La Nueva Era del narcotraffico è già cominciata. E noi dormiamo – Lettera43
Con il sequestro di oltre due tonnellate di cocaina in una fattoria di Punta Espinillo, l’Uruguay si conferma punto di stoccaggio e transito della droga. Il tempo dei boss come Morabito è tutt’altro che passato. Reti, infrastrutture e logistica internazionale sono ancora perfettamente funzionanti. Ma noi preferiamo mettere la testa sotto la sabbia.
Era solo una fattoria. Isolata, in fondo a una sterrata dimenticata dal catasto, sorvegliata da telecamere e nascosta da un canneto. Ma sotto quella terra, nel cuore di Punta Espinillo, c’erano 2.200 chili di cocaina. Stipati come scorte di guerra, pronti a partire. L’Uruguay si risveglia di nuovo con il volto livido del narcotraffico. E con la conferma che il tempo dei boss è tutt’altro che passato.
Il ruolo dell’Uruguay nel narcotraffico
L’operazione si chiama “Nueva Era”, e il nome è fin troppo preciso. Perché qui non si tratta più solo di latitanze e arresti eccellenti. Qui c’è un’infrastruttura. Un sistema. Una logistica rodata. Un Paese, l’Uruguay, che da oltre 20 anni è la retrovia operativa della ‘Ndrangheta, ben prima che Rocco Morabito – il “re della cocaina” – fosse arrestato nel 2017, evaso nel 2019 e riarrestato in Brasile due anni dopo per poi essere estradato in Italia. Morabito era solo la faccia più fotogenica. Oggi, dopo le operazioni Iris e Samba, il sequestro record di Punta Espinillo potrebbe mostrare il resto del corpo: la continuità operativa, l’adattabilità criminale, la complicità sistemica.

La cocaina sequestrata era destinata al mercato europeo
Secondo il ministero dell’Interno uruguaiano, la cocaina sotterrata vale 13 milioni di dollari all’origine, ma sfiora i 60 milioni sul mercato europeo. Era destinata tutta a noi. L’Europa resta la meta finale. L’Italia, molto probabilmente, uno degli scali principali. La proprietà, ufficialmente rurale, era in realtà un centro clandestino di stoccaggio, gestito da sei adulti uruguaiani, tra cui una coppia residente con tre figli. La droga era già frazionata, pronta al carico. Secondo le indagini, sarebbe arrivata mesi prima su un piccolo aereo, nascosta in una fattoria di Playa Pascual e poi trasferita nella boscaglia di Canelones.

La rete sudamericana della ‘Ndrangheta
Un deposito, un passaggio, una tappa. Eppure, il sequestro è solo la superficie. Lo confermano i magistrati e lo dice il presidente uruguaiano Yamandú Orsi: «Non sarà un’azione temporanea, ma istituzionale. O ne usciamo tutti insieme, o tutti insieme affonderemo». Parole nobili, dette davanti al cadavere politico di un sistema che non ha mai voluto guardare sotto la superficie. Da anni, lo stoccaggio di droga ha portato anche armi automatiche, minori reclutati, passaporti diplomatici rilasciati a boss internazionali. L’Uruguay è diventato un Paese di transito, di silenzi e di intersezioni. Una zona franca per i padroni della cocaina. Le navi partono da Santos, da Guayaquil e da Buenos Aires. Passano per Gioia Tauro, Rotterdam, Anversa. Ma i comandi, spesso, si trovano a monte. O meglio: all’ombra. Il Sudamerica è il quartier generale della holding criminale chiamata ‘Ndrangheta. Acquista direttamente dai cartelli, tratta da pari a pari con i narcos locali, organizza la logistica, supervisiona il trasporto, gestisce l’ingresso in Europa e ne incassa i dividendi.

In Italia la polvere bianca si trasforma in champagne per tutti
In Italia, la polvere bianca si trasforma in champagne borghese. Si consuma ovunque: uffici, locali, aperitivi. Secondo i dati del governo, nel 2024 l’Italia ha raggiunto 11 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti. I decessi per cocaina hanno quasi raggiunto quelli per eroina. Il crack è tornato: più economico, più aggressivo, più redditizio. I costi sanitari aumentano, i guadagni sono privati, le conseguenze sono pubbliche. Nel frattempo, i media tacciono. L’argomento non “fa clic”. Le querele temerarie funzionano. I giornalisti specializzati scompaiono. E mentre cala il racconto, cresce la penetrazione. La mafia oggi preferisce la mimetizzazione: meno kalashnikov, più carte di credito. La criminalità si fa sistema economico. E lo Stato, spesso, si fa complice inconsapevole o utile idiota. Il governo italiano alza il tetto all’uso del contante, smantella il reddito di cittadinanza e propone riforme della Giustizia che, a detta degli stessi magistrati antimafia, indeboliscono gli strumenti d’indagine. Tutto in nome dell’efficienza. Ma l’efficienza, per le mafie, è sempre una buona notizia.
La Nueva Era è già qui. Il ritardo è il nostro
Il boss arrestato nel 2017 viveva con 13 telefoni, 12 carte di credito e una residenza ottenuta con un passaporto falso. Per anni ha condotto affari come “commerciante di soia”. Era latitante, ma non nascosto. La sua era una latitanza di lusso, protetta, interconnessa. Quando evase dal carcere nel 2019 con l’aiuto di complici, lo fece sotto gli occhi delle telecamere. E oggi, a distanza di anni, la sua rotta – Montevideo, João Pessoa, Gioia Tauro – è ancora perfettamente attiva. Il sequestro di Punta Espinillo lo conferma. Due tonnellate di cocaina, sotto terra, a due passi dalla capitale, con sistemi di videosorveglianza attivi e piani di esportazione già avviati. Il boss è in carcere, ma la sua struttura è ancora viva. Perché la ‘Ndrangheta, oggi, non è una persona. È una rete. Chi ha sorvegliato quel carico per due anni? Chi ha permesso lo stoccaggio, il trasporto, il silenzio? Chi ha firmato i documenti, lasciato passare gli aerei, chiuso gli occhi? La risposta non è nei sequestri. È nei legami. È in ciò che resta invisibile: amministratori, funzionari, imprenditori, uomini delle istituzioni. Tutti quelli che fingono di non sapere dove sono finite le due tonnellate successive. Ecco perché “Nueva Era” non è solo un’operazione: è la prova che l’era nuova è già iniziata. E l’unico ritardo, ormai, è il nostro.
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