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Dagli ospedali all’acqua potabile: così Israele mette in ginocchio Gaza

A fine luglio un litro di olio motore a Gaza costava più di 1.300 dollari, venti volte il prezzo di sei mesi prima. Lo scrive Medici Senza Frontiere in un comunicato del 12 agosto: da quel litro dipendono i generatori degli ospedali, le ambulanze, le pompe dell’acqua, le autocisterne. Le autorità israeliane continuano a limitarne l’ingresso, insieme ai pezzi di ricambio.

Il 5 agosto un generatore dell’ospedale da campo di MSF a Deir al Balah si è guastato. Con il generatore di riserva la sala operatoria è rimasta accesa solo per i casi critici, e gli ustionati sono rimasti nel caldo senza aria condizionata. Da giugno il polo di desalinizzazione di MSF gira sette ore al giorno invece di dodici, e l’acqua potabile è scesa da 600.000 a 350.000 litri, oltre 40.000 persone in meno servite ogni giorno. «Oggi si tratta di olio motore e pezzi di ricambio. Domani sarà qualcos’altro», dice Filipe Ribeiro, capo missione di MSF in Palestina.

L’11 agosto l’ufficio ONU per gli affari umanitari contava a Gaza oltre 1,3 milioni di persone sotto i sei litri d’acqua al giorno a testa, contro uno standard di emergenza di quindici. Nello stesso testo l’OCHA chiede “più permessi per portare dentro pezzi di ricambio”, l’identica richiesta di MSF, che quel blocco lo colloca “nel contesto del genocidio perpetrato da Israele”.

A luglio la Commissione europea ha lanciato la Team Gaza Initiative, 883,6 milioni di euro per la ripresa di Gaza, con l’Italia fra i governi partecipanti, e la commissaria Dubravka Šuica ha annunciato progressi su due progetti idrici concordati con le autorità israeliane. Le sanzioni a Israele tornano sul tavolo dei ministri degli Esteri europei il primo settembre, e secondo Politico l’intesa resta improbabile prima del voto israeliano del 27 ottobre. Bruxelles conta in milioni di euro. A Gaza si conta al litro.

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Frontiere Ue, il sistema funziona ma solo quando è spento. E in Italia solo i comunicati non fanno la coda

Il sistema che doveva blindare le frontiere esterne Ue funziona a una condizione: che qualcuno lo spenga. Lo ha raccontato Politico il 5 agosto, raccogliendo l’ammissione di Air France-Klm. Quando d’estate si formano le code, negli hub di Parigi e Amsterdam il sistema viene disattivato per tenere fluido il transito. Stessa manovra a Francoforte, Bruxelles e Milano. Tutto previsto dai regolamenti, tutto esibito come ordinaria amministrazione.

L’Ees, Entry/Exit System, è il registro europeo degli ingressi e delle uscite dei cittadini extra Ue nei 29 Paesi che lo usano: impronte digitali e immagine del volto al posto del timbro sul passaporto, archiviate per tre anni. Introdotto per gradi dal 12 ottobre 2025, pienamente operativo dal 10 aprile 2026. La Commissione europea ha autorizzato la sospensione della sola raccolta biometrica, in circostanze eccezionali, fino al 6 settembre. Poi l’eccezione è diventata l’orario di apertura.

Frontiere Ue, cosa succede negli scali italiani

Stefano Paoloni, segretario generale del Sap, il Sindacato autonomo di polizia, ha messo la cifra sul tavolo parlando con Il Sole 24 Ore: il sistema regge al massimo tra il 30 e il 50 per cento dei flussi ai controlli di frontiera. Gli scali in sofferenza sono Fiumicino, Malpensa, Verona e Pisa. Qui la biometria si sospende già, soprattutto nelle prime ore del mattino. A Malpensa, racconta a Politico Cristian Sternativo, segretario provinciale del Sap in servizio alla polizia di frontiera, i turni contano circa 35 persone, e ne servirebbero da 10 a 15 in più nelle fasce di punta.

Il 12 aprile, due giorni dopo la piena operatività, un volo da Linate per Manchester è decollato con 34 passeggeri dei 156 prenotati. Gli altri erano in fila ai varchi, fra malori e svenimenti. A giugno l’amministratore delegato di Aeroporti di Roma, ha detto al Financial Times che senza sospensione l’estate sarebbe stata un “disastro”. Bruxelles replica che il software regge e che le code nascono dalla carenza di personale e di spazi negli scali. Ed è una risposta che finisce dritta al Viminale: gli agenti di frontiera li assume Roma.

A luglio l’Italia ha firmato con altri otto governi, Svizzera compresa, una lettera al commissario Magnus Brunner. Chiede garanzie scritte per continuare a spegnere la biometria anche dopo il 6 settembre. Nove esecutivi che domandano il permesso di sospendere il proprio fiore all’occhiello.

La frontiera che si chiude in conferenza stampa

Il 1° agosto, intanto, il governo ha sospeso Schengen verso la Spagna per un mese dopo la crisi di Ceuta. Giorgia Meloni lo ha scritto sui social: “difendere i confini significa difendere la sicurezza dei cittadini”. Il 7 agosto Madrid ne ha chiesto la revoca, Palazzo Chigi ha replicato che l’Italia “non accetta ultimatum” e ha tirato fino al 15 agosto. La Spagna ha ricambiato con controlli su chi arriva da qui. Due governi che si perquisiscono i turisti a vicenda.

Sul confine con la Slovenia la sospensione dura dal 21 ottobre 2023 ed è prorogata fino al 18 dicembre 2026. Quasi tre anni di eccezione. Nel primo semestre del 2026 Frontex ha contato poco più di 49mila attraversamenti irregolari alle frontiere esterne, il 37 per cento in meno del primo semestre 2025, e circa 14.300 sulla rotta del Mediterraneo centrale, meno della metà. Il confine è diventato un format.

Resta il pezzo mancante. L’Etias, l’autorizzazione da chiedere prima di partire per chi viaggia senza visto, doveva arrivare nel 2021, poi entro quest’anno, e ora slitta al 2027 proprio perché l’Ees non regge. Il registro europeo dei confini si spegne alle otto del mattino, davanti alla fila del primo intercontinentale. La frontiera che il governo mostra ogni sera regge invece benissimo, perché sta dentro un comunicato e i comunicati non fanno coda.

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Sotto la messa in piega la solita Meloni

Diciassette uomini in manette che salgono la scaletta di un charter per Il Cairo, scortati dagli agenti, e le immagini sul profilo di Giorgia Meloni. “Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole: proseguiremo dritti su questa strada”, ha scritto la premier. Il montaggio è quello di un trailer e il modello si riconosce: il 18 febbraio 2025 la Casa Bianca aveva pubblicato quarantuno secondi di uomini incatenati con la didascalia “ASMR: Illegal Alien Deportation Flight”, il rumore delle catene servito come suono rilassante. Ci abbiamo messo un anno e mezzo per il remake.

E dire che questa doveva essere la statista. La stessa che il 18 agosto 2025, a Washington, con le telecamere ancora accese, spiegava a Donald Trump perché fosse meglio evitare i cronisti: «I never want to speak with my press», non voglio mai parlare con la mia stampa. Quattro anni di domande centellinate: secondo i conti di Pagella Politica, nei primi nove mesi del 2025 ha risposto a 94 domande dei giornalisti contro le 138 dello stesso periodo dell’anno prima. Del resto la messa in piega tiene meglio in silenzio.

Poi sono arrivati i sondaggi. La Supermedia YouTrend di fine luglio dà Fratelli d’Italia al 26,7 per cento, sotto quota ventisette, uno dei dati più bassi della legislatura, e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci al 7,1, davanti alla Lega. L’11 agosto il generale ha pubblicato il programma con ventidue misure di “remigrazione”. Due giorni dopo arriva il video delle manette. Lo chiamano difesa dei confini: il termine tecnico è inseguimento dell’avversario politico.

Guardiamola, la destinazione. L’aereo atterra al Cairo, capitale del Paese che per anni ha negato all’Italia perfino i recapiti dei quattro agenti della National Security imputati per il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni, processati in contumacia a Roma con sentenza fissata al 28 settembre. Per organizzare un charter l’intesa con l’Egitto funziona benissimo, per consegnare un indirizzo no.

Dal video restano fuori i Cpr guardati da dentro. Lunedì, in quello di Palazzo San Gervasio, è morto un cittadino tunisino che era trattenuto lì, la struttura è esplosa in una rivolta, otto arresti. Quelle immagini nessuno le ha montate.

Chissà se un po’ si vergogna, oggi, chi anche a sinistra ha accreditato per anni il trucco e parrucca della destra adulta e improvvisamente moderata. La faccia sta tutta lì, nei fotogrammi di ieri: il montaggio più onesto della legislatura è quello in cui Giorgia corre dietro a un generale che le ha rubato lo spartito.

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Il possessivo di Renzi: il voto è nostro, la faccia è sua

Renzi ha detto la verità e l’ha detta con un aggettivo possessivo. Silvia Salis, ha spiegato mercoledì al Corriere della Sera, «somma al nostro voto organizzato una sua forza personale rilevante». Nostro. I voti sono suoi, la popolarità è di lei, la somma la firma lui. Quando da queste parti scrivemmo che la sindaca di Genova era il cavallo di Troia per l’ennesimo agguato al Partito democratico…

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Meloni chiude al rimpasto di governo e alla Lega: Salvini reclamava il Viminale e invece gli tocca il traghetto

Il settimanale Chi è in edicola da ieri mattina e dentro c’è la riga che chiude l’estate politica di Matteo Salvini: nessun rimpasto di governo a settembre. La firma è di Giorgia Meloni, che le decisioni le comunica a mezzo stampa. Del resto nel 2024 aveva concesso tre interviste alla carta stampata, per 57 domande secondo Pagella Politica, e tenuto tre conferenze stampa in tutto l’anno. L’assetto dell’esecutivo passa da un rotocalco.

Per il segretario della Lega quella riga è chiaramente un preavviso di sfratto. Il 7 luglio aveva pubblicato su Avvenire un intervento che era il programma di un altro ministero, “Considero la sicurezza uno dei primi doveri dello Stato”. Il senatore Claudio Borghi (Lega) reclamava il Viminale per il capo, assolto sul caso Open Arms. Nei retroscena l’annuncio arrivava a Pontida, il 20 settembre, dopo il 4 settembre del record di longevità. Dal canto suo Meloni ha risposto con un mese di anticipo, e a settembre il Viminale resterà a Matteo Piantedosi.

Niente rimpasto e il generale che avanza

Ma i problemi per Salvini sono parecchi, e non solo di rimpasto. Roberto Vannacci ha lasciato la Lega il 3 febbraio 2026 e tre giorni dopo ha fondato Futuro Nazionale. La Supermedia YouTrend per SkyTg24 del 3 agosto lo dava al 7,1 per cento, per Swg il 4 agosto era al 7,2 contro il 5,5 del Carroccio. Bidimedia ha calcolato una crescita di 1,5 punti nel solo luglio. Il travaso avviene dentro il centrodestra, che arretra della stessa misura: insomma la Lega finanzia il proprio concorrente.

Anche sulla sicurezza la regia è altrove. Dal 1° agosto l’Italia ha ripristinato i controlli alle frontiere con la Spagna dopo gli ingressi irregolari a Ceuta. La riunione l’ha presieduta Piantedosi su indicazione di Palazzo Chigi, e Salvini commentava in fila con Antonio Tajani, proprio sul terreno che rivendica come suo.

Il ministero che doveva essere la vetrina

Alle Infrastrutture il bilancio è di rinvii. I cantieri del Ponte sullo Stretto erano promessi entro l’estate del 2024 e a fine ottobre 2025 la Corte dei conti ha respinto la delibera Cipess sul progetto definitivo. A marzo 2026 un decreto ha riscritto l’iter e spostato 2,8 miliardi dal quadriennio 2026-2029 al 2030-2034. Tre anni di annunci per un cronoprogramma che scavalca la legislatura.

Intanto il partito gli si muove sotto i piedi. Venerdì 7 agosto, in via Bellerio a Milano, il direttivo della Lega lombarda è durato oltre quattro ore con 31 interventi. Daniele Belotti, storico presentatore di Pontida, ha detto a Repubblica che il segretario «deve fare un passo indietro e dimettersi», e altri quattro dirigenti hanno chiesto lo stesso mentre il presidente lombardo Attilio Fontana lasciava correre. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, ha chiesto una guida collegiale, con più spazio a Giancarlo Giorgetti e a Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale veneto. Zaia tace, e in Veneto il suo silenzio pesa quanto un comunicato.

Resta la bandiera del Nord, ridotta a un moncone. Con le sentenze 192 del 2024 e 10 del 2025 la Corte costituzionale ha smontato l’impianto della legge Calderoli, e le pre-intese votate in Parlamento a luglio 2026 con quattro regioni del Nord riguardano quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza complementare, tariffe sanitarie. L’autonomia differenziata di via Bellerio sta in una pagina. Sul settimanale la frase di Meloni occupa due righe, eppure a Salvini toglie l’ultima stagione utile.

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Gaza, due pesi e due misure: la detenzione si può sospendere solo per gli israeliani

In Israele un ordine di detenzione amministrativa si può discutere, sospendere e non rinnovare, purché il detenuto sia israeliano. Tal Yinon Dardik è uscito libero l’11 agosto dopo trentotto giorni di custodia, per decisione del giudice Amir Shaked, senza alcuna condizione. Il suo avvocato Nati Rom, dell’organizzazione Honenu, ha commentato che l’ordine militare era «ineseguibile» perché firmato senza autorità.

Dardik è sospettato dell’assalto del 13 marzo a Khirbet Humsa. Secondo la polizia israeliana fra trenta e quaranta assalitori sono entrati nel villaggio prima dell’alba, hanno immobilizzato i residenti e li hanno picchiati. Qusai Abu al-Kebash, ventinove anni, ha raccontato al New York Times di essere stato denudato, legato ai genitali con una fascetta e portato in giro davanti alla sua famiglia. Dardik nega di avere partecipato.

Attorno a quei trentotto giorni si è mosso lo Stato intero. Il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato di non rinnovare l’ordine amministrativo, poi è andato a trovare Dardik in cella a fine luglio. Ha anche annunciato in televisione la sostituzione del capo del Comando centrale Avi Bluth, salvo tornare sui suoi passi. Un comitato d’appello militare, udienze il 6, il 9 e l’11 agosto, lo sciopero della fame contato dai quotidiani israeliani.

Ad agosto 2026 HaMoked conta 7.965 detenuti “di sicurezza” nelle carceri israeliane: 3.198 sono in detenzione amministrativa senza processo, altri 1.358 trattenuti come “combattenti illegali”. Semestri rinnovabili, prove segrete, nessuna udienza in cui l’accusa esista, e la stessa organizzazione ricorda che trattenere in Israele detenuti dei territori occupati viola la Quarta Convenzione di Ginevra. Ad aprile Addameer contava circa 350 minori.

Ieri il Jerusalem Post ha titolato che il nuovo modello Dardik “potrebbe ridurre la detenzione amministrativa per alcuni palestinesi”. Per gli altri il rinnovo resta una firma ogni sei mesi.

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Il turismo specchio di come è conciato il Paese

“La stagione sta andando molto bene”, ha detto lunedì da Torri del Benaco il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, e ha messo sul vassoio la previsione: 172 milioni di presenze entro agosto, quasi 90 milioni di stranieri. Due giorni dopo la Guardia di finanza ha spiegato come va bene. A Bari ai bagnini di uno stabilimento restavano dai 2 ai 5 euro lordi l’ora, laddove il contratto ne prevede da sette a dodici, perché parte dello stipendio in busta paga la restituivano in contanti al titolare. Contanti che pagavano in nero altri ragazzi alle feste. Quattro indagati per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro, e tra loro il consulente che avrebbe aggiustato i cedolini.

Il bollettino ferragostano è coerente. A Treviso ventisette lavoratori irregolari in ventidue locali, ventisei in nero. Nel Vibonese trenta senza contratto. A Gioia Tauro un lido che dal 2021 non versava l’Imu. Insomma, l’estate italiana sta in piedi su un ricatto, e il ricatto ha bisogno di chi non può dire di no.

Anche i numeri del ministro vivono di stranieri. Nel primo semestre gli arrivi italiani sono saliti dell’1,97%, quelli dall’estero del 6,45%: il governo che ha fatto della parola invasione un programma campa sull’invasione, e la ringrazia in diretta. Il decreto flussi ha stanziato 15.075 quote di stagionali stranieri per il turismo. I temibili clandestini servono eccome, basta chiamarli quote.

Gli italiani intanto guardano da riva. Il 35,7% non può permettersi una settimana di ferie fuori casa, contro il 27,5 europeo, dice Eurostat. Troppo poveri per la patria che gli raccontano ogni sera. E la patria, sul bagnasciuga, è affittata: il 42,8% delle coste basse è in concessione secondo Legambiente, per un canone che allo Stato rende ben 115 milioni l’anno.

«Il motto di questo governo sarà non disturbare chi vuole fare», annunciava Giorgia Meloni alla Camera il 25 ottobre 2022. Quattro anni dopo sappiamo chi non va disturbato. I conti tornano perché c’è chi li fa tornare: sopra i milioni di presenze da annunciare in televisione, sotto un ragazzo alla prima esperienza che riconsegna i contanti al padrone e ringrazia. Stagione eccellente, dice il ministro.

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Piano di ripristino della natura, i Comuni chiedono di cancellare undici misure e così si allentano i vincoli Ue

Sessantacinque pagine di emendamenti e undici misure da cancellare. È il documento che l’Anci, Associazione nazionale dei comuni italiani, ha trasmesso al ministero dell’Ambiente il 4 agosto sulla bozza del Piano nazionale di ripristino della natura, che l’Italia deve consegnare a Bruxelles entro il 1° settembre. Sono diciannove le misure Ispra sugli ecosistemi urbani passate in rassegna: ne sopravvivono otto. Via quella che vieta di ridurre alberi e spazi verdi, via quella che limita gli interventi sui suoli urbani non ancora artificializzati. Via quella che obbliga a ripristinare una superficie pari o maggiore quando un cantiere toglie verde.

Lo strumento, del resto, sta lì pronto. Il regolamento europeo 2024/1991 è in vigore dal 18 agosto 2024. All’articolo 8 impegna gli Stati a non registrare alcuna perdita netta di verde urbano e di copertura arborea entro il 2030 rispetto al 2024, con crescita obbligata dal 1° gennaio 2031. In Italia tocca 2.761 comuni, quasi il 38% del territorio secondo l’Ispra. Il dibattito lo ha aperto Altreconomia ad aprile, quando Paolo Pileri, che insegna urbanistica al Politecnico di Milano, chiamava il Piano “un’occasione storica per attuare la Costituzione”.

Che cosa si cancella

Ripassare le bocciature spiega bene la traiettoria politica. Quella sui suoli urbani ricordava che il terreno non impermeabilizzato è una risorsa scarsa, e che tutelarla discende dagli articoli 9 e 41 della Costituzione oltre che dall’approccio “One Health”. Per l’Anci introduce limitazioni generalizzate, quindi va tolta. Con lei se ne vanno l’obbligo di sospendere previsioni e interventi che riducono il verde e il piano comunale della natura.

E il monitoraggio annuale dell’Ispra, pubblico e comune per comune, diventerebbe un rapporto “periodico” coordinato dal ministero. Si smonta il termometro proprio lì dove la febbre è più alta. L’Ance, l’associazione dei costruttori, ha diffuso il 6 agosto un comunicato soddisfatto: il testo dei Comuni “contiene numerose considerazioni che riprendono le osservazioni già evidenziate da Ance”. Due giorni per il plauso. Ai sindaci che ha incontrato, scrive Pileri, l’associazione non aveva mandato neppure una mail.

Il governo aveva già rassicurato

Il 30 giugno, in Commissione Ambiente alla Camera, l’esecutivo aveva parlato. All’interrogazione 5-05554 della deputata Erica Mazzetti (Forza Italia), che lamentava un eccesso di regole per l’edilizia, ha risposto Tullio Ferrante, sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti. Tavolo con i costruttori, e un Piano che non confliggerà con l’urbanistica comunale. Su un piano per la natura ha risposto il ministero delle grandi opere, per dire. 

Nella stessa risposta il governo ricorda che in Conferenza unificata è stato stabilito di sottoporre la bozza finale all’Anci per un’intesa “con efficacia condizionante”: senza il sì dei Comuni il Piano non passa. Il documento del 4 agosto è quindi un veto già depositato. E il decreto legislativo 80/2026, in vigore dal 31 maggio, aveva messo l’articolo 8 in capo ai comuni “nei limiti delle risorse disponibili”, con clausola di invarianza finanziaria: nessun onere nuovo per lo Stato. Obblighi europei ai sindaci a costo zero, e adesso i sindaci chiedono di cancellare gli obblighi.

Il conto, intanto, lo tiene l’Ispra. Nel 2024, l’anno che il regolamento fissa come soglia da non superare, l’Italia ha coperto 83,7 chilometri quadrati di suolo e le città hanno perso altri 3.750 ettari di verde. L’isola di calore urbana segna oltre 10 gradi di scarto con la campagna, con punte di 11,3 al Nord, e cala fino a 2,2 dove le chiome coprono più di metà quartiere.

La versione definitiva del Piano è attesa per il 1° settembre 2027, un anno di limatura col veto già sul tavolo. In un agosto in cui le città sono forni, l’unico documento arrivato puntuale al ministero è quello che chiede di togliere le misure. Sulla depavimentazione, invece, c’è tempo.

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Il programma di Futuro Nazionale, tra remigrazione e assimilazione: ecco le proposte (con relative criticità) di Vannacci

“Sottoscrivere una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana”. È il quarto requisito per diventare italiani nella Base Ideologica e Programmatica che Futuro Nazionale ha pubblicato l’11 agosto sul proprio sito. Gli altri tre: venti anni di residenza regolare, italiano di livello C1, esami scritti e orali. Il documento spiega anche perché quella firma serve, e lo fa citando la Costituzione: la cittadinanza implica il dovere di difendere la Patria, “articolo 52”. È l’unica volta in tutto il testo in cui un articolo viene chiamato per numero, e serve a imporre un obbligo.

Poche righe prima, nel capitolo economico, il partito di Roberto Vannacci aveva messo agli atti che “la Costituzione resta il riferimento fondamentale dell’azione pubblica”. Dichiarata la fedeltà, il programma procede per un centinaio di proposte che conviene leggere una per una.

Futuro Nazionale e la dichiarazione di fede

La Corte costituzionale, con la sentenza 203 del 1989, ha definito la laicità un principio supremo dello Stato. Dagli articoli 3 e 19 ha ricavato un doppio divieto: che i cittadini siano discriminati per motivi religiosi, e che il pluralismo comprima la libertà di non professare alcuna fede. La dichiarazione di assimilazione chiede l’esatto contrario. Chiede che una persona metta per iscritto l’adesione a una civiltà definita cristiana per ottenere un diritto. Un musulmano, un ebreo, un ateo la firmano mentendo, oppure restano stranieri a vita

Il documento lo scrive anche nei titoli. Una delle 22 misure del Piano di Remigrazione si intitola “Discriminazione culturale sulla migrazione regolare contingentata”, e stabilisce che si darà “preferenza ai Paesi a maggioranza cristiana” perché l’unità culturale sarebbe minacciata “in primis da un’invasione maomettana di massa”. Il capitolo estero parla apertamente di “sostituzione demografica” e cerca sponde in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia. Il criterio d’ingresso, insomma, è la religione prevalente nel Paese di partenza. Nel programma è il titolo del paragrafo.

La cittadinanza a scadenza

Poi c’è la revoca. Il testo estende la revoca della cittadinanza per naturalizzazione considerando “ogni crimine violento contro la persona e la società” una causa di revisione ex post “attestante che il soggetto non è stato realmente assimilato”. Così, scrive il partito, “anche il cittadino naturalizzato potrà essere remigrato con la procedura di espulsione”. Sono due cittadinanze: una piena e una in prova a vita. L’italiano di nascita che commette lo stesso reato sconta la pena e resta italiano. L’italiano naturalizzato sconta la pena e perde il Paese.

Lo schema torna sulle espulsioni. La pericolosità dello straniero che delinque “dovrà ritenersi presunta”, le valutazioni sull’integrazione lavorativa o sociale non potranno sospendere l’allontanamento, e l’espulsione si eseguirà “anche in deroga ai divieti legati ai legami familiari o alla presenza di figli minori sul territorio nazionale”. Il figlio minore diventa un ostacolo procedurale da derogare. Sul ricorso, poi, il partito propone che l’impugnazione non sospenda il rimpatrio e che l’interessato conservi “la facoltà di presentare ricorso giurisdizionale dal proprio Paese d’origine, successivamente all’esecuzione”. Il diritto di difesa resta garantito per lettera: viene solo spostato a migliaia di chilometri e a cose fatte.

Sui benefici sociali la franchezza è maggiore. Per escludere i non cittadini da edilizia popolare, bonus e sussidi, il programma mette in conto “anche una modifica costituzionale, se necessario”. È l’unico punto in cui il testo ammette da sé di sbattere contro la Carta, e lo risolve proponendo di cambiare la Carta. Quella strada la Corte costituzionale l’aveva già chiusa nel 2010. Con la sentenza 187 dichiarò illegittima l’esclusione degli stranieri regolari dall’assegno di invalidità, per contrasto con gli articoli 2, 3, 32, 38 e 117 e con l’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Le idee non si processano, i cittadini sì

Il capitolo sulla libertà afferma che “le idee non si processano” e impegna il partito ad abrogare “le leggi bavaglio, come la legge Mancino”. La legge 205 del 1993 punisce l’incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi. Attua in Italia la Convenzione delle Nazioni Unite del 1966 contro ogni forma di discriminazione razziale, recepita con la legge 654 del 1975. Abrogarla cancella un obbligo internazionale che l’Italia ha firmato sessant’anni fa.

La libertà, però, viene amministrata con criterio. Si abbassa a 12 anni la soglia di imputabilità dei minori, si riserva ai soli medici militari la certificazione dell’idoneità all’espulsione, si impone ai minori stranieri non accompagnati un accertamento radiografico “immediato e obbligatorio”, si introducono le “quote azzurre” nei concorsi pubblici. Sul femminicidio si chiede di cancellare la fattispecie e di proteggere il “patriarcato mediterraneo”, cioè la formazione di “maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società”.  Il Ministero dell’Interno ha contato 97 donne uccise nel 2025: 85 in ambito familiare o affettivo, 62 per mano del partner o dell’ex. La casa del maschio forte è l’indirizzo in cui muoiono nell’87,6% dei casi.

I conti, come sempre

Resta l’aritmetica, che è sempre la parte più istruttiva. Il programma promette di finanziare il taglio del cuneo fiscale con “le risorse risparmiate grazie alle politiche di remigrazione di lungo termine”. La Fondazione Leone Moressa attribuisce agli occupati stranieri 177 miliardi di valore aggiunto nel 2024, il 9% del totale. Sempre la Fondazione Leone Moressa conta 12,6 miliardi di Irpef versati nel 2025 dai contribuenti nati all’estero, e un saldo positivo di 1,2 miliardi fra quanto lo Stato incassa da loro e quanto spende per loro in welfare. Insomma, un risparmio che si ottiene rinunciando all’incasso.

Poi c’è la logistica, che per un generale dovrebbe essere il primo capitolo. La Fondazione ISMU stima in 339mila le persone in condizione di irregolarità al 1° gennaio 2025. Il Ministero dell’Interno ha fissato con decreto del 21 maggio 2025 il costo medio di un rimpatrio a 3.637,87 euro. Per quella platea fanno 1,23 miliardi, e i rimpatri forzati eseguiti restano sotto i seimila l’anno. Al ritmo attuale servono cinquantasei anni: il piano decennale 2027-2037 finisce di eseguirsi nel 2083.

Il partito, intanto, promette di chiudere i “decreti flusso massivi” del governo che indica come alleato naturale. Quel governo, con il dpcm del 15 ottobre 2025, ha autorizzato 497.550 ingressi di lavoratori stranieri in tre anni, perché servono come “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. C’è infine una misura che chiede la “riforma radicale dei sistemi di rilevazione statistica” sui reati, per superare “le attuali omissioni istituzionali”. Sei paragrafi prima, il testo aveva usato quelle stesse statistiche per sostenere che gli stranieri commettono il 30% degli omicidi. Si portano come prova gli stessi numeri di cui si denunciano le omissioni.

Un piano senza mezzi, senza tempi e senza trasporti si chiama desiderio. E per un desiderio dieci anni restano un preventivo generoso. Sullo sfondo, come sempre, quel nostalgico retrogusto di tempi andati.

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Il coraggio di Vannacci è quello di sembrare cretino

Il fascismo torna sempre con un aggettivo che lo assolve. «Tecnico-tattico», per esempio. Così Roberto Vannacci ha difeso la parola rimessa in circolo il 5 agosto alla Camera, “rastrellamento”. Sabato l’ha ripetuta dal palco della Versiliana, presentando il generale Carmelo Burgio candidato sindaco di Milano per Futuro Nazionale: «Se chiedessimo a Burgio di rastrellare Rogoredo…

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