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Verso le Regionali, la difficile scalata del centrosinistra ostaggio di sé stesso

La tornata di elezioni regionali del 2025, che inizialmente appariva favorevole al centrosinistra, si è trasformata in una prova a ostacoli per l’intera opposizione. Il modello del “campo largo”, indicato da molti come strategia vincente dopo la vittoria unitaria in Sardegna, ha mostrato limiti strutturali già nelle sconfitte in Abruzzo e Basilicata. La successiva “doppietta” in Emilia–Romagna e Umbria ha ridato fiato al Pd, ma ha anche evidenziato la sproporzione nei rapporti di forza: mentre il Partito democratico toccava il 41%, il M5S restava sotto soglia.

Il quadro che ne emerge è disomogeneo. L’alleanza si dimostra più solida quando il Movimento 5 Stelle rivendica una propria centralità, più fragile quando viene percepito come semplice supporto. È una dinamica che condiziona le trattative in tutte le regioni al voto: non c’è un equilibrio stabile, ma un continuo negoziato su nomi, programmi e ruoli. Il “campo largo”, più che un progetto politico, appare come un’intesa tattica variabile, piegata a convenienze locali e rapporti di forza mutevoli.

La mina interna del Partito democratico

A rendere il percorso ancora più accidentato sono le divisioni interne al Partito democratico. La linea tracciata da Elly Schlein – netta, progressista, orientata su giustizia sociale e climatica – trova resistenze profonde tra i dirigenti di lungo corso e negli amministratori locali. In Puglia, il conflitto tra il presidente uscente Michele Emiliano e la presidente del Consiglio Regionale Loredana Capone si è trasformato in un caso giudiziario interno, con un esposto in Procura che ha paralizzato il partito.

In Campania, la transizione post-De Luca è segnata da equilibri instabili: l’accordo su Roberto Fico come possibile candidato arriva solo dopo trattative riservate e precise garanzie sulla continuità programmatica. Anche qui, la gestione delle alleanze passa attraverso la sopravvivenza politica dei potentati locali, che condizionano la segreteria nazionale. In Toscana, Eugenio Giani è sotto assedio per le infrastrutture strategiche e per le perplessità sollevate internamente allo stesso Pd.

La tenuta del partito risente della frattura mai sanata tra l’elettorato che ha sostenuto Schlein alle primarie e gli iscritti che avrebbero preferito Bonaccini. Il risultato è un partito attraversato da diffidenze reciproche, in cui ogni scelta strategica rischia di trasformarsi in contesa identitaria.

Equilibri precari e incognite locali

Sul piano territoriale, ogni regione rappresenta un caso a sé. Nelle Marche, l’inchiesta “Affidopoli” che coinvolge Matteo Ricci ha congelato l’alleanza, mettendo in discussione una candidatura fino a quel momento considerata forte. Il Pd si trova ora nella posizione di dover decidere se confermare Ricci (che ieri ha replicato ai 5 Stelle: “I cinquestelle hanno giustamente chiesto di vedere le carte, cosa che ho fatto. Ho spiegato le mie ragioni. Non credo di dover prendere lezioni di onestà da parte di nessuno, su questi temi abbiamo gli stessi valori. In quindici anni di attività politica non ho mai avuto problemi”), esponendosi al rischio politico, o cercare un’alternativa a pochi mesi dal voto. In Puglia, l’assenza di un nome condiviso e la guerra aperta tra le componenti del partito lasciano spazio al M5S per rivendicare la guida della coalizione.

In Campania, l’intesa tra Schlein e De Luca ha permesso di riaprire il dialogo con il Movimento 5 Stelle, ma l’accordo resta fragile: pesano le condizioni poste sul piano programmatico e la possibilità che l’ex governatore giochi partite parallele con una propria lista civica. In Toscana, la candidatura di Giani è ancora oggetto di trattative: le richieste del M5S su ambiente e grandi opere si scontrano con le linee dell’attuale amministrazione e con i timori del mondo imprenditoriale.

In questo contesto, le elezioni regionali diventano molto più di una consultazione locale: sono un test per la segreteria Schlein, una verifica degli equilibri interni al centrosinistra e, soprattutto, un laboratorio nazionale della futura opposizione. Non è in gioco solo la somma dei voti, ma la tenuta di una proposta alternativa al centrodestra capace di presentarsi credibile, coesa e riconoscibile. E il tempo per dimostrarlo si sta esaurendo.

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Rimpatri, il buco nero del Cpr albanese di Gjader: un fallimento 114mila euro al giorno

Nel 2024 i rimpatri di stranieri irregolari hanno raggiunto il minimo storico dal 2014, mentre i costi della detenzione amministrativa sono saliti a livelli senza precedenti. A certificare il fallimento annunciato della politica dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) è il nuovo rapporto Trattenuti, frutto del lavoro congiunto tra ActionAid Italia e il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari. I numeri – aggiornati alla fine del 2024 – raccontano un sistema che costa moltissimo, funziona poco e incide in modo drammatico sui diritti fondamentali delle persone coinvolte.

Cpr Albania: flop da 114mila euro al giorno

L’esperimento simbolo di questo sistema si chiama Gjader, il primo Cpr italiano realizzato fuori dai confini nazionali, in Albania. Dal suo avvio tra ottobre e dicembre 2024 ha operato per soli cinque giorni, durante i quali sono state trattenute appena 20 persone, tutte liberate poche ore dopo. Costo totale: 570mila euro, pari a 114mila euro al giorno. E questo senza considerare i 528mila euro spesi in ospitalità e ristorazione per il solo personale di polizia, sempre in quei cinque giorni. Il costo per l’allestimento di un singolo posto letto nel centro di Gjader ha superato i 153mila euro. In confronto, il centro di Porto Empedocle – inaugurato nel 2024 – è costato un milione per 50 posti, poco più di 21mila euro a posto. Un rapporto di 1 a 7.

Nonostante ciò, tra affidamenti diretti e cantieri ancora incompleti, al marzo 2025 risultano già firmati contratti per 74,2 milioni. È l’operazione più costosa, inefficiente e opaca mai registrata nel settore, secondo gli analisti del rapporto.

Rimpatri al minimo, detenzione al massimo

La funzione originaria dei Cpr sarebbe quella di facilitare i rimpatri. Ma i numeri del 2024 raccontano altro: solo il 41,8% delle 6.164 persone entrate in un centro di detenzione è stato effettivamente rimpatriato. Peggio ancora il dato relativo alle persone con provvedimento di allontanamento: solo il 10,4% è stato effettivamente espulso.

Nel frattempo, i costi lievitano. Solo nel 2024, il sistema ha bruciato quasi 96 milioni di euro, più dell’intera spesa cumulata nei sei anni precedenti (93 milioni tra 2018 e 2023). E tutto ciò senza produrre risultati, né in termini di efficacia né di deterrenza. In sette anni, il costo complessivo del sistema ha superato i 188 milioni di euro, ma oltre il 58% di questi sono stati assorbiti da spese per allestimenti e manutenzioni straordinarie, spesso legate a rivolte, danneggiamenti o chiusure temporanee.

Detenuti senza motivo, giudici che liberano

Il trattenimento, nel tempo, ha cambiato scopo. I richiedenti asilo rappresentano ormai oltre il 45% degli ingressi nei centri: persone che non dovrebbero nemmeno essere lì, in assenza di un provvedimento di allontanamento. Il 21% di loro è stato trattenuto solo in quanto richiedente asilo. Una deriva che porta con sé conseguenze legali e sociali. Le uscite per mancata convalida o proroga del trattenimento da parte dei giudici sono passate dal 9% del 2021 al 29% nel 2024. In due anni, 186 persone sono state liberate perché avevano diritto all’accoglienza: il 89% di tutti i richiedenti asilo entrati nei nuovi Ctra.

Secondo Giuseppe Campesi (Università di Bari), “la detenzione amministrativa sta diventando uno strumento improprio della politica d’asilo, senza alcun effetto tangibile sulla sicurezza e con un impatto devastante sui diritti“. Un “cambio di paradigma” che ha portato alla crescita dei ricorsi accolti e a un uso sempre più discutibile dello strumento detentivo.

Un sistema ingovernabile e patogeno

A fine 2024, l’intero sistema di trattenimento contava 14 strutture (11 Cpr e 3 Ctra), per una capienza ufficiale di 2.555 posti. Ma l’effettiva disponibilità si è fermata a 1.164, il 46% del totale. Strutture fatiscenti, sovraccariche o semivuote, segnate da rivolte, atti di autolesionismo e tre morti solo tra il 2024 e i primi mesi del 2025. Per la prima volta, la piattaforma Trattenuti include anche un monitoraggio puntuale degli eventi critici, per documentare il costo umano – non solo economico – di queste politiche.

“Alla luce di 263 posti vuoti e milioni spesi per una detenzione che non produce rimpatri, risulta sempre più evidente il cortocircuito. L’idea di utilizzare Gjader per trattenere gli irregolari presenti in Italia è del tutto irrazionale e illogica“, spiega Fabrizio Coresi di ActionAid. Eppure si insiste.

Nata con la promessa di rafforzare il controllo delle frontiere, la rete dei Cpr si è trasformata in un’industria fallimentare, tanto più redditizia quanto più inefficace. Un ingranaggio dove i diritti si perdono, i fondi pubblici evaporano e nessuno chiede conto dei risultati.

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Gaza muore, la Cisgiordania sparisce: cronaca di un genocidio legalizzato

C’è una parola che la comunità internazionale continua a evitare, come se nominarla rompesse un incantesimo: annessione. Eppure è ciò che è appena accaduto. Il parlamento israeliano ha approvato una mozione che proclama Giudea, Samaria e Valle del Giordano “parte inscindibile della patria storica del popolo ebraico” e chiede di estendere su questi territori la sovranità israeliana. In Cisgiordania, insomma, si cambia status: da occupazione a possesso, da disputa a conquista.

Un atto gravissimo, che se pronunciato da altri paesi avrebbe provocato sanzioni, convocazioni d’urgenza dell’ONU, aperture dei telegiornali. Invece qui domina il silenzio, interrotto solo da qualche timido appello umanitario. Intanto, a Gaza, si consuma una tragedia senza precedenti: oltre cento organizzazioni denunciano una carestia di massa, con centinaia di bambini morti di fame. Ospedali assediati, aiuti umanitari respinti, giornalisti affamati come i civili che raccontano.

Il diritto internazionale è ridotto a una foglia di fico. Israele rigetta ogni parere delle Nazioni Unite e afferma che “gli ebrei non possono essere occupanti nella propria patria”. Un’affermazione che rovescia secoli di diritto e legittima l’apartheid, come denuncia Ramallah. Le parole hanno un peso: e quando si consacra l’ideologia coloniale nella legge, non si è più davanti a una guerra. È un progetto.

La fame, l’assedio, l’annessione: tutto grida, ma chi ascolta L’Europa balbetta, gli Stati Uniti trattano tregue da uno yacht. Intanto, un’intera popolazione viene cancellata dalla mappa. Prima dai territori, poi dal linguaggio. Domani, dai libri.

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Epstein batte Trump: il boomerang è tornato indietro

Trump voleva smascherare il complotto. Ora rischia di finirci dentro. Non nel senso della persecuzione giudiziaria che lui grida da anni, ma nel senso più grottesco: il complottismo su Epstein, la “lista dei pedofili” che secondo QAnon guiderebbe il mondo, rischia di esplodergli in mano. E di travolgerlo. Perché in quella lista- che ufficialmente non esiste, ma che la sua base pretende – ci sarebbe anche il suo nome. Così dicono i file del Dipartimento di Giustizia, così ha ammesso la sua stessa procuratrice Pam Bondi, che a maggio lo ha avvertito: il tuo nome salta fuori troppe volte.

Trump, che aveva promesso di desecretare tutto per far vedere le colpe dei democratici, ha tirato il freno. Ha spento la macchina del fango. Ha cominciato a lanciare diversivi a raffica: un video AI con Obama in manette, dossier su JFK e Martin Luther King, minacce ai Commanders della NFL e a Powell della Fed. Tutto pur di non parlare di Epstein. Ma i suoi lo vogliono sapere. I teorici del complotto che l’hanno eletto non gli credono più. Pensavano di combattere l’élite dei pedofili, e ora scoprono che il loro eroe ci andava a cena.

Il risultato? Un paradosso perfetto. Trump inseguito da quel complotto che ha alimentato per anni. Con l’alt-right che lo scruta, sospetta, si prepara al tradimento. Il boomerang è partito. E fa un rumore che non si può censurare con una diretta su Truth. Nemmeno la convocazione di Ghislaine Maxwell da parte della Camera potrà salvarlo: più lui nega, più i sospetti crescono. E se l’America è ancora un reality, questa è la puntata in cui il protagonista viene eliminato dal televoto del suo stesso pubblico.

Buon giovedì

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L’Agenzia Ue per i diritti fondamentali: punire i regimi, non i migranti. La linea rossa che l’Europa finge di ignorare

Il 23 luglio 2025 l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (Fra) ha pubblicato un rapporto che mette l’Ue davanti a un bivio: continuare a militarizzare le frontiere e violare i diritti fondamentali, oppure applicare la propria stessa Carta dei diritti colpendo i veri responsabili della cosiddetta “strumentalizzazione dei migranti”. È un documento che non lascia spazio all’ambiguità. Secondo la Fra, “gli Stati devono smettere di punire i rifugiati sfruttati a fini politici” e rivolgere le misure repressive “agli attori ostili”, siano essi governi, milizie o reti di traffico sponsorizzate da Stati terzi.

La “strumentalizzazione”, così come definita dal diritto dell’Ue, si verifica quando un Paese terzo usa i migranti per destabilizzare uno Stato membro, mettendo a rischio funzioni essenziali dello Stato. Ma – sottolinea la Fra – i migranti non sono complici di questa strategia, bensì vittime inconsapevoli. Eppure le risposte degli Stati membri, Polonia e Lituania in testa, si sono concentrate proprio su di loro: respingimenti illegali, detenzione automatica, uso della forza al confine, famiglie separate, minori incarcerati.

Il Patto migratorio e l’ipocrisia dell’Ue

Il paradosso è che molte di queste pratiche – già condannate dalla Corte di Giustizia e documentate dalla Fra – vengono ora legittimate dal Nuovo Patto su Migrazione e Asilo, che entrerà in vigore a metà 2026. La Commissione Europea promuove il Patto come strumento di equilibrio, ma nella pratica incorpora procedure accelerate, trattenimenti prolungati e “finzioni giuridiche” che permettono agli Stati di aggirare diritti garantiti, come l’accesso all’asilo e il principio di non-refoulement.

Il ruolo della Fra – priva di poteri sanzionatori, ma dotata di autorità morale e scientifica – è quello di coscienza critica dell’UE. La direttrice Sirpa Rautio, giurista finlandese con esperienza presso Onu e Consiglio d’Europa, ha chiarito che la risposta alla strumentalizzazione non può essere l’erosione del diritto d’asilo. Anche nei casi di crisi, la Carta dei diritti fondamentali vieta esplicitamente la tortura, i trattamenti degradanti e il respingimento verso luoghi di rischio. Eppure queste garanzie sono sistematicamente sospese nei territori di frontiera.

Deterrenza e propaganda

Nel quadro europeo, l’Italia si distingue per la doppia strategica. Da un lato la “dottrina Piantedosi”, che punta a “fermare le partenze” con accordi di contenimento nei Paesi di transito. Dall’altro, il “Piano Mattei per l’Africa”, che promette cooperazione e sviluppo. Ma le missioni diplomatiche in Libia e Tunisia – tra fallimenti e ambiguità – mostrano che la priorità resta impedire gli sbarchi, non costruire alternative legali e dignitose.

Il Decreto Flussi, che prevede l’ingresso programmato di oltre 180.000 lavoratori stranieri nel 2025, è la foglia di fico di un sistema che continua a negare protezione a chi fugge da guerre e povertà. Il governo distingue tra migranti “buoni”, funzionali al mercato, e “clandestini” da respingere, anche a costo di violare la legge. Eppure la Fra ricorda che meno del 20% delle espulsioni è eseguito, rendendo il sistema inefficace anche sul piano pratico.

Una scelta politica, non tecnica

La militarizzazione delle frontiere, i muri, le armi puntate sui disperati, le intimidazioni contro le Ong non sono misure “necessarie”, ma scelte politiche. La Fra propone un’alternativa chiara: sanzioni mirate contro gli Stati che usano i migranti come arma ibrida, azioni legali contro compagnie di trasporto compiacenti, cooperazione internazionale fondata sul rispetto del diritto, non sul baratto di vite umane.

L’Ue ha gli strumenti per agire senza tradire i suoi principi. La domanda è se voglia farlo. Se preferisca restare fedele alla propria Carta dei diritti o piegarsi alla logica dei fili spinati. Se abbia il coraggio di guardare i migranti negli occhi, non come minaccia, ma come persone.

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Cento morti di fame. Ma la diplomazia è a cena

Non è una guerra. È una catastrofe scientificamente organizzata. È il genocidio trasmesso in diretta, mentre i governi d’Europa barattano la diplomazia con la viltà e fingono di non vedere le foto dei bambini morti di fame. Centoundici. Centoundici esseri umani morti per fame a Gaza secondo il bilancio di ieri. Dieci solo nelle ultime ventiquattro ore. Una fame che non è frutto di siccità o carestie naturali, ma di un assedio totale imposto da Israele, come conferma Amnesty International. Nessun aiuto entra. Nessuno esce. Neanche i giornalisti, che ora muoiono insieme alle storie che non possono più raccontare.

Il governo israeliano bombarda ospedali, campi profughi e famiglie in fila per una razione di pane. Ventuno uccisi nell’ultimo raid. Oltre metà donne e bambini. L’Idf colpisce la sola chiesa cattolica di Gaza, e ora ammette “un errore” e poi prolunga la detenzione del direttore degli ospedali locali. Intanto, secondo Haaretz, più di mille persone sono state ammazzate mentre cercavano cibo.

E ieri, a Roma, si è giocata la pantomima della pace: Steve Witkoff, emissario di Trump, incontra Qatar e Israele in un negoziato che sa di lavata di coscienza, mentre a Gaza i corpi si moltiplicano e la verità viene seppellita sotto le macerie.

C’è un nome per tutto questo: sterminio. E chi oggi continua a parlare di “conflitto” o “operazioni militari” è complice. Tacere è collaborare. Minimizzare è mentire. Fingere equilibrio è scegliere la parte del carnefice.

Il tempo dei giri di parole è finito. A Gaza si muore. Di fame, sotto le bombe, nel silenzio. E chi non lo urla ora, non potrà mai più dire: “Non lo sapevamo”.

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Dedicato a Berlusconi

Separare i pubblici ministeri dai giudici per “disarticolare le correnti”. Così il governo ha impacchettato la sua riforma della giustizia: con la carta della modernità e il fiocco della retorica anticasta. Il risultato, però, non è un sistema più equo, ma una magistratura più esposta al potere politico. Lo dice con chiarezza Gherardo Colombo: “Danneggia i cittadini, non i magistrati”. Perché un pm che perde la cultura del giudice diventa una parte, e basta. Lotta per vincere, non per accertare la verità.

Dietro il voto in Senato – con brindisi, buffet e dediche a Berlusconi – c’è l’inizio di un’altra stagione: quella della sottomissione silenziosa del potere giudiziario. Con un Csm svuotato e selezionato a sorteggio, con una “Alta Corte” che giudicherà i magistrati in un clima avvelenato, con una separazione che isola chi dovrebbe cercare anche le prove a favore. Il garantismo evocato dai banchi della maggioranza è il travestimento di chi ha un conto in sospeso con la magistratura.

Opposizioni, magistrati e giuristi lo denunciano: è una torsione autoritaria. E ora si punta al referendum. La destra sogna di vendicare anni di inchieste. Ma chi ha ancora a cuore la giustizia come diritto, e non come favore, dovrà rispondere. L’ultima parola sarà degli italiani. E potrebbe fare molto più male di un avviso di garanzia. Perché il referendum non sarà solo su una riforma, ma su un’idea di Paese: quello in cui il potere si processa o quello in cui il potere si protegge.

Buon mercoledì.

 

Foto AS

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Gaza svuotata di umani e riempita di vergogna

Due bambini morti di fame nella stessa mattina. Uno aveva 40 giorni. Nessuno li ha contati tra le vittime ufficiali. All’ospedale Al-Quds di Gaza, altri 118 feriti si erano messi in fila per un aiuto che non è mai arrivato, colpiti mentre aspettavano gli aiuti umanitari. L’AFP lancia un appello disperato: i suoi giornalisti rischiano di morire di stenti. “Non posso più lavorare – scrive Bashar, 30 anni – il mio corpo è troppo magro”. Il fratello è morto di fame. Gli operatori dell’informazione, unici testimoni rimasti, consumati come i civili che raccontano.

Il capo dell’IDF annuncia “risultati significativi” nella guerra più complessa mai combattuta. L’obiettivo resta lo “smantellamento di Hamas”. Intanto, l’esercito israeliano uccide civili disarmati in attesa di cibo, bombarda ospedali, vieta ai media internazionali l’accesso alla Striscia. Il fotografo muore di fame, il bambino muore nel sonno, e il mondo continua a parlare d’altro.

Ogni giorno che passa segna un passo oltre il confine che separa la guerra dal genocidio. Non è un’accusa: è un dato. Le Nazioni Unite denunciano la carestia indotta, i crimini di guerra, l’annientamento deliberato della popolazione. Gaza è diventata il luogo dove si sperimenta l’impunità in diretta.

Nel frattempo, gli Stati Uniti versano milioni per costruire nuove basi militari israeliane, e l’82% degli ebrei israeliani – secondo un sondaggio – sostiene l’espulsione dei palestinesi da Gaza. Anche questo è un fatto. La morte non fa più rumore. La fame, ancora meno. Ma la Storia, quella sì, terrà memoria di ogni omissione.

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Ex Ilva, il futuro si gioca su un tavolo zoppo: l’offerta di Jindal e il nodo del futuro di Taranto

Il futuro dell’ex Ilva si gioca su un tavolo zoppo, mentre i pezzi dello stabilimento più grande d’Europa iniziano a essere spartiti tra chi può permetterselo e chi sa aspettare. Sfumata la pista azera – archiviata con toni amichevoli ma inequivocabili dal presidente Ilham Aliyev – resta in piedi una sola proposta industriale: quella del gruppo indiano Jindal Steel. Ma a Taranto, dove ogni promessa è già stata disattesa almeno una volta, le parole non bastano più.

Jindal, il piano verde che odora di esuberi

Jindal propone un investimento complessivo da 4 miliardi: 1 per acquisire gli asset, 3 per riconvertirli. La strategia si regge su un’operazione di decarbonizzazione radicale, con la chiusura progressiva degli altoforni, l’installazione di due forni elettrici e la produzione di acciaio “green” tramite un impianto Dri. L’obiettivo dichiarato è arrivare a 6 milioni di tonnellate annue entro il 2030. Un piano ambizioso, che piace a chi osserva da lontano. Molto meno a chi lavora a Taranto.

I sindacati denunciano l’assenza di tutele occupazionali concrete. I numeri parlano di almeno 4.000 esuberi e di una riconversione industriale che parte dalla chiusura delle cokerie, senza che siano ancora state costruite le alternative. “Una chiusura mascherata”, avverte la Uilm, ricordando il precedente di Piombino: anche lì fu promesso un rilancio, mai realizzato.

Il governo ha scelto la via dell’amministrazione straordinaria dopo la rottura con ArcelorMittal, evitando la nazionalizzazione diretta. Ma il risultato è stato un crollo verticale della produzione e un aumento delle perdite. L’impianto è in dissesto finanziario conclamato, con oltre 5 miliardi di passività e una produzione annua sotto i 3 milioni di tonnellate. Lo Stato ha stanziato 200 milioni: una pezza per una voragine.

A Taranto si continua a morire. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità parlano chiaro: incidenza tumorale tripla rispetto alla media nazionale, picchi di mesotelioma e tumori infantili, una presenza stimata di 4.000 tonnellate di amianto ancora da smaltire. Ogni ritardo nella transizione è una condanna che si rinnova ogni giorno.

Lo spezzatino che piace al governo

Nonostante l’unicità dell’offerta indiana, dentro il governo si fa largo l’ipotesi di riaprire il bando a settembre. Il rischio, in questo scenario, è già noto: la vendita a spezzatino. Diversi soggetti hanno espresso interesse per singoli pezzi dell’impianto – banchine, laminatoi, impianti secondari – senza alcuna visione integrata. Il polo siderurgico rischia di frantumarsi in attività scollegate, inadatte a reggere il peso di una transizione complessa.

Intanto, la maggioranza di governo mostra tutte le sue crepe. L’emendamento che dirottava 150 milioni dalle bonifiche alla decarbonizzazione è stato bocciato a causa delle spaccature tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. La regione, il sindaco, la magistratura ambientale e la cittadinanza continuano a essere esclusi dalle decisioni strategiche. In questo vortice di accuse incrociate, i comitati locali minacciano ricorsi legali mentre si istituzionalizza la frattura tra centro e periferia.

L’offerta Jindal, oggi unica sul tavolo, viene presentata come l’ultima ancora di salvezza. Ma per Taranto accettare per disperazione significa accettare l’ennesima subordinazione. Senza un ruolo forte dello Stato nella governance futura, senza garanzie scritte su lavoro e ambiente, senza un cronoprogramma certo, la transizione ecologica rischia di diventare l’alibi perfetto per dismettere.

Taranto ha già dato. In lavoro, in salute, in fiducia. Quello che resta non si può svendere, né diluire. Perché se c’è un prezzo più alto del fallimento industriale, è quello del cinismo politico. E stavolta, nessuno potrà dire di non sapere.

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Laura Santi, una morte che obbliga il Parlamento: il vuoto legislativo non è più una risposta

La morte di Laura Santi ha posto, ancora una volta, una domanda precisa alla politica italiana: chi difende davvero il diritto a decidere sul proprio fine vita Nel messaggio lasciato prima di autosomministrarsi il farmaco letale, Laura ha chiesto ai vivi di non fermarsi al dolore: “Pretendete una buona legge, che rispetti i malati e i loro bisogni”. È a partire da questa frase che il mondo politico si è misurato con la propria coerenza, le proprie omissioni e la qualità delle risposte.

Dal fronte progressista: il nodo della responsabilità

Emma Bonino, che da anni denuncia l’immobilismo legislativo, ha parlato di “una donna libera e coraggiosa, lasciata sola dallo Stato”. Più ancora, ha aggiunto: “In un Paese civile non si deve arrivare alla Corte Costituzionale per esercitare un diritto”. Un’amara constatazione che trova eco nelle parole di Marco Cappato, da sempre in prima linea: “Laura è morta legalmente, ma dopo anni di battaglie giudiziarie. È assurdo che ci sia voluta una sentenza della Consulta e un pronunciamento del Tribunale per affermare ciò che dovrebbe essere ovvio”.

Dal Partito Democratico, Elly Schlein ha definito la vicenda “una ferita che interpella profondamente la politica”, sottolineando che “Laura Santi ha chiesto una cosa semplice: libertà. Ed è nostro dovere ascoltarla”. Netta la posizione della capogruppo al Senato, Cecilia D’Elia: “Chiudere gli occhi e non legiferare significa lasciare soli i più fragili. Serve subito una legge sul fine vita, che sia all’altezza della dignità di ogni persona”.

Dura anche la reazione di Nicola Fratoianni (AVS): “Una sconfitta per lo Stato. Un Parlamento che non riesce a dare una risposta concreta a chi soffre sceglie l’indifferenza”. Angelo Bonelli ha aggiunto: “Laura non ha chiesto la morte. Ha chiesto di essere libera. E questa libertà deve diventare un diritto riconosciuto”.

Dal Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte ha dichiarato che “Laura Santi ha lasciato una testimonianza di grande forza civile. La politica ha il dovere di non rimanere in silenzio”. Antonio Federico, capogruppo M5S in commissione Affari Sociali, ha ribadito la necessità di una legge “giusta, che non imponga a nessuno una sofferenza insopportabile e che rispetti la volontà di ciascuno, nel pieno delle proprie facoltà mentali”.

Dal governo, prudenza e restrizione

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha espresso cordoglio per la scomparsa di Laura, ribadendo però che “il tema del fine vita è molto complesso e va affrontato con equilibrio”. Nessun riferimento diretto alla richiesta di legge, né alla possibilità di rivedere l’impianto del disegno normativo attualmente in discussione. Una cautela che si è tradotta, negli atti parlamentari, in un testo restrittivo, sostenuto dalla maggioranza di centrodestra, che limita il suicidio medicalmente assistito ai soli pazienti in condizioni terminali e con trattamenti salvavita in corso.

Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, ha dichiarato: “La vera sfida non è facilitare la morte, ma accompagnare i malati”. Parole già ascoltate, che rimandano a un modello assistenzialista in cui la volontà individuale resta secondaria. Il testo di legge promosso dal centrodestra escluderebbe casi come quello di Laura Santi. A ricordarlo è stata lei stessa, pochi giorni prima di morire: “Con quella proposta, io non avrei avuto diritto a nulla. L’avrei subita”.

Maurizio Gasparri ha ribadito la posizione di Forza Italia: “Siamo contrari al suicidio assistito. Non possiamo legalizzare la cultura dello scarto. Bisogna potenziare le cure palliative e l’assistenza domiciliare”. Posizioni analoghe sono arrivate da Fratelli d’Italia, che rivendica la linea della “difesa della vita in ogni sua fase” e definisce le scelte individuali come “derive”.

La legge promessa, la legge negata

La Commissione Affari Sociali della Camera ha licenziato un testo che di fatto restringe le maglie già strette della sentenza 242/2019. Esclude i malati non terminali, ignora chi vive dipendenze cliniche non meccaniche, non definisce tempi certi per le valutazioni delle ASL, e affida ogni decisione finale a un comitato etico non vincolante. È questa la “risposta normativa” che si intende dare alle parole di Laura

In un Paese dove la Corte costituzionale ha aperto uno spiraglio già nel 2019, sei anni fa, il vuoto legislativo è diventato un atto politico. E la scelta di Laura Santi ha messo a nudo quel vuoto. Alcuni hanno ascoltato. Altri continuano a voltarsi dall’altra parte.

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