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Netanyahu uccide, l’Europa paga, gli Usa proteggono

La guerra a Gaza ha consumato ogni brandello di umanità. Le cronache di questi giorni raccontano un orrore ciclico, una devastazione silenziosa che piega corpi e speranze. Il piano di Netanyahu — una conquista totale di Gaza — resta lontano dall’essere realizzato, frenato persino dall’opposizione interna e dalla “cabina di guerra” israeliana che ammonisce sui costi insostenibili, umani e strategici. La pressione internazionale aumenta: sedute d’emergenza all’ONU, parlamenti che si mobilitano — ma più che a fermare il massacro, sembra si reagisca per salvare l’immagine che ancora si può salvare.

E intanto a Gaza, mentre i grandi della politica si confrontano freddi, il dolore si legge negli occhi di chi ha perso tutto. I racconti dal territorio descrivono le infezioni, le ustioni, la cecità imposta dalle bombe e dal silenzio. Lì, ogni cura è un miraggio, ogni farmaco un’utopia. Ogni volto è un grido che il mondo rifiuta di ascoltare.

B’Tselem, Amnesty e numerosi studiosi di diritto internazionale parlano ormai chiaramente di un disegno che travalica ogni logica militare per diventare pulizia etnica — o peggio. Ogni giorno 93 persone — tra cui donne e bambini — cadono vittime di un conflitto il cui vero obiettivo sembra essersi sdoppiato: da un lato la resa di Hamas, dall’altro l’annientamento di un’intera popolazione.

Eppure, in questo squallido teatro umano, ogni passaggio verso la piena occupazione di Gaza rischia di essere l’anticamera di una guerra eterna. Gaza non è uno spazio neutro da conquistare, ma un popolo da cui partire. Anche ieri Gaza ha urlato, anche ieri il mondo ha taciuto. 

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La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo – Lettera43

Con il sequestro di oltre due tonnellate di cocaina in una fattoria di Punta Espinillo, l’Uruguay si conferma punto di stoccaggio e transito della droga. Il tempo dei boss come Morabito è tutt’altro che passato. Reti, infrastrutture e logistica internazionale sono ancora perfettamente funzionanti. Ma noi preferiamo mettere la testa sotto la sabbia.

La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo

Era solo una fattoria. Isolata, in fondo a una sterrata dimenticata dal catasto, sorvegliata da telecamere e nascosta da un canneto. Ma sotto quella terra, nel cuore di Punta Espinillo, c’erano 2.200 chili di cocaina. Stipati come scorte di guerra, pronti a partire. L’Uruguay si risveglia di nuovo con il volto livido del narcotraffico. E con la conferma che il tempo dei boss è tutt’altro che passato.

Il ruolo dell’Uruguay nel narcotraffico

L’operazione si chiama “Nueva Era”, e il nome è fin troppo preciso. Perché qui non si tratta più solo di latitanze e arresti eccellenti. Qui c’è un’infrastruttura. Un sistema. Una logistica rodata. Un Paese, l’Uruguay, che da oltre 20 anni è la retrovia operativa della ‘Ndrangheta, ben prima che Rocco Morabito – il “re della cocaina” – fosse arrestato nel 2017, evaso nel 2019 e riarrestato in Brasile due anni dopo per poi essere estradato in Italia. Morabito era solo la faccia più fotogenica. Oggi, dopo le operazioni Iris e Samba, il sequestro record di Punta Espinillo potrebbe mostrare il resto del corpo: la continuità operativa, l’adattabilità criminale, la complicità sistemica.

La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo
Rocco Morabito (Ansa).

La cocaina sequestrata era destinata al mercato europeo

Secondo il ministero dell’Interno uruguaiano, la cocaina sotterrata vale 13 milioni di dollari all’origine, ma sfiora i 60 milioni sul mercato europeo. Era destinata tutta a noi. L’Europa resta la meta finale. L’Italia, molto probabilmente, uno degli scali principali. La proprietà, ufficialmente rurale, era in realtà un centro clandestino di stoccaggio, gestito da sei adulti uruguaiani, tra cui una coppia residente con tre figli. La droga era già frazionata, pronta al carico. Secondo le indagini, sarebbe arrivata mesi prima su un piccolo aereo, nascosta in una fattoria di Playa Pascual e poi trasferita nella boscaglia di Canelones.

La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo
La cocaina sequestrata a Punta Espinillo (da Youtube).

La rete sudamericana della ‘Ndrangheta

Un deposito, un passaggio, una tappa. Eppure, il sequestro è solo la superficie. Lo confermano i magistrati e lo dice il presidente uruguaiano Yamandú Orsi: «Non sarà un’azione temporanea, ma istituzionale. O ne usciamo tutti insieme, o tutti insieme affonderemo». Parole nobili, dette davanti al cadavere politico di un sistema che non ha mai voluto guardare sotto la superficie. Da anni, lo stoccaggio di droga ha portato anche armi automatiche, minori reclutati, passaporti diplomatici rilasciati a boss internazionali. L’Uruguay è diventato un Paese di transito, di silenzi e di intersezioni. Una zona franca per i padroni della cocaina. Le navi partono da Santos, da Guayaquil e da Buenos Aires. Passano per Gioia Tauro, Rotterdam, Anversa. Ma i comandi, spesso, si trovano a monte. O meglio: all’ombra. Il Sudamerica è il quartier generale della holding criminale chiamata ‘Ndrangheta. Acquista direttamente dai cartelli, tratta da pari a pari con i narcos locali, organizza la logistica, supervisiona il trasporto, gestisce l’ingresso in Europa e ne incassa i dividendi.

La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo
Il presidente uruguayano Yamandu Orsi (Ansa).

In Italia la polvere bianca si trasforma in champagne per tutti

In Italia, la polvere bianca si trasforma in champagne borghese. Si consuma ovunque: uffici, locali, aperitivi. Secondo i dati del governo, nel 2024 l’Italia ha raggiunto 11 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti. I decessi per cocaina hanno quasi raggiunto quelli per eroina. Il crack è tornato: più economico, più aggressivo, più redditizio. I costi sanitari aumentano, i guadagni sono privati, le conseguenze sono pubbliche. Nel frattempo, i media tacciono. L’argomento non “fa clic”. Le querele temerarie funzionano. I giornalisti specializzati scompaiono. E mentre cala il racconto, cresce la penetrazione. La mafia oggi preferisce la mimetizzazione: meno kalashnikov, più carte di credito. La criminalità si fa sistema economico. E lo Stato, spesso, si fa complice inconsapevole o utile idiota. Il governo italiano alza il tetto all’uso del contante, smantella il reddito di cittadinanza e propone riforme della Giustizia che, a detta degli stessi magistrati antimafia, indeboliscono gli strumenti d’indagine. Tutto in nome dell’efficienza. Ma l’efficienza, per le mafie, è sempre una buona notizia.

La Nueva Era è già qui. Il ritardo è il nostro

Il boss arrestato nel 2017 viveva con 13 telefoni, 12 carte di credito e una residenza ottenuta con un passaporto falso. Per anni ha condotto affari come “commerciante di soia”. Era latitante, ma non nascosto. La sua era una latitanza di lusso, protetta, interconnessa. Quando evase dal carcere nel 2019 con l’aiuto di complici, lo fece sotto gli occhi delle telecamere. E oggi, a distanza di anni, la sua rotta – Montevideo, João Pessoa, Gioia Tauro – è ancora perfettamente attiva. Il sequestro di Punta Espinillo lo conferma. Due tonnellate di cocaina, sotto terra, a due passi dalla capitale, con sistemi di videosorveglianza attivi e piani di esportazione già avviati. Il boss è in carcere, ma la sua struttura è ancora viva. Perché la ‘Ndrangheta, oggi, non è una persona. È una rete. Chi ha sorvegliato quel carico per due anni? Chi ha permesso lo stoccaggio, il trasporto, il silenzio? Chi ha firmato i documenti, lasciato passare gli aerei, chiuso gli occhi? La risposta non è nei sequestri. È nei legami. È in ciò che resta invisibile: amministratori, funzionari, imprenditori, uomini delle istituzioni. Tutti quelli che fingono di non sapere dove sono finite le due tonnellate successive. Ecco perché “Nueva Era” non è solo un’operazione: è la prova che l’era nuova è già iniziata. E l’unico ritardo, ormai, è il nostro.

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Il governo li chiama Paesi sicuri, ma per i migranti sono l’inferno

Non ci sono scorciatoie, non sono possibili semplificazioni. Nel 2023, il 65% delle vittime di tortura seguite dalla Rete di Supporto per le Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST) non ha subito violenze nel Paese d’origine, ma durante il percorso migratorio. Spesso nei Paesi considerati “sicuri” dalle autorità italiane ed europee. È la fotografia impietosa del primo report annuale di ReSST, rete nata nel dicembre 2024 dalla collaborazione tra Caritas, MSF, MEDU, CIAC, NAGA e altri soggetti impegnati nell’assistenza a migranti sopravvissuti a trattamenti inumani e degradanti.

Dei 2.618 casi analizzati, solo il 35% ha subito torture nel proprio Paese. Per tutti gli altri, il dolore è cominciato dopo la partenza: lungo rotte che attraversano Libia, Tunisia, Turchia, Marocco, Egitto, Guinea. Con alcuni di questi Stati, l’Italia continua a siglare intese per rimpatri, trattenimenti e respingimenti, invocandone la “sicurezza” normativa. Una contraddizione insanabile, che mina alla base l’intero sistema delle “liste dei Paesi sicuri”, costruite per ridurre il riconoscimento della protezione internazionale e velocizzare le espulsioni.

Torture di Stato e violenze diffuse

A infliggere le torture non sono solo trafficanti o bande criminali. Secondo i dati raccolti, il 28% delle violenze è opera di pubblici ufficiali. Significa poliziotti, soldati, guardie carcerarie. Lo stesso Stato che dovrebbe garantire diritti è spesso l’agente della tortura. E tra le vittime prese in carico dalla rete, il 43% necessita di supporto psicologico specialistico; il 77% vive in condizione di precarietà abitativa e legale. Le violenze documentate – fisiche e psichiche in egual misura – comprendono colpi, ustioni, minacce, isolamento prolungato, abusi sessuali. Le motivazioni principali che spingono alla fuga restano economiche (51%), ma i dati raccolti mostrano chiaramente che la povertà estrema è a sua volta un potente fattore di rischio per subire violenza sistemica.

I dati clinici contro la propaganda dei rimpatri

L’Italia, intanto, continua a promuovere accordi di “cooperazione”, stringendo la mano a governi responsabili di abusi sistemici. Lo ha fatto con la Tunisia, firmando intese per il contenimento dei flussi, mentre i centri di detenzione nel Paese venivano denunciati per maltrattamenti e deportazioni collettive. Lo fa con l’Egitto, da cui arrivano richieste di rimpatrio verso oppositori politici rifugiati. Lo fa con il Sudan e la Libia, teatri di abusi documentati da decine di rapporti internazionali.

Eppure, nonostante le evidenze cliniche, le liste dei Paesi sicuri restano il pilastro delle nuove politiche sull’asilo. In contrasto non solo con il buonsenso, ma anche con l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra, secondo cui «nessuno Stato può espellere o respingere un rifugiato verso un Paese in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate». Il report ReSST dimostra che la minaccia è concreta. Ma viene sistematicamente ignorata.

Non basta curare, serve proteggere

Nel 2024, le otto organizzazioni della rete hanno fornito oltre 14.000 prestazioni sanitarie: consulti psicologici (43%), visite mediche generali (34,2%), supporto legale e sociale. Ma il lavoro clinico, per quanto fondamentale, non basta a restituire dignità e sicurezza a chi è sopravvissuto alla tortura. Serve, come scrive ReSST, «ricostruire fiducia, ascoltando senza giudizio, garantendo percorsi individuali di tutela».

Questo significa, sul piano politico, smettere di trattare la sofferenza come un effetto collaterale del controllo migratorio. Significa superare l’idea che la sicurezza di uno Stato coincida con la disponibilità a trattenere migranti nei propri confini, a qualunque costo. Significa, soprattutto, riconoscere che la tortura non è un’eccezione remota, ma una realtà sistemica e prossima, prodotta da scelte precise. Compresa la nostra.

Per questo la rete chiede all’Italia di abbandonare la logica dei “Paesi sicuri” e tornare al principio della valutazione individuale, unica via per garantire il rispetto del diritto internazionale e, più semplicemente, dell’umanità. Perché ogni corpo torturato racconta una storia. E ogni storia, se ignorata, diventa complicità. Anche se viene negata ad oltranza.

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Chi occupa vince, se ha buoni amici

Benjamin Netanyahu ha smesso di fingere. Ora è ufficiale: Israele si prepara a un’occupazione permanente della Striscia di Gaza. Non è più guerra, non è più rappresaglia. È colonizzazione. E a questo punto la domanda è tanto semplice quanto cruciale: la comunità internazionale intende applicare le stesse sanzioni che ha imposto agli altri invasori del nostro tempo?

L’Iraq che occupa il Kuwait? Embargo totale, risoluzioni ONU, operazioni militari autorizzate. La Russia che invade l’Ucraina Congelamento di riserve valutarie, esclusione dal sistema SWIFT, price cap sul petrolio, sanzioni mirate su migliaia di individui. Israele che occupa Gaza dopo averla devastata, assediata e spopolata Nulla. Nessuna sanzione. Nessun embargo. Anzi: accordi commerciali privilegiati, rifornimenti militari e scudi politici a ripetizione.

Il doppio standard non è più un sospetto. È un dato giuridico. Il diritto internazionale è chiarissimo: un’occupazione non può prevedere trasferimenti forzati, punizioni collettive, distruzioni sistematiche o blocchi umanitari. Eppure tutto questo è già realtà. E il Consiglio di Sicurezza resta paralizzato dai veti statunitensi.

Ora che Israele non si nasconde più, neppure l’Occidente potrà farlo. I governi europei e i partiti italiani che hanno invocato le “regole” contro Mosca devono decidere se il diritto vale anche a Gaza. Se non lo faranno, l’eccezionalismo israeliano non sarà più solo tollerato: sarà legittimato. E con esso, il tramonto dell’ordine giuridico internazionale. Del resto ogni genocidio che si rispetti ha bisogno di una moltitudine di canaglie collaborazioniste, indifferenti e servi sciocchi. 

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Fra palco & realtà

Si preparava “ad accogliere un numero record di turisti” per l’estate, Daniela Santanchè. Che assicura: “Parlare di crisi del turismo di agosto è allarmistico e fuorviante”. Ma fuori dal ministero, tra tavoli vuoti e bollette raddoppiate, c’è chi racconta un’altra estate: ristoratori che lavorano a vuoto, alberghi che sopravvivono sui margini, intere zone balneari che si svuotano di italiani. Basta con il dibattito tra chi crede al trionfo e chi grida al disastro.

I dati parlano chiaro. Nel terzo trimestre 2025 le presenze italiane sono ancora in calo. Le famiglie, erose da inflazione e stipendi fermi, rinunciano alle ferie. Secondo Eurostat, oltre il 30% degli italiani non può permettersi nemmeno una settimana di vacanza. E nei ristoranti delle località turistiche, le presenze non si traducono in incassi. “Prosperità senza profitti”, lo chiamano gli operatori. Eppure Santanchè celebra l’ennesimo “record”. Come se il compito di un ministro non fosse rappresentare la realtà, ma sostituirla con gli slogan.

Le sue dichiarazioni selezionano solo ciò che brilla: i turisti stranieri, i voli pieni, il sorpasso nel numero di presenze sulla Francia. Ma tacciono sul resto: sul turismo interno in crisi, sulla qualità dei servizi, sulla frattura tra Nord saturo e Sud. Che un ministro racconti mezza verità è grave. Ma che lo faccia per il secondo anno consecutivo, senza che nessuno ne chieda conto, è l’ennesima conferma: questo governo non teme la smentita dei fatti. Conta sulla distrazione collettiva. E trasforma ogni estate in un’occasione di propaganda. Anche se l’Italia turistica si regge su un equilibrio precario. E sempre più precari sono quelli che la tengono in piedi.

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Usa, diritti in cenere: l’ossessione di Trump, ordinata la distruzione di 9,7 milioni di dollari di contraccettivi

Questa estate il governo degli Stati Uniti ha ordinato l’incenerimento di una scorta di contraccettivi del valore di 9,7 milioni di dollari, già pagata con fondi pubblici, pronta alla distribuzione in cinque Paesi africani e perfettamente utilizzabile fino al 2029. Il gesto, definito da Ippf (International Planned Parenthood Federation) come «coercizione riproduttiva intenzionale», è l’esito più brutale della Global Gag Rule, la politica americana che vieta l’uso di fondi pubblici per organizzazioni coinvolte – direttamente o indirettamente – in servizi legati all’aborto.

Le forniture, composte da Iud, impianti e pillole, erano state acquistate sotto l’amministrazione Biden e stoccate in Belgio. Destinazione: Kenya, Tanzania, Mali, Zambia e Repubblica Democratica del Congo. Quando la nuova amministrazione Trump ha reintrodotto la Gag Rule in forma estesa, ha bloccato ogni alternativa: rifiutata la proposta dell’Ippf di distribuire gratuitamente le forniture, respinta anche l’offerta dell’Unfpa di acquistare il materiale. L’unica via scelta è stata la distruzione, per di più a spese aggiuntive: 167.000 dollari per il trasporto e l’incenerimento in Francia.

Il prezzo umano della dottrina

Il danno non è solo contabile. È umano, ed è già misurabile. Secondo le stime, oltre 1,4 milioni di donne e ragazze perderanno accesso alla contraccezione. In Tanzania è andato perso il 28% del fabbisogno annuo, con oltre 1 milione di dosi distrutte. In Kenya 108.000 donne resteranno senza impianti; in Mali è svanito il 24% delle forniture previste. Le conseguenze sono immediate: si stimano 174.000 gravidanze indesiderate e 56.000 aborti non sicuri, in contesti dove l’interruzione volontaria di gravidanza è spesso illegale o letale.

Nello Zambia, 295.000 dosi iniettabili e 48.400 impianti sono stati cancellati. Nella Repubblica Democratica del Congo, le forniture dovevano sostenere un fragile sistema sanitario in piena crisi umanitaria, già colpito da conflitti armati e mancanza cronica di personale medico. In almeno tre dei cinque Paesi, le strutture pubbliche dipendevano per oltre il 60% dagli aiuti internazionali per la pianificazione familiare. Con la mancanza di alternative gratuite, si prevede un aumento significativo di complicanze ostetriche, infezioni e mortalità materna.

Il Kenya è il paradigma di questa crisi pianificata. Già prima dell’estate, il Paese denunciava un deficit del 46% nei finanziamenti per la pianificazione familiare. Il congelamento imposto da Usaid a gennaio ha paralizzato gli approvvigionamenti, lasciando le strutture sanitarie con cinque mesi di scorte, contro i quindici necessari. Il colpo di grazia è arrivato con l’incenerimento: un atto simbolico quanto devastante, in una società dove una ragazza su cinque è già madre o incinta tra i 15 e i 19 anni.

Bruciare per non cedere

La giustificazione formale dell’amministrazione è stata l’impossibilità legale di cedere beni a organizzazioni «non idonee». Ma la stessa regola che vieta il finanziamento non impone la distruzione fisica delle scorte. La volontà politica, non il vincolo giuridico, ha orientato la scelta. È un cambio di paradigma: dal taglio dei fondi all’annientamento delle risorse.

La distruzione ha minato anche la credibilità diplomatica degli Stati Uniti. L’Unfpa ha parlato di «accuse infondate» e denunciato la perdita di 335 milioni di dollari in progetti cancellati. Médecins Sans Frontières ha definito la scelta «un atto sconsiderato contro le donne e le ragazze del mondo». La Francia, coinvolta nella fase finale dell’operazione, si è limitata a dichiarare che «non esistono basi legali» per intervenire, pur avendo appena inserito il diritto all’aborto nella sua Costituzione.

In gioco non c’è solo la salute riproduttiva, ma la credibilità dell’aiuto internazionale e l’autonomia delle donne nel Sud globale. Trump ha trasformato un cavillo regolamentare in un’arma contro i diritti fondamentali, lasciando dietro di sé ceneri e silenzi. Il messaggio è chiaro: meglio distruggere che cedere il controllo. Meglio bruciare la cura, che lasciarla nelle mani di chi la considera un diritto.

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Il ponte, la città e la sciagura annunciata

Matteo Salvini ha detto che in caso di un grande terremoto, «le città crollerebbero ma il Ponte sullo Stretto resterebbe in piedi». È la dichiarazione perfetta per raccontare la sua politica: un’opera faraonica, isolata nel nulla, che resiste mentre attorno si muore.

Lui ci mette l’orgoglio ingegneristico, come se bastasse progettare un ponte antisismico per meritarsi applausi. Ma non gli viene un dubbio, neanche per sbaglio: se siamo certi che le città crollerebbero, non sarebbe il caso di occuparsi delle città? Di renderle sicure, abitabili, vive? O il piano è davvero che in caso di catastrofe tutti si rifugino sulla carreggiata panoramica di un’opera che costa oltre 13 miliardi?

Il paradosso è che ha ragione: il Ponte, almeno sulla carta, resisterebbe. È pensato per sostenere sismi di magnitudo 7,1, più forte del disastro del 1908. Ma mentre Salvini si commuove davanti ai rendering, la Protezione civile italiana continua a segnalare migliaia di edifici pubblici a rischio. Scuole, ospedali, case. Quelli sì che cadrebbero.

E allora sì, lo ha detto lui: le città crollerebbero. È una confessione. È l’ammissione che i fondi ci sono, ma vanno altrove. Verso il cemento che fa notizia, verso l’arroganza che fa propaganda, mai verso la vita delle persone. Salvini costruisce ponti nel vuoto, mentre la terra trema sotto chi ci vive davvero.

E se il Ponte serve solo a resistere in un deserto di macerie, è esattamente questo che racconta: l’idea di uno Stato che preferisce salvarsi la faccia piuttosto che salvare i corpi. Un’opera antisismica in un Paese che non lo è. Un monumento alla propria insipienza.

Buon venerdì. 

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Israele bombarda anche il pane

C’è fame, sì. Ma non per carestia. Fame indotta, calcolata, prodotta con metodo. Secondo i nuovi dati della FAO, oggi a Gaza resta accessibile e coltivabile appena l’1,5% delle terre agricole. In aprile era il 4%. Nel 2023, prima dell’assedio, Gaza era un cuore agricolo: 10% del PIL, mezzo milione di persone coinvolte, una varietà di colture locali che garantiva autosufficienza e dignità. Oggi è tutto cenere.

Dal blocco totale imposto a marzo all’impossibilità di far entrare aiuti, fino al bombardamento sistematico di serre, orti, frutteti e pescherecci: l’agricoltura a Gaza è stata sterminata. E con essa i suoi abitanti. Più dell’86% dei terreni è stato danneggiato. A nord si arriva al 94%. In molti casi, come a Rafah, non si tratta solo di distruzione ma di occupazione: ciò che non è stato raso al suolo è stato reso inaccessibile.

«Gaza è sull’orlo della carestia totale», avverte il direttore della FAO Qu Dongyu. Ma è già oltre l’orlo: centinaia di persone sono morte di fame, migliaia uccise mentre cercavano cibo. Michael Fakhri, relatore speciale ONU per il diritto al cibo, è chiarissimo: «Israele ha costruito la più efficiente macchina di fame che si possa immaginare».

Si chiama ecocidio, quando la guerra devasta intenzionalmente l’ambiente. E in questo caso ha un solo scopo: rendere la vita impossibile. Distruggere ogni futuro. Affamare come strumento di dominio. Le caratteristiche tipiche del genocidio. Il diritto al cibo è diritto umano. A Gaza è diventato un bersaglio militare. Un altro indizio. Anzi, un’altra prova, l’ennesima, di ciò che accade a Gaza. 

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Pausa di riflessione sulla fiducia: la Camera vuole rivedere le regole

Da due anni e mezzo la Camera dei deputati cerca di rifarsi il trucco. Con l’alibi del taglio dei parlamentari e il pretesto della modernizzazione, il regolamento interno è oggetto di una riforma a tappe, lenta e faticosa, che procede per strattoni. Dopo le modifiche sui quorum e il taglio dei tempi di intervento in Aula, oggi si discute di una norma che ha resistito per oltre mezzo secolo: l’obbligo di aspettare almeno ventiquattro ore prima di votare una questione di fiducia.

L’articolo 116 del regolamento della Camera, approvato nel 1971, impone una pausa forzata ogni volta che il governo decide di porre la fiducia su un provvedimento. La norma non esiste al Senato, dove il voto di fiducia equivale al voto finale e può avvenire subito. A Montecitorio, invece, anche dopo la fiducia bisogna aspettare un secondo passaggio: il voto vero e proprio sul testo. Il risultato è un triplo rallentamento. Un esempio recente: il decreto “Economia” è stato oggetto di fiducia il 4 agosto alle 18. La Camera ha potuto votarla solo alle 18 del giorno successivo. E il voto finale è arrivato il 6 agosto. Tre giorni per un atto già blindato.

Una pausa per riflettere? O per perdere tempo?

Il costituzionalista Alfonso Celotto ricorda che la pausa nacque per consentire ai deputati di riflettere: «Votare la fiducia a un governo dovrebbe essere una cosa seria». Ma ammette che il meccanismo ha ormai perso ogni significato. La fiducia non è più un’eccezione: è una routine. Il governo Meloni ne ha già poste 98 in meno di due anni, 55 alla Camera e 43 al Senato. In media una ogni dieci giorni. Una prassi divenuta automatismo, spesso usata per evitare modifiche e accorciare i tempi parlamentari.

Eppure, in questo sistema già zavorrato, la Camera riesce a rallentarsi da sola. La “pausa di riflessione” è diventata un momento di stasi istituzionale. «I deputati vanno in giro per Roma senza poter far nulla. Retaggio dei tempi in cui si veniva a Roma col calesse», ha scritto con sarcasmo Luigi Marattin. L’immagine è esagerata, ma il punto resta: una norma scritta per un Parlamento che non esiste più produce solo attese incongrue.

L’opposizione teme lo scambio al ribasso

La Giunta per il regolamento, presieduta da Lorenzo Fontana, ha riaperto il dossier. La proposta di cancellazione della pausa di 24 ore è stata presentata dai relatori Federico Fornaro (PD), Igor Iezzi (Lega) e Angelo Rossi (FdI). La maggioranza è favorevole, ma tra le opposizioni si avvertono resistenze. Non perché la norma sia utile, ma per la consueta sproporzione tra quello che si toglie e quello che si concede in cambio.

Francesca Ghirra, deputata di Alleanza Verdi-Sinistra, ha sintetizzato il timore: se si velocizza il voto di fiducia, si rischia di incentivare ulteriormente l’abuso di decreti-legge. E infatti, secondo i dati raccolti da Pagella Politica, 93 delle 98 fiducie poste dal governo Meloni sono state usate per convertire decreti. Lo stesso esecutivo che prometteva di “ridurre il numero dei decreti”, ha smentito se stesso con costanza.

Per bilanciare il possibile squilibrio, i relatori hanno proposto alcune tutele per l’opposizione: spazi garantiti per discutere proposte di legge, più domande ai ministri durante i question time, e un obbligo per il governo di riferire sull’attuazione delle mozioni approvate. Strumenti potenzialmente utili, ma subordinati all’approvazione finale della riforma, attesa dopo la pausa estiva.

I deputati hanno tempo fino al 26 settembre per presentare emendamenti. Poi il testo dovrà passare al vaglio della Giunta e dell’Aula. Fino ad allora, il Parlamento continuerà a perdere giorni per votare quello che è già deciso. Riformare è difficile. Svecchiare, persino di più. Ma almeno si è capito che il problema non sono i cavalli dei calessi: è il freno a mano.

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L’egemonia ai tempi di Meloni

“Processate anche me”: non è una difesa, è un attacco. Giorgia Meloni non chiede di essere giudicata, ma esige che il giudizio si trasformi in plebiscito. Nella crisi innescata dal caso Almasri, la presidente del Consiglio ha scelto la linea dello scontro. Ha rigettato il terreno della legalità, ha rifiutato la grammatica istituzionale, e ha ribaltato la cornice: chi denuncia è il colpevole, chi indaga è un sabotatore, chi difende il diritto è un nemico della patria.

Non è la prima volta che accade nella storia italiana. Cento anni fa, Benito Mussolini affrontava il baratro del delitto Matteotti con una mossa retorica simile: “Se il fascismo è un’associazione a delinquere, io ne sono il capo!”. Fu l’inizio della dittatura. La somiglianza non è nelle intenzioni, ovviamente, ma nella struttura. Quando il potere si trova sotto accusa, la strategia più efficace non è difendersi: è rilanciare, riformulare il campo di gioco, chiamare il popolo alla guerra contro le istituzioni.

La sfida di Meloni al Tribunale dei ministri, che ha chiesto l’autorizzazione a procedere per Piantedosi, Nordio e Mantovano, è servita su un vassoio di patriottismo tossico e narrazione vittimistica. “È assurdo che io venga esclusa”, ha detto la premier. Non è una richiesta di giustizia: è una richiesta di appartenenza. Chi salva i ministri salva lei. Chi non lo fa, tradisce la patria.

La coincidenza tra leader e nazione non è un effetto collaterale: è il fine. Ogni parola pubblica di Meloni punta a creare un cortocircuito: lei è l’Italia, e chi la critica ne offende l’immagine. Anche l’atto – del tutto legittimo – con cui Avs ha segnalato il governo alla Corte Penale Internazionale per la complicità nei bombardamenti a Gaza viene narrato come una lesa maestà. “Cercano il soccorso esterno”, dice. Come se appellarsi a un organo di giustizia internazionale, ratificato dall’Italia stessa, fosse un atto di insubordinazione. Come se l’opposizione non fosse parte della democrazia, ma il suo tradimento.

La retorica meloniana si alimenta di un eterno duello tra “noi” e “loro”: noi, i patrioti; loro, gli avversari interni ed esterni, alleati in una trama per sabotare il governo del popolo. Una dinamica che echeggia la paranoia costitutiva del fascismo: la nazione assediata, l’élite corrotta, il potere giudiziario come braccio armato dell’inciucio. Solo che oggi i manganelli sono parlamentari, e le minacce si mascherano da legittima difesa.

Nel caso Almasri, l’Italia ha consegnato un ricercato internazionale alla Libia senza rispettare le procedure previste dallo Statuto di Roma. Un atto che infrange non solo le regole giuridiche, ma la credibilità internazionale del nostro Paese. Eppure, per Meloni, la colpa è di chi chiede spiegazioni. È un modello perfettamente funzionante: la legalità viene accusata di ostacolare la sovranità, i tribunali sono dipinti come strumenti di lotta politica, e l’opinione pubblica è polarizzata in amici e nemici.

Nel suo post su Facebook, Meloni riassume questa logica in una frase-chiave: “Non riuscendo a batterci in patria, cercano i giudici”. Il diritto diventa sospetto, la procedura è un intralcio, il dissenso è una delegittimazione. È la versione istituzionale della cancel culture autoritaria: non si accetta la complessità, non si sopporta il conflitto democratico. Si vuole soltanto la conferma, la fedeltà, l’applauso.

La storia, tuttavia, insegna che non basta vincere una crisi trasformandola in consenso. Mussolini, dopo il 3 gennaio 1925, si assicurò il controllo assoluto. Ma quella fu la morte della democrazia. Meloni non può (e forse non vuole) seguire lo stesso destino. Ma i metodi impiegati, anche nella cornice democratica attuale, pongono interrogativi cruciali: quanto può reggere uno Stato in cui la legalità è trattata come una nemica? Quanto può durare una Repubblica che tollera la sistematica deformazione del dibattito pubblico in confronto tribale?

Le istituzioni, finché reggono, sono più forti della retorica. Ma il prezzo di questa torsione sarà la qualità della nostra democrazia. Non è in gioco solo il destino di tre ministri, né l’equilibrio tra governo e magistratura. È in gioco la possibilità che, in Italia, si possa ancora dissentire senza essere accusati di tradimento.

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