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Impunità alimentare

È stata archiviata l’indagine ministeriale sulla concessione della detenzione domiciliare al manager della sanità siciliana Michele Aiello, condannato a 15 anni e 6 mesi per associazione mafiosa e corruzione e uscito dal carcere, alla fine del febbraio scorso, perché affetto da favismo. I giudici avevano motivato il loro provvedimento sulla base del fatto che il vitto carcerario prevede solo fave e piselli e gli ispettori del ministero della Giustizia non hanno ravvisato alcuna irregolarità nel fatto che il tribunale di sorveglianza dell’Aquila non abbiano imposto alla direzione del carcere di Sulmona, in cui Aiello era detenuto, di consentire al condannato di avere un menu particolare. Né vi sono irregolarità nel fatto che, a fronte del fatto che il carcere non cambiava registro, non era stato proposto il trasferimento di Aiello. L’indagine così è chiusa e a pagare è stato solo il direttore del carcere, Sergio Romice, che in maggio era stato trasferito a Pescara.

Dal Corriere.

A Milano siamo tutti paninari e antimafiosi

Ne avevamo parlato della mafia che brucia in via Celoria a Milano: Loreno Tetti è un ‘paninaro’ che si è ritrovato il camion bruciato per avere testimoniato contro la cosca dei Flachi.

Scrivevamo il 26 luglio:

Forse hanno ragione quelli che si chiedono perché non ci sia stato ancora il tempo di organizzare un presidio almeno per alzare la voce, forse sarebbe il caso di stare vicini per davvero a quelli che denunciano. Soprattutto se sono soli a parlare, soli a testimoniare e poi alla fine bruciano pure, da soli.

Bene, il presidio è arrivato:

Solidarietà a Loreno Tetti. Lunedì 10 settembre 2012 alle ore 13 e 30, in via Celoria 16.

Nella notte tra il 17 e il 18 luglio scorso, il suo furgone è stato dato alle fiamme da ignoti.
Loreno Tetti torna in via Celoria.
Nel corso delle udienze che si stanno tenendo presso la VII sezione penale del Tribunale di Milano in molti non hanno confermato ciò che era emerso durante le indagini, dalle i
ntercettazioni telefoniche e ambientali, nonché dalle stesse dichiarazioni fatte a suo tempo da chi veniva sistematicamente estorto e minacciato dagli uomini del clan Flachi.
Una persona è stata addirittura denunciata durante il suo interrogatorio per calunnia contro i Carabinieri.
Altre persone sono state richiamate in aula ad un atteggiamento non reticente.
Estorsione. Racket. Pizzo.
A Milano, in Comasina, ad Affori, a Città Studi, in Corso Como come in Porta Nuova.
Solo in due hanno confermato in aula, davanti agli imputati, quanto accadeva in diversi quartieri della nostra città.
Una dei due si è trasferita in Francia. L’altro, Loreno Tetti, rientra al lavoro in via Celoria dopo il terribile atto intimidatorio di metà luglio.
Per questi motivi, lunedì 10 settembre 2012 alle ore 13 e 30, ci ritroviamo presso l’autonegozio che ha preso in affitto, di fronte al Dipartimento di Fisica, in via Celoria 16, per manifestargli tutta la nostra vicinanza e riconoscenza.

Per ulteriori adesioni milano@libera.it

Si sono persi l’IMU alla Chiesa. Ma va?

Doveva essere una svolta storica. Per ragioni di equità, ma anche per evitare la procedura d’infrazione dell’Unione europea per aiuti di Stato. Eppure la tanto invocata estensione dell’Imu alla Chiesa rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. Il decreto del ministero dell’Economia, atteso per la fine di maggio, ancora non esiste. E senza, dal primo gennaio 2013, la Chiesa continuerà a non pagare l’Imu. Così partiti, sindacati, fondazioni, associazioni. Una beffa.

Lo scrive Repubblica oggi e la notizia rimbalza. Non è solo a questione dei 600 milioni di euro (cifra comunque notevole) a indignare ma, ancora una volta, il voltafaccia delle promesse che vengono puntualmente disilluse.

Se un governo ritiene giusto che la Chiesa non paghi l’IMU non ha che da dirlo e difendere (se ci riesce) le proprie posizioni: giustificare un privilegio che si nasconde dietro la mancata attività di lucro (come se gli italiani invece avessero esercizi commerciali nel proprio salotto, invece) e tenere la barra diritta; invece il governo Monti promette di rivedere la norma e poi senza giustificazioni finge di dimenticarsene l’attuazione.

Sarà che da un governo tecnico ti aspetteresti forse un po’ di serietà, almeno, del tipo che le norme vengano attuate e solo dopo propagandate (è la brutta politica di questi ultimi anni che ha fatto regolarmente il contrario) e sarà che ogni volta che si affronta il tema della Chiesa (si badi bene della Chiesa più che della religione cattolica) in Italia bisogna assistere a questo fastidioso fumo di non detto o di silenziosamente concordato che lascia l’amaro in bocca.

Non ditelo, piuttosto. E’ più dignitoso così.

E’ tutto merito suo

Due parole sul gradimento che crolla di Formigoni e sulla Lombardia. Oggi su Repubblica (se si clicca sull’immagine si ingrandisce, eh):

Nascondi la Minetti sotto la sabbia

Il Presidente del Consiglio Regionale della Lombardia Cecchetti (Lega Nord) firma un nuovo regolamento per vietare l’accesso dei giornalisti alla buvette (alla buvette, per dire) per, dice lui, frenare la morbosa curiosità della stampa verso alcuni consiglieri. Insomma, un regolamento che decide quando un personaggio pubblico deve essere pubblico o può essere privato. Ma in un luogo pubblico. Pagato con soldi pubblici.

Non potendo schiodare la Minetti (che per amore di Silvio rimane al Pirellone, dice lei, con un ragionamento logico che sembra un burrone) decidono di stilare un regolamento ad hoc perché possa nascondersi più comodamente sotto la sabbia. E invece forse sarebbe il caso di renderla ancora più pubblica la sua presenza (la sua e, attenzione, quella dei tanti indagati e inopportuni che stanno qui da noi) perché è la faccia dell’impunità di un certo modo di pensare la politica, è il quadro della pubblicizzazione dei vezzi del capo in una Regione che intanto privatizza gli ospedali e le scuole ed è la politica dell’avanspettacolo che ci hanno propinato in questi ultimi anni. In fondo la Minetti inseguita dai fotografi è il simbolo di una legislatura dove la meritocrazia si è sgretolata appena chiuse le urne. E, in fondo, la Minetti senza fotografi non esisterebbe nemmeno.

#cosaseria e l’assemblea

Ho voluto aspettare qualche giorno dopo l’assemblea nazionale di SEL perché mi interessava leggere cosa sarebbe uscito sui giornali: già in altre occasioni ero rimasto stupito dalla differenza tra la sostanza ce ci ritrovavamo a discutere e la forma della notizia nei giorni successivi. E ho voluto aspettare che fossero pubblici i documenti perché finalmente si potesse discutere sulle parole scritte e votate e non sulle interviste: la politica fatta come un vespaio che rumoreggia di fondo alle interviste del leader mi sa sempre di fanatismo e il fanatismo, si sa, ama poco le votazioni.

Abbiamo chiesto che SEL (e non solo, ma noi siamo qui) si prendesse la responsabilità di Fare la Cosa Seria e diventare motore per un’alleanza che guardasse convintamente a sinistra e soprattutto ad un’agenda di riforme ben lontana da quella di Monti (sul lavoro, sulla politica economica, sui rapporti con l’Europa e tutto il resto). Abbiamo chiesto che IDV fosse coinvolto nella coalizione insieme alle forze di sinistra e ai tanti movimenti. Insomma che si andasse in mare aperto. Ma sul serio.

Nel documento finale (che potete leggere per intero qui) si legge:

Provare a costruire un’alleanza che competa realmente per il governo del paese ci pare lo strumento in questo momento più efficace per dare rappresentanza e forza a tante persone e soggetti sociali che non hanno voce né potere. Dobbiamo investire nella democrazia e nella partecipazione: tanto più riusciremo a realizzare una vera e propria “invasione democratica” dei soggetti del cambiamento , a partire dalle donne e dai giovani, italiani e migranti, tanto più potremo cambiare il paese. Per questo ci rivolgiamo all’Idv, poiché la sentiamo come parte importante di tante esperienze che già esistono nel nostro paese e, quindi, una risorsa fondamentale anche per il governo nazionale affinché condivida il percorso di costruzione del centrosinistra, e con lo stesso spirito alle forze della sinistra e dei movimenti politici e sociali.

Le nostre scelte politiche devono precedere l’esito della trattativa in corso sulla legge elettorale. In primo luogo ribadiamo la nostra preferenza per il sistema elettorale “mattarellum” che, solo un anno fa, raccolse oltre un milione di firme. Quanto alle voci sulla prossima legge, per noi è fondamentale

che i cittadini possano scegliere gli eletti e decidere la coalizione prima delle elezioni. Ne consegue la nostra ferma contrarietà alle ipotesi paventate che prevedono l’assegnazione del premio di maggioranza al primo partito. La valutazione compiuta della legge elettorale, anche per la peculiarietà di questa materia, si potrà fare solo, e se, una riforma verrà approvata dal Parlamento. 

Allora forse chi ci accusava di velleità potrà ricredersi almeno un poco: la discussione è stata riaperta, la posizione è stata scritta e sono arrivate (finalmente) anche le parole chiare sull’UDC:

Nel corso del mese di agosto si è alimentata una discussione che ha messo insieme legittime preoccupazioni, reazioni emotive e palesi strumentalità. Non faremo nessun accordo elettorale e di governo con l’Udc. Se non fossero bastati i chiarimenti forniti tanto da Vendola che da Bersani, riteniamo utile ribadire che l’Udc è un partito che non appartiene al campo del centrosinistra e che per motivi politici, e quindi non astrattamente pregiudiziali, non farà parte del progetto di governo che intendiamo portare alla guida del paese. L’Udc si è distinta in questi mesi per i suoi fallimenti, dal “terzo polo” alla “cosa bianca”, e per i suoi richiami a proseguire l’esperienza di Monti, magari anche riproponendo una grande coalizione.

E’ un passo in avanti, certo. Ma la discussione è solo all’inizio. Perché il documento di Fulvia Bandoli, Alfonso Gianni, Giorgio Parisi e Bia Sarasini apre una discussione che non si può ritenere chiusa: la capacità e la voglia di dichiarare la propria contrarietà e indisponibilità all’apertura della coalizione di centrosinistra alle forze moderate, che hanno condiviso interamente l’operato del governo Monti e ne predicano la continuità, sia prima che dopo l’esito elettorale, rifiutando con nettezza e in modo esplicito qualunque ipotesi, come quella emersa nelle dichiarazioni e nella carta di intenti del Pd, di un patto di legislatura con forze politiche, quali l’Udc, che porterebbe inevitabilmente a uno snaturamento del programma politico, sociale e economico di governo.

Insomma, il punto vero (non nascondiamocelo) è la legge elettorale e quanto si riesca a spostare l’asse e preoccuparsi di essere chiari, semplici, e attuali perché in grado di attuare i programmi.

E che diventi una questione di equilibri e non di equilibrismi.

 

 

Il Nord che spreca e scialacqua all’ombra dell’ex deputato leghista: il caso Alessandria

Lo racconta Pubblico:

La lista degli sprechi del passato che ha contribuito a far fallire questo ex virtuoso comune del nord, fa invidia al peggior clientelismo italiano.
28 persone assunte dal comune per sistemare i computer che, a detta di un dirigente dell’attuale amministrazione, “se cambiassi ogni anno tutti i computer, sicuramente risparmierei un sacco di soldi” , oppure i 25mila euro spesi in penne da regalare agli ambasciatori che sarebbero venuti a far visita ad Alessandria, o ancora una mostra fotografica dal costo di 750 mila euro e , spettacolo nello spettacolo, 500 mila euro di rose comprate in Moldavia e trapiantate in tutta la città.

Il nord che lavura e non spreca,almeno questa era la litania leghista fino a pochi secondi fa, si trova oggi a dover fare i conti con un altra incredibile storia. Quella dell’ ex deputato del Carrocio, poi espulso, tal on. Maurizio Grassano (ex presidente del consiglio comunale di Alessandria, oggi animatore del gruppo parlamentare “popolo e territorio”) condannato dalla Corte dei conti a pagare al suo comune la cifra di 760 mila euro per danno patrimoniale.

L’onorevole responsabile, dopo la condanna in primo grado a 4 anni di carcere per truffa al comune di Alessandria, annuncia la sua intenzione a ricandidarsi: “se il partito me lo chiederà di certo non mi tirerò indietro! “. Premesso che Grassano è innocente fino a sentenza passata in giudicato, ma c’è davvero bisogno anche di lui in parlamento?

Fallire per le proprie accuse lanciate tutte le sere contro il sud. A nord. Il contrappasso leghista.

Parte ‘Pubblico’

Pubblico è nato.

Lo ha spiegato il direttore, Luca Telese: sarà il giornale dell’Italia del lavoro e della dignità, “degli ultimi e dei primi”, il quotidiano dei tanti eroi civili che popolano il nostro paese: i minatori del Sulcis e le maestre precarie di Torino; i ragazzi schiacciati dalla precarietà e le generazioni nate nel boom che lottano per difendere i propri diritti.

Non solo, naturalmente. Sarà anche il giornale del coraggio, “un’agenzia di rating per il talento”, uno spazio per “gli orfani” della sinistra che cercano una sua strada per affrontare il terzo millennio e, come ha spiegato anche Federico Mello, che si occuperà del sito, un contenitore del “fermento” e della passione che sulle gambe di tanti cittadini attraversa la penisola.

Buona strada.