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Laura Santi: “Ricordatemi come una donna che ha amato la vita”. Addio all’attivista malata di sclerosi multipla: si è autosomministrata un farmaco letale

Il 21 luglio 2025, in una stanza silenziosa della sua casa di Perugia, Laura Santi ha compiuto l’ultimo atto di una battaglia durata anni. Con il solo movimento di tre dita della mano destra, si è autosomministrata un farmaco letale. Era affetta da sclerosi multipla progressiva, una malattia che le aveva tolto tutto tranne la lucidità e la determinazione. Aveva 50 anni. Accanto a lei, il marito Stefano. Sul comodino, una lettera: “Ricordatemi come una donna che ha amato la vita”.

Giornalista, attivista, consigliera dell’Associazione Luca Coscioni, Laura Santi non ha scelto la morte. Ha rivendicato la libertà di non subire la sofferenza come condanna. La sua è stata un’azione politica, non ideologica. Una dichiarazione d’amore per la vita, resa insopportabile da una condizione che lei stessa ha descritto come “una routine feroce”, fatta di cateterismi, immobilità, spasticità notturne, dolore non trattabile e totale dipendenza per ogni minimo gesto quotidiano.

Una vita piena, prima della malattia

La diagnosi arrivò a 25 anni. Per altri quindici, Laura tenne testa alla malattia: lavorava, nuotava, viaggiava. Era giornalista, addetta stampa, viaggiatrice curiosa e impegnata, soprattutto in ambito sociale. Aveva lavorato per Il Messaggero, Il Corriere dell’Umbria, televisioni locali e organizzazioni non profit. Raccontava storie di disabilità prima ancora di viverla sulla propria pelle, intuendo forse che la parola scritta è l’unico argine contro la sparizione sociale. Non c’era rifiuto della vita, ma una resistenza tenace.

Poi, dal 2014, il tracollo: sclerosi multipla progressiva, sedia a rotelle, perdita dell’autonomia. Da allora, la progressione è stata “inarrestabile”, con un peggioramento feroce nell’ultimo anno. In quel corpo diventato trappola, Laura conservava uno “sguardo in più”, come lo definiva lei stessa: sapeva vedere ancora una rosa nel giardino del vicino, e considerarla un viaggio. Amava la vita. È la vita che non l’amava più.

Il muro della burocrazia

Nel 2022 ha avviato l’iter per il suicidio medicalmente assistito, previsto dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale. L’Asl Umbria 1 ha però respinto la richiesta: secondo l’azienda sanitaria, Laura non era “tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale”. Come se il catetere, la gestione intestinale, la nutrizione assistita non fossero trattamenti, ma solo dettagli trascurabili.

Inizia così una guerra legale durata oltre due anni: due denunce, due diffide, un ricorso d’urgenza, un reclamo, centinaia di pagine di perizie, burocrazia e silenzi. Solo a novembre 2024 arriva il riconoscimento formale dei requisiti. A giugno 2025, la procedura viene finalmente autorizzata.

“Se davvero avessi avuto così fretta di morire, non avrei aspettato due anni e mezzo”, aveva scritto. Era la prova che non cercava la morte. Pretendeva il diritto di scegliere quando e come finire una vita che non riconosceva più come propria. Una battaglia che ha condotto con un linguaggio laico, civile, implacabile: “Non crediate che sia una resa. Ho vinto sulla sofferenza. Custodite la mia memoria e non siate tristi: io sono già altrove”.

Una legge che manca, un Parlamento che tace

Laura non è morta per una legge che non c’è. È morta malgrado l’assenza di una legge. Ha forzato i confini di un diritto esistente, ma costantemente negato da una burocrazia che confonde il formalismo con l’etica. La sua storia ha prodotto un precedente. La sua battaglia ha contribuito alla sentenza 135/2024, che ha esteso il concetto di “sostegno vitale” oltre la ventilazione meccanica, riconoscendo la realtà di pazienti come lei. Ha costretto il sistema a guardarsi allo specchio.

Eppure, a distanza di sei anni dalla sentenza della Corte, nessuna legge organica è stata approvata. Il Parlamento tace. Il governo propone norme restrittive che, come Laura ha denunciato pochi giorni prima di morire, “avrebbero negato a me quel diritto”. Un testo che esclude pazienti con patologie non terminali, non connessi a macchinari, che non prevede tempistiche certe, né garanzie procedurali. Una legge che punisce la sofferenza con l’attesa.

Il testamento politico di Laura Santi

L’ultima parola di Laura è un mandato: “E nel ricordarmi, non vi stancate mai di combattere. Pretendete una buona legge, che rispetti i malati e i loro bisogni. Esercitate il vostro spirito critico, fate pressione, organizzatevi, non restate a guardare”. Chi la conosceva la descriveva come una donna piena di ironia, tenerezza e bellezza. Ha chiesto un funerale civile. Aveva preparato una playlist musicale e le letture. “Voglio essere ricordata per la bellezza che ho amato, non per la malattia che ho subito”.

La sua morte è la denuncia di un Paese che scarica sulle spalle dei malati le omissioni della politica. È il volto di un’Italia che, per paura ideologica, preferisce il silenzio al coraggio normativo. Ma è anche una lezione di libertà, che non ammette interpretazioni. “La mia vita appartiene a me”, ha scritto. A chi, se non a lei?

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Non fu il mare, fu lo Stato

Ci sarà un processo. È una notizia. Una sconfitta per chi sognava di seppellire anche le responsabilità insieme ai corpi. Il giudice di Crotone ha rinviato a giudizio sei ufficiali – quattro della Guardia di Finanza, due della Guardia Costiera – per la strage di Cutro. Naufragio colposo e omicidio colposo plurimo: novantaquattro morti, trentacinque bambini.

La notte del 26 febbraio 2023 il caicco Summer Love si è schiantato davanti alla costa, mentre la macchina dei soccorsi restava immobile. Il piano Sar non fu attivato. I comandi sapevano. Non fu un errore: fu una scelta.

La procura parla di ritardi, sottovalutazioni, negligenze. E sarà lo Stato, datore di lavoro degli imputati, a dover rispondere dei danni. Le Ong sono state ammesse parte civile, perché salvare vite non è propaganda. È dovere.

La Regione Calabria, invece, ha ritirato la sua costituzione: voleva colpire gli scafisti, non chi ha lasciato annegare. Un errore “materiale”, hanno detto. Politico, si dovrebbe dire.

Il processo inizierà il 14 gennaio 2026. Arriva tardi, come tutto in Italia quando riguarda i migranti. Ma arriva. E questo basta a turbare il sonno di chi sperava che il mare inghiottisse tutto: i cadaveri, le omissioni, le domande. Invece no. Galleggiano. E bussano in aula.

Per mesi si è cercato di archiviare Cutro come un destino avverso, una burrasca fatale, un evento da commemorare senza mai indagare. Ora, almeno, qualcuno dovrà spiegare perché quelle vite non sono state salvate. Perché i segnali sono stati ignorati. Perché la burocrazia ha vinto sulla pietà.

Buon martedì. 

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Lavoro, in Europa non basta più: il 26% dei cittadini Ue costretto a tagliare sui beni essenziali

C’è un’Europa che lavora e taglia. Taglia le spese superflue, poi quelle importanti, infine quelle necessarie. Secondo un nuovo rapporto di LiveCareer, piattaforma specializzata in orientamento professionale, il 26% dei lavoratori europei è costretto oggi a ridurre anche i beni essenziali: cibo, utenze, affitti. Non un dato marginale, ma il segno di un sistema in affanno. Il sondaggio, condotto su un campione di mille persone tra Germania, Francia, Spagna e Italia, restituisce l’immagine nitida di un continente in cui l’ascensore sociale è fermo, il salario reale è in retromarcia, e l’impegno lavorativo non basta più a garantire la sopravvivenza.

Il 64% dei rispondenti si dichiara favorevole all’introduzione di un reddito di base universale. Non per ideologia, ma per necessità: solo il 18% afferma che il proprio stipendio ha tenuto il passo con l’inflazione, mentre il 34% denuncia di essere stato abbandonato a una progressiva erosione del potere d’acquisto. E così, per arrivare a fine mese, si cercano lavori extra (11%), si accendono nuovi debiti (8%), si ridimensionano i progetti di vita. Il 14% rinuncia alla riqualificazione professionale per motivi economici, il 5% è tornato a vivere con i genitori, il 4% ha rinviato la decisione di allargare la famiglia.

La fine della promessa meritocratica

Il dato più significativo del rapporto, però, è quello che riguarda la percezione del lavoro come strumento di emancipazione. Il 69% degli intervistati dubita che l’impegno professionale garantisca sicurezza economica. È la smentita definitiva di una delle promesse fondative del modello europeo post-bellico, erosa negli anni dalla precarietà strutturale, dalla compressione salariale, dall’aumento del costo della vita. Il 59% prova ansia finanziaria almeno una volta a settimana, quasi uno su due teme un’ondata di licenziamenti nel 2025, e il 70% è preoccupato per l’arrivo di una nuova recessione. In questo clima, la paura prende il posto dell’ambizione.

Il 53% dichiara che potrebbe sopravvivere senza stipendio per non più di tre mesi. Eppure, nonostante le difficoltà, il 59% non sarebbe disposto a trasferirsi per un impiego migliore: un segno di immobilità territoriale, radicamento locale o, forse, semplice consapevolezza che “meglio” non è una prospettiva così realistica. Solo il 12% investe in formazione per adattarsi ai cambiamenti in arrivo. Il resto guarda l’intelligenza artificiale con inquietudine crescente: il 44% teme un impatto negativo sul proprio lavoro, e il 5% dichiara che questo impatto è già in corso.

Una crisi generazionale e sistemica

Non è solo la crisi di un’economia in affanno. È un cortocircuito politico e culturale che attraversa generazioni e confini nazionali. Il 91% dei lavoratori europei teme che le tensioni geopolitiche faranno aumentare ulteriormente il costo della vita. L’inflazione è il primo pensiero per il 59% degli intervistati, seguita dall’instabilità globale (34%), dalle spese sanitarie (24%), dall’assenza di risparmi (23%) e dal costo dell’alloggio (21%). Il timore di perdere il lavoro riguarda un quinto della popolazione attiva.

Secondo Jasmine Escalera, esperta di carriera di LiveCareer, “cresce l’ansia per il futuro, sia finanziario che professionale. Sempre più persone chiedono soluzioni collettive, che vadano oltre la responsabilità individuale. La pressione economica sta spingendo verso riforme sistemiche”. È un messaggio chiaro, che disegna una frattura tra un presente insostenibile e un futuro ancora senza risposte. Il lavoro, da solo, non basta più. La fatica, da sola, non basta più. E continuare a far finta che sia una questione individuale serve solo a rinviare l’inevitabile: o si cambia sistema, o il sistema smetterà di reggere.

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Alligator Alcatraz: due migranti italiani detenuti nel carcere duro della Florida, nessuna voce da Roma

Gaetano Mirabella Costa e Fernando Eduardo Artese sono due cittadini italiani detenuti nel centro Ice noto come “Alligator Alcatraz”, in Florida. Un nome da fiction, un carcere reale. Ci sono finiti per reati minori o per questioni amministrative: Mirabella, residente da anni negli Usa, è stato arrestato per possesso di farmaci senza prescrizione; Artese, iscritto all’Aire, è stato fermato dopo aver saltato un’udienza su una multa. Nessuno dei due ha precedenti gravi. Nessuno dei due ha avuto accesso regolare a un avvocato. Entrambi sono finiti in gabbia.

Il carcere è stato costruito in otto giorni. Un ex aeroporto militare convertito in lager tropicale: tende, container, 8.500 metri di filo spinato, 200 telecamere, 400 agenti. La struttura è diventata simbolo della politica trumpiana sull’immigrazione, coccolata dal governatore DeSantis. Trump, in visita, ha scherzato: “Meglio insegnare ai migranti a correre a zigzag per sfuggire agli alligatori”. E il procuratore della Florida ha dichiarato che “non c’è molto ad attenderli là fuori, se non pitoni e rettili velenosi”.

Trattati come cani, ignorati come numeri

La testimonianza di Mirabella è precisa: “Trentadue in una gabbia, tre bagni all’aperto. Siamo trattati come cani. Catene ai polsi e alle caviglie per andare in udienza, nessun contatto con un giudice, nessuna informazione sul rimpatrio”. I racconti si allineano perfettamente con le denunce di Amnesty International e di altre organizzazioni: sovraffollamento, cibo scadente, Bibbie sequestrate, acqua razionata, detenzione prolungata usata come forma di pressione psicologica.

Il governo della Florida respinge tutto come “fake news”. Ma i documenti parlano chiaro: detenuti costretti a dormire su pavimenti in cemento, manette anche durante i pasti, negazione di farmaci essenziali, luci artificiali accese 24 ore al giorno. Un sistema disegnato per far crollare le persone. E farle autodeportare.

Dalla passerella per Forti al silenzio per gli altri

A Roma, nel frattempo, si monitora. La Farnesina ha confermato “attenzione massima”, “contatto costante con le famiglie”, “interlocuzione in corso con Ice”. Ma senza mai condannare pubblicamente la detenzione, né le condizioni. Nessuna Meloni si è espressa, nessun ministro ha preteso pubblicamente risposte. Nessuna missione ufficiale. Nessun tweet.

Eppure non è sempre così. Quando si è trattato di riportare in Italia Chico Forti – condannato per omicidio, ma diventato icona mediatica – il governo ha sfoderato tutto l’arsenale della propaganda: volo di Stato, dichiarazioni trionfanti, premier sulla pista d’atterraggio. “Promessa mantenuta”, “fiera del governo”.

Prima gli italiani, ma non tutti

Il caso di Mirabella e Artese rompe la vetrina dello slogan “Prima gli italiani”. Perché il governo, stavolta, tace. Perché i due detenuti non sono funzionali al racconto. Perché sono migranti. Perché criticare il trattamento loro riservato dagli Usa di Trump vuol dire attaccare la politica di un alleato ideologico.

E l’opposizione attacca. Angelo Bonelli ha accusato: “Patrioti a parole, vassalli nei fatti”. Il Partito democratico ha accusato l’esecutivo di usare il nazionalismo come facciata. L’allusione è chiara: la protezione vale solo per chi può essere speso in campagna elettorale, per la serie, il patriottismo come marketing.

Due cittadini italiani sono detenuti in una struttura denunciata dalle Ong come illegale. E il governo che aveva promesso di difendere ogni italiano tace.

E allora resta una domanda, che pesa più delle catene che stringono Mirabella: per chi vale lo slogan “Prima gli italiani”? Chi decide se sei uno da proteggere o uno da nascondere? Chi è italiano abbastanza per meritarsi una passerella Chi resta chiuso nella gabbia mentre a Roma si recita il patriottismo?

Finché non ci sarà una risposta, la gabbia non sarà solo in Florida. Sarà anche qui.

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La nuova missione di Trump: esportare la fame anziché la democrazia

Nel silenzio assordante dei notiziari, mentre a Gaza i bambini muoiono di fame e il mondo si distrae, quasi 500 tonnellate di biscotti salvavita giacciono in un magazzino di Dubai. Destinati a sfamare 1,5 milioni di piccoli in zone di conflitto, verranno inceneriti per ordine dell’amministrazione Trump. Un disprezzo ostentato e metodico: la fame non è più un’emergenza da combattere, ma un effetto collaterale da ignorare.

La vicenda, documentata da The Atlantic, non è un incidente. È una politica. Dopo lo scioglimento dell’Usaid e il trasferimento dei poteri a un dipartimento governato da Elon Musk, l’assistenza umanitaria americana è entrata in coma farmacologico: ordini fermi, personale ridotto, nessuna consegna. A deciderlo sono uomini come Jeremy Lewin, giovane burocrate senza esperienza, ma con il potere di affamare il mondo.

Nel frattempo, i costi del cinismo ricadono sui contribuenti: 130.000 dollari per distruggere il cibo che avrebbe potuto salvare vite. A Gaza, secondo stime interne, quel carico bastava per coprire una settimana di nutrizione di base a ogni bambino affamato. Invece si brucia. Letteralmente. Perché la carità, se non è ideologicamente compatibile, deve sparire.

Trump ha congelato gli aiuti anche per Afghanistan, Yemen e Pakistan. Ufficialmente per “non favorire il terrorismo”. Ufficiosamente perché la sofferenza dei poveri non è redditizia, né utile alla propaganda. E mentre i container si svuotano nei forni, l’America si libera anche del proprio alibi morale. Ora si può esportare la fame senza nemmeno fingere il contrario. A Gaza 600mila persone sono a rischio di morte imminente per la fame.

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Il sacco di Milano ha il volto truccato della modernità

Dei reati non sappiamo – sarà l’eventuale processo a dircelo – ma il tema tutto politico che sta dietro alla maxi inchiesta sull’urbanistica a Milano è scritto nero su bianco, sotto la prurigine delle conversazioni trapelate.

Milano è una città sventrata da mangiarsi ancora, dove il cemento è il fine ultimo di un solido coacervo di imprenditori e politici. Per questo non servivano indagini. La politica che piace ai milanesi che piacciono è quella in grado di immaginare soldi a forma di case, di complessi commerciali, scrollandosi di dosso i vincoli urbanistici ed etici.

Milano è la città in cui l’archistar Stefano Boeri fu l’amato candidato di un pezzo del Partito democratico alle primarie che perse contro Giuliano Pisapia quindici anni fa. Milano è la città in cui un architetto si prodiga per non far scrivere sul principale quotidiano nazionale di uno stupro che avrebbe rovinato la cipria della città. E ci riesce. Milano è la città in cui un architetto chiede al sindaco di calmare gli spiriti buonisti dell’ex assessore Majorino che tratta “con i guanti” quei maledetti senzatetto che sciolgono il mascara della Madunina.

Milano è la città in cui un’assessora al circolo Pd di Corvetto si fregiava di attirare “gli altospendenti”, eufemismo per indicare la passione per i ricchi. Il sacco di Milano però – a differenza di quello cianciminiano a Palermo – ha la faccia buona del progressismo. Si traveste da sinistra per fare più serenamente la destra. Vorrebbe essere la capitale morale del Nord ma segue l’antico adagio di certo Sud che fu: “Chi ti manda” è la chiave per aprire le porte.

Buon lunedì.

Foto AS

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L’Italia è una Repubblica fondata sulla rendita – Lettera43

Scordiamoci l’articolo 1 della Costituzione. Nel nostro Paese la ricchezza non si crea con il lavoro o con il merito, ma si eredita. I capitali familiari si ingrossano grazie a un regime fiscale amico. E per chi non ha lun cognome alle spalle, in assenza di ascensori sociali, il futuro resta una promessa.

L’Italia è una Repubblica fondata sulla rendita

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. In teoria. Perché in pratica, oggi, il Paese si regge su un principio opposto: quello della rendita. È quanto emerge dal rapporto La pesante eredità, pubblicato dal think tank Tortuga insieme a FutureProofSociety, che disegna un Paese in cui la ricchezza non si crea, si eredita. Non si guadagna, si conserva. E soprattutto non si redistribuisce: si accumula, si tramanda, si protegge dietro franchigie milionarie e aliquote irrisorie.

A Millennial e Gen Z resta il 9 per cento del patrimonio nazionale

I dati sono inequivocabili. Il 10 per cento più ricco della popolazione detiene il 60 per cento della ricchezza nazionale, mentre alla metà più povera resta un misero 7,4 per cento. Una forbice che si è allargata negli ultimi 10 anni di 7 punti percentuali, il doppio della media europea. Il risultato è un Paese dove la ricchezza è sempre più polarizzata, e dove l’anomalia non è solo verticale – tra ricchi e poveri – ma anche generazionale. Nel 2022, il 75 per cento della ricchezza italiana era nelle mani degli over 50, di cui il 40 per cento pensionati. Ai giovani – Millennial e Gen Z  – resta appena il 9 per cento del patrimonio nazionale. A parità di età, un baby boomer possedeva il 50 per cento in più rispetto a un 40enne di oggi. Questo non è un normale effetto anagrafico: è una condanna anagrafica. Un sistema che ha funzionato per chi è entrato nel mondo del lavoro prima degli Anni 90 – salari in crescita, casa accessibile, welfare solido – oggi lascia ai nuovi entranti solo precarietà, affitti esorbitanti e contratti a termine. Con il lavoro che non basta più a costruire un futuro, l’unica leva diventa l’eredità. Ma solo per chi può permettersela.

L'Italia è una Repubblica fondata sulla rendita
dal rapporto di Tortuga.

Nei prossimi 20 anni 6.486 miliardi di euro passeranno di mano

Nei prossimi 20 anni, stimano Tortuga e FutureProofSociety, si assisterà al più grande trasferimento di ricchezza intergenerazionale nella storia d’Italia: 6.486 miliardi di euro. Ma a beneficiarne saranno, ancora una volta, i figli dei già ricchi. In assenza di una riforma fiscale, questa “pesante eredità” rischia di trasformarsi in un acceleratore di disuguaglianze: la ricchezza concentrata in pochi nuclei familiari si trasmetterà quasi intatta ai loro eredi, consolidando un’aristocrazia economica di fatto. L’Italia ha una delle peggiori mobilità sociali dell’area Ocse: l’indice di elasticità intergenerazionale del reddito è fermo a 0,5. Significa che metà del reddito di un individuo dipende da quello della famiglia di origine. Più che un ascensore guasto, un sistema a classi fisse, dove i figli dei dirigenti diventano dirigenti e i figli degli operai restano operai. E dove la scuola non basta a cambiare il destino: solo l’8 per cento dei figli di genitori senza titolo di studio superiore riesce a ottenere una laurea.

La proprietà della casa è sempre più inaccessibile

Il problema è che i giovani italiani sono penalizzati su entrambi i fronti: lavoro e capitale. Sul primo, Eurostat certifica un tasso di disoccupazione giovanile del 21,6 per cento (maggio 2025), con un’incidenza del lavoro a termine che raggiunge il 47 tra i lavoratori a basso reddito. Sul secondo, la proprietà della casa – che rappresenta il principale asset patrimoniale – è sempre più inaccessibile: i prezzi sono cresciuti del 120 per cento dal 2000, mentre il 62,7 per cento degli under 36 riesce a possedere un’abitazione, spesso grazie al sostegno familiare.

L'Italia è una Repubblica fondata sulla rendita
Elaborazione di Tortuga sui dati Eurostat.

L’Italia si conferma un paradiso fiscale per l’eredità

La beffa è che a fronte di un trasferimento potenziale di 6.486 miliardi di euro, l’attuale sistema fiscale prevede un gettito stimato in appena 50 miliardi in 20 anni. Meno di 2,5 miliardi l’anno. Con franchigie da un milione di euro e aliquote ferme al 4 per cento, l’Italia si conferma un paradiso fiscale per l’eredità. In Francia, l’aliquota massima arriva al 45 per cento, in Germania al 30, nel Regno Unito al 40. Qui no: chi eredita milioni di euro paga una tassa inferiore a chi guadagna mille euro al mese. Secondo le stime del report, riallineare l’imposta di successione agli standard europei potrebbe generare almeno 17 miliardi di euro in più ogni anno, da destinare a un “Fondo per il Futuro” a favore dei giovani. Un’occasione che il governo non sembra intenzionato a cogliere. Il problema non è solo economico: è politico, sociale, culturale. È una crisi di legittimità.

Oggi la vera cittadinanza si eredita con il capitale e con il codice fiscale

L’articolo 1 della Costituzione recita che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Ma il lavoro non garantisce più l’accesso alla cittadinanza economica. Non emancipa, non premia il merito, non offre mobilità. Oggi la vera cittadinanza si eredita: con il capitale, con le reti familiari, con il codice fiscale. E allora la domanda non è più «che lavoro fai?», ma «di che famiglia sei?». Se non si interviene, il rischio è di scivolare verso una società neo-feudale, dove le classi si riproducono per nascita e dove i giovani, privi di capitale e di futuro, diventano cittadini dimezzati. Un sistema che non solo tradisce la Costituzione, ma spezza ogni promessa di giustizia. E una Repubblica così non è solo fondata sulla rendita. È fondata sull’ingiustizia.

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L’Italia dei “senza rete”, la frattura nascosta che paralizza il Paese: l’esercito silenzioso di chi vive senza protezioni

In un Paese ossessionato dalle classifiche, dalle percentuali e dai ranking europei, c’è un dato che racconta più di molti discorsi sulla modernità mancata: nel 2024 il 15,2% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione. I Neet. Un’etichetta clinica per un problema politico, sociale ed economico che affonda le radici in un sistema incapace di costruire percorsi di emancipazione. L’Italia è seconda in Europa, dietro solo alla Romania, per incidenza del fenomeno, secondo Openpolis. 

Ma sotto il dato aggregato si nasconde una frattura più profonda e trasversale, quella che separa chi ha una rete – patrimoniale, familiare, relazionale – da chi vive senza nessuna protezione. La “Netless Class”, come la chiama Simone Cerlini su Lavoce.info, è fatta di giovani e adulti che non rientrano nei canoni classici della povertà: lavorano, spesso studiano, a volte si affacciano sul mercato con competenze formali anche elevate. Ma basta un inciampo – una malattia, una separazione, una crisi economica – per vederli franare. Perché non hanno un capitale su cui contare, né tutele accessibili, né la possibilità di difendere i propri diritti senza rimetterci tutto.

Una generazione senza appigli

La condizione dei Neet, giovani che non studiano e non lavorano, non è solo un indicatore statistico: è l’effetto visibile di una struttura che non garantisce percorsi, non orienta, non accompagna. Il 17,8% dei giovani diplomati italiani è Neet, una percentuale superiore persino a quella dei coetanei con solo la licenza media (13,3%). Tra i laureati si scende all’11,8%, ma sempre sopra la media europea. Segno che anche il titolo di studio, da solo, non protegge più. E che il mercato del lavoro italiano, con le sue richieste sempre più sbilanciate verso competenze digitali e flessibilità estrema, non assorbe la fatica formativa dei giovani. Soprattutto se non accompagnati, se privi di una rete familiare che li orienti, se provenienti da territori svantaggiati.

Non a caso, l’incidenza dei Neet è massima nelle aree urbane più dense (16,3%) e in particolare nel Mezzogiorno: a Catania si tocca il 42%, a Palermo il 39,8%, a Napoli il 37,3%. È un dato strutturale, non episodico, che resiste agli slogan e alle riforme annunciate. E che mostra una correlazione netta tra esclusione educativa e vulnerabilità socio-economica.

Il lavoro senza scialuppa

La crisi dei giovani “senza rete” si intreccia con quella di adulti che non riescono più a “farcela da soli”. Il mercato del lavoro flessibile e segmentato, la contrazione dei diritti, l’erosione del welfare e la concentrazione delle ricchezze hanno prodotto una nuova classe trasversale: chi lavora, ma non ha alcuna protezione. Non sono poveri nel senso tradizionale, ma lo diventano al primo colpo di vento. “L’imprevisto – scrive Cerlini – non è solo un rischio: è una soglia che li separa dalla caduta”.

Questa condizione si traduce in disuguaglianze materiali e simboliche. Chi non ha capitale, non può permettersi di sbagliare. Né può difendersi legalmente: non ha i soldi per un avvocato, per reggere una causa, per contrastare una diffamazione o un licenziamento illegittimo. L’accesso alla giustizia diventa privilegio di chi ha mezzi. L’insicurezza economica si trasforma in insicurezza politica e sociale, e apre la strada alla frustrazione, alla rabbia, alla delega a soluzioni identitarie.

Contro l’Italia disarmata

Non si esce da questa trappola con qualche bonus o con la retorica del “merito”. Serve un cambiamento strutturale. Investimenti pubblici orientati all’inclusione, un welfare che non sia residuale, un riequilibrio fiscale che faccia pagare di più a chi ha di più. E politiche educative che non siano solo trasmissione di nozioni, ma costruzione di possibilità.

Oggi chi ha capitale lo vede moltiplicarsi, chi ha solo lavoro vive in equilibrio precario. E chi non ha né l’uno né l’altro si perde per strada. È l’Italia disarmata, quella che non fa notizia, ma che pagherà il conto più salato della prossima crisi. Se non si costruiscono reti, si scavano fossati. E chi cade, in fondo, non fa più rumore.

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La guerra di Salvini ai monopattini finisce a Roma. Con il suo stesso ministero che li finanzia

C’è una distanza siderale tra ciò che Matteo Salvini dice e ciò che Matteo Salvini firma. Non è una novità, certo. Ma la vicenda dei monopattini elettrici riesce nell’impresa di cristallizzare in un solo dossier l’intera parabola di un ministro che gioca a fare lo sceriffo mentre il suo stesso ministero distribuisce buoni viaggio per quei mezzi che il ministro diceva di voler combattere.

Il Capitano contro la “giungla”

È dal 2023 che Salvini ha trasformato i monopattini nel bersaglio preferito della sua propaganda “di sicurezza”. “Basta giungla”, “stop ai rischi”, “prima la sicurezza poi il business”: slogan martellanti, puntualmente accompagnati da annunci di strette legislative. E la stretta, in effetti, è arrivata. Con la legge 177/2024, i monopattini sono stati equiparati ai ciclomotori: casco obbligatorio per tutti, targa adesiva rilasciata dallo Stato, assicurazione RC e divieto di circolazione fuori dai centri urbani.

Il ministro ha brindato alla “fine del far west” su Facebook e nelle conferenze stampa, ma qualcosa – come spesso accade – non ha funzionato: la legge, per entrare in vigore pienamente, necessita di decreti attuativi che il ministero non ha mai scritto. Così, mentre il Codice della Strada impone vincoli pesantissimi, chi dovrebbe applicarli non ha neppure fornito le istruzioni. La repressione, insomma, è rimasta un titolo di giornale.

Roma, capitale dell’incentivo

Intanto, nella città simbolo del degrado da monopattino secondo Salvini, il ministero delle Infrastrutture ha finanziato un progetto esattamente opposto: si chiama “Bonus Sharing” e regala fino a 100 euro agli abbonati Atac per l’uso di mezzi in sharing. Anche i monopattini, ovviamente. L’iniziativa, presentata a luglio 2025, è frutto di un accordo tra Regione Lazio e Mit, con fondi ministeriali pari a 5 milioni di euro. Il risultato? Migliaia di romani sono incentivati a utilizzare proprio quei veicoli ai quali il ministro aveva dichiarato guerra.

A rendere il paradosso ancora più evidente, c’è il coinvolgimento attivo di operatori privati come Dott, che ha persino co-finanziato il voucher, portandolo a 40 euro. E mentre i mezzi aumentano e gli utenti anche, gli effetti della legge nazionale restano fermi al palo.

Parla Salvini, tace Salvini

Il vero corto circuito è tutto qui: Salvini il politico denuncia la “giungla”, Salvini il ministro la finanzia. Per giustificare la stretta, ha invocato la sicurezza e il decoro urbano. Ma i dati dell’Asaps (Associazione Amici della Polizia Stradale) raccontano altro: nel primo semestre 2025 i morti in monopattino sono già 14, contro i 20 dell’intero 2024. Il trend è in crescita nonostante la legge, o forse proprio per la confusione che ha generato.

E Roma, che riceve soldi pubblici per aumentare l’uso dei mezzi, continua a essere il laboratorio del fallimento: mezzi buttati nel Tevere, parcheggi selvaggi, vandalismi, batterie pericolose nelle acque. Il governo, con un atto, sovvenziona il problema e poi si lamenta del risultato.

Le voci che Salvini non ascolta

Il settore privato è in rivolta: Assosharing e Ancma hanno denunciato norme “inapplicabili”, avvertendo che 1.200 posti di lavoro sono a rischio, insieme a 300 milioni di fatturato. Gli ambientalisti, spiazzati, applaudono l’incentivo romano ma criticano l’ostilità nazionale. Il Codacons, favorevole alla stretta, chiede però l’applicazione effettiva della legge, che manca. L’unica cosa unanime è la constatazione del caos.

Il Parlamento? Silente. Le opposizioni sembrano incapaci di cogliere e denunciare il nodo politico: un ministro che da una parte firma decreti repressivi, dall’altra finanzia iniziative che li smentiscono. Una schizofrenia governativa che dovrebbe alimentare interrogazioni e proteste. Invece nulla.

Il ministro con il fon elettrico

A novembre, Salvini si vantava: “Io di elettrico ho solo il microonde e il fon”. La battuta, utile per le dirette social, oggi si scontra con l’azione del suo dicastero. Ogni euro distribuito per incentivare la micromobilità è un silenzioso sberleffo a quel populismo muscolare che tenta di trasformare ogni problema urbano in un nemico da abbattere.

Ma i monopattini non sono spariti. Nonostante Salvini. Forse anche grazie a Salvini. O, più precisamente, grazie alla mano sinistra del ministero che non sa – o fa finta di non sapere – cosa predica la mano destra. Nell’Italia della mobilità, il vero ostacolo non sono i mezzi elettrici: è la coerenza che manca.

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Garantisti a geometria variabile

Dicono di essere garantisti. Lo ripetono ogni volta che uno dei loro finisce sotto inchiesta, come se bastasse un aggettivo per coprire l’odore della convenienza. Ma il garantismo di governo è un privilegio, non un principio. Lo si applica agli amici, lo si nega ai nemici.

Per Beppe Sala, sindaco di Milano, toni sobri e rispetto istituzionale. Ma bastava ricordare la furia scatenata contro Emiliano in Puglia: lì si parlava di “resa dei conti”, si chiedevano dimissioni prima ancora di un interrogatorio, e si convocava l’antimafia come tribunale politico. Garantismo a geometria variabile, a seconda della casacca.

Alla Camera, Giovanni Donzelli ha usato atti riservati per accusare il Pd di connivenze con ambienti malavitosi. Disse: “Sta con lo Stato o con i mafiosi?” Nessuno lo fermò. Nessuna sanzione. Perché colpiva l’avversario giusto. Quando invece Delmastro, suo compagno di partito, fu condannato per aver passato quelle stesse informazioni, il ministro Nordio gli espresse “totale fiducia” e si augurò “una riforma radicale della sentenza”. La coerenza Soppressa in nome della militanza.

Quando a finire sotto accusa è il figlio del Presidente del Senato, il garantismo diventa attacco preventivo alla vittima: “Ha assunto cocaina”, disse il padre, “ha denunciato dopo 40 giorni”. Nessun rispetto, solo colpevolizzazione della denunciante.

Nel frattempo Daniela Santanchè, accusata di truffa all’Inps e falso in bilancio, resta saldamente al suo posto. Quando mentì sul suo status giudiziario al Senato, nessuno chiese chiarimenti. Il garantismo, in quel caso, serviva a congelare ogni responsabilità.

Fuori dal cerchio, invece, basta un sospetto per scatenare il linciaggio. E nelle piazze, il governo invoca pene più dure, nuovi reati, stretta sui migranti e i “giovani violenti”. Il garantismo è la maschera. Il giustizialismo, il volto vero. La legge si applica agli altri. Per i propri, si interpreta. Sala incluso, curiosamente.

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