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Giornata per i giornalisti uccisi, non dimenticate quelli di Gaza

Giorgia Meloni saluta “con grande soddisfazione” l’approvazione della Giornata nazionale in memoria dei giornalisti uccisi a causa del loro lavoro. Parole solenni, da capo di governo che onora il mestiere di chi racconta il mondo rischiando la vita. Eppure basta scorrere la cronaca di questi mesi per inciampare nella domanda che spezza la retorica: anche quelli uccisi a Gaza rientrano nella memoria istituzionale della premier Meloni?

Dal 7 ottobre 2023, secondo i dati del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), almeno 238 giornalisti palestinesi sono stati uccisi sotto i bombardamenti israeliani mentre documentavano, fotografavano, testimoniavano. La strage silenziosa che accompagna il genocidio non trova spazio nei comunicati ufficiali del governo. Eppure erano giornalisti, esattamente come quelli celebrati dalla nuova legge italiana. Stavano facendo il loro lavoro. Esattamente come quelli di cui si onora il coraggio.

Il dubbio non è retorico, è politico. Dopo il risveglio tardivo di Palazzo Chigi davanti alle bombe sulle chiese cristiane, ci si chiede se davvero ci sarà anche un secondo scatto di coscienza. Sarebbe un miracolo, di questi tempi. Riconoscere il sacrificio dei reporter palestinesi significherebbe smentire l’alleato Netanyahu, rompere la linea dell’equidistanza pavida, spezzare il silenzio complice.
Ma la memoria, si sa, è un muscolo politico selettivo. Funziona bene quando non disturba i rapporti internazionali, meno quando nomina i carnefici. Così il governo che celebra i giornalisti uccisi, dovrebbe includere quelli fatti a pezzi dai suoi alleati. Altrimenti il rispetto per il giornalismo resta confinato ai comunicati stampa.

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Debito pubblico, tra propaganda e realtà: FdI esulta per un presunto calo che non c’è

Quando il debito pubblico cala di dieci miliardi in un mese, Fratelli d’Italia esulta: “Grazie al Governo Meloni, i conti migliorano e l’Italia cresce”, si legge in un post celebrativo sui social datato 15 luglio. Un successo sbandierato con toni trionfali, condito da una grafica acchiappa-like e dalla solita accusa alla sinistra di “catastrofismo”. Ma come dimostra una puntuale analisi di Pagella Politica del 16 luglio, quel calo non solo è marginale, ma viene usato in modo fuorviante per costruire una narrazione autoassolutoria e distorta.

Il debito non cala, aumenta

Il dato utilizzato dal partito di Giorgia Meloni fa riferimento a una pubblicazione della Banca d’Italia, che segnala effettivamente un calo di dieci miliardi tra aprile e maggio 2025. Ma si tratta di una flessione episodica, in un quadro tendenziale ben diverso. Da gennaio a maggio, infatti, il debito era aumentato ogni mese. E rispetto a maggio 2024 è cresciuto di ben 129 miliardi, passando da 2.924 a 3.053 miliardi di euro. Una differenza che smonta qualunque trionfalismo: si tratta del livello più alto mai registrato nella storia repubblicana, in termini assoluti.

Inoltre, come fa notare Pagella Politica, dall’insediamento del governo Meloni il debito è aumentato di quasi 300 miliardi di euro. Altro che risanamento. E anche la variazione mensile tanto sbandierata – quei famosi dieci miliardi – rappresenta un misero -0,33%, del tutto fisiologico in un ciclo annuale dominato da picchi e rientri.

Quando il trucco è ignorare il contesto

Il problema, tuttavia, non è solo quantitativo, ma metodologico. Il post di Fratelli d’Italia presenta il dato del debito in valore assoluto, ignorando il principio basilare dell’analisi economica: rapportare il debito al Pil. È questo indice a restituire la reale sostenibilità di un debito, poiché tiene conto della capacità di un Paese di generare reddito e, dunque, di rispettare i propri impegni. Non a caso, è questo l’indicatore utilizzato da tutte le istituzioni internazionali, Commissione europea compresa.

E proprio il governo Meloni, nel Piano strutturale di bilancio di medio termine pubblicato nel settembre 2024, prevede un peggioramento: il rapporto debito/Pil dovrebbe salire dal 135,8% del 2024 al 137,7% nel 2025. Nessuna inversione di tendenza, ma un deterioramento annunciato.

Tra numeri e propaganda

La manipolazione semantica messa in atto da Fratelli d’Italia è ben nota: isolare un dato, decontestualizzarlo, trasformarlo in prova regina di un presunto successo politico. È lo stesso schema già usato per i salari, la povertà, gli sbarchi, l’occupazione, la spesa sanitaria. Così il debito pubblico diventa l’ennesimo terreno di propaganda, piegato alle esigenze di una narrazione preconfezionata. Ma i numeri, per quanto maltrattati, non mentono.

Se guardiamo ai dati reali, il quadro è nitido: il debito italiano continua a crescere. E se cala per un mese, fa notare Pagella Politica, lo fa in misura irrilevante rispetto alla dinamica complessiva. Nessun effetto Meloni, nessun merito particolare, nessun ribaltamento delle “narrazioni catastrofiste”. Anzi: le previsioni meno ottimistiche – quelle bollate come “ideologiche” – si stanno dimostrando più fondate di certi bollettini trionfali da social media manager.

La dura verità: la realtà non mente

L’insistenza con cui Fratelli d’Italia attribuisce al governo meriti inesistenti tradisce un dato culturale prima che economico: l’incapacità di riconoscere i vincoli oggettivi, la tendenza a riscrivere le regole del dibattito pubblico in funzione dell’efficacia comunicativa, la convinzione che la percezione valga più della sostanza. In altre parole, un rifiuto sistematico del principio di realtà.

Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto. E su quel conto – che si chiami debito Pil, inflazione o disoccupazione – il Paese continuerà a pagare interessi, anche se qualcuno preferisce raccontare favole.

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Agricoltura, il ministero che scotta: intorno al dicastero la sfida dietro le quinte tra Lollobrigida, Prandini e il nodo Zaia

Nelle ultime settimane, le voci su una possibile “promozione europea” per Francesco Lollobrigida si sono fatte sempre più insistenti nei corridoi romani. Si parla di un incarico di prestigio – non meglio definito – legato alla “sovranità alimentare”, concetto identitario per Fratelli d’Italia e cavallo di battaglia di Coldiretti. Ma le ipotesi si scontrano con i fatti: la casella di Commissario europeo per l’Italia è già stata assegnata a Raffaele Fitto, le principali poltrone agricole dell’Ue sono occupate da altri e un “inviato speciale” con reali poteri a Bruxelles semplicemente non esiste, anche se si sussurra di un nuovo inviato “per la sovranità alimentare” fatto su misura per il cognato d’Italia.

La promozione che non c’è

Lollobrigida, figura chiave nel cerchio ristretto di Giorgia Meloni, ex cognato della premier, resta un punto fermo per il governo. Nonostante sia stato protagonista di gaffe clamorose – dal treno fermato all’allarme “sostituzione etnica” – e la sua legge contro la carne coltivata, celebrata come baluardo identitario, abbia già attirato critiche e rischi di infrazione da Bruxelles.

L’idea di una sua uscita verso l’Europa avrebbe potuto risolvere elegantemente un problema d’immagine per Palazzo Chigi. Ma lo scenario è saltato: la promozione non c’è, e Meloni – che ha fatto della stabilità del governo una bandiera – ha escluso ogni ipotesi di rimpasto. Il mantra resta uno solo: fedeltà e continuità.

Nel frattempo, si muove Ettore Prandini. Il presidente di Coldiretti, uomo d’azione, è il nome che i beninformati accostano da tempo al dicastero agricolo. Figura ingombrante e assertiva, Prandini è più di un semplice leader di un’associazione di categoria: è un operatore politico a tutti gli effetti, con canali diretti sia con Palazzo Chigi che con la Commissione europea. Il sodalizio tra Coldiretti e il governo Meloni è saldo e visibile: il nome del ministero è stato modificato su proposta dell’organizzazione, le leggi bandiera coincidono con le sue battaglie e tra le file del ministero operano figure da tempo orbitanti nella galassia Coldiretti.

La poltrona contesa

Ma è attorno a questo stesso ministero che si addensa un altro fronte: quello del futuro politico di Luca Zaia. Il presidente del Veneto, bloccato dalla legge sul terzo mandato e dal no della Corte Costituzionale, si trova senza una destinazione chiara. E tra le opzioni in campo, una poltrona da ministro – proprio all’Agricoltura – sarebbe per lui l’approdo più naturale.

Zaia, già titolare del dicastero in passato, ha un profilo tecnico-amministrativo che piace agli elettori e incute timore agli alleati. Il suo consenso personale supera largamente quello della Lega, il suo stile da “amministratore puro” lo distingue dalla retorica salviniana e dalla macchina di Fratelli d’Italia. Ma è proprio questa forza personale a renderlo scomodo. Alla Lega, che teme un Zaia troppo autonomo, e a FdI, che non vuole cedere un ministero strategico né interrompere con un rimpasto il record di durata del governo.

Il vero tema, quindi, non è dove andrà Lollobrigida, ma chi controllerà il ministero dell’Agricoltura nel prossimo futuro. Tra Prandini, il cui potere è già consolidato, e Zaia, che cerca una collocazione nazionale, si gioca una partita ad alta tensione. Il dicastero diventa il crocevia di interessi divergenti: la rappresentanza territoriale del Nord-Est, l’influenza delle lobby agricole, gli equilibri interni alla maggioranza.

Giorgia Meloni, nel mezzo, deve bilanciare tutto: le ambizioni dei suoi, il consenso che non può permettersi di perdere e il controllo di un alleato che non vuole rendere troppo forte. Non si tratta solo di scegliere un ministro, ma di decidere chi può permettersi di pesare davvero in questo governo. E alla fine Zaia potrebbe rompere tutti i piani: presentare una sua lista alle prossime regionali e mettere nei guai, sul serio, il suo segretario Salvini.

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La memoria fa paura: per questo Federico non ha pace

Venti anni dopo, la memoria di Federico Aldrovandi è un dolore che si rinnova e una cartina tornasole dell’Italia che abbiamo deciso di diventare. Un ragazzo di diciotto anni, nato il 17 luglio 1987, disarmato, incensurato, lasciato morire sull’asfalto, con i polsi ammanettati e il volto tumefatto, mentre quattro agenti lo “bastonavano di brutto”. Così, senza vergogna, dissero via radio.

A Ferrara, quella notte del 25 settembre 2005, non è morto solo un ragazzo: si è infranta l’illusione che lo Stato sia sempre garante della sicurezza. Si è affermata invece la possibilità — concreta, tangibile — che chi dovrebbe proteggere possa uccidere, e poi insabbiare, e poi tornare al proprio posto. I poliziotti condannati per omicidio colposo rientrarono in servizio nel 2014. La pena, tre anni e mezzo, fu ridotta dall’indulto a sei mesi. Come se la vita di un diciottenne valesse meno di un permesso non timbrato.

Federico non è stato ucciso solo dalla violenza fisica ma da un sistema che ha mentito, coperto, deviato. Dai manganelli spezzati ai verbali manipolati. Dai primi comunicati alla versione smentita dei “pali contro cui si sarebbe sbattuto da solo”. Dai funzionari chiamati a coprire, fino alle accuse pubbliche contro la madre, “colpevole” di voler sapere. E da un ex ministro, Carlo Giovanardi, che osò definire Federico un “eroinomane”, aggiungendo infamia alla morte.

Ogni 25 settembre, la famiglia Aldrovandi ripete il suo calvario, ricordando un figlio lasciato morire per strada mentre gli veniva negata anche la dignità di un lenzuolo. Ma ogni 25 settembre dovrebbe essere anche il giorno in cui lo Stato si guarda allo specchio. E ha il coraggio di stanare i traditori, i torturatori e gli assassini. Anche quando indossano la divisa.

Buon venerdì.

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Ben svegliata, Meloni! Ma i cocci di Gaza sono anche tuoi

C’è voluto un missile sulla chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, due donne cristiane dilaniate, otto feriti (tra cui il parroco Gabriel Romanelli) e il silenzio imbarazzato del Patriarcato per risvegliare Giorgia Meloni dal coma etico. Dopo mesi di mattanza trasmessa in diretta, la premier ha scoperto che “gli attacchi sui civili” – che stavolta non sono anonimi palestinesi, ma fedeli cristiani con nome, volto e parrocchia – “sono inaccettabili”.

Ben svegliata, presidente! Ma è tardi. E lei, su quel sonno selettivo, ha già lasciato diverse impronte. Le risoluzioni Onu boicottate, le armi italiane vendute, i silenzi coperti da formule ipocrite (“attacchi inaccettabili”) a cui non seguono mai i fatti. La verità è che questo governo ha contribuito, anche con l’indifferenza, a rompere l’argine dell’umanità. E ora non può far finta che i cocci non siano anche suoi.

Israele continua a colpire case, scuole, ospedali, tende di sfollati, chiese. La carneficina a Gaza è una routine. Decine di morti solo all’alba di ieri. Famiglie intere polverizzate, quartieri spianati, bambini mutilati. E se qualcuno osava chiamarlo crimine, era accusato di antisemitismo.

Poi è arrivato un proiettile sul tabernacolo, e i muscoli della premier si sono contratti. Forse perché la politica estera italiana, in questo governo, è tutta una questione di categoria dell’empatia I cristiani valgono, i palestinesi si contano?

Se oggi si accorge delle vittime, non è perché ha aperto gli occhi che avrebbe potuto aprire 60mile vittime fa. Forse è perché il sangue ha sporcato anche i suoi.

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Un governo lungo con le gambe corte

A mille giorni dall’insediamento, il governo Meloni può vantare una longevità inusuale nella storia repubblicana. Ma la stabilità, da sola, non garantisce qualità. L’analisi dei dati raccolti da Openpolis restituisce un bilancio che smentisce i toni trionfalistici. Il governo ha fatto ampio ricorso allo strumento del decreto-legge: 103 in totale, di cui 86 convertiti e 11 decaduti. È il numero più alto tra le ultime legislature, con una media mensile di 3,09.

Ma il dato più significativo riguarda i voti di fiducia: 94 in tutto, distribuiti in 54 alla Camera e 40 al Senato. Una strategia sistematica per comprimere il dibattito parlamentare e neutralizzare qualsiasi dissenso interno. Anche la tanto sbandierata coesione di maggioranza si regge più sull’uso di vincoli procedurali che su un’effettiva sintonia politica: l’indice di compattezza parlamentare si ferma al 72,6% alla Camera e al 64,8% al Senato. L’azione legislativa si è poi arenata sul versante dell’attuazione: il 43% dei decreti attuativi necessari per rendere operative le leggi è ancora da adottare. Ciò significa miliardi di euro già stanziati ma non spendibili, per mancanza delle regole applicative.

Solo alla Presidenza del Consiglio sono bloccati quasi 3 miliardi. La paralisi riguarda tutti i ministeri: dalla salute al lavoro, dall’agricoltura all’ambiente. Quanto alle riforme costituzionali annunciate come pilastri identitari, solo l’autonomia differenziata ha completato l’iter. Il premierato è fermo alla Camera dopo il primo voto al Senato, mentre la separazione delle carriere in magistratura è ancora in corso. Il governo guidato da Meloni, insomma, ha costruito il proprio consenso più sulla messa in scena dell’efficienza che sulla reale efficacia delle sue politiche.

Mille giorni dopo, le leggi non producono effetti, il Parlamento è svuotato, la retorica del cambiamento si misura in decreti ancora incompiuti. La promessa di “fare presto e bene” ha generato un sistema dove si fa tanto, si approva in fretta, ma si realizza poco e spesso anche male.

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Pantelleria, l’hotspot dove i diritti sono sospesi. E l’Asgi parla di “esperimento“ recepito a Bruxelles

Nel cuore del Mediterraneo, sull’isola di Pantelleria, l’Europa sperimenta il suo laboratorio più opaco. Un luogo dove i diritti fondamentali si annacquano e le garanzie giuridiche evaporano sotto il sole, a dispetto delle norme, dei contratti e della Costituzione. Il nuovo report dell’Asgi – frutto di accessi civici, sopralluoghi e verifiche documentali – racconta con precisione chirurgica come l’hotspot si sia trasformato da centro di prima accoglienza a zona franca del diritto: una frontiera nascosta, inaccessibile a osservatori indipendenti, in cui le prassi arbitrarie sostituiscono le regole.

Trattenuti senza legge

L’accusa è netta: i migranti vengono trattenuti nell’hotspot anche per cinque giorni senza alcuna base giuridica. Il centro, formalmente aperto, si regge su una serie di rimpalli tra Questura, Prefettura e ente gestore che impediscono di accertare chi decida le entrate e le uscite. Nessuna autorità si assume formalmente la responsabilità del trattenimento, ma di fatto nessuno può uscire senza l’autorizzazione discrezionale dell’ispettore di turno. Non esistono criteri oggettivi, non ci sono registri operativi: la libertà personale è sospesa sulla base di valutazioni soggettive, in palese violazione della Costituzione e del Testo Unico sull’immigrazione.

Comunicare è un privilegio

Non va meglio sul fronte della comunicazione. I telefoni cellulari vengono sequestrati all’arrivo senza alcun provvedimento scritto. Ai migranti è concesso un unico telefono, sotto controllo del personale, con chiamate contingentate, senza garanzie di riservatezza. La scheda telefonica prevista dal contratto – cinque euro per ogni ospite – risulta spesso consegnata all’uscita, non all’ingresso, e solo a chi ha ottenuto un titolo per restare. Di contattare un avvocato, nei primi giorni, non se ne parla. Il diritto alla difesa è di fatto inesistente: si può cercare un legale solo se lo si conosce già. Gli altri restano isolati, anche nei momenti più delicati.

L’informativa che non informa

La stessa informativa legale, obbligatoria per legge, si riduce a una brochure e a una riunione collettiva in arabo e italiano. Avviene solo dopo la compilazione del foglio notizie, cioè quando il migrante ha già dichiarato la propria volontà o meno di chiedere asilo. Nessun incontro individuale, nessuna verifica effettiva della comprensione. E mentre i documenti contrattuali impongono informazioni complete, multilingue, sulla procedura e sui diritti, nell’hotspot si perpetua una prassi tanto diffusa quanto illegittima: informare tardi, male, e solo chi si presume resterà.

Il caso Mahdi: minorenne per legge, adulto per convenienza

Tra i casi emblematici documentati dal report c’è Mahdi, ragazzo tunisino dichiaratosi minorenne, registrato come adulto in assenza di qualsiasi accertamento serio: se l’età dichiarata “non appare evidente”, si ignora la richiesta. Non si attivano né le tutele della legge Zampa né si segnalano i minori alla Procura o ai servizi sociali. Mahdi, come altri, è stato trasferito a Trapani e poi avviato a procedure di espulsione come se fosse maggiorenne. Senza documenti, senza la possibilità di provare la sua età, senza ascolto. In barba al principio del “beneficio del dubbio”, più volte sancito dalla giurisprudenza.

Promiscuità e abbandono

Anche la gestione degli spazi riflette l’abbandono. I moduli abitativi sono solo cinque, per una capienza massima di 40 persone, ma in caso di afflusso – frequente – i migranti dormono ovunque, perfino nella mensa, su materassi a terra. Nessuna separazione garantita tra uomini, donne e minori. La nuova area, teoricamente dedicata ai soggetti vulnerabili, non è mai entrata in funzione per “mancata consegna formale”. I minori, riconosciuti o meno, non vengono accompagnati da operatori civili ma solo dalle forze dell’ordine. E non c’è alcuna presenza stabile di enti specializzati come Save the Children o Unhcr.

Il volto dell’Europa che verrà

Il caso Pantelleria è più di un indizio. Le prassi documentate nell’isola sono già state normalizzate nei nuovi Regolamenti europei su asilo e migrazione approvati nel 2024. La detenzione in frontiera, l’assenza di garanzie costituzionali, la sospensione del diritto alla comunicazione e alla difesa sono ora parte integrante dell’architettura legale comunitaria. L’“esperimento Pantelleria” – come lo definisce Asgi – è stato recepito a Bruxelles. Ma ciò che lì è stato formalizzato, qui è già prassi.

E se è vero che la legge si misura nel suo rispetto verso i più deboli, allora l’hotspot di Pantelleria è oggi il metro più fedele della distanza tra le promesse dell’Europa dei diritti e la sua realtà di confine. Invisibile, ma quotidiana. Arbitraria, ma sistematica.

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Olimpiadi invernali: tra retorica della sostenibilità e proclami di impatto zero, la montagna presenta il conto

Non è bastata la retorica della sostenibilità né la promessa di infrastrutture “a impatto ridotto”. A un anno dall’apertura dei Giochi Invernali 2026, la montagna ha risposto con le sue regole: a fine giugno, una serie di frane e colate detritiche ha isolato Cortina lungo la SS 51 “Alemagna”, bloccando i lavori per la variante olimpica di San Vito di Cadore e confermando quello che i geologi denunciano da tempo: le Dolomiti bellunesi non sono una vetrina, ma un corpo vivo e instabile, refrattario ai ritmi imposti dai cantieri.

Le colate – tra i 40.000 e i 50.000 metri cubi di materiale – hanno evidenziato la fragilità strutturale di un territorio dove si contano oltre 5.900 frane attive, due terzi di quelle registrate in tutta la regione Veneto. È un dato che si aggrava con la pressione di un modello di sviluppo olimpico che spinge dove non dovrebbe: in aree di croda marcia, lungo pendii in movimento, sopra letti detritici già collaudati dal tempo.

Olimpiadi, costruzioni in cerca di equilibrio

Emblematico il caso della cabinovia Socrepes, costruita in una zona classificata con pericolosità geologica da “media” a “elevata” (P2-P3) e definita “non compatibile” persino dal Comitato Regionale VAS della Regione Veneto, che ne ha attestato l’inammissibilità per il rischio di frane attive. Nonostante ciò, l’opera è andata avanti nel nome della logistica olimpica, ignorando alternative previste dal dossier originario.

A Fiames, il villaggio olimpico da 377 casette in legno sorge in piena zona a rischio idrogeologico. L’area opposta della valle è soggetta a caduta massi. Eppure si procede. La promessa di temporaneità è già saltata: le strutture resteranno almeno fino al 2028. La reversibilità dell’impatto è diventata una postilla marginale.

Intanto la pista da bob – 120 milioni di euro, un lariceto secolare abbattuto e una funzione post-olimpica tutta da dimostrare – rimane il monumento al disallineamento tra retorica e realtà. Il Cio stesso aveva sollevato perplessità, proponendo come alternativa l’impianto di Innsbruck, già esistente e pienamente operativo. Ma non è stata un’opzione contemplata: l’Italia ha preferito scavare e tagliare.

Olimpiadi, tra rischi e piano d’emergenza

Poi c’è la viabilità. La SS 51 è l’unico asse strategico per raggiungere Cortina. La sua vulnerabilità – più volte confermata dai fatti – rende la logistica olimpica un azzardo: bastano due giorni di pioggia per spezzare i collegamenti, isolare gli atleti, bloccare i soccorsi. Le strade alternative non sono in grado di reggere il carico di un evento planetario. Non esiste un vero piano d’emergenza. E il consigliere regionale di Europa Verde, Andrea Zanoni, parla apertamente di “disastro internazionale in potenza”.

La Regione Veneto ha risposto invocando efficienza e rilancio. Il presidente Luca Zaia, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza, ha ribadito che “il Veneto farà la sua parte”. Ma i suoi uffici tecnici hanno firmato pareri che smentiscono politicamente le scelte fatte. Una paradosso istituzionale che alimenta la distanza tra chi disegna le mappe e chi quelle mappe le legge per capire dove è prudente costruire.

Le associazioni ambientaliste parlano apertamente di “greenwashing olimpico”. Il Comitato “Insostenibili Olimpiadi” ha raccolto l’adesione di Cai, Wwf, Legambiente, Mountain Wilderness. Il loro allarme non è ideologico ma tecnico: mancano valutazioni ambientali strategiche di sistema, i piani di mitigazione restano formalità cartacee in una realtà in cui le montagne si muovono per davvero. Il caso Cortina è più di un incidente di percorso.

È lo stress test di un intero modello: quello che invoca la montagna come brand ma ne ignora la biografia geologica. Le frane non sono anomalie: sono la regola. E ogni cantiere che le ignora, è un debito strutturale di cui la la montagna presenterà il conto – prima o poi – al governo di turno.

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Inflazione alle stelle, salari a terra: ma l’importante è lo storytelling

Nel Paese del “Meno male che Giorgia c’è”, le cattive notizie non esistono. Se esistono, si ignorano. Se insidiano il racconto del governo-fenomeno, si trasforma la realtà in folclore da social. E così mentre l’Istat certifica che il carrello della spesa si è mangiato i salari e l’Inps conferma che in cinque anni i lavoratori hanno perso nove punti di potere d’acquisto, il governo preferisce parlare d’altro.

I rincari non si fermano: +24,8% il caffè, +7,2% le uova, +15,8% gli agrumi. In estate, quando il Paese prova a respirare, scatta l’assalto finale al portafoglio. Voli a +38,7%, traghetti +19,6%. Intanto, in Parlamento, il governo tace. Gli stipendi più bassi d’Europa sono diventati silenziosamente il nuovo standard. Ma si promettono bonus e “tagli del cuneo” come palliativi elettorali.

Mentre si prepara la tempesta dei dazi trumpiani, che rischia di colpire duramente l’export italiano e aumentare la cassa integrazione, Meloni si appende al paracadute retorico della Nazione. Nessuna proposta concreta, solo fede nel marketing. Il salario reale resta fuori dall’agenda, i sindacati europei chiedono un nuovo “Sure” per difendere l’occupazione, ma l’Europa sociale non abita più qui.

È tutto perfettamente coerente. Chi vive con mille euro al mese non fa rumore, non turba i talk show, non contribuisce ai sondaggi. La propaganda vola, mentre gli italiani restano a terra, senza fiato. La realtà è inflazionata quanto i prezzi: pesa, ma non conta. E il governo, a ogni dato scomodo, gira canale.

Buon giovedì. 

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Il chiodo fisso delle balle

Matteo Salvini è il simbolo perfetto di questo governo: occupa un ministero, usa il potere come pedana per la prossima campagna elettorale, tratta i disastri come se fossero incidenti di percorso durante un comizio. Dalla guida delle Infrastrutture, il leader della Lega si è specializzato nell’arte della comunicazione: i social, gli slogan, gli insulti da aula parlamentare e qualche gita in cantiere ben fotografata. Intanto i treni – il cuore del suo dicastero – deragliano, in senso reale e metaforico, e ritardano.

Il 2 ottobre 2024, un guasto elettrico ha paralizzato per ore la stazione di Roma Termini. Più di mille treni coinvolti, oltre seicento cancellati, 70mila minuti di ritardo accumulati. Salvini si è affrettato a puntare il dito contro un chiodo piantato male, evocando complotti e sabotaggi. Ma ora l’Autorità dei trasporti ha smentito la narrazione del ministro: l’incidente non fu dovuto a un atto isolato, ma a “molteplici carenze nella gestione” da parte della società pubblica sotto la vigilanza del suo ministero.

Il danno non è solo di immagine. L’Italia rischia ora una sanzione fino a due milioni di euro, che pagheranno i contribuenti, non il ministro che ha ridotto il caso a barzelletta da talk show. Nel frattempo, alle richieste di chiarimento in Parlamento Salvini risponde con frasi precotte: “Ogni cittadino può accedere in tempo reale allo stato dei lavori”. Come se il diritto alla mobilità fosse garantito da un QR code, come se il disagio fosse colpa di chi non si è aggiornato con l’app.

Nel frattempo, sulle tratte ad Alta Velocità continuano a registrarsi ritardi, cancellazioni, mancanza di informazione a bordo e nei tabelloni. E nessuna risposta concreta sugli indennizzi. Le interruzioni di linea – solo tra Roma e Milano – sono aumentate del 20% nel 2025. La risposta del ministro? Fare finta che i cantieri siano il segno del progresso. Come se la paralisi fosse un effetto collaterale del futuro.

In un Paese dove la politica si misura in apparizioni, Salvini incarna il ministro che c’è anche quando non serve. Ride dei disastri finché può darne la colpa a qualcun altro, si ritira nel silenzio quando le responsabilità toccano le strutture che dovrebbe governare. Ma in questo governo, dove tutto è propaganda, è proprio per questo che resta saldo: perché non serve risolvere problemi, basta raccontare che sono colpa d’altri.

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