Economia e comunità
Una riflessione economica senza fronzoli, senza utopie e che proviene dalle pagine di un quotidiano nazionale (a indicare che l’urgenza di un alternativa economica è generalizzata). Mark Twain diceva che non bisogna avere paura di ciò che non si conosce ma di ciò che si crede vero e invece non lo è per intendersi. L’articolo è lungo ma non complicato e, del resto, come diceva ieri sera con me Umberto Ambrosoli la ‘curiosità costa fatica’.
MAURO MAGATTI (da Repubblica)
Con la crisi del 2008 siamo entrati nella “seconda globalizzazione”: la fase espansiva è terminata, come sappiamo bene, e si avvia una nuova stagione in cui la questione della crescita va ripensata, a partire dalla ridefinizione del rapporto tra economia e politica.
Come ad una vasca a cui è stato tolto il tappo, le economie contemporanee, integrate nei mercati e nel sistema tecnico planetario, rischiano di girare a vuoto, bruciando in un batter d’occhio quanto faticosamente riescono a produrre. Èquesto il nodo che struttura oggi i rapporti tra economia e politica. Ed è rispetto a questo nodo che i dibattiti di questi mesi – tanto quelli sull’Europa quanto quelli sulla crescita – debbono essere ridefiniti.
Nella sua teoria politica, Schmitt contrapponeva il mare alla terra: il primo è il regno dell’instabilità, del movimento, della libertà; la seconda indica stabilità, ordine, distinzione. In questa prospettiva, si capisce perché, dal momento in cui l’ordine terraneo europeo collassa a seguito della scoperta dell’America, l’intera vicenda moderna si trova a fare i conti con il tema della tecnica: «il passo verso un’esistenza puramente marittima provoca la creazione della tecnica in quanto forza dotata di leggi proprie. (…) lo scatenamento del progresso tecnico è comprensibile solamente da un’esistenza marittima (…) tutto ciò che si lascia riassumere nell’espressione “tecnica scatenata”, si sviluppa solamente… sul terreno di coltura e nel clima di un’esistenza marittima».
Ora, dopo gli anni rampanti della “prima globalizzazione”, la crisi apre una nuova fase riportando in primo piano la questione “politica”, cioè la ridefinizione di confini e rapporti di forza: nel nuovo “mare tecnico” che avvolge ormai l’intero pianeta – e definito da quell’insieme diinfrastrutture, codici, protocolli, standard in grado di prescindere da qualsiasi connotazione spaziale o culturale – che significato ha la “terra”? Ovvero, com’è possibile, nelle nuove condizioni, la ricostruzione di comunità di mutuo riconoscimento di natura fondamentalmente politica?
Etimologicamente, il termine “terra” significa secco, non umido, in contrapposizione al mare, ambiente liquido e infido e come tale difficile da dominare. Dante usa l’espressione “gran secca” per dire che la terra, per esistere, deve emergere dal mare – rispetto al quale sta in relazione, senza esserne sommersa. La terra dà dunque il senso di una solidità e di una permanenza, cioè di una storia, di un lavoro, di un futuro. Ma anche di un servizio.
Nel mare tecnico, la terra “emerge” là dove si rende di nuovo possibile la vita umana associata, mettendo la tecnica al servizio dei suoi abitanti. Ma affinchéciò sia possibile, sono richiesti impegno e investimento: anche oggi, per portare frutto, la terra va lavorata e curata. Parlare di terra, nell’era tecnica, è, dunque, una scelta eminentemente politica. Lo dimostra la ricerca sulle “global region”: ad affermarsi sono quei territori (città, regioni o stati) che riescono a ricomporre la tecnica con il senso, la mobilità con la vivibilità, l’efficienza con l’affettività, la crescita con il limite. Ma, soprattutto, lo dimostra la crisi europea: senza un’integrazione politica capace di determinare una interruzione, una differenza, la sola infrastrutturazione “tecnica” espone alla forza di un mare imperscrutabile, finendo per provocare la sommersione di un intero continente.
Ma se, infatti, non si dà “terra” senza emersione, al tempo stesso nessuna terra può vivere indipendentemente dal mare – che, fuor di metafora, è oggi il sistema tecnico planetario, con i suoi codici, i suoi linguaggi, i suoistandard.
Da queste considerazioni derivano diverse proposizioni di ordine politico. La prima è che, oggi, la terra si ridefinisce come contenitore di un valore che, invece di disperdersi, si sedimenta. Essa, cioè, esiste solo là dove si compie questa capacità di creazione e di deposito. Lo scrivono efficacemente Porter e Kramer: per reggere le sfide della “seconda globalizzazione” – quella che si delinea con la crisi e le sue conseguenze – occorre produrre – senza limitarsi a consumare – “valore condiviso”, laddove la nozione di “valore” non è riducibile ad una declinazione meramente economicistica.
In un mondo aperto e in movimento, il valore, che fa emergere la terra, è il riconoscimento di un interesse comune – che possiamo chiamare anche bene comune – e che, proprio per questo, si costituisce come differenza rispetto all’ambiente circostante.
Da questo punto di vista, nelmare della tecnica la terra è il luogo politico della cura dell’umano che fa la differenza. E questo non solo perché, in un mondo dove tutto è mobile e interscambiabile, i confini tendono a essere stabiliti più che dal potere di coercizione – a cui i flussi sfuggono – dalla capacità di una particolare comunità di creare condizioni qualitativamente differenziali, di ordine economico e non solo. Non si può più puntare sulla mera espansione quantitativa, ma bisogna scommettere sulla capacita innovativa e creativa. Prendendosi cura delle persone e dell’ambiente in cui vivono.
La terza proposizione è che la terra non si può più pensare, oggi, come separazione, ma solo come relazione. Mai come oggi le sirene della “chiusura forzosa” possono apparire suadenti. Ma la verità è che, persa l’autosufficienza, la terra si costituisce solo in rapporto al mare della tecnica, da un lato, e ad altre terre emerse, dall’altro. Non bastapiù rivendicare o peggio pretendere una diversità.
Secondo Richard Sennett la direzione da seguire si comprende richiamando la distinzione biologica tra parete e membrana cellulare: la prima trattiene tutto per quanto può e dà via quanto meno possibile; la seconda, invece, porosa e resistente, permette il fluire dei vari materiali senza per questo perdere la propria struttura. In un mondo complesso e in perenne movimento, per continuare a esistere – cioè emergere nel mare tecnico – occorre chiudere quel tanto che è necessario per essere veramente aperti. La “chiusura” di cui abbiamo bisogno consiste nello stipulare “nuove alleanze” in grado di costruire confini che non sigillano, ma che mettono in relazione una differenza con il mondo intero.
Così se riconosciamo che il tempo dell’espansione infinita è alle nostre spalle, allora possiamo ammettere che, in futuro, per crescere, qualsiasi terra dovrà reimparare a “fare economia”, cioè a usare al meglio, cioè in modo sostenibile, le risorse disponibili. Senza sprechi, senza privilegi, senza eccessi. Il che non è necessariamente un male. Come negli anni ’30 la Grande Depressione così oggi la Grande Contrazione nella quale siamo immersi potrà essere risolta solo da una diversa idea di crescita. Al cuore del nuovo modello di crescita c’è la questione della “produzione del valore” – abbandonando la strada facile ma perversa della speculazione finanziaria. Nella “seconda globalizzazione” si affermeranno quei territori, quelle comunità che sapranno “produrre valore”. Un valore economico e spirituale insieme, capace di tenere insieme apertura e chiusura, efficienza e senso, individualismo e convivialità, immanenza e trascendenza.
Alla politica il compito strategico di riannodare i fili di una trama sociale che non esiste più nelle forme del XX secolo: in un mondo avanzato, tecnicamente e culturalmente evoluto, la politica stabilizza ciò che è instabile, fa permanere ciò che è contingente, radica ciò che è mobile.
(L’autore è docente di sociologia alla Cattolica di Milano)
La memoria di Falcone secondo Ilda
Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone: bocciato come consigliere istruttore, bocciato come procuratore di Palermo, bocciato come candidato al CSM e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia se non fosse stato ucciso. Eppure ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di “amici” che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito.
Voglio ricordare che la magistratura italiana addirittura scioperò contro Falcone nel 1991. Scioperò contro la legge che creava la Procura nazionale antimafia a lui destinata. Per bloccarne la candidatura, ricordo, un togato del Csm, Gianfranco Viglietta, di Magistratura democratica, esaltò in una lettera al presidente Cossiga l'”assoluta indipendenza” dell’antagonista di Falcone, Agostino Cordova, osservando che “i criteri per la nomina a importantissimi incarichi direttivi non prevedono notorietà o popolarità”. Dunque, Falcone non era indipendente, ma solo “popolare” per Viglietta. Più esplicito in quell’accusa fu Alfonso Amatucci, anch’egli togato al Csm, per la corrente dei Verdi (cui pure Falcone aderiva). Scrisse al Sole-24 ore che Giovanni “in caso di designazione, avrebbe fatto bene ad apparire libero da ogni vincolo di gratitudine politica”. Falcone era più o meno un “venduto” per Amatucci. Ancora un ricordo. Leoluca Orlando nel 1990, sostenne e non fu il solo, soprattutto nella sinistra – che “dentro i cassetti della procura di Palermo ce n’è abbastanza per fare giustizia sui delitti politici”. Quei cassetti, dove si insabbiava la verità sulla morte di Mattarella, La Torre, Insalaco, Bonsignore, erano di Falcone. Ritorna l’accusa di Amatucci e Viglietta: Falcone è un “venduto”. Delle due l’una, allora. O quelle accuse erano fondate e allora non si beatifichi come eroe un magistrato che ha fatto commercio della sua indipendenza o quelle accuse erano, come sono, calunnie e gli artefici avvertano la necessità di fare pubblica ammenda.
In dieci anni, non ho ancora ascoltato una sola autocritica nella magistratura e nella politica. Fin quando ciò non accadrà, io sentirò il dovere di ricordare. Perché solo ricordare le umiliazioni subite da Giovanni Falcone permette di comprendere il significato del suo sacrificio, il suo indistruttibile senso del dovere e delle istituzioni; di afferrare l’eccentricità “rivoluzionaria” del suo riformismo rispetto a un modo di essere magistrato in Italia o a fronte dell’idea subalterna della funzione giudiziaria coltivata dalla politica. Era questa sua diversità a renderlo inviso a una parte della magistratura e a rendergli diffidente e nemica la politica, tutta la politica, se si esclude la parentesi al ministero dove gli fu possibile.
(Ilda Boccassini, 2002)
Mozione di sfiducia per Formigoni
Eccola. Lui si arroccherà. Sicuro. Ma credo che non si potesse aspettare oltre, almeno per vedere cosa farà il Terzo Polo che qui dalle nostre parti qualcuno continua ad inseguire.
Chi ha ammazzato Falcone e Borsellino
Chi ha la vera responsabilita’ di quelle uccisioni, secondo Scarpinato? “Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi apicali dell’economia e della finanza e molti altri”. “Tutte responsabilita’ penali certificate da sentenze definitive -rammenta ancora il procuratore generale di Caltanissetta- costate lacrime e sangue, e tuttavia rimosse da una retorica pubblica e da un sistema dei media che, tranne poche eccezioni, illumina a viva luce solo la faccia del pianeta mafioso abitata dalla mafia popolare, quella del racket e degli stupefacenti, elevando una parte a simbolo del tutto”. Frammenti di verita’, purtroppo, emergono “solo a distanza di decenni dagli eventi, dopo essere stati estratti con il forcipe delle indagini penali a imbarazzati e riottosi custodi di segreti consumatisi in quel ‘fuori scena’ della storia, da sempre bandito dalle cerimonie ufficiali”. Il sasso nello stagno plumbeo delle commemorazioni di Stato e’ tirato.
BRINDISI: LA PAURA FEROCE (intervista di Cadoinpiedi)
Il momento del dolore dovrebbe essere un momento molto silenzioso in cui un Paese si stringe. Solo successivamente arrivano indagini e analisi. I tempi, invece, sono stati confusi: gli analisti avevano fretta di intervenire e dare un cappello a questa storia
Sabato mattina l’esplosione di Brindisi. La paura, la morte, un Paese intero che rivive sentimenti andati. Oggi, a tre giorni di distanza, che analisi si può fare su quanto accaduto, anche alla luce del caos mediatico… ?
Immediatamente dopo il fatto di Brindisi si è accesa una paura feroce. E si è accesa per l’età della vittima e dei feriti, e poi perché è inevitabile che la scuola abbia un valore simbolico, poiché è il luogo della formazione e delle speranze per il futuro (anche se ci sarebbe poi da aprire una discussione proprio sulla scuola, tanto bistrattata negli ultimi anni e oggi diventata improvvisamente monumento dell’Italia migliore).
Quando si accende questa paura feroce si avverte un bisogno immediato di rassicurazioni, a volte anche spettacolari. Purché immediate.Personalmente credo che questa caccia al colpevole, che cammina su ipotesi basate su poco o niente, non sia del tutto etica e rispettosa.
A mio avviso il momento del dolore dovrebbe essere un momento molto silenzioso. Un momento in cui un intero popolo, un intero Paese si stringe. Solo successivamente arriva il momento delle indagini, e ancora dopo il momento delle analisi. Mi sembra, invece, che in questo caso i tempi si siano un po’ confusi: gli analisti avevano fretta di intervenire, gli opinionisti avevano fretta di dire la loro opinione. E si è cercato di mettere il cappello a questa storia.
Lo stesso giorno dell’esplosione ho visto anche alcune manifestazioni in piazza, a cui ho partecipato, in cui anche la politica credo abbia cercato di strumentalizzare il tutto, quasi a voler rivendicare la paternità del dolore delle persone che avevano deciso di scendere in strada per ricordare. Non dobbiamo dimenticare che in questi casi esiste solo una bandiera: quella della civiltà.
E l’informazione non ha fatto un gran lavoro, cercando di sbattere subito il mostro in prima pagina…
Sì, credo di sì. Non abbiamo visto un’informazione elegante e intellettualmente onesta. Del resto questo è un Paese che ha sempre cercato in qualche modo di delegare tutto, nel bene e nel male. Ci sono sempre stati gli eroi, che sono i protagonisti che incarnano lo spirito salvifico, e poi i cattivi che devono essere riconoscibili e il più possibilmente lontani dalla nostra quotidianità per poterci comunque permettere di sentirci sicuri.
#openlombardia I ribelli in casa Formigoni
Un siparietto irresistibile. Fabio Massa lo descrive benissimo.
Secondo quanto ha appreso Affaritaliani.it oggi in Consiglio regionale c’è stato un siparietto che di certo non farà piacere al governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Durante la votazione infatti della mozione dell’opposizione sull’operato politico della Giunta che guida la Regione, per un mero errore di regia, il voto che doveva essere segreto è risultato palese. A questo punto tutti hanno potuto constatare come nella maggioranza in tre abbiano votato contro la Giunta Formigoni. I tre ‘ribelli’ del Pdl sarebbero l’ex assessore del Pdl Stefano Maullu, Angelo Gianmario e Sante Zuffada. La notizia non è ancora confermata ma pare che l’avvenuto stia creando non poco imbarazzo e mal di pancia tra le mura di Palazzo Lombardia.
Sonia Alfano non è in IDV. Parola di Massimo Donadi.
Un’Ansa di ieri. Per dire.
BALLOTTAGGI:DONADI,SONIA ALFANO?CHI NON E’ QUI NON E’ IN IDV
PALERMO
(ANSA) – PALERMO, 21 MAG – “Idv oggi è tutta in questa sala e con Leoluca Orlando, chi non è qui e non è con Orlando non é dell’Idv. Sonia Alfano ha appoggiato Ferrandelli? Non è di Idv, non cacciamo chi non ha neppure la tessera ma bisogna condividere il sistema dei nostri valori per stare nel partito”. Lo dice il capogruppo di Idv alla Camera, Massimo Donadi, ai cronisti che gli hanno chiesto come si comporterà il partito nei confronti dell’eurodeputato Sonia Alfano eletta a Strasburgo come indipendente ed attuale presidente della commissione antimafia del Parlamento europeo. (ANSA).
Ho vinto io
“Ho vinto io”, dice Rosaria, nel bel documentario di Felice Cavallaro:
“Io che sono riuscita ad andare avanti, andandomene da Palermo ma rimanendoci con la testa.
Io che ho cresciuto un figlio, che oggi ha vent’anni e sta frequentando l’accademia della guardia di Finanza.
Io che ho camminato sulle mie gambe, con la vicinanze delle altre persone che come me hanno sofferto per la mafia: il figlio di Rocco Chinnici, la moglie del giudice Paolo Borsellino ..
Io che ho tenuto in piedi una famiglia senza ricorrere ai soldi dei delitti”.
Ma dove siamo stati noi mentre Rosaria vinceva? Dove siamo mentre ci racconta la solitudine con cui ha convissuto? Le parole di Rosaria sono il ventennale più pulito di tutti quelli che vedremo tra qualche giorno: sta tutto nel vivere i momenti, gli affetti e le cose della vita, con la responsabilità del dolore e quella straordinaria ordinarietà nell’amare la dignità.
Buffoni, palcoscenici e politici
“Nel 2008 la sinistra con Prodi ha preso la bastonata più’ forte della storia, Berlusconi ha avuto una vittoria travolgente .Forse si sono dimessi i presidenti di regione e i sindaci di sinistra? No perche’ giustamente non dovevano farlo”. Formigoni si e’ comunque detto “pronto a parlare di politica” con l’opposizione “ma se uno fa il buffone – ha concluso – vada sui palcoscenici, non faccia proposte politiche”.
Roberto Formigoni qualche minuto fa. Ogni riferimento è puramente causale.






