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Lo schiaffo europeo a Meloni dimostra che Apostolico aveva ragione

Lo chiamarono attivismo giudiziario. Le affibbiarono un’etichetta politica. Diffusero video privati, la accusarono di faziosità, di sabotaggio, di militanza mascherata. Ma oggi la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dice una cosa sola: Iolanda Apostolico aveva ragione. Aveva ragione nel ritenere che la Tunisia non potesse essere considerata “Paese sicuro” senza un esame serio. Aveva ragione nel difendere il diritto di ogni giudice a valutare, in autonomia, la fondatezza delle designazioni governative. Aveva ragione nel non piegarsi al decreto Cutro.

Lo schiaffo è netto, formale, irrevocabile. La Corte ha stabilito che gli Stati possono redigere liste di Paesi sicuri, sì, ma solo se quelle liste sono sottoponibili a “controllo giurisdizionale effettivo”. Non un dettaglio: un principio cardine del diritto europeo. Principio che il governo Meloni ha tentato di aggirare, bollando come “incredibile” il lavoro della giudice, e minando la sua credibilità professionale con una pressione politica che ha raggiunto il livello del dossieraggio.

L’infamia di una campagna politica

Il 2023 è stato l’anno della caccia ad Apostolico. Salvini rilanciava un video del 2018 in cui la giudice manifestava contro le politiche migratorie del governo. Meloni attaccava pubblicamente la sua decisione di non convalidare un trattenimento a Porto Empedocle. Nordio avviava accertamenti ispettivi definiti dall’ANM come un tentativo di intimidazione. I media di area montavano il caso, insinuando incompatibilità, mancanza d’imparzialità, abuso di ruolo.

Nessuna di queste accuse ha trovato conferma in sede disciplinare. Ma Apostolico, esposta alla gogna pubblica e istituzionale, ha anticipato la sua uscita dalla magistratura. Una sconfitta dello Stato di diritto, consumata nel silenzio colpevole delle istituzioni. Ora, la Corte europea riconosce la legittimità di quel gesto che le costò l’isolamento: disapplicare la presunzione di sicurezza per uno Stato che non garantisce diritti fondamentali a tutta la popolazione.

La sentenza che restituisce verità

Nel pronunciarsi sul protocollo Italia-Albania, la Corte ha stabilito che un Paese terzo può essere considerato sicuro solo se rispetta i diritti fondamentali per tutte le categorie di persone. E soprattutto: che tale classificazione non può essere sottratta al vaglio dei tribunali. Tradotto: nessuna lista blindata, nessuna immunità ministeriale, nessun automatismo amministrativo può prevalere sull’indipendenza della giurisdizione.

È esattamente quello che Apostolico rivendicava nella sua ordinanza: la possibilità per il giudice di valutare, caso per caso, la fondatezza della “sicurezza” dichiarata. Oggi la massima autorità giuridica europea le dà ragione. E dà torto al governo, che aveva fatto della Tunisia l’emblema della sua politica dei respingimenti accelerati.

L’umiliazione politica di un’intera maggioranza

Il verdetto colpisce al cuore l’ideologia del decreto Cutro, la logica dei trattenimenti arbitrari, il modello Albania e il mito del “controllo totale” sui migranti. Meloni sperava in una sentenza favorevole per legittimare retroattivamente le sue scelte. Ha ricevuto invece una bocciatura che smonta giuridicamente l’intera impalcatura politica del suo operato.

È una disfatta istituzionale: il governo viene smentito nel merito, dai fatti e dal diritto. Ma soprattutto, viene inchiodato alla responsabilità di aver perseguitato una giudice per aver applicato la legge. Di aver trasformato l’autonomia della magistratura in un capro espiatorio. Di aver cercato vendetta, e non giustizia.

Chi ripagherà il danno?

Oggi Apostolico non siede più su uno scranno. La sua carriera è stata piegata da una pressione politica indegna di una democrazia costituzionale. Ma la sua posizione giuridica, quella sì, è stata pienamente confermata. Chi le ha dato della faziosa, chi ha montato il caso per delegittimare un potere indipendente, chi ha chiesto la sua testa per accontentare un’agenda politica, oggi tace.

Tace davanti a una sentenza che certifica l’abuso. Tace perché ha perso. Ma resta una domanda, amara e urgente: chi restituirà ad Apostolico la dignità istituzionale che le è stata strappata

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Tra decreti Frankenstein e Matrioska, la strategia del fare e disfare adottata dal governo umilia il Parlamento

Tra matrioske e minotauri, l’arte di governare si è trasformata in una partita in cui l’arbitro – il Parlamento – non fischia più. A documentare l’ennesima torsione della decretazione d’urgenza è Pagella Politica, che ha analizzato come il governo Meloni stia abusando di tecniche legislative tanto ingegnose quanto pericolose per l’equilibrio democratico.

Il caso più emblematico è la trasformazione del disegno di legge “Sicurezza” in un decreto-legge. Un testo che era già stato approvato alla Camera e bloccato al Senato, e che il governo ha deciso di riscrivere da capo nella forma di decreto per aggirare i tempi. Fare e disfare, appunto. Con il vantaggio procedurale dei 60 giorni per la conversione, ma con un costo istituzionale altissimo: il messaggio è che il Parlamento è un orpello, utile solo quando non intralcia.

Il gioco delle tre carte

Ma non è solo questione di furbizia procedurale. Secondo l’analisi di Pagella Politica, il governo ha fatto ricorso per ben 12 volte nella legislatura alla tecnica del cosiddetto “minotauro”: prendere un decreto-legge, lasciarlo decadere, e infilarne il contenuto dentro un altro decreto in corso di conversione. La legge finale diventa così una matrioska: ciò che era nato come atto autonomo finisce assorbito da un altro, spesso senza nemmeno arrivare al vaglio di entrambe le Camere.

Il Comitato per la legislazione della Camera ha descritto questa pratica come «una delle prassi più controverse» della decretazione d’urgenza. E non si tratta solo di forma: la Corte Costituzionale ha già ammonito che questi “decreti Frankenstein” mettono a rischio la chiarezza normativa e compromettono l’intelligibilità dell’ordinamento. Leggi scritte così sono fatte per non essere comprese, né dai cittadini né dagli operatori del diritto.

Emblematico il caso del decreto sui Paesi “sicuri”, utile a rendere operativi i centri per migranti in Albania. Il testo è decaduto in Senato ed è stato subito riciclato in un altro decreto già in esame alla Camera, dedicato a tutt’altro: i flussi migratori regolari e la lotta al caporalato. Ne è uscito un ibrido normativo che il deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo ha definito “una matrioska”, ammettendo pubblicamente che “poteva andare meglio”. Dichiarazione rara, in un Parlamento ormai ridotto a notaio.

Norme usa e getta

L’intreccio tra velocizzazione e opacità normativa ha raggiunto livelli strutturali. Un altro esempio è il decreto-legge sugli impianti industriali strategici, che è stato inglobato in quello sull’ex Ilva di Taranto. Per giustificare la scelta, la sottosegretaria Fausta Bergamotto ha parlato di “affinità tematica”. Una giustificazione di comodo, perché è il metodo a prevalere sul merito.

Il problema è che queste tecniche comprimono il tempo di discussione parlamentare. Lo ha spiegato con chiarezza il costituzionalista Marco Ruotolo: inserire un decreto in un altro può ridurre “fino ad annullare” i tempi di esame per la seconda Camera. Nel caso del decreto sui Paesi “sicuri”, il tempo disponibile è stato tagliato di 12 giorni. Il Parlamento, che secondo la Costituzione dovrebbe disporre di 60 giorni per la conversione, ne ha avuti molti meno. A perdere, ancora una volta, è la qualità della democrazia.

Una cultura dell’urgenza permanente

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani difende la pratica parlando di “scelte necessarie”. Ma la necessità non può diventare la regola. Quando ogni urgenza è trattata come emergenza, la Costituzione finisce schiacciata. Il governo ha ormai istituzionalizzato il monocameralismo alternato: un ramo discute, l’altro ratifica. L’effetto è che solo una parte del Parlamento può modificare i testi, mentre l’altra si limita a prenderne atto. Eppure non era questo il disegno dei costituenti.

A preoccupare è anche il segnale culturale: il potere esecutivo non si limita più a governare, ma ridisegna i confini della propria legittimità. Quando un governo riscrive i suoi stessi decreti pur di evitare ostacoli, non sta solo forzando la prassi sta riscrivendo, di fatto, le regole.

Come nota Pagella Politica, non è la prima volta che succede. Ma è la frequenza, oggi, a segnare la differenza. A forza di fare e disfare, questo governo rischia di sfilacciare la tela costituzionale. Il punto non è la furbizia, ma l’idea di potere che la guida: un potere che non sopporta limiti, che si reinventa all’infinito, come un decreto trasformato in decreto. E che intanto lascia al Parlamento solo l’illusione di contare.

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La carestia calcolata: a Gaza la fame è un’arma

L’idea di “mettere i palestinesi a dieta” non è una provocazione, ma una strategia pianificata. Lo diceva già nel 2006 un consigliere dell’allora premier israeliano Ehud Olmert, e oggi lo confermano i numeri ufficiali. Secondo i dati riportati dal Guardian il 31 luglio 2025, Israele ha calcolato scientificamente quanto cibo serve per tenere in vita la popolazione di Gaza. Poi ha smesso di fornirlo.

Tra marzo e giugno, Israele ha fatto entrare nella Striscia solo 56.000 tonnellate di cibo, a fronte di un fabbisogno minimo mensile di 62.000. Nello stesso periodo, il mondo ha assistito — impotente e complice — alla trasformazione della fame in carestia. Non per catastrofi naturali. Per scelta politica.

La guerra ha reso impossibile l’agricoltura e la pesca. Ogni caloria disponibile a Gaza deve entrare da fuori. Lo sa bene Cogat, l’agenzia militare israeliana che gestisce gli accessi. Eppure, mentre gli esperti ONU certificavano il “peggiore scenario possibile”, il governo israeliano minimizzava, incolpava Hamas, la burocrazia umanitaria, l’ONU, chiunque tranne sé stesso.

Ma è tutto scritto. In passato Cogat stimava 2.279 calorie al giorno per persona, equivalenti a 1,8 kg di cibo. Oggi ne entra meno della metà. Anche durante il cessate il fuoco di gennaio e febbraio, bastarono pochi giorni di rifornimenti regolari per invertire il corso della fame. Eppure a maggio, mentre la crisi esplodeva, Netanyahu si è limitato a riaprire i rubinetti a goccia. Ora promette “aiuti minimi”. Per contenere l’indignazione internazionale, non la carestia.

Nel frattempo, si lanciano airdrop dal cielo, costosissimi e inefficaci. In due anni di guerra, 104 voli hanno garantito cibo per appena quattro giorni. Una messinscena umanitaria utile solo a mascherare il vero colpevole dietro una cortina di logistica. La fame, in Gaza, non è un fallimento. È un’arma. E Israele ne conosce ogni formula.

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Alta velocità cancellata, propaganda in corsia di sorpasso

In Calabria non ci sarà l’alta velocità. Ci sarà, invece, il Ponte sullo Stretto. Così ha deciso il governo, con la stessa leggerezza con cui si taglia una spesa da 9,4 miliardi dal PNRR-PNC e la si ricolloca in un capitolo indefinito. È tutto scritto nero su bianco nel rapporto intermedio del Cresme, presentato in Commissione ambiente alla Camera. Mentre si moltiplicano i video del presidente Occhiuto che descrive la Calabria come un cantiere aperto, nella realtà i lavori finanziati dal Piano in quella regione sono fermi al 15%. Ma tanto, nell’Italia governata dalla destra, la propaganda corre veloce. I treni no.

Il definanziamento dell’alta velocità Salerno–Reggio Calabria è un doppio schiaffo. È uno schiaffo ai cittadini calabresi, ancora condannati a viaggi da terzo mondo e a una mobilità da secolo scorso. Ed è uno schiaffo al principio stesso del PNRR, nato per colmare i divari territoriali e rilanciare l’equità infrastrutturale. Invece, quei fondi sono stati “rimodulati” per rincorrere sogni faraonici come il Ponte, che costa meno in appalti immediati e rende di più in termini elettorali. Un classico esempio di “scippo politico”, come l’ha definito il Pd calabrese.

Le parole dell’assessora regionale ai lavori pubblici, che prova a rassicurare parlando di “copertura con altri fondi”, suonano come una presa in giro. Se non sono più quelli del PNRR, quali sarebbero questi fondi alternativi? Per ora, l’unica certezza è che il governo ha stornato anche 3,5 miliardi di fondi di coesione per Calabria e Sicilia, usandoli per “rimpolpare” il budget del collegamento stabile sullo Stretto.

L’alta velocità in Calabria diventa così il simbolo di una strategia precisa: far pagare al Sud il prezzo della messinscena sovranista, mentre si regala la scena a un Salvini che pretende infrastrutture di bandiera senza neppure riuscire a garantire quelle di base. Se il PNRR doveva segnare un cambio di passo, qui è stato ridotto a un passo indietro. Accelerato.

Buon venerdì.  

foto wikipedia

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Ve li ricordate quando erano sovranisti?

Ve li ricordate, quando gridavano? Quando Giorgia Meloni tuonava contro «la sistematica e scientifica svendita del nostro sistema produttivo», quando Matteo Salvini parlava di «shopping sottocosto» e Antonio Tajani denunciava «una vorace campagna acquisti ai danni dell’Italia»? Li ricordate sempre davanti a un microfono, sempre pronti a brandire l’orgoglio nazionale come uno scudo? Bene. Ora dimenticateli.

Perché la vendita di Iveco ai colossi indiani di Tata Motors, ufficializzata ieri, è passata con l’avallo tacito – anzi, complice – degli stessi che ieri invocavano il golden power e oggi preferiscono il silenzio. Salvini, che nel 2021 definì «una sciagura» la possibile cessione ai cinesi di FAW, oggi si nasconde dietro dichiarazioni ministeriali anodine. Tajani, che temeva lo “spezzatino” industriale, oggi ne è parte attiva. Meloni, che nel 2023 bloccava l’ingresso cinese in Pirelli, oggi approva un’operazione quasi identica, solo perché firmata con Nuova Delhi.

La giustificazione è che “l’India è un partner strategico”, e che l’unità militare di Iveco è salva grazie all’acquisto da parte di Leonardo. Ma il patriottismo industriale, se è serio, non può essere così flessibile. Se ieri la proprietà estera era «un furto di sovranità», oggi non può diventare «opportunità di crescita» solo perché fa comodo all’agenda diplomatica o serve a costruire rapporti economici graditi a Palazzo Chigi.

Tata ha promesso di non chiudere stabilimenti per due anni. E poi? Il golden power, che si sventolava come totem contro ogni minaccia estera, non viene nemmeno citato. La divisione militare è stata “salvata” perché altrimenti il governo avrebbe dovuto fare i conti con le sue stesse contraddizioni.

La verità è che lo Stato ha abdicato a ogni ruolo attivo. Il governo non ha gestito l’operazione: l’ha subita, l’ha giustificata, l’ha incartata in comunicati vaghi, nella speranza che nessuno si ricordasse degli strepiti del passato. Ma il passato, come sempre, torna. E pesa.

Chi ieri gridava “Iveco non si tocca” oggi applaude, o peggio: scompare. Non è cambiato il mondo. È cambiato chi lo raccontava.

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La parabola della destra italiana, da filo-palestinese a filo-israeliana: quando il sostegno a Gaza era un merito

A Torino, nel 1982, Giuliano Ferrara chiese che un concerto per la pace fosse dedicato ai palestinesi massacrati a Sabra e Shatila. Gli fu negato. Ferrara, allora comunista, reagì con tale veemenza che lasciò il Pci. La sua era una posizione chiara: solidarietà alle vittime palestinesi e condanna di quello che l’Onu avrebbe definito “un atto di genocidio”. L’episodio, documentato e pubblico, è l’atto fondativo della sua rottura con la sinistra.

Oggi lo stesso Ferrara accusa di antisemitismo chi chiede la fine della guerra a Gaza, chi denuncia le decine di migliaia di morti civili, chi invoca il diritto internazionale. “Liberare Gaza anche con le bombe”, ha detto in una fiaccolata nel 2023. In mezzo, un travaso ideologico che l’ha portato a fondare Il Foglio, santuario italiano del pensiero neoconservatore.

Ma la traiettoria di Ferrara non è un caso isolato. È la parabola di un’intera destra italiana che, da filo-palestinese e anti-sionista, è diventata ferocemente filoisraeliana.

Tra fiamma e kefiah

La destra post-fascista italiana nasce filo-palestinese. Non per afflato umanitario, ma per coerenza ideologica: l’anti-sionismo era il riflesso dell’anti-americanismo. I documenti non mancano: volantini del Fronte della Gioventù negli anni ’80 chiedevano sanzioni contro Israele e il riconoscimento dello Stato palestinese. “Fermare il massacro”, si leggeva. Si inneggiava alla “stirpe guerriera” palestinese.

Giorgia Meloni militava in quegli ambienti: in un video del 1996 compare nella sede di Azione Studentesca con un manifesto palestinese alle spalle. In quegli stessi anni, anche Ignazio La Russa e Galeazzo Bignami frequentavano gli ambienti della destra giovanile che vedeva nell’Olp di Arafat un’alleata contro il capitalismo sionista e il comunismo internazionale.

La trasformazione è stata radicale. Gianfranco Fini volò a Gerusalemme nel 2003 e definì il fascismo “male assoluto”. Fu anche un’operazione geopolitica: la destra doveva diventare presentabile per gli Stati Uniti. L’effetto? La retorica dell’“alleato strategico” sostituì quella del “popolo oppresso”. La Meloni, oggi, è l’erede diretta di quella svolta. Ha mantenuto la fiamma nel simbolo e riposto la kefiah nel cassetto.

Ieri Palestina, oggi premi da Israele

Il cambiamento non è solo teorico. È concreto. Nel 2014 Meloni scriveva su Twitter: “Un’altra strage di bambini a Gaza. Nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti”. Oggi definisce “controproducente” il riconoscimento della Palestina e firma memorandum militari con Israele. Nel 2025 ha votato contro una risoluzione Onu per il cessate il fuoco. La Russa, da sempre nella tradizione missina, oggi partecipa a fiaccolate “per le vittime israeliane” senza mai citare Gaza. Bignami oggi condanna chi, come l’amministrazione di Bologna, ha esposto fuori dal Comune la bandiera palestinese “alimentando divisioni e faziosità pericolose”.

Poi c’è Salvini, premiato come “amico di Israele” il 22 luglio 2025, lo stesso giorno in cui a Gaza si contavano 380 morti in un solo bombardamento. Ha dichiarato che “ogni equiparazione tra le vittime è indecente” e ha definito le manifestazioni pacifiste “fiancheggiamento al terrorismo”. Antonio Tajani, che nel 2002 condannava gli insediamenti israeliani e difendeva il diritto al ritorno dei rifugiati, oggi invoca “neutralità” e giustifica i bombardamenti come autodifesa. La coerenza si è spenta sotto i riflettori delle conferenze stampa internazionali.

L’antisemitismo a orologeria

Il capolavoro retorico è l’uso dell’antisemitismo come clava politica. L’antisionismo viene sistematicamente equiparato all’antisemitismo, sulla scorta della definizione Ihra, contestata da più di 40 studiosi internazionali e anche da esperti delle Nazioni Unite. La critica a Israele è diventata un reato morale. Le manifestazioni pacifiste sono trattate come minacce. Chi porta una kefiah è guardato con sospetto. Il dissenso è neutralizzato come odio. Chi chiede la fine dei massacri a Gaza diventa automaticamente complice di Hamas.

Eppure, chi oggi si erge a sentinella contro l’antisemitismo ha radici ideologiche in partiti che della discriminazione razziale hanno fatto la propria identità. Dalla Rsi che deportava ebrei ai lager, al MSI di Giorgio Almirante, redattore della rivista La Difesa della Razza. Non è solo una questione di memoria. È una riscrittura della storia. Una narrazione che, cancellando il passato, assolve il presente. E lo arma.

Il sostegno a Israele non è diventato più solido. È diventato più utile. È il lasciapassare per il potere, la prova di affidabilità per chi ha bisogno di nascondere un passato ingombrante. In questa torsione cinica, la tragedia di Gaza è solo una cornice da ignorare. Il dolore ebraico, usato come scudo. I palestinesi, ridotti a danno collaterale. L’ipocrisia ha assunto una forma così perfetta da farsi identità politica.

La vera vergogna non è nelle bandiere esposte in piazza, ma nei volti che ieri gridavano “Palestina libera” e oggi tacciono, o peggio, accusano chi lo fa. L’ipocrisia non uccide come le bombe. Ma serve a giustificarle. E continua a farlo. Ogni giorno.

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Germania, l’offerta di Pier Silvio Berlusconi per acquisire la quota restante di ProSiebenSat.1 mette in allarme Berlino

Pier Silvio Berlusconi ha rilanciato l’operazione che potrebbe far tremare l’ecosistema mediatico tedesco. La sua MediaForEurope (MFE), erede dell’impero Mediaset, ha alzato l’offerta per acquisire la quota restante del gruppo ProSiebenSat.1, già secondo broadcaster privato in Germania. L’obiettivo è semplice: trasformare MFE in un gigante paneuropeo della televisione commerciale, capace di competere con Netflix e YouTube.

La nuova offerta – 4,48 euro in contanti e 1,3 azioni MFE A per ogni azione ProSieben – vale fino a 8,62 euro per azione e supera di netto la controproposta del gruppo ceco PPF. Non è solo una manovra finanziaria: Berlusconi jr. parla di “progetto industriale”, sinergie fino a 419 milioni annui e un’alleanza per l’indipendenza europea dei media. Ma la Germania, davanti a queste parole, ha reagito con fermezza insolita.

Il muro tedesco

Wolfram Weimer, Commissario per i Media, ha convocato Pier Silvio a Berlino per settembre. “Chi compra un gruppo mediatico in Germania assume una responsabilità politica“, ha dichiarato. A Berlino, del resto, hanno ben presente il modello costruito dal padre, tra interessi incrociati, propaganda politica e conflitti d’interesse mai risolti. E la proprietà MFE, controllata dalla famiglia Berlusconi, evoca timori profondi di condizionamento editoriale.

L’Associazione dei Giornalisti tedeschi ha parlato di “berlusconizzazione strisciante” e chiede che MFE venga bloccata sotto la soglia del 25% di proprietà, ormai superata. I giornali tedeschi rispolverano gli scandali del Cavaliere e l’uso partigiano dei notiziari Mediaset. In questo scenario, anche se Berlusconi jr. non fa politica, il suo cognome è un marchio indelebile che desta sospetti più della sua offerta industriale.

Il governo federale ha chiesto garanzie: indipendenza editoriale, mantenimento della sede in Germania, nessun licenziamento. E i regolatori hanno avviato un’indagine sull’eventuale “potere di opinione dominante” che MFE potrebbe assumere, un concetto giuridico tipicamente tedesco, che va oltre la concentrazione economica e tocca la struttura stessa del dibattito pubblico.

Italia e Germania, due mondi mediatici distanti

Il caso MFE-ProSiebenSat.1 è lo specchio di due sensibilità opposte. In Italia, la sovrapposizione tra potere politico e controllo mediatico è stata per anni una consuetudine istituzionalizzata: dalla legge Gasparri alla gestione lottizzata della Rai, dal Sic alle soglie antitrust aggirate per via normativa. La Legge Frattini, pensata per gestire il conflitto d’interessi, è stata così inefficace da diventare essa stessa parte del problema.

In Germania, la storia ha lasciato cicatrici più profonde. Il principio di Staatsferne – la distanza dello Stato dai media – è un pilastro costituzionale. Il sistema duale (ARD/ZDF da una parte, privati fortemente regolamentati dall’altra) è costruito per impedire concentrazioni e ingerenze. Il modello tedesco non teme tanto l’investitore straniero quanto l’investitore con una storia di strumentalizzazione politica. MFE, anche senza politici in carica, è considerato il prodotto di quell’intreccio. E proprio questo basta, per molti a Berlino, a renderla incompatibile con l’ecosistema mediatico tedesco.

Una battaglia per l’Europa (dei media)

Il confronto tra MFE e PPF non è solo economico. PPF, con la sua offerta in contanti e l’impegno a non modificare governance né identità editoriale, appare più rassicurante. Ma Pier Silvio, sostenuto da Fininvest e da una strategia pan-europea, insiste: “Vogliamo costruire un polo indipendente e competitivo, con radici locali”. La sfida, però, non è sul mercato. È sulla fiducia. E sulla stagione legata al padre che in Germania non è archiviata.

Nel frattempo, Bruxelles osserva. L’European Media Freedom Act, che entrerà in vigore ad agosto, impone standard comuni su proprietà, pluralismo e interferenze. L’operazione MFE sarà il primo vero test di questa nuova architettura europea. Ma se il confronto culturale resta irrisolto, nessuna norma basterà. Mentre la scadenza dell’Opa si avvicina (13 agosto), Berlino è già diventata il teatro di un conflitto molto più grande. E il nome Berlusconi, ancora una volta, è quello che divide.

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Diplomazia da salotto, mentre a Gaza si scava a mani nude

Quarantotto civili uccisi nei pressi del valico di Gaza, secondo l’ospedale locale. L’esercito israeliano nega che sia stato fuoco dell’IDF. Una disputa sulle responsabilità che diventa il simbolo di una guerra dove i morti sono veri e le verità sono di parte. Le immagini raccontano corpi stesi a terra, ospedali senza tregua, e un numero di vittime che continua a crescere. A Gaza non esiste più un luogo sicuro. La guerra si è fatta amministrazione quotidiana del dolore.

In questo scenario, il Canada annuncia che riconoscerà lo Stato di Palestina all’Assemblea generale dell’ONU di settembre. Non un gesto isolato: anche Regno Unito e Francia si muovono sulla stessa linea. Ma Ottawa mette condizioni severe, dall’esclusione di Hamas dalle elezioni del 2026 alla costruzione di un’autorità statale smilitarizzata. Il governo israeliano grida al «premio al terrorismo». Trump, fedele alla linea di Netanyahu, minaccia ritorsioni commerciali contro i canadesi.

Il riconoscimento, così com’è, sembra più un atto di pressione politica che un progetto di pace. Senza cessate il fuoco, senza un corridoio umanitario garantito, senza una strategia per fermare i massacri, ogni iniziativa diplomatica rischia di restare appesa al vuoto. La diplomazia non può essere una cerimonia di parole mentre la gente muore.

Il dato politico, però, è evidente. Il blocco internazionale che finora ha protetto Israele comincia a incrinarsi. Si impone una domanda: quanto ancora si potrà fingere che l’occupazione e la violenza siano l’unico linguaggio possibile? La risposta, per ora, arriva dalle fosse comuni di Gaza.

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Modello Albania, “Ferite al confine”: la denuncia del Report del Tavolo asilo e immigrazione

È una strategia. Il secondo report del Tavolo Asilo e Immigrazione, intitolato Ferite di confine, non documenta solo violazioni, ma descrive un sistema costruito per renderle sistemiche, opache, irreversibili. Dopo la fase iniziale del Protocollo Italia-Albania – pensato per deviare in territorio straniero le procedure d’asilo – il governo ha rimodulato il dispositivo, trasferendo in Albania non più i migranti intercettati in mare, ma le persone già trattenute nei Cpr italiani. Il centro di Gjader è diventato la proiezione esterna di una detenzione amministrativa sempre meno controllabile, collocata fuori dai confini nazionali e, con essi, fuori dalle garanzie costituzionali.

Un modello di governo, non solo di frontiera

Il Protocollo Italia-Albania, nato come risposta securitaria, ha assunto via via i contorni di un laboratorio politico anche per l’Europa. Non si tratta più solo di contenere i flussi migratori, ma di dimostrare che lo Stato è in grado di punire esemplarmente chi varca i confini senza autorizzazione. Un potere che si arroga la gestione della libertà personale in un territorio esterno, marginalizzando il Parlamento, indebolendo il controllo giudiziario e vanificando le prerogative dell’opinione pubblica.

Non è un caso che la trasformazione del “modello Albania” sia avvenuta dopo i primi stop giudiziari, riassegnando il protocollo alla detenzione dei migranti nei Cpr, con costi sproporzionati (circa 800 milioni di euro in cinque anni per appena 132 trasferimenti e 32 rimpatri) e logiche operative che nessuna necessità concreta giustifica. Non si libera spazio nei Cpr italiani (che risultano ancora sottoutilizzati), non si accelera alcun rimpatrio. Si allontana, semplicemente, il problema dalla vista. E dalla legge.

Trasferimenti coatti

Il report documenta con precisione la prassi dei trasferimenti coatti verso l’Albania. Che comprime il diritto di difesa.

La Corte Costituzionale ha chiarito che ogni limitazione della libertà personale deve avvenire con atto motivato della magistratura. Una violazione che si ripete e si aggrava nelle modalità materiali del trasferimento, descritte come “disumane e degradanti” anche dalla giurisprudenza della Corte EDU.

Eccezione permanente

Il Cpr di Gjader da luogo geografico è diventato una zona giuridica di eccezione. Gli standard di cura sono inferiori a quelli italiani, come rilevato dalla Cassazione. Gli episodi critici – atti di autolesionismo, crisi psicotiche, tentativi di suicidio – si moltiplicano (42 eventi critici in poco più di un mese), e i meccanismi di risposta sono spesso inefficaci o tardivi.

La struttura sanitaria è incompleta, il personale albanese non sempre ha titoli equiparati, e i rimandi a ospedali locali non garantiscono standard compatibili con i diritti sanciti dall’articolo 32 della Costituzione. La salute diventa, anche essa, un diritto degradato. I migranti in Albania non hanno accesso alle stesse cure né alla stessa tutela giuridica.

Il costo della propaganda

Dietro tutto questo manca completamente un piano razionale. Lo riconosce lo stesso report: il nuovo “uso” del Protocollo non ha efficacia, non ha coerenza con gli obiettivi dichiarati di rimpatrio. Serve solo a esibire fermezza. È un atto propagandistico che utilizza la vita delle persone per mantenere consenso politico. È uno spettacolo istituzionale in cui la punizione diventa messaggio e il dolore diventa deterrente. Ma non funziona: i numeri lo smentiscono.

E tuttavia continua. Proprio perché è utile non tanto a gestire le migrazioni, quanto a dare forma simbolica a un’ideologia di controllo e marginalizzazione.

L’informazione come ostacolo (da rimuovere)

Il tratto più grave e inquietante, però, è l’opacità. I nomi delle persone trattenute, le nazionalità, i motivi dei trasferimenti: tutto è secretato, retto da una narrazione unilaterale di efficienza e deterrenza, smentita da fatti e cifre. Ma è proprio in questo blackout informativo che si rivela la vera natura del “modello Albania”: uno spazio costruito per non essere visto, per non essere discusso, per sottrarsi al diritto. È il modo con cui si costruisce il silenzio attorno alle persone e si depotenzia ogni critica democratica.

Il report si chiude con un appello: sospendere i trasferimenti, cancellare l’accordo. Non si tratta solo di rispetto dei diritti umani, ma della salvaguardia dell’ordine giuridico democratico. Se uno Stato può trasferire coattivamente individui in un altro Paese, senza controllo, senza motivazione, senza difesa, allora il confine non è più solo geografico: è il punto in cui il diritto si spegne. Il “modello Albania” mostra cosa succede quando si tollera la sospensione dei diritti in nome dell’ordine. Mostra quanto è fragile la dignità, quando diventa merce di scambio nella comunicazione politica. Mostra quanto costa – a tutti – girarsi dall’altra parte.

Nessun confine vale una vita. Ma oggi, anche in Italia, c’è chi è pronto a sacrificare entrambe.

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Ricordarseli bene, ricordarseli tutti

Può essere un errore prendere a bersaglio «bambini assetati in fila per avere acqua»? Un errore sparare su ambulanze, medici, infermieri, su civili inermi e affamati che rischiano la vita per un pugno di farina Un errore distruggere ospedali, uccidere «bambini ricoverati per denutrizione»? Secondo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: no.
Anche dalle parti del Quirinale qualcuno deve avere pensato che fosse il caso di pronunciare una parola sul genocidio trasmesso in diretta da Gaza. La condanna (tardiva) di Mattarella arriva in contemporanea con l’avvio del percorso di riconoscimento della Palestina da parte di altri 14 Paesi alla conferenza promossa da Francia e Arabia Saudita alle Nazioni Unite. Un documento invita le nazioni che non hanno ancora riconosciuto la Palestina a farlo, invocando «un passo essenziale» verso una pace duratura.
L’argine dell’antisemitismo sventolato come scudo per l’impunità del governo Netanyahu si sbriciola giorno dopo giorno di fronte alla verità. La propaganda giorno dopo giorno si sbriciola sotto il peso dei fatti. E così la fame torna a chiamarsi fame, il sistematico assassinio degli innocenti diventa cristallino e il neonazismo israeliano si svela sotto la coltre della sua drammatica storia.
Vale quindi la pena ricordarsi di ricordare coloro che dal 7 ottobre del 2023 hanno concimato il genocidio (e insistono a farlo) da destra a sinistra, ricordare i servi sciocchi, ricordare i collaborazionisti, ricordare i vili, ricordare gli apparenti equidistanti che altro non erano che lubrificatori della strage. Ricordarseli bene, ricordarseli tutti.
Buon giovedì.

Disegno di Marilena Nardi

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