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Usa, diritti in cenere: l’ossessione di Trump, ordinata la distruzione di 9,7 milioni di dollari di contraccettivi

Questa estate il governo degli Stati Uniti ha ordinato l’incenerimento di una scorta di contraccettivi del valore di 9,7 milioni di dollari, già pagata con fondi pubblici, pronta alla distribuzione in cinque Paesi africani e perfettamente utilizzabile fino al 2029. Il gesto, definito da Ippf (International Planned Parenthood Federation) come «coercizione riproduttiva intenzionale», è l’esito più brutale della Global Gag Rule, la politica americana che vieta l’uso di fondi pubblici per organizzazioni coinvolte – direttamente o indirettamente – in servizi legati all’aborto.

Le forniture, composte da Iud, impianti e pillole, erano state acquistate sotto l’amministrazione Biden e stoccate in Belgio. Destinazione: Kenya, Tanzania, Mali, Zambia e Repubblica Democratica del Congo. Quando la nuova amministrazione Trump ha reintrodotto la Gag Rule in forma estesa, ha bloccato ogni alternativa: rifiutata la proposta dell’Ippf di distribuire gratuitamente le forniture, respinta anche l’offerta dell’Unfpa di acquistare il materiale. L’unica via scelta è stata la distruzione, per di più a spese aggiuntive: 167.000 dollari per il trasporto e l’incenerimento in Francia.

Il prezzo umano della dottrina

Il danno non è solo contabile. È umano, ed è già misurabile. Secondo le stime, oltre 1,4 milioni di donne e ragazze perderanno accesso alla contraccezione. In Tanzania è andato perso il 28% del fabbisogno annuo, con oltre 1 milione di dosi distrutte. In Kenya 108.000 donne resteranno senza impianti; in Mali è svanito il 24% delle forniture previste. Le conseguenze sono immediate: si stimano 174.000 gravidanze indesiderate e 56.000 aborti non sicuri, in contesti dove l’interruzione volontaria di gravidanza è spesso illegale o letale.

Nello Zambia, 295.000 dosi iniettabili e 48.400 impianti sono stati cancellati. Nella Repubblica Democratica del Congo, le forniture dovevano sostenere un fragile sistema sanitario in piena crisi umanitaria, già colpito da conflitti armati e mancanza cronica di personale medico. In almeno tre dei cinque Paesi, le strutture pubbliche dipendevano per oltre il 60% dagli aiuti internazionali per la pianificazione familiare. Con la mancanza di alternative gratuite, si prevede un aumento significativo di complicanze ostetriche, infezioni e mortalità materna.

Il Kenya è il paradigma di questa crisi pianificata. Già prima dell’estate, il Paese denunciava un deficit del 46% nei finanziamenti per la pianificazione familiare. Il congelamento imposto da Usaid a gennaio ha paralizzato gli approvvigionamenti, lasciando le strutture sanitarie con cinque mesi di scorte, contro i quindici necessari. Il colpo di grazia è arrivato con l’incenerimento: un atto simbolico quanto devastante, in una società dove una ragazza su cinque è già madre o incinta tra i 15 e i 19 anni.

Bruciare per non cedere

La giustificazione formale dell’amministrazione è stata l’impossibilità legale di cedere beni a organizzazioni «non idonee». Ma la stessa regola che vieta il finanziamento non impone la distruzione fisica delle scorte. La volontà politica, non il vincolo giuridico, ha orientato la scelta. È un cambio di paradigma: dal taglio dei fondi all’annientamento delle risorse.

La distruzione ha minato anche la credibilità diplomatica degli Stati Uniti. L’Unfpa ha parlato di «accuse infondate» e denunciato la perdita di 335 milioni di dollari in progetti cancellati. Médecins Sans Frontières ha definito la scelta «un atto sconsiderato contro le donne e le ragazze del mondo». La Francia, coinvolta nella fase finale dell’operazione, si è limitata a dichiarare che «non esistono basi legali» per intervenire, pur avendo appena inserito il diritto all’aborto nella sua Costituzione.

In gioco non c’è solo la salute riproduttiva, ma la credibilità dell’aiuto internazionale e l’autonomia delle donne nel Sud globale. Trump ha trasformato un cavillo regolamentare in un’arma contro i diritti fondamentali, lasciando dietro di sé ceneri e silenzi. Il messaggio è chiaro: meglio distruggere che cedere il controllo. Meglio bruciare la cura, che lasciarla nelle mani di chi la considera un diritto.

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Il ponte, la città e la sciagura annunciata

Matteo Salvini ha detto che in caso di un grande terremoto, «le città crollerebbero ma il Ponte sullo Stretto resterebbe in piedi». È la dichiarazione perfetta per raccontare la sua politica: un’opera faraonica, isolata nel nulla, che resiste mentre attorno si muore.

Lui ci mette l’orgoglio ingegneristico, come se bastasse progettare un ponte antisismico per meritarsi applausi. Ma non gli viene un dubbio, neanche per sbaglio: se siamo certi che le città crollerebbero, non sarebbe il caso di occuparsi delle città? Di renderle sicure, abitabili, vive? O il piano è davvero che in caso di catastrofe tutti si rifugino sulla carreggiata panoramica di un’opera che costa oltre 13 miliardi?

Il paradosso è che ha ragione: il Ponte, almeno sulla carta, resisterebbe. È pensato per sostenere sismi di magnitudo 7,1, più forte del disastro del 1908. Ma mentre Salvini si commuove davanti ai rendering, la Protezione civile italiana continua a segnalare migliaia di edifici pubblici a rischio. Scuole, ospedali, case. Quelli sì che cadrebbero.

E allora sì, lo ha detto lui: le città crollerebbero. È una confessione. È l’ammissione che i fondi ci sono, ma vanno altrove. Verso il cemento che fa notizia, verso l’arroganza che fa propaganda, mai verso la vita delle persone. Salvini costruisce ponti nel vuoto, mentre la terra trema sotto chi ci vive davvero.

E se il Ponte serve solo a resistere in un deserto di macerie, è esattamente questo che racconta: l’idea di uno Stato che preferisce salvarsi la faccia piuttosto che salvare i corpi. Un’opera antisismica in un Paese che non lo è. Un monumento alla propria insipienza.

Buon venerdì. 

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Israele bombarda anche il pane

C’è fame, sì. Ma non per carestia. Fame indotta, calcolata, prodotta con metodo. Secondo i nuovi dati della FAO, oggi a Gaza resta accessibile e coltivabile appena l’1,5% delle terre agricole. In aprile era il 4%. Nel 2023, prima dell’assedio, Gaza era un cuore agricolo: 10% del PIL, mezzo milione di persone coinvolte, una varietà di colture locali che garantiva autosufficienza e dignità. Oggi è tutto cenere.

Dal blocco totale imposto a marzo all’impossibilità di far entrare aiuti, fino al bombardamento sistematico di serre, orti, frutteti e pescherecci: l’agricoltura a Gaza è stata sterminata. E con essa i suoi abitanti. Più dell’86% dei terreni è stato danneggiato. A nord si arriva al 94%. In molti casi, come a Rafah, non si tratta solo di distruzione ma di occupazione: ciò che non è stato raso al suolo è stato reso inaccessibile.

«Gaza è sull’orlo della carestia totale», avverte il direttore della FAO Qu Dongyu. Ma è già oltre l’orlo: centinaia di persone sono morte di fame, migliaia uccise mentre cercavano cibo. Michael Fakhri, relatore speciale ONU per il diritto al cibo, è chiarissimo: «Israele ha costruito la più efficiente macchina di fame che si possa immaginare».

Si chiama ecocidio, quando la guerra devasta intenzionalmente l’ambiente. E in questo caso ha un solo scopo: rendere la vita impossibile. Distruggere ogni futuro. Affamare come strumento di dominio. Le caratteristiche tipiche del genocidio. Il diritto al cibo è diritto umano. A Gaza è diventato un bersaglio militare. Un altro indizio. Anzi, un’altra prova, l’ennesima, di ciò che accade a Gaza. 

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Pausa di riflessione sulla fiducia: la Camera vuole rivedere le regole

Da due anni e mezzo la Camera dei deputati cerca di rifarsi il trucco. Con l’alibi del taglio dei parlamentari e il pretesto della modernizzazione, il regolamento interno è oggetto di una riforma a tappe, lenta e faticosa, che procede per strattoni. Dopo le modifiche sui quorum e il taglio dei tempi di intervento in Aula, oggi si discute di una norma che ha resistito per oltre mezzo secolo: l’obbligo di aspettare almeno ventiquattro ore prima di votare una questione di fiducia.

L’articolo 116 del regolamento della Camera, approvato nel 1971, impone una pausa forzata ogni volta che il governo decide di porre la fiducia su un provvedimento. La norma non esiste al Senato, dove il voto di fiducia equivale al voto finale e può avvenire subito. A Montecitorio, invece, anche dopo la fiducia bisogna aspettare un secondo passaggio: il voto vero e proprio sul testo. Il risultato è un triplo rallentamento. Un esempio recente: il decreto “Economia” è stato oggetto di fiducia il 4 agosto alle 18. La Camera ha potuto votarla solo alle 18 del giorno successivo. E il voto finale è arrivato il 6 agosto. Tre giorni per un atto già blindato.

Una pausa per riflettere? O per perdere tempo?

Il costituzionalista Alfonso Celotto ricorda che la pausa nacque per consentire ai deputati di riflettere: «Votare la fiducia a un governo dovrebbe essere una cosa seria». Ma ammette che il meccanismo ha ormai perso ogni significato. La fiducia non è più un’eccezione: è una routine. Il governo Meloni ne ha già poste 98 in meno di due anni, 55 alla Camera e 43 al Senato. In media una ogni dieci giorni. Una prassi divenuta automatismo, spesso usata per evitare modifiche e accorciare i tempi parlamentari.

Eppure, in questo sistema già zavorrato, la Camera riesce a rallentarsi da sola. La “pausa di riflessione” è diventata un momento di stasi istituzionale. «I deputati vanno in giro per Roma senza poter far nulla. Retaggio dei tempi in cui si veniva a Roma col calesse», ha scritto con sarcasmo Luigi Marattin. L’immagine è esagerata, ma il punto resta: una norma scritta per un Parlamento che non esiste più produce solo attese incongrue.

L’opposizione teme lo scambio al ribasso

La Giunta per il regolamento, presieduta da Lorenzo Fontana, ha riaperto il dossier. La proposta di cancellazione della pausa di 24 ore è stata presentata dai relatori Federico Fornaro (PD), Igor Iezzi (Lega) e Angelo Rossi (FdI). La maggioranza è favorevole, ma tra le opposizioni si avvertono resistenze. Non perché la norma sia utile, ma per la consueta sproporzione tra quello che si toglie e quello che si concede in cambio.

Francesca Ghirra, deputata di Alleanza Verdi-Sinistra, ha sintetizzato il timore: se si velocizza il voto di fiducia, si rischia di incentivare ulteriormente l’abuso di decreti-legge. E infatti, secondo i dati raccolti da Pagella Politica, 93 delle 98 fiducie poste dal governo Meloni sono state usate per convertire decreti. Lo stesso esecutivo che prometteva di “ridurre il numero dei decreti”, ha smentito se stesso con costanza.

Per bilanciare il possibile squilibrio, i relatori hanno proposto alcune tutele per l’opposizione: spazi garantiti per discutere proposte di legge, più domande ai ministri durante i question time, e un obbligo per il governo di riferire sull’attuazione delle mozioni approvate. Strumenti potenzialmente utili, ma subordinati all’approvazione finale della riforma, attesa dopo la pausa estiva.

I deputati hanno tempo fino al 26 settembre per presentare emendamenti. Poi il testo dovrà passare al vaglio della Giunta e dell’Aula. Fino ad allora, il Parlamento continuerà a perdere giorni per votare quello che è già deciso. Riformare è difficile. Svecchiare, persino di più. Ma almeno si è capito che il problema non sono i cavalli dei calessi: è il freno a mano.

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L’egemonia ai tempi di Meloni

“Processate anche me”: non è una difesa, è un attacco. Giorgia Meloni non chiede di essere giudicata, ma esige che il giudizio si trasformi in plebiscito. Nella crisi innescata dal caso Almasri, la presidente del Consiglio ha scelto la linea dello scontro. Ha rigettato il terreno della legalità, ha rifiutato la grammatica istituzionale, e ha ribaltato la cornice: chi denuncia è il colpevole, chi indaga è un sabotatore, chi difende il diritto è un nemico della patria.

Non è la prima volta che accade nella storia italiana. Cento anni fa, Benito Mussolini affrontava il baratro del delitto Matteotti con una mossa retorica simile: “Se il fascismo è un’associazione a delinquere, io ne sono il capo!”. Fu l’inizio della dittatura. La somiglianza non è nelle intenzioni, ovviamente, ma nella struttura. Quando il potere si trova sotto accusa, la strategia più efficace non è difendersi: è rilanciare, riformulare il campo di gioco, chiamare il popolo alla guerra contro le istituzioni.

La sfida di Meloni al Tribunale dei ministri, che ha chiesto l’autorizzazione a procedere per Piantedosi, Nordio e Mantovano, è servita su un vassoio di patriottismo tossico e narrazione vittimistica. “È assurdo che io venga esclusa”, ha detto la premier. Non è una richiesta di giustizia: è una richiesta di appartenenza. Chi salva i ministri salva lei. Chi non lo fa, tradisce la patria.

La coincidenza tra leader e nazione non è un effetto collaterale: è il fine. Ogni parola pubblica di Meloni punta a creare un cortocircuito: lei è l’Italia, e chi la critica ne offende l’immagine. Anche l’atto – del tutto legittimo – con cui Avs ha segnalato il governo alla Corte Penale Internazionale per la complicità nei bombardamenti a Gaza viene narrato come una lesa maestà. “Cercano il soccorso esterno”, dice. Come se appellarsi a un organo di giustizia internazionale, ratificato dall’Italia stessa, fosse un atto di insubordinazione. Come se l’opposizione non fosse parte della democrazia, ma il suo tradimento.

La retorica meloniana si alimenta di un eterno duello tra “noi” e “loro”: noi, i patrioti; loro, gli avversari interni ed esterni, alleati in una trama per sabotare il governo del popolo. Una dinamica che echeggia la paranoia costitutiva del fascismo: la nazione assediata, l’élite corrotta, il potere giudiziario come braccio armato dell’inciucio. Solo che oggi i manganelli sono parlamentari, e le minacce si mascherano da legittima difesa.

Nel caso Almasri, l’Italia ha consegnato un ricercato internazionale alla Libia senza rispettare le procedure previste dallo Statuto di Roma. Un atto che infrange non solo le regole giuridiche, ma la credibilità internazionale del nostro Paese. Eppure, per Meloni, la colpa è di chi chiede spiegazioni. È un modello perfettamente funzionante: la legalità viene accusata di ostacolare la sovranità, i tribunali sono dipinti come strumenti di lotta politica, e l’opinione pubblica è polarizzata in amici e nemici.

Nel suo post su Facebook, Meloni riassume questa logica in una frase-chiave: “Non riuscendo a batterci in patria, cercano i giudici”. Il diritto diventa sospetto, la procedura è un intralcio, il dissenso è una delegittimazione. È la versione istituzionale della cancel culture autoritaria: non si accetta la complessità, non si sopporta il conflitto democratico. Si vuole soltanto la conferma, la fedeltà, l’applauso.

La storia, tuttavia, insegna che non basta vincere una crisi trasformandola in consenso. Mussolini, dopo il 3 gennaio 1925, si assicurò il controllo assoluto. Ma quella fu la morte della democrazia. Meloni non può (e forse non vuole) seguire lo stesso destino. Ma i metodi impiegati, anche nella cornice democratica attuale, pongono interrogativi cruciali: quanto può reggere uno Stato in cui la legalità è trattata come una nemica? Quanto può durare una Repubblica che tollera la sistematica deformazione del dibattito pubblico in confronto tribale?

Le istituzioni, finché reggono, sono più forti della retorica. Ma il prezzo di questa torsione sarà la qualità della nostra democrazia. Non è in gioco solo il destino di tre ministri, né l’equilibrio tra governo e magistratura. È in gioco la possibilità che, in Italia, si possa ancora dissentire senza essere accusati di tradimento.

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Una faglia sotto, una truffa sopra

Chi ha bisogno di valutazioni indipendenti, quando basta l’entusiasmo di Salvini? Con due ore di discussione e qualche settimana per aggiornare un progetto vecchio di 14 anni, il Cipess ha dato il via libera al Ponte sullo Stretto. Un’opera da quasi 14 miliardi, interamente a carico del bilancio nazionale, che i suoi promotori continuano a spacciare come «acceleratore di sviluppo».

Nel frattempo, restano 68 criticità irrisolte certificate dal Comitato scientifico del Mit. Tra queste, l’uso di materiali inadeguati, la sottovalutazione del rischio sismico e la presenza di una faglia attiva a venti metri dal pilone calabrese. Ma la società Stretto di Messina, come se niente fosse, nega la possibilità di terremoti.

Il progetto divide le opere in una miriade di mini-lotti, col risultato di moltiplicare i cantieri e rendere impossibile un controllo unitario. Il rischio? Dieci anni di devastazione urbana e sociale tra Messina e Villa San Giovanni, con oltre 700 famiglie in attesa di esproprio.

Manca ancora il parere della Corte dei Conti, ma si sa: in Italia il diritto segue l’annuncio. E se qualcosa dovesse andare storto, ci penserà la penale da 1,5 miliardi da pagare a Webuild.

Si chiama “opera strategica”, ma i dubbi sul ponte restano identici a quelli che portarono allo stop del 2012. Solo che oggi, anziché un piano, c’è una propaganda. E anziché una visione, c’è un plastico.

Il ponte, nelle parole del governo, è una promessa di futuro. Nei fatti è un debito, una frattura, un’ipoteca sulla pelle del Sud. Un simbolo di potere più che una necessità. Una passerella sospesa nel vuoto – tecnico, ambientale, democratico – costruita per far credere che il cemento possa colmare ciò che la politica ha distrutto.

Buon giovedì. 

Foto Gov

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Netanyahu non vuole vincere: vuole restare

Netanyahu parla di «conquista totale» di Gaza, ma la realtà lo smentisce ogni giorno. È il paradosso di una guerra che si racconta come già vinta mentre continua a fallire, sotto gli occhi stanchi dei comandi militari e la retorica furiosa di un premier che cerca consenso nel sangue. A ormai diversi mesi dall’inizio dell’operazione, Hamas non è stata distrutta, gli ostaggi non sono stati liberati, la Striscia non è sotto controllo. Secondo fonti dell’Idf, «Israele occupa solo una parte minima del territorio» e nei quartieri chiave «Hamas mantiene presenza e servizi civili».

Ma Netanyahu insiste. Parla alla pancia della destra messianica, promette sicurezza e vittoria, mentre Rafah è stata divisa dal resto di Gaza con un nuovo corridoio militare – il terzo – e si affonda nel disastro umanitario. Il sistema crolla: ospedali chiusi, aiuti bloccati, blackout imposti come arma. Ma l’unico piano che il governo sembra avere è continuare la guerra. E pazienza se il costo si misura in bambini denutriti, famiglie in fuga e città rase al suolo. Anche la diplomazia è paralizzata, stritolata tra cinismo e propaganda.

Intanto i generali si defilano. L’Idf chiede un’uscita strategica, ma il potere politico vuole la resa incondizionata. E mentre gli alleati tacciono, mentre gli ostaggi restano ostaggi, Netanyahu sale sui podi a dichiarare vittorie che non ci sono. Il risultato è una guerra che si perpetua per mantenere il potere e una menzogna che si autoalimenta: la conquista di Gaza come finzione necessaria, perché non c’è alcun progetto per il dopo. Né politico, né umano. Solo un vuoto. Armato. E feroce.

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Autonomia solo se fa comodo

Il governo Meloni è il più reazionario della storia repubblicana. Non per una singola riforma, ma per l’architettura di potere che sta costruendo. Predica l’autonomia differenziata, sbandiera il federalismo come modernità istituzionale, ma impugna sistematicamente ogni legge regionale che non rientri nel proprio perimetro ideologico. Toscana, Sicilia, Trentino: tre casi, tre schiaffi, tre rivelazioni. L’autonomia va bene solo se serve a rafforzare il centro. Va male se le Regioni iniziano a essere laboratori di diritti.

In Toscana, una norma approvata il 18 giugno 2025 premiava negli appalti pubblici le aziende che garantivano almeno 9 euro lordi all’ora ai lavoratori. Una soglia minima, non imposta ma incentivata. Un criterio premiale, non un vincolo. Il governo l’ha impugnata il 5 agosto, sostenendo che viola la competenza statale in materia di “concorrenza” e “ordinamento civile”. Tradotto: tutelare i salari altera il mercato. Il lavoro povero non è un’anomalia da correggere, è un elemento da preservare in nome della concorrenza. Il governo non consente alle Regioni di fare ciò che lo Stato si rifiuta di fare: garantire una soglia di dignità.

In Sicilia, l’Assemblea Regionale ha provato a intervenire su uno dei nodi più ipocriti della sanità pubblica: l’impossibilità di esercitare il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, per carenza di medici non obiettori. La legge regionale n. 23 autorizzava le aziende sanitarie a bandire concorsi riservati a personale non obiettore, con la possibilità di revoca in caso di obiezione successiva. Anche qui, impugnativa immediata: violazione della libertà di coscienza, principio di uguaglianza, invasione di competenza. Il governo non difende la Costituzione: la piega. Impone la libertà astratta di obiettare contro il diritto concreto delle donne a curarsi. Ribadisce un ordine simbolico in cui il corpo femminile resta ostaggio della morale dominante. E lo fa anche in una Regione a guida centrodestra: segno che l’ideologia prevale sul pragmatismo, e che il controllo dei diritti vale più del consenso territoriale.

Poi c’è il caso Trentino. Una legge approvata ad aprile alzava da due a tre i mandati consecutivi del presidente di Provincia. La Lega l’ha voluta per blindare il suo uomo, Maurizio Fugatti. Fratelli d’Italia l’ha bloccata per tagliargli la strada. L’impugnativa è arrivata il 19 maggio, con i ministri leghisti contrari. Lo scontro è stato interno alla maggioranza. Non si trattava di principio, ma di potere. Il principio è servito solo come copertura. L’articolo 51 della Costituzione, la legge 165/2004, la giurisprudenza della Consulta: tutto vero. Ma tutto usato come leva politica. Un modo per tenere la Lega sotto tutela, in nome della legalità, ma con l’obiettivo di ridurne la forza competitiva dentro la coalizione.

Ecco il modello: autonomia nelle scartoffie, centralismo nei diritti. Le Regioni possono gestire fondi, firmare intese, ottimizzare burocrazie. Ma appena provano a fare politica – sui salari, sulla salute, sulle regole democratiche – interviene lo Stato. Non per proteggere un ordine costituzionale condiviso, ma per imporne uno unilaterale. Uniforme, conservatore, disciplinato. Non è incoerenza. È metodo. Il governo Meloni ha adottato un federalismo economico e un centralismo etico-giuridico. Autonomia per la gestione, verticalismo per i valori. Le Regioni sono libere solo se non disturbano. Se non anticipano. Se non provano a fare meglio.

L’impugnativa è diventata lo strumento con cui si chiude ogni esperimento di progresso. Non ci si limita a disattendere le proposte altrui: le si cancella, le si delegittima, le si blocca sul nascere. L’autonomia che si rivendica a Roma viene negata nelle Regioni, salvo che serva a rafforzare i rapporti di forza della maggioranza. Tutto il resto – il dibattito sui LEP, le rassicurazioni su scuola e sanità – è un’illusione semantica. Il governo sta costruendo un sistema ibrido e ipocrita: Regioni più deboli, cittadini più diseguali, diritti più negoziabili. La Costituzione come campo di battaglia, non come patto. E il pluralismo come minaccia da neutralizzare, non come ricchezza da tutelare. La Repubblica «una e indivisibile» è diventata indivisamente governata da una sola ideologia.

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Hiroshima, 80 anni dopo: la memoria tradita tra silenzi e arsenali nucleari

Alle 8.15 di questa mattina, a Hiroshima, una città ancora segnata da un silenzio incandescente, sono risuonate le parole del sindaco Kazumi Matsui: «L’umanità ignora le sue stesse tragedie. L’accettazione del nucleare come deterrente porterà nuove catastrofi». Ottant’anni dopo il bombardamento atomico che uccise almeno 140.000 persone, il monito si leva ancora una volta tra i resti della cupola dell’A-bomb Dome e i volti sempre più rari dei sopravvissuti, gli hibakusha, oggi con un’età media di oltre 86 anni.

Ma il paradosso è che, mentre la loro memoria si spegne, gli arsenali si moltiplicano. Il mondo dispone oggi di oltre 12.200 testate nucleari, di cui 3.900 pronte all’uso immediato e almeno 2.100 in stato di allerta operativa. Significa che in ogni istante ci sono migliaia di bombe nucleari – molte delle quali strategiche – pronte a essere impiegate in pochi minuti. Se si considera la potenza media degli ordigni odierni, l’arsenale globale equivale a più di 80.000 bombe come quella sganciata su Hiroshima.

La banalità dell’annientamento

Nel 1945 bastarono 15 kilotoni per radere al suolo una città. Oggi, una singola testata B83 americana può raggiungere 1,2 megatoni, 80 volte Hiroshima. Le nuove armi sono più potenti, ma anche più utilizzabili: termonucleari, miniaturizzate, montate su missili ipersonici e progettate per distruggere con precisione chirurgica. L’effetto di questa trasformazione non è solo tecnico, ma strategico: abbassa la soglia psicologica dell’impiego, alimenta la convinzione che una guerra nucleare limitata sia possibile.

È la fine del vecchio equilibrio del terrore. Dopo la Guerra Fredda, il numero di testate aveva toccato un minimo storico nel 2017, con circa 9.200 armi operative. Da allora, la tendenza si è invertita. Il riarmo è silenzioso, ma reale. Cina, India, Pakistan e Corea del Nord aumentano i propri arsenali. La Cina, in particolare, aggiunge circa 100 testate l’anno e punta a 1.500 entro il 2035. Russia e Stati Uniti continuano a detenere insieme quasi l’87% delle testate mondiali.

L’architettura del disarmo è crollata

Il Trattato INF non esiste più, il New START è stato sospeso dalla Russia nel 2023 e scadrà nel 2026 senza che siano in corso negoziati per un rinnovo. Nessuna potenza nucleare – né i suoi alleati – ha aderito al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) entrato in vigore nel 2021. Anzi: mentre il trattato è ignorato, la NATO, tramite il suo segretario generale Stoltenberg, chiede di «rafforzare la deterrenza nucleare» – proprio nei giorni in cui si commemorano Hiroshima e Nagasaki.

L’Europa ospita oggi circa 100 bombe nucleari B-61 statunitensi, di cui 35 in Italia, nelle basi di Ghedi e Aviano. Si tratta di armi tattiche che, per potenza e precisione, possono essere impiegate in scenari regionali: conflitti come quello in Ucraina o in Medio Oriente non sono più separati dalla minaccia atomica. Come ha detto oggi Matsui, «accettare il nucleare significa rinunciare alla civiltà. E il tempo per evitarlo sta finendo».

Hiroshima come simulacro

Nell’anniversario che probabilmente sarà l’ultimo a vedere un numero consistente di hibakusha in vita, il rischio non è l’oblio. È la distorsione della memoria. Hiroshima viene celebrata, ma svuotata di significato. Le colombe bianche si alzano in volo nel cielo giapponese, mentre nel resto del mondo si preparano nuovi vettori, si aggiorna il software dei missili balistici, si investono oltre 100 miliardi di dollari l’anno in modernizzazione.

In un documento letto oggi durante la cerimonia, la rete Nihon Hidankyo ha parlato di una «corsa contro il tempo», denunciando come la memoria dei sopravvissuti stia svanendo mentre la minaccia nucleare cresce. Le parole del sindaco Matsui, pronunciate davanti ai rappresentanti di 120 Paesi, sono un testamento politico: «Combattere per l’eliminazione delle armi nucleari è il minimo che possiamo fare per coloro che sono morti. E per chi non è ancora nato». L’umanità ha dimenticato la lezione. O forse, peggio, ha imparato a conviverci.

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Italia-Israele: la vergogna in calendario

Quando Mauro Berruto dice che Italia-Israele del 14 ottobre a Udine «è una partita che non dovrebbe essere giocata», non sta facendo ideologia. Sta ricordando che lo sport, se non prende posizione, diventa complice. È già accaduto. È accaduto quando la Russia è stata esclusa da tutte le competizioni dopo l’aggressione all’Ucraina. Ed è accaduto quando il Sudafrica dell’apartheid è rimasto fuori dal campo per ventiquattro anni. Due pesi, due misure: la Fifa, l’Uefa e il Cio sembrano allergici alla coerenza.

Berruto non chiede l’impossibile. Non invoca il boicottaggio della nazionale, ma un gesto simbolico. Come le magliette rosse di Panatta e Bertolucci nella finale in Cile contro Pinochet. Come gli striscioni, i bracciali, i segni che mostrano che anche il pallone ha una coscienza. Invece si finge che nulla accada. Che i bombardamenti, la fame imposta, le fosse comuni a Gaza, non siano sufficienti a giustificare nemmeno un sopracciglio alzato.

Il paradosso è evidente. Gli atleti russi possono gareggiare solo se prendono le distanze da Putin. Gli israeliani no: in molti casi rivendicano apertamente le scelte di Netanyahu, eppure nessuno muove un dito. La Federcalcio italiana, almeno, potrebbe dire qualcosa. Potrebbe dissociarsi, potrebbe suggerire un altro stadio, un’altra data, un’altra forma. Invece tace.

Non ci si nasconda dietro l’autonomia dello sport. Anche il silenzio è una decisione politica. E oggi, davanti all’occupazione, alla distruzione sistematica, all’assedio, non c’è neutralità che tenga. Chi gioca quella partita, la legittima.

Buon mercoledì.

Foto di Joshua Hoehne su Unsplash

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