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L’Unione europea dei vili

La decisione dell’Unione europea di non sospendere l’accordo di associazione con Israele, nonostante le evidenze di violazioni sistematiche dei diritti umani e del diritto internazionale, segna un punto di non ritorno morale. Il 15 luglio 2025, i ministri degli Esteri europei si sono riuniti a Bruxelles con dieci opzioni sul tavolo: dall’embargo sulle armi al blocco del commercio con gli insediamenti illegali. Non ne è passata nemmeno una.

È la fotografia plastica di un’Europa che si genuflette davanti ai propri interessi economici, incapace persino di fingersi indignata con coerenza. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha parlato di “tradimento crudele e illegale” e di “uno dei momenti più vergognosi nella storia dell’Unione europea”. Ma i governi hanno preferito premiare il genocidio piuttosto che perdere un partner commerciale.

La codardia istituzionalizzata dell’Unione diventa oggi materia da tribunale: i giuristi di JURDI hanno depositato un ricorso alla Corte di giustizia Ue contro Commissione e Consiglio, accusandoli di complicità nello sterminio a Gaza e di violazione del trattato dell’Unione. Siamo oltre la diplomazia del silenzio: si tenta di istituire un principio giuridico che imponga di scegliere da che parte stare quando il diritto internazionale viene calpestato.

E l’Italia Fa parte del coro. Aderisce a una linea di vigliaccheria europea che, mentre proclama la sua fedeltà ai diritti umani, nei fatti diventa complice dell’apartheid israeliano e della distruzione di Gaza. I leader dell’Unione, invece di rispondere ai tribunali della storia, potrebbero dover rispondere a quelli veri. E sarebbe persino tardi.

Buon mercoledì. 

Foto TimesofGaza

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Netanyahu promette l’inferno. E il mondo ascolta in silenzio

Dice Netanyahu che dopo la tregua si tornerà ad “assediare Gaza”. Non è una minaccia. È un piano: dividere la popolazione, spingerla a sud, trasformare il nord della Striscia in un campo di battaglia, il sud in un recinto. Ieri l’ennesimo ordine: evacuare immediatamente Gaza City e Jabalia. Un ultimatum lanciato a chi non ha più nulla da evacuare, se non il proprio corpo esausto, se ancora in vita.

Nel frattempo, le bombe piovono sui campi profughi. A Shati cinque morti, nel quartiere Remal sei uccisi sotto le tende degli sfollati. Secondo il ministero della Sanità locale, oltre 58 mila le vittime palestinesi da ottobre 2023, più della metà donne e bambini. La cifra viene contestata da Israele, ma è difficile controbattere le immagini dei cadaveri di bambini in fila per l’acqua. L’Egitto parla apertamente di “oltre cento morti al giorno solo per cercare gli aiuti”. L’Europa si mostra “preoccupata”, ma a Gaza continuano a mancare carburante, medicine, cibo. E pace.

L’evacuazione forzata e la distruzione sistematica delle infrastrutture civili configurano un intento genocidario sotto gli occhi del mondo. L’Onu parla di “crimini”, le chiese cristiane denunciano attacchi dei coloni a Taybeh, una fondazione belga chiede l’arresto di un soldato israeliano. Netanyahu, invece, promette la prosecuzione del conflitto come se fosse un diritto sovrano. Trump riduce Gaza a una trattativa immobiliare: “una soluzione nella prossima settimana”. Le bombe, intanto, non si fermano.

Tra le vittime di ieri anche il fratello di un medico palestinese che lavora in Italia: era andato a cercare cibo. Gaza muore e il mondo prende appunti. Sul metodo.

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Se Alberto Trentini fosse utile, sarebbe già a casa

Da otto mesi Alberto Trentini è in un carcere venezuelano, senza accuse formali e in condizioni che un ex compagno di cella svizzero ha definito “terribili”. Da otto mesi, il governo italiano chiede “discrezione”, invita al silenzio, promette trattative. Da otto mesi, però, non succede nulla. E intanto una madre, Armanda Trentini, chiede semplicemente che qualcuno si degni di rispondere, almeno con una telefonata. Nemmeno quella.

Nel Paese del “prima gli italiani”, la sorte di un cooperante incarcerato senza processo non rientra nel pacchetto base del patriottismo. Troppo distante da un palcoscenico utile, troppo poco funzionale alla narrazione muscolare della “nazione che non lascia indietro nessuno”. Se il nome di Alberto fosse servito a qualche ricatto mediatico, sarebbe stato ripetuto ovunque, magari sventolato nei salotti televisivi. Ma Alberto Trentini è colpevole di generosità: stava lavorando nel sud del mondo, aiutando chi è fragile. Nessun tornaconto, nessun clamore, nessuna utilità per la propaganda.

Così la madre di Alberto ha deciso di fare da sola. Di rompere il silenzio assordante. Di rivolgersi ad una premier che non ha speso una sola parola, e un sistema istituzionale che delega tutto all’invisibile. Mentre la Svizzera ha negoziato con successo la liberazione del compagno di cella di Alberto, l’Italia resta immobile. O meglio: resta in attesa che la notizia evapori, che il clamore si smorzi, che le urla si spengano.

Don Ciotti parla di “troppe ambiguità”. E ha ragione: si fa diplomazia col bilancino quando si tratta di vite vere, e si fanno proclami solo per sequestri convenienti, come quelli in Medio Oriente, quando servono per alzare i decibel del consenso. Eppure, come dice Armanda Trentini, “otto mesi sono troppi”.

In un altro Paese, una presidente del Consiglio avrebbe alzato il telefono. Qui invece si aspetta. Si misura il vantaggio, si pondera la spesa. Dando l’impressione che ci siano sequestri e sequestri più o meno utili alla propaganda. E che quello di Trentini appartenga alla seconda categoria.

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Saviano, carne da banchetto per il circo dell’odio tricolore

Ci sono voluti quasi 17 anni perché un tribunale sancisse che l’ex capo del clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti, e il suo avvocato hanno pubblicamente minacciato lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione.

La lunghezza del processo afferisce alla condizione della giustizia italiana, ma ciò che è accaduto in questi diciassette anni fuori parla chiaramente di noi. Sono diciassette anni che politici, leader di partito e perfino ministri giocano sulla carne avanzata di Roberto Saviano una sporca partita di propaganda. Sono diciassette anni che giornalisti, scrittori, “intellettuali” pasteggiano su Saviano trasformando la sua protezione in un onore da meritarsi, alla stregua dei fascisti con la cittadinanza.

Sono diciassette anni che si usano le minacce inflitte a Roberto Saviano come nervo scoperto da trasformare in cappio. Accade ogni volta che non si è d’accordo con una sua opinione, ogni volta che si vuole debilitare un suo atto d’accusa, ogni volta che si esulta per un suo insuccesso.

Diciassette anni dopo, come un film girato fuori tempo massimo, si ritorna alle minacce a Roberto Saviano e diventano tangibili le proporzioni dell’erosione che gli è stata inflitta.

Lui si è lasciato andare a un pianto liberatorio, ma non c’è liberazione. La delegittimazione ha funzionato benissimo e per quella non c’è possibilità di processo riparatore. Roberto Saviano è stato appiattito sulle minacce che ha subito: onere e onore, in un gioco che piace moltissimo alla mafia. Lui come carta velina schiacciato sul fondo.

 

Buon martedì

 

In foto Roberto Saviano ospite di Tintoria in occasione della presentazione del suo libro L’amore mio non muore (Einaudi)

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Premierato, da madre di tutte le riforme a riforma di minoranza: il consenso sceso sotto il 50%

Diceva Giorgia Meloni che il premierato sarebbe stato “la madre di tutte le riforme”. Era il pilastro del nuovo patto tra Stato e cittadini, la promessa di stabilità dopo decenni di governi traballanti. Eppure, oggi, la “madre” appare stanca, delegittimata, respinta. Secondo il sondaggio LaPolis-Università di Urbino, pubblicato da la Repubblica, il consenso al premierato è sceso al 45%, segnando il punto più basso da settembre 2023. La riforma simbolo del governo è diventata una riforma di minoranza.

Nata come compromesso dopo l’abbandono dell’idea presidenzialista, la riforma è stata venduta agli italiani con una narrazione semplificata: meno giochi di palazzo, più potere al popolo. Un premier eletto direttamente per cinque anni, affiancato da una maggioranza blindata grazie a un premio elettorale da definire. Ma l’iter legislativo, anziché rassicurare, ha prodotto l’effetto contrario: tra forzature, norme bizantine, “premier di scorta” e deroghe ai limiti di mandato, il testo Casellati è apparso sin da subito come il frutto di una trattativa interna alla maggioranza più che un progetto coerente.

Anche il disegno istituzionale è stato criticato da numerosi costituzionalisti: l’elezione diretta del premier e lo scioglimento delle Camere come automatismo, dicono, alterano l’equilibrio tra i poteri, riducono il Parlamento a una Camera d’approvazione e svuotano il Quirinale del suo ruolo di garanzia. Il risultato è un’architettura sbilanciata, lontana dai modelli europei, che preoccupa anche giuristi non schierati politicamente. L’idea stessa di stabilità rischia di rovesciarsi nel suo opposto: un potere senza contropoteri è fragile, non forte.

La coalizione dell’insofferenza

Le crepe non sono solo tra i banchi dell’opposizione. Anche dentro la maggioranza il patto regge a fatica. Il premierato è stato scambiato con l’autonomia differenziata: Fratelli d’Italia centralizza, la Lega regionalizza. Il risultato è un ossimoro costituzionale che allontana sia i tecnici sia l’opinione pubblica. Non a caso, la Lega – che al sondaggio risulta l’elettorato più favorevole (80%) – ha frenato sull’iter parlamentare non appena è emersa la possibilità che, in caso di crisi, un nuovo premier venga pescato nella stessa coalizione senza passare dalle urne. E Forza Italia si è fatta scudo di figure come Marcello Pera e Gianni Letta per manifestare dubbi mai del tutto sopiti.

Il governo si è affrettato ad approvare la riforma al Senato, ma alla Camera l’iter è impantanato in audizioni critiche. La ministra Casellati ha ammesso che il referendum potrebbe arrivare nel 2027, a fine legislatura. Una dilazione che assomiglia più a una fuga in avanti che a una strategia ponderata. Nel frattempo, i partiti di maggioranza usano la riforma l’uno contro l’altro per alzare la voce su altri fronti: il terzo mandato per i governatori, il presidenzialismo congelato, la legge elettorale mai scritta.

Referendum 2027: il fantasma di Renzi

Intanto, il Paese si è spaccato lungo linee di frattura sempre più nette. Gli elettori della maggioranza restano in larga parte favorevoli. Ma tra i cittadini che si riconoscono nei partiti di opposizione, il rifiuto è crescente. E se Azione e Italia Viva manifestano un sostegno teorico all’elezione diretta del capo del governo, l’adesione alla versione attuale è tutt’altro che compatta.

Sul fondo, aleggia la vera posta in gioco: non il futuro della forma di governo, ma quello di Giorgia Meloni. Che neghi quanto vuole, questo referendum sarà percepito da molti come un voto su di lei. Renzi nel 2016 ha già scritto il copione. Meloni cerca ora di riscriverlo, smarcandosi dalla personalizzazione, ma l’architettura stessa della riforma – che concentra il potere in un solo nome – la inchioda.

Il premierato doveva blindare la stabilità. Per ora ha prodotto incertezza. Doveva rafforzare la democrazia. Ha riaperto le ferite del parlamentarismo tradito. Doveva avvicinare i cittadini. Li ha spaccati. La madre di tutte le riforme rischia di diventare la figlia delle sue stesse contraddizioni. E nelle urne, a decidere, sarà un Paese che non ha mai creduto così poco a questa promessa.

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Immigrazione, dal “modello italiano” all’isolamento: l’Europa gira le spalle al governo Meloni

Chi doveva ispirare l’Europa sull’immigrazione oggi si ritrova a bussare, da sola, alle porte dell’Unione. Giorgia Meloni aveva promesso un “modello italiano” capace di arginare i flussi, stabilizzare il Mediterraneo e indicare una via diversa, forte e credibile. Il risultato, due anni dopo l’insediamento, è un isolamento strategico conclamato: nessuno risponde più all’appello italiano, nemmeno i partner più affini. E neppure la Grecia, che pure condivide lo stesso fronte.

Il piano che non c’è

Il Piano Mattei doveva essere l’architrave di un nuovo approccio. Un “ponte per una crescita comune”, un partenariato paritario per togliere le ragioni della migrazione alla radice. In realtà, è rimasto un manifesto senza presa sul reale. I progetti sono pochi, lenti, orientati agli interessi dell’industria italiana più che allo sviluppo locale. E mentre il piano promette risultati al 2050, la crisi esplode nel 2025.

In Libia, la situazione è fuori controllo. Le partenze sono aumentate del 9% solo nei primi cinque mesi dell’anno. Il 93% dei migranti arrivato in Italia via mare parte dalla Libia. L’effetto è noto: più partenze, più vittime, più caos nei centri di accoglienza. Lampedusa è tornata ad affondare sotto migliaia di arrivi, con l’hotspot ridotto a simbolo plastico del collasso sistemico.

La Libia che sfugge di mano

L’altro pilastro della strategia italiana, la cooperazione con la Libia, è crollato. Non solo perché il Paese è diviso tra Tripoli e l’Est di Haftar, ma perché anche l’ultimo tentativo di diplomazia europea è finito in farsa. Il 9 luglio, una delegazione Ue (compreso il ministro degli Interni italiano) è stata dichiarata “persona non grata” a Bengasi. Rimpatriata su ordine di Haftar, senza neppure il tempo di discutere una proposta.

Da tempo Mosca ha intensificato la sua presenza militare nella zona, rafforzando la sua influenza sull’“uomo forte” libico e usando i flussi migratori come strumento ibrido di pressione sull’Europa. L’Italia denuncia, ma non trova sponde. Né a Parigi – dove Macron evita di “gridare al lupo” per non evidenziare i fallimenti francesi in Mali e Niger – né a Washington, ormai più concentrata sul Pacifico che sul Mediterraneo.

Giustizia contro politica

In casa, l’alleanza con la cosiddetta Guardia costiera libica ha subito colpi ben più duri. La magistratura ha smontato l’impalcatura giuridica dei respingimenti delegati: “La Libia non è un porto sicuro”, ha stabilito la Cassazione. I tribunali hanno condannato anche comandanti di navi commerciali per aver riportato migranti in mano alle milizie. L’Italia, nel caso Vos Triton, è stata ritenuta direttamente responsabile di un respingimento “per procura”.

A questo si somma il caso simbolico di Osama “Almasri”, un noto aguzzino di Mitiga che alcune vittime avevano riconosciuto in Italia. È stato rimpatriato dalle autorità italiane. Libero. Nessuna estradizione, nessuna inchiesta. Solo indignazione, internazionale.

L’Unione che non c’è

Mentre Roma e Atene invocano aiuto per gestire l’aumento dei flussi dalla Libia – con la Grecia costretta a sospendere l’esame delle domande d’asilo e a inviare navi militari a Creta – l’Ue resta muta. Il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo, approvato nel 2024, prometteva “solidarietà obbligatoria ma flessibile”. Ma la flessibilità ha ucciso l’obbligo. I Paesi del Nord preferiscono pagare per non accogliere. Il risultato? L’Italia resta da sola a gestire arrivi, accoglienza, detenzione, rimpatri.

La partita geopolitica, intanto, si gioca altrove. L’ultimo documento Nato del 25 giugno non cita nemmeno l’Africa.  Come se il fronte Sud fosse un’eco lontana. Nessun riferimento alla crescente presenza russa, alla destabilizzazione libica, ai flussi migratori come arma. Roma è fuori dai radar.

Grecia e Italia, due frontiere abbandonate

La Grecia è lo specchio dell’Italia. Anche lì, arrivi in aumento da Est della Libia, centri al collasso, decisioni drastiche. Anche lì, l’illusione di una gestione condivisa è naufragata. Roma e Atene sollevano l’allarme strategico, ma parlano a un’Europa che non ascolta. Per Bruxelles, Creta è lontana. Come Lampedusa.

Le due capitali avevano sperato che la questione migratoria potesse diventare un dossier condiviso. Invece, si sono ritrovate a elemosinare attenzione e aiuto, senza ottenere nulla. Nemmeno una parola concreta dai vertici Ue. Nemmeno una missione congiunta efficace. Solo l’umiliazione di Bengasi, per tutti.

La fine del modello

Il “modello italiano” si è infranto sui numeri, sulle sentenze, sulla geopolitica. Non ha ridotto i flussi. Li ha solo spostati sulla rotta più pericolosa. Non ha costruito partenariati. Ha finanziato milizie. Non ha ottenuto solidarietà. Ha ricevuto silenzi. La “leadership” italiana sull’immigrazione si è risolta in un isolamento sistemico. L’Italia non detta l’agenda: la subisce.

Quello che doveva essere il fiore all’occhiello della politica estera del governo oggi è un caso di studio di fallimento strategico. Il “ponte per la crescita” è diventato un fossato. L’Italia si scopre sola, vulnerabile, senza alleati né soluzioni. E, ora, senza più nemmeno la forza di fingere che fosse tutto previsto.

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Trattiamo con chi ci dà solo calci

Donald Trump, nella sua versione da campagna elettorale permanente, ha annunciato dazi ai Paesi Ue fino al 30% sui prodotti europei, con la solita retorica da banditore: “Siamo stati derubati per decenni” e “questa situazione non è più sostenibile”. Ma non si tratta di dazi: è estorsione politica, una pistola commerciale sul tavolo per piegare l’Europa a servire gli interessi americani. E l’Europa Fa quello che le riesce meglio: rimanda, balbetta, invoca unità e promette una trattativa “a testa alta” mentre si piega lentamente.

Antonio Tajani, con il cappello da mediatore, dice che l’Europa deve negoziare ma senza cedere. Salvo poi rinviare qualsiasi contromisura ad agosto, forse aspettando che i mercati o le ferie facciano evaporare il problema. Frattanto, regioni come Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna lanciano l’allarme: decine di migliaia di posti a rischio, interi comparti (dal vino ai dispositivi medici) sotto minaccia diretta. Gli industriali parlano di “impatto reale al 40%” e il Parmigiano s’impenna a 60 euro al chilo.

E l’Italia Il governo Meloni si nasconde dietro l’ombrello europeo e intanto invia Lollobrigida a dire che “con gli Usa non è un incontro di pugilato”, mentre la sua posizione reale è quella del pesce in barile. Nessuna strategia, nessuna linea, solo un appiattimento: per qualcuno è diplomazia, per altri è servilismo.

Trump detta le condizioni e l’Europa si muove come uno studente impreparato in vista dell’esame. La Commissione annuncia l’identificazione di controdazi per 72 miliardi, ma sembra più un promemoria interno che un atto politico. Si rischia una guerra commerciale, dicono. Ma qui la guerra è già cominciata. Solo che da una parte sparano, dall’altra si aspetta agosto.

Eppure, le occasioni per mostrare schiena dritta ci sarebbero. La web tax è ancora un miraggio, i rapporti con la Cina sono ridotti a una battaglia di slogan e la tanto evocata “autonomia strategica” europea rimane chiusa nei cassetti di Bruxelles. Si chiama sudditanza, non diplomazia. E a pagare sono sempre le stesse: le imprese, i lavoratori, i consumatori.

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Vacanze negate, il 31% degli italiani non può permettersele. Siamo messi peggio di Francia e Germania

C’è un dato che non ha bisogno di retorica, né di fronzoli, per far male: il 31% degli italiani non può permettersi una settimana di vacanza all’anno. Non perché “preferisce restare a casa”, come ancora qualcuno tenta di raccontare, ma perché mancano i soldi. Una condizione che riguarda quasi un terzo della popolazione, certificata da Eurostat e superiore alla media dell’Unione europea. Peggio di noi, tra i grandi Paesi, solo la Spagna. Meglio la Francia (22%) e meglio ancora la Germania (21%).

Il dato non è una novità, ma l’analisi raccolta da Lorenzo Ruffino racconta meglio di mille comizi cosa sia diventata oggi la “normalità” economica italiana: un presente in cui la parola ferie è diventata un lusso e in cui l’estate divide i cittadini tra chi parte e chi resta a guardare. E il divario è tutto tranne che simbolico.

Geografia della rinuncia

L’Italia, anche stavolta, si ritrova in quella cartina biforcuta che separa l’Europa del Nord e dell’Ovest – dove le vacanze sono un diritto – dall’Europa del Sud e dell’Est, dove sono un’eccezione. In Romania quasi sei persone su dieci devono rinunciare a una settimana fuori casa. In Grecia sono il 46%, in Bulgaria il 42%, in Ungheria il 39%. La Spagna è a quota 33%. In cima alla classifica virtuosa, invece, c’è il Lussemburgo con appena il 9% di esclusi, seguito da Norvegia (9%), Svezia (12%), Paesi Bassi (13%), Finlandia, Slovenia e Danimarca (tra 14% e 15%).

Questo scarto, sistemico e ripetuto anno dopo anno, non è un effetto collaterale: è una crepa strutturale del modello economico europeo, che nella retorica dell’austerità ha affondato per anni proprio i margini più deboli del continente. La rinuncia alle vacanze, come ogni privazione, è un indice: misura la distanza tra la crescita raccontata e la vita reale.

La famiglia che non parte

L’Italia, nel dettaglio, mostra un altro dato rivelatore: tra i nuclei familiari con tre figli (o più), quasi uno su due (49%) non può permettersi di partire. È un dato che fa a pugni con il presunto sostegno alla natalità sbandierato da ogni governo, mentre nei fatti si continua a penalizzare chi ha carichi familiari maggiori. Anche nelle famiglie con uno o due figli le percentuali sono alte: tra il 25% e il 27%, contro una media europea che si ferma al 20%.

I single stanno peggio di tutti: in Italia il 38% di chi vive da solo non può andare in vacanza, contro il 33% della media europea. Ma nessuna fascia si salva davvero. E nessun partito di maggioranza può permettersi di scrollarsi di dosso questi numeri, continuando a parlare di “turismo come motore del Paese” mentre una parte crescente degli italiani resta ai box.

Vacanze a caro prezzo

C’è poi una peculiarità tutta italiana che incide nel peggiorare la situazione: la concentrazione forzata delle ferie nel periodo centrale di agosto, che coinvolge fino al 40% dei lavoratori. Un vincolo sociale e culturale che alza i prezzi, riduce le opzioni economiche e taglia fuori chi avrebbe bisogno di flessibilità per risparmiare. Le ferie d’agosto, così, da tradizione diventano trappola.

Anche restare in Italia, spesso presentato come un’alternativa “low cost”, è tutt’altro che accessibile: i prezzi nelle località turistiche continuano a salire, e le offerte davvero popolari sono sempre più rare. L’idea che le vacanze siano “a portata di tutti”, sostenuta da certa pubblicità e da certa retorica ministeriale, si scontra con una realtà fatta di rinunce.

Un miglioramento che non basta

C’è un segnale positivo: il dato del 31% è in calo rispetto al picco del 50% toccato nel 2012, nel pieno della crisi economica. Ma è un miglioramento che ha poco da festeggiare: ci sono voluti tredici anni per recuperare 19 punti percentuali. E nel frattempo il costo della vita è salito, le disuguaglianze si sono consolidate, e la ripresa è andata a senso unico.

Francia e Germania, che nel passato hanno registrato dati peggiori (rispettivamente nel 2008 e nel 2006), oggi sono tra i Paesi con la minore percentuale di esclusi. Noi restiamo invece tra i fanalini di coda. E questo, più che un destino, è una scelta politica.

Non è una questione di gusto

L’indicatore Eurostat non misura il desiderio, ma la possibilità: non conta chi non vuole andare in vacanza, ma chi non può permetterselo. Il dato si basa su risposte raccolte nelle indagini EU-SILC, che rilevano le reali condizioni economiche delle famiglie. Chi può partire ma non lo fa per scelta, è escluso dalla statistica. Chi risponde di non avere i mezzi economici, rientra.

E allora la retorica del “c’è chi preferisce stare a casa” crolla. E si scopre che le ferie, per una parte importante del Paese, sono un diritto negato. Una settimana di stacco, di mare, di montagna, di riposo, diventa un ostacolo insormontabile. E ogni estate, invece di curare, finisce per marcare la distanza. Tra chi parte, e chi resta fermo.

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Gaza: ogni ora una vittima, ogni giorno un silenzio

Nel silenzio assordante delle cancellerie internazionali, continua la strage di civili a Gaza. Nelle ultime ventiquattro ore, i raid israeliani hanno ucciso 94 persone e ferito 252. Il bilancio complessivo dall’inizio della guerra, secondo fonti sanitarie locali, è di 58.573 morti. Numeri che, da soli, disegnano un crimine umanitario. Ma i numeri, da soli, non bastano: sono le storie che mancano, le facce, le vite spezzate.

A morire non sono “terroristi”, come si affanna a ripetere la propaganda bellica, ma donne, bambini, anziani. Ieri almeno 19 persone sono state schiacciate in una calca nel tentativo di ottenere un sacchetto di aiuti. E la fame – come denuncia l’Unrwa – è un’altra arma di guerra: la malnutrizione acuta tra i minori sotto i cinque anni è raddoppiata da marzo. Una generazione intera condannata alla fame prima ancora di conoscere la pace.

Intanto, a Washington si discute di cessate il fuoco con il Qatar. A Bruxelles, si tergiversa. E in Italia, il governo esprime “preoccupazione”, mentre la presidente Meloni ringrazia i servizi segreti per il lavoro “a Gaza”. Il linguaggio resta criptico, ma l’allineamento è chiaro. Il massacro è sotto gli occhi di tutti, ma la reazione è calibrata sull’elettorato, non sul diritto.

La relatrice Onu Francesca Albanese parla apertamente di genocidio e chiede azioni concrete. L’Ue, per voce di Borrell, decide di non punire Israele. Un’omissione che pesa quanto la complicità.

La storia, quando arriva, non chiede permesso. E questo capitolo, già oggi, si scrive col sangue dei civili e l’inchiostro lavato via dai governi che hanno scelto di guardare altrove.

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La mappa delle crisi industriali in Italia: dall’automotive alla siderurgia al tessile

L’Italia industriale crolla in silenzio. Non ci sono conferenze stampa, né piani pubblici di riconversione o rilancio. Solo una lista, lunga e fitta, di nomi, città, province, settori. Una mappa della crisi che si estende da Nord a Sud, come un’infezione sistemica, e che Collettiva – il portale della Cgil – ha raccolto e documentato con precisione chirurgica. Dentro ci sono gli esuberi, le casse integrazioni, le chiusure definitive e gli accordi di solidarietà. C’è l’automotive, la siderurgia, il tessile, l’informatica. E c’è soprattutto il silenzio di un governo che assiste senza intervenire.

Il collasso dell’automotive

Il cuore della crisi batte nel settore automobilistico. Solo Stellantis ha annunciato quasi 2.000 esuberi dall’inizio dell’anno, con tagli che colpiscono tutti i poli produttivi italiani: da Pratola Serra a Mirafiori, da Atessa a Cassino, passando per Melfi, Pomigliano, Termoli. L’azienda firma accordi per uscite incentivate, mentre la Fiom-Cgil – unica sigla a non sottoscrivere i patti – denuncia “l’assenza di un piano industriale” e “il progressivo svuotamento di interi territori produttivi”. A Mirafiori, 610 addetti sono stati messi alla porta. A Cassino, 265. A Atessa, 427. A Termoli si è aperta l’ennesima cassa integrazione cautelativa. E intanto l’indotto affonda: la Metatron di Castel Maggiore, la Pierburg di Livorno e la storica Alcantara di Terni sono solo alcuni dei nomi che hanno avviato o rinnovato misure di emergenza.

Industrie dismesse, territori orfani

La deindustrializzazione non è una variabile. È una strategia che si consuma giorno dopo giorno. A Brugherio, l’“ex Candy” di Haier ha terminato la produzione. A Piombino, 401 operai della Liberty Magona entrano in cassa integrazione straordinaria, in attesa di un acquirente che ancora non c’è. A Genova, la Phase Motion Control sospende l’attività e manda a casa 170 lavoratori. Sempre a Genova, chiude definitivamente anche la Technisub. Ad Alessandria, la Expo Inox chiude i battenti. E ad Arco, nel Trentino, la Alphacan riduce l’orario a quattro giorni a settimana. La lista è interminabile e dettagliata nel rapporto di Collettiva.

Servizi, logistica e digitale: il miraggio del terziario

Chi pensa che il declino riguardi solo la manifattura si sbaglia. Il magazzino Geodis di Carpiano (Milano) chiude dopo il recesso di Amazon. A Ivrea e Pont-Saint-Martin, 59 lavoratori di Core Informatica restano senza prospettive dopo l’annuncio della chiusura. Anche i servizi legati all’amministrazione pubblica vanno in crisi: a Rovigo, 210 lavoratrici di B.P. Services e Citizenship Service entrano in cassa integrazione. A Cagliari, Tiscali riduce l’orario del 20%, con contratti di solidarietà fino al 2026.

Tessile, carta e ceramica: il made in Italy in fuga

A Tolentino (Macerata), l’ex Nazareno Gabrielli smette di produrre agende e diari. A Camposanto (Modena), la Ceramica Opera Group va verso la cessazione. A Pordenone, la Modine Cis Italy chiude e licenzia. Il Cotonificio Zambaiti di Cene (Bergamo) mette in cassa 50 dipendenti. A Cordenons, la cartiera Fedrigoni proroga l’ammortizzatore sociale a causa del calo di ordini. In questo quadro, persino aziende storiche come la Baldinini di San Mauro Pascoli chiudono il settore produttivo, mantenendo solo l’aspetto commerciale.

L’inerzia del governo e il monito della Cgil

Mentre l’Istat registra l’ennesimo calo della produzione industriale (–0,7% su base mensile, –0,9% su base annua), il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo, parla di “un’emergenza nazionale ignorata”: “Mentre la nostra economia si sgretola, il governo si distrae con le sue beghe interne e comunicati che mascherano la realtà”. Stellantis diventa così il simbolo della disfatta: un colosso che taglia e delocalizza, senza vincoli e senza una controparte istituzionale in grado di contrattare un futuro.

Nel frattempo, dalle regioni si moltiplicano gli interventi-tampone: come in Basilicata, dove per la prima volta viene usato il fondo per le aree di crisi industriale complessa per garantire un altro anno di cassa integrazione ai 115 lavoratori della Sgl. Una misura parziale, che “dovrebbe essere un piano industriale, non un’iniezione di morfina”.

Un Paese che si ritira, un’Italia che scompare

La mappa tracciata da Collettiva è un atlante della resa. Un’Italia che non smette di produrre perché non è più in grado, ma perché è stata lasciata sola: senza investimenti, senza pianificazione, senza coraggio politico. Chiudono le fabbriche, si assottigliano i distretti, si riducono le competenze. La classe lavoratrice – quella vera – smette di esistere non per scelta, ma per abbandono.

E mentre si spengono i forni e le linee produttive, si spegne anche un’idea di Paese.

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