaglia di Canelones.

La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo
La cocaina sequestrata a Punta Espinillo (da Youtube).

La rete sudamericana della ‘Ndrangheta

Un deposito, un passaggio, una tappa. Eppure, il sequestro è solo la superficie. Lo confermano i magistrati e lo dice il presidente uruguaiano Yamandú Orsi: «Non sarà un’azione temporanea, ma istituzionale. O ne usciamo tutti insieme, o tutti insieme affonderemo». Parole nobili, dette davanti al cadavere politico di un sistema che non ha mai voluto guardare sotto la superficie. Da anni, lo stoccaggio di droga ha portato anche armi automatiche, minori reclutati, passaporti diplomatici rilasciati a boss internazionali. L’Uruguay è diventato un Paese di transito, di silenzi e di intersezioni. Una zona franca per i padroni della cocaina. Le navi partono da Santos, da Guayaquil e da Buenos Aires. Passano per Gioia Tauro, Rotterdam, Anversa. Ma i comandi, spesso, si trovano a monte. O meglio: all’ombra. Il Sudamerica è il quartier generale della holding criminale chiamata ‘Ndrangheta. Acquista direttamente dai cartelli, tratta da pari a pari con i narcos locali, organizza la logistica, supervisiona il trasporto, gestisce l’ingresso in Europa e ne incassa i dividendi.

La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo
Il presidente uruguayano Yamandu Orsi (Ansa).

In Italia la polvere bianca si trasforma in champagne per tutti

In Italia, la polvere bianca si trasforma in champagne borghese. Si consuma ovunque: uffici, locali, aperitivi. Secondo i dati del governo, nel 2024 l’Italia ha raggiunto 11 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti. I decessi per cocaina hanno quasi raggiunto quelli per eroina. Il crack è tornato: più economico, più aggressivo, più redditizio. I costi sanitari aumentano, i guadagni sono privati, le conseguenze sono pubbliche. Nel frattempo, i media tacciono. L’argomento non “fa clic”. Le querele temerarie funzionano. I giornalisti specializzati scompaiono. E mentre cala il racconto, cresce la penetrazione. La mafia oggi preferisce la mimetizzazione: meno kalashnikov, più carte di credito. La criminalità si fa sistema economico. E lo Stato, spesso, si fa complice inconsapevole o utile idiota. Il governo italiano alza il tetto all’uso del contante, smantella il reddito di cittadinanza e propone riforme della Giustizia che, a detta degli stessi magistrati antimafia, indeboliscono gli strumenti d’indagine. Tutto in nome dell’efficienza. Ma l’efficienza, per le mafie, è sempre una buona notizia.

La Nueva Era è già qui. Il ritardo è il nostro

Il boss arrestato nel 2017 viveva con 13 telefoni, 12 carte di credito e una residenza ottenuta con un passaporto falso. Per anni ha condotto affari come “commerciante di soia”. Era latitante, ma non nascosto. La sua era una latitanza di lusso, protetta, interconnessa. Quando evase dal carcere nel 2019 con l’aiuto di complici, lo fece sotto gli occhi delle telecamere. E oggi, a distanza di anni, la sua rotta – Montevideo, João Pessoa, Gioia Tauro – è ancora perfettamente attiva. Il sequestro di Punta Espinillo lo conferma. Due tonnellate di cocaina, sotto terra, a due passi dalla capitale, con sistemi di videosorveglianza attivi e piani di esportazione già avviati. Il boss è in carcere, ma la sua struttura è ancora viva. Perché la ‘Ndrangheta, oggi, non è una persona. È una rete. Chi ha sorvegliato quel carico per due anni? Chi ha permesso lo stoccaggio, il trasporto, il silenzio? Chi ha firmato i documenti, lasciato passare gli aerei, chiuso gli occhi? La risposta non è nei sequestri. È nei legami. È in ciò che resta invisibile: amministratori, funzionari, imprenditori, uomini delle istituzioni. Tutti quelli che fingono di non sapere dove sono finite le due tonnellate successive. Ecco perché “Nueva Era” non è solo un’operazione: è la prova che l’era nuova è già iniziata. E l’unico ritardo, ormai, è il nostro.

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Il governo li chiama Paesi sicuri, ma per i migranti sono l’inferno

Non ci sono scorciatoie, non sono possibili semplificazioni. Nel 2023, il 65% delle vittime di tortura seguite dalla Rete di Supporto per le Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST) non ha subito violenze nel Paese d’origine, ma durante il percorso migratorio. Spesso nei Paesi considerati “sicuri” dalle autorità italiane ed europee. È la fotografia impietosa del primo report annuale di ReSST, rete nata nel dicembre 2024 dalla collaborazione tra Caritas, MSF, MEDU, CIAC, NAGA e altri soggetti impegnati nell’assistenza a migranti sopravvissuti a trattamenti inumani e degradanti.

Dei 2.618 casi analizzati, solo il 35% ha subito torture nel proprio Paese. Per tutti gli altri, il dolore è cominciato dopo la partenza: lungo rotte che attraversano Libia, Tunisia, Turchia, Marocco, Egitto, Guinea. Con alcuni di questi Stati, l’Italia continua a siglare intese per rimpatri, trattenimenti e respingimenti, invocandone la “sicurezza” normativa. Una contraddizione insanabile, che mina alla base l’intero sistema delle “liste dei Paesi sicuri”, costruite per ridurre il riconoscimento della protezione internazionale e velocizzare le espulsioni.

Torture di Stato e violenze diffuse

A infliggere le torture non sono solo trafficanti o bande criminali. Secondo i dati raccolti, il 28% delle violenze è opera di pubblici ufficiali. Significa poliziotti, soldati, guardie carcerarie. Lo stesso Stato che dovrebbe garantire diritti è spesso l’agente della tortura. E tra le vittime prese in carico dalla rete, il 43% necessita di supporto psicologico specialistico; il 77% vive in condizione di precarietà abitativa e legale. Le violenze documentate – fisiche e psichiche in egual misura – comprendono colpi, ustioni, minacce, isolamento prolungato, abusi sessuali. Le motivazioni principali che spingono alla fuga restano economiche (51%), ma i dati raccolti mostrano chiaramente che la povertà estrema è a sua volta un potente fattore di rischio per subire violenza sistemica.

I dati clinici contro la propaganda dei rimpatri

L’Italia, intanto, continua a promuovere accordi di “cooperazione”, stringendo la mano a governi responsabili di abusi sistemici. Lo ha fatto con la Tunisia, firmando intese per il contenimento dei flussi, mentre i centri di detenzione nel Paese venivano denunciati per maltrattamenti e deportazioni collettive. Lo fa con l’Egitto, da cui arrivano richieste di rimpatrio verso oppositori politici rifugiati. Lo fa con il Sudan e la Libia, teatri di abusi documentati da decine di rapporti internazionali.

Eppure, nonostante le evidenze cliniche, le liste dei Paesi sicuri restano il pilastro delle nuove politiche sull’asilo. In contrasto non solo con il buonsenso, ma anche con l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra, secondo cui «nessuno Stato può espellere o respingere un rifugiato verso un Paese in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate». Il report ReSST dimostra che la minaccia è concreta. Ma viene sistematicamente ignorata.

Non basta curare, serve proteggere

Nel 2024, le otto organizzazioni della rete hanno fornito oltre 14.000 prestazioni sanitarie: consulti psicologici (43%), visite mediche generali (34,2%), supporto legale e sociale. Ma il lavoro clinico, per quanto fondamentale, non basta a restituire dignità e sicurezza a chi è sopravvissuto alla tortura. Serve, come scrive ReSST, «ricostruire fiducia, ascoltando senza giudizio, garantendo percorsi individuali di tutela».

Questo significa, sul piano politico, smettere di trattare la sofferenza come un effetto collaterale del controllo migratorio. Significa superare l’idea che la sicurezza di uno Stato coincida con la disponibilità a trattenere migranti nei propri confini, a qualunque costo. Significa, soprattutto, riconoscere che la tortura non è un’eccezione remota, ma una realtà sistemica e prossima, prodotta da scelte precise. Compresa la nostra.

Per questo la rete chiede all’Italia di abbandonare la logica dei “Paesi sicuri” e tornare al principio della valutazione individuale, unica via per garantire il rispetto del diritto internazionale e, più semplicemente, dell’umanità. Perché ogni corpo torturato racconta una storia. E ogni storia, se ignorata, diventa complicità. Anche se viene negata ad oltranza.

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Chi occupa vince, se ha buoni amici

Benjamin Netanyahu ha smesso di fingere. Ora è ufficiale: Israele si prepara a un’occupazione permanente della Striscia di Gaza. Non è più guerra, non è più rappresaglia. È colonizzazione. E a questo punto la domanda è tanto semplice quanto cruciale: la comunità internazionale intende applicare le stesse sanzioni che ha imposto agli altri invasori del nostro tempo?

L’Iraq che occupa il Kuwait? Embargo totale, risoluzioni ONU, operazioni militari autorizzate. La Russia che invade l’Ucraina Congelamento di riserve valutarie, esclusione dal sistema SWIFT, price cap sul petrolio, sanzioni mirate su migliaia di individui. Israele che occupa Gaza dopo averla devastata, assediata e spopolata Nulla. Nessuna sanzione. Nessun embargo. Anzi: accordi commerciali privilegiati, rifornimenti militari e scudi politici a ripetizione.

Il doppio standard non è più un sospetto. È un dato giuridico. Il diritto internazionale è chiarissimo: un’occupazione non può prevedere trasferimenti forzati, punizioni collettive, distruzioni sistematiche o blocchi umanitari. Eppure tutto questo è già realtà. E il Consiglio di Sicurezza resta paralizzato dai veti statunitensi.

Ora che Israele non si nasconde più, neppure l’Occidente potrà farlo. I governi europei e i partiti italiani che hanno invocato le “regole” contro Mosca devono decidere se il diritto vale anche a Gaza. Se non lo faranno, l’eccezionalismo israeliano non sarà più solo tollerato: sarà legittimato. E con esso, il tramonto dell’ordine giuridico internazionale. Del resto ogni genocidio che si rispetti ha bisogno di una moltitudine di canaglie collaborazioniste, indifferenti e servi sciocchi. 

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Fra palco & realtà

Si preparava “ad accogliere un numero record di turisti” per l’estate, Daniela Santanchè. Che assicura: “Parlare di crisi del turismo di agosto è allarmistico e fuorviante”. Ma fuori dal ministero, tra tavoli vuoti e bollette raddoppiate, c’è chi racconta un’altra estate: ristoratori che lavorano a vuoto, alberghi che sopravvivono sui margini, intere zone balneari che si svuotano di italiani. Basta con il dibattito tra chi crede al trionfo e chi grida al disastro.

I dati parlano chiaro. Nel terzo trimestre 2025 le presenze italiane sono ancora in calo. Le famiglie, erose da inflazione e stipendi fermi, rinunciano alle ferie. Secondo Eurostat, oltre il 30% degli italiani non può permettersi nemmeno una settimana di vacanza. E nei ristoranti delle località turistiche, le presenze non si traducono in incassi. “Prosperità senza profitti”, lo chiamano gli operatori. Eppure Santanchè celebra l’ennesimo “record”. Come se il compito di un ministro non fosse rappresentare la realtà, ma sostituirla con gli slogan.

Le sue dichiarazioni selezionano solo ciò che brilla: i turisti stranieri, i voli pieni, il sorpasso nel numero di presenze sulla Francia. Ma tacciono sul resto: sul turismo interno in crisi, sulla qualità dei servizi, sulla frattura tra Nord saturo e Sud. Che un ministro racconti mezza verità è grave. Ma che lo faccia per il secondo anno consecutivo, senza che nessuno ne chieda conto, è l’ennesima conferma: questo governo non teme la smentita dei fatti. Conta sulla distrazione collettiva. E trasforma ogni estate in un’occasione di propaganda. Anche se l’Italia turistica si regge su un equilibrio precario. E sempre più precari sono quelli che la tengono in piedi.

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Usa, diritti in cenere: l’ossessione di Trump, ordinata la distruzione di 9,7 milioni di dollari di contraccettivi

Questa estate il governo degli Stati Uniti ha ordinato l’incenerimento di una scorta di contraccettivi del valore di 9,7 milioni di dollari, già pagata con fondi pubblici, pronta alla distribuzione in cinque Paesi africani e perfettamente utilizzabile fino al 2029. Il gesto, definito da Ippf (International Planned Parenthood Federation) come «coercizione riproduttiva intenzionale», è l’esito più brutale della Global Gag Rule, la politica americana che vieta l’uso di fondi pubblici per organizzazioni coinvolte – direttamente o indirettamente – in servizi legati all’aborto.

Le forniture, composte da Iud, impianti e pillole, erano state acquistate sotto l’amministrazione Biden e stoccate in Belgio. Destinazione: Kenya, Tanzania, Mali, Zambia e Repubblica Democratica del Congo. Quando la nuova amministrazione Trump ha reintrodotto la Gag Rule in forma estesa, ha bloccato ogni alternativa: rifiutata la proposta dell’Ippf di distribuire gratuitamente le forniture, respinta anche l’offerta dell’Unfpa di acquistare il materiale. L’unica via scelta è stata la distruzione, per di più a spese aggiuntive: 167.000 dollari per il trasporto e l’incenerimento in Francia.

Il prezzo umano della dottrina

Il danno non è solo contabile. È umano, ed è già misurabile. Secondo le stime, oltre 1,4 milioni di donne e ragazze perderanno accesso alla contraccezione. In Tanzania è andato perso il 28% del fabbisogno annuo, con oltre 1 milione di dosi distrutte. In Kenya 108.000 donne resteranno senza impianti; in Mali è svanito il 24% delle forniture previste. Le conseguenze sono immediate: si stimano 174.000 gravidanze indesiderate e 56.000 aborti non sicuri, in contesti dove l’interruzione volontaria di gravidanza è spesso illegale o letale.

Nello Zambia, 295.000 dosi iniettabili e 48.400 impianti sono stati cancellati. Nella Repubblica Democratica del Congo, le forniture dovevano sostenere un fragile sistema sanitario in piena crisi umanitaria, già colpito da conflitti armati e mancanza cronica di personale medico. In almeno tre dei cinque Paesi, le strutture pubbliche dipendevano per oltre il 60% dagli aiuti internazionali per la pianificazione familiare. Con la mancanza di alternative gratuite, si prevede un aumento significativo di complicanze ostetriche, infezioni e mortalità materna.

Il Kenya è il paradigma di questa crisi pianificata. Già prima dell’estate, il Paese denunciava un deficit del 46% nei finanziamenti per la pianificazione familiare. Il congelamento imposto da Usaid a gennaio ha paralizzato gli approvvigionamenti, lasciando le strutture sanitarie con cinque mesi di scorte, contro i quindici necessari. Il colpo di grazia è arrivato con l’incenerimento: un atto simbolico quanto devastante, in una società dove una ragazza su cinque è già madre o incinta tra i 15 e i 19 anni.

Bruciare per non cedere

La giustificazione formale dell’amministrazione è stata l’impossibilità legale di cedere beni a organizzazioni «non idonee». Ma la stessa regola che vieta il finanziamento non impone la distruzione fisica delle scorte. La volontà politica, non il vincolo giuridico, ha orientato la scelta. È un cambio di paradigma: dal taglio dei fondi all’annientamento delle risorse.

La distruzione ha minato anche la credibilità diplomatica degli Stati Uniti. L’Unfpa ha parlato di «accuse infondate» e denunciato la perdita di 335 milioni di dollari in progetti cancellati. Médecins Sans Frontières ha definito la scelta «un atto sconsiderato contro le donne e le ragazze del mondo». La Francia, coinvolta nella fase finale dell’operazione, si è limitata a dichiarare che «non esistono basi legali» per intervenire, pur avendo appena inserito il diritto all’aborto nella sua Costituzione.

In gioco non c’è solo la salute riproduttiva, ma la credibilità dell’aiuto internazionale e l’autonomia delle donne nel Sud globale. Trump ha trasformato un cavillo regolamentare in un’arma contro i diritti fondamentali, lasciando dietro di sé ceneri e silenzi. Il messaggio è chiaro: meglio distruggere che cedere il controllo. Meglio bruciare la cura, che lasciarla nelle mani di chi la considera un diritto.

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