Vai al contenuto

Emergenza climatica: in Europa il caldo si governa, in Italia si commenta e si paga il conto a settembre

In Spagna il caldo ha una conferenza stampa. Il 27 luglio il presidente del governo Pedro Sánchez ha presentato la Rete nazionale dei rifugi climatici. Sono 180 immobili pubblici aperti nelle ore critiche. Una guida ne mappa 1.100, e 10 milioni servono ad allargarla a scuole e comuni. Nella stessa occasione ha annunciato un panel scientifico permanente sull’emergenza climatica e ha rilanciato la richiesta di un patto di Stato. E ha detto il numero che in Italia nessun capo di governo pronuncia: oltre 3.800 morti legate al caldo dall’inizio del 2026, secondo il sistema MoMo dell’Istituto di salute Carlos III. Lo stesso sistema ne conta più di 27.500 fra il 2015 e il 2025. Il piano nazionale spagnolo, del resto, è attivo per legge dal 13 maggio al 30 settembre.

Il punto sta lì, prima che nelle singole misure: altrove il caldo è materia di conferenza stampa, di legge e di conflitto parlamentare, quindi esiste politicamente e chi governa ne risponde. Qui resta un bollettino.

Emergenza climatica: quando i numeri diventano politica

La Francia ha appena fatto la cosa più semplice e più scomoda: ha pubblicato i numeri mentre l’estate era in corso. Il 22 luglio, tre settimane dopo la fine dell’ondata, Santé publique France ha stimato 5.764 morti in eccesso fra il 17 giugno e il 2 luglio. Sono il 36,2% sopra l’atteso, in 92 dipartimenti che valgono il 98,5% della popolazione. Dei 21.674 decessi osservati in quei giorni, il 34% è avvenuto in casa e il 16% nelle residenze per anziani. È la sorveglianza che diventa atto pubblico, e quindi discussione.

Sul lavoro la Francia è arrivata prima con il decreto 2025-482, applicato dal 1° luglio 2025. Il calore è un rischio professionale a sé e va scritto nel documento aziendale. Ai tre livelli di allerta di Météo-France corrispondono obblighi crescenti su acqua, pause, orari e formazione del personale. La Grecia fa la versione secca. Il 22 luglio, con i 43 gradiprevisti in Tessaglia, il ministero del Lavoro ha ordinato lo stop dei lavori all’aperto dalle 13 alle 17 nelle zone più esposte, cantieri e consegne comprese. La Spagna vieta dal 2023 le lavorazioni a rischio quando l’agenzia meteorologica alza l’allerta, e dal 2024 ha messo nello Statuto dei lavoratori un permesso climatico retribuito fino a quattro giorni.

Piani contro il caldo: l’ombra scritta nei bilanci

Sul lungo periodo il modello è tedesco e passa da una legge. Il Klimaanpassungsgesetz, in vigore dal luglio 2024, obbliga i Länder a far sì che i comuni adottino strategie di adattamento fondate su analisi del rischio. I piani caldo ci rientrano, e non per scelta del sindaco di turno. Il ministero della Salute federale ha pubblicato dal 2023 piani modello per farmacie, ospedali e case di cura. Serve, perché uno studio dell’agenzia ambientale federale con il Robert Koch Institutstima intorno ai 3.000 morti da caldo per ciascuna delle estati 2023 e 2024.

Poi ci sono le città, dove l’adattamento costa poco e si vede. Barcellona ha circa 400 rifugi climatici ricavati da biblioteche, musei, mercati e piscine. L’obiettivo dichiarato è portare ogni residente a cinque minuti a piedi dal fresco entro il 2030. Parigi ha trasformato 203 cortili scolastici dal 2017, togliendo asfalto e piantando alberi, e punta a 360entro il 2030. Atene classifica le ondate di calore su tre livelli di pericolo come si fa con gli uragani, e Siviglia dal 2022 le battezza con un nome. Sono scelte che l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda da anni e che quest’anno ha rimesso nero su bianco, aggiornando la guida sui piani caldo-salute ferma al 2008 dopo aver convocato d’urgenza i rappresentanti di 41 Paesi.

Il confronto con l’Italia si fa sugli strumenti. Qui il caldo produce un bollettino su 27 città, ordinanze regionali che cambiano a ogni confine e 15,2 milioni di ammortizzatori con il tetto di spesa. Là produce leggi, bilanci e ministri che ci mettono la faccia. La differenza si misura ad agosto, e si paga a settembre.

L’articolo Emergenza climatica: in Europa il caldo si governa, in Italia si commenta e si paga il conto a settembre sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Riscaldamento globale, fioriere pagate dai turisti per mitigare gli effetti di un fenomeno che sulla carta viene negato

L’ombra, a Trieste, adesso si compra. 49.519,44 euro di appalto affidato il 25 giugno, fioriere monumentali in legno e acciaio, platani alti 250 centimetri potati a tetto perché l’ombra cada larga. Il sindaco Roberto Dipiazza (Forza Italia) le ha presentate il 6 agosto in piazza Venezia e ha spiegato che servono «per cercare di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici». L’intervento, ha aggiunto l’assessore Michele Babuder, lo paga l’imposta di soggiorno. Il fresco lo comprano i turisti, e non è servito chiamarlo politica per il clima.

Chiamarla così costerebbe caro. È la stessa area politica che a Bruxelles ha lavorato per smontare il Green deal. L’allora vicesegretario della Lega, Roberto Vannacci, nel 2024 riconosceva mutamenti d’origine antropica salvo aggiungere che «il pianeta è capace di autoregolarsi». Poi si torna nei comuni, si guarda il termometro delle piazze e si comprano alberi in vaso. L’adattamento è la politica climatica clandestina della destra italiana: si fa, si finanzia, non si nomina.

Il fondo che non dice il suo nome

Attenzione al capolavoro lessicale. Con la legge di bilancio 197 del 2022 il governo ha istituito il Fondo per il contrasto del consumo di suolo: 160 milioni fino al 2027, ripartiti alle Regioni col decreto dell’Ambiente numero 2 del 2 gennaio 2025. Finanzia la rinaturalizzazione dei suoli degradati in città, che tradotto vuol dire togliere asfalto. La viceministra Vannia Gava (Lega) l’ha presentato come un investimento nella sicurezza delle città. Del riscaldamento globale nel titolo non c’è traccia, e non è una svista.

Poi i soldi camminano da soli. Alla Liguria ne sono arrivati 3.930.180 e la Regione li ha messi a bando. Il Comune di Genova ha candidato il parco di Villa Bombrini, a Cornigliano, oltre 13 ettari al posto di un piazzale asfaltato. Ed è la prima città italiana ad avere scritto la depavimentazione dentro il Piano urbanistico comunale. A Padova il Comune ha mappato 400 aree pubbliche, 280mila metri quadrati. Lì il nome si pronuncia, e sono giunte di centrosinistra. Altrove si fa lo stesso lavoro e si chiama decoro urbano.

Il conto arriva comunque. Nel 2024 l’Italia ha coperto di superfici artificiali 83,7 chilometri quadrati contro 5,2 recuperati: 230mila metri quadrati al giorno, il dato Ispra peggiore degli ultimi dodici anni. Le regioni con la quota più alta di territorio già consumato sono Lombardia, 12,22 per cento, e Veneto, 11,86. Il verde si annuncia e il cemento si autorizza.

Il piano che ha aspettato due anni

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici esiste dal 21 dicembre 2023, decreto 434 firmato dal ministro Gilberto Pichetto Fratin, con 361 azioni da attuare. A coordinarlo doveva pensarci entro tre mesi un Osservatorio nazionale, incaricato anche di individuare le possibili fonti di finanziamento, cioè di trovare i soldi che il Piano non aveva. È arrivato con il decreto 455 del 16 dicembre 2025, sedici componenti, e si è insediato il 24 febbraio 2026.

Il ministero del Lavoro ha recepito con il decreto 95 del 9 luglio 2025 un protocollo quadro sui rischi lavorativi legati, testualmente, alle “emergenze climatiche”. La Lombardia ha vietato con l’ordinanza 484 del 9 giugno 2026 il lavoro sotto il sole fra le 12.30 e le 16, fino al 23 settembre, in agricoltura, nei cantieri e nelle cave. Il titolo dell’atto parla di igiene e sanità pubblica. Il caldo, come causa, non compare.

Curare la febbre e negare l’infezione ha una ragione contabile: ammettere la causa obbligherebbe a tagliare le emissioni, e tagliare le emissioni costa consenso nell’automotive e nell’edilizia. Restano le fioriere di piazza della Borsa, pagate dai turisti, con sotto il loro bel fondo di asfalto intatto.

L’articolo Riscaldamento globale, fioriere pagate dai turisti per mitigare gli effetti di un fenomeno che sulla carta viene negato sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Vigili del fuoco, 4.386 posti vuoti mentre l’Italia brucia: dal governo 56 milioni per le carriere, 600 volte meno della spesa militare

Il calendario 2026 del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, è stato presentato il 18 novembre al Maxxi di Roma fra vip e conduttori televisivi. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiuso la cerimonia così: «Non ho mai visto un Vigile del fuoco risparmiarsi nell’esercizio delle proprie funzioni». Sta scritto tutto nel comunicato del Corpo.

Il 22 luglio, in contrada Chiapparia, un caporeparto del comando di Caltanissetta, si è accasciato durante una ricognizione su un fronte di fuoco a San Cataldo. È morto poco dopo il ricovero, a meno di un anno dalla pensione. Nello stesso intervento un collega è finito in ospedale per il calore. In quei giorni le squadre siciliane avevano superato i mille interventi.

Eurostat ha pubblicato il 10 agosto i numeri europei del 2025: 372.400 vigili del fuoco professionisti nell’Unione, lo 0,18% degli occupati. Un anno prima erano 390.600. Sono 18.200 in meno in dodici mesi e la Confederazione europea dei sindacati fa notare che il crollo cade esattamente nell’anno peggiore mai registrato per gli incendi, con oltre un milione di ettari bruciati. Polonia meno 9.000, Germania meno 8.000, Francia meno 4.100, Paesi Bassi meno 2.400: Paesi finiti nel 2024 sotto procedura per disavanzo eccessivo. A marzo la Commissione europea aveva chiesto agli Stati organici adeguati nei servizi antincendio. Poi ha continuato a contare i decimali del deficit.

Vigili del fuoco, lo scoperto italiano

In Italia i posti restano scoperti senza bisogno di tagliarli. Collettiva ha messo in fila i numeri a giugno: pianta organica 40.707 unità, organico reale 36.321, quindi 4.386 posti vuoti, e con 4.045 cessazioni previste fino al 2027 la voragine arriva a 7.905. Il decreto della presidenza del Consiglio del 7 maggio 2026 ha autorizzato 1.497 assunzioni per l’annualità 2025, di cui 1.404 vigili del fuoco. Di quei posti, 400 passano da un concorso nuovo. Gli altri sono scorrimenti di graduatorie e stabilizzazioni, cioè gente già dentro il Corpo che cambia casella.

Intanto il Paese brucia con una regolarità. Nel 2025 sono andati in fumo 96.517 ettari secondo l’elaborazione di Legambiente sui dati satellitari Effis, quasi il doppio del 2024. Nel 2026, al 15 giugno, cioè prima ancora che aprisse la stagione antincendio, i roghi erano 469, il 36,3% in più dell’anno prima, con 9.545 ettari già persi. In Piemonte, riferisce Torino Oggi, da maggio ad agosto le squadre hanno fatto 1.443 interventi per incendi di bosco e vegetazione, più dell’intera stagione 2025, quando furono 889, con 9.807 ore di impiego contro 1.607. Sei volte. L’11 agosto la giunta regionale ha esteso lo stato di emergenza a tutte le province piemontesi.

Cinquantasei milioni

Il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare il riordino delle carriere del Corpo, dotazione a regime 56 milioni di euro. Due giorni dopo una parte dei sindacati ha scioperato: secondo la Uil Fp su quelle risorse i vigili del fuoco, i capi reparto e i vice ispettori rischiano di restare a bocca asciutta. La cifra va letta accanto a un’altra. L’osservatorio Mil€x valuta la spesa militare italiana del 2026 in 33.948 milioni di euro, con 13,2 miliardi di acquisti di armamenti. Lo Stato spende in armi, ogni anno, seicento volte quello che ha messo sul tavolo per rifare le carriere di chi entra dentro il fuoco.

Il calendario, del resto, era illustrato benissimo. A Caltanissetta un caporeparto dei Vigili del fuoco si è accasciato su un fronte a meno di un anno dalla pensione, dentro un Corpo che porta oltre quattromila caselle vuote. Le foto arrivano puntuali ogni novembre. Su questo il governo non è mai in ritardo.

L’articolo Vigili del fuoco, 4.386 posti vuoti mentre l’Italia brucia: dal governo 56 milioni per le carriere, 600 volte meno della spesa militare sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

L’Anac spartita ad agosto, quando nessuno guarda

Novantacinque acquisti pubblici su cento, nel 2025, sono stati affidati senza gara. Lo scrive l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, nella relazione al Parlamento del 21 aprile, dove gli affidamenti appena sotto la soglia che obbliga alla gara risultano passati da 1.549 nel 2021 a 13.879 nel 2025. Ecco, quella è l’autorità che l’11 settembre si azzera: scadono insieme Giuseppe Busia e i…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui

Dall’Anac alla Consob, la Lega a caccia di nomine nelle autorità mentre nei sondaggi perde elettori

La poltrona di chi vigila sugli appalti senza gara si assegna senza gara. L’11 settembre 2026 scade il mandato di Giuseppe Busia alla presidenza dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. Con lui decadono i consiglieri Consuelo Del Balzo, Laura Valli, Luca Forteleoni e Paolo Giacomazzo, nominati con lo stesso decreto del 2020 per sei anni non rinnovabili. Il collegio va rifatto per intero. Il criterio, come ha scritto Milano Finanza, è la quota di partito, e stavolta tocca alla Lega.

Il primo nome uscito era quello di Matteo Piantedosi. Milano Finanza lo dava come profilo di garanzia, con un effetto collaterale gradito a via Bellerio: lasciare libero il Viminale. Poi Giorgia Meloni ha chiuso al rimpasto parlando al settimanale Chi. Da parte sua la Lega ha cambiato il nome sul tavolo: come ha raccontato Lettera43 il 12 agosto, si fa strada la candidatura di Simonetta Matone, deputata e magistrata di cassazione, che può raccogliere consensi bipartisan.

Il requisito che nessuno nomina

Conviene leggerla lentamente, la norma. L’articolo 13, comma 3 del decreto legislativo 150 del 2009 esclude dal vertice dell’Autorità chi riveste incarichi pubblici elettivi o cariche in partiti politici. Ne esclude anche chi li ha rivestiti nei tre anni precedenti la nomina. Matone siede alla Camera dal 2022 ed è iscritta al gruppo Lega dal 18 ottobre di quell’anno. Il requisito viene prima del merito, e vale per chiunque.

E il consenso serve davvero, perché la nomina passa dal parere favorevole delle commissioni parlamentari a maggioranza dei due terzi, poi dalla delibera del Consiglio dei ministri e infine dal decreto del capo dello Stato. Servono i voti dell’opposizione, insomma. Candidare una parlamentare in carica al vertice dell’anticorruzione è il modo più rapido per farsi dire di no.

Cosa trova chi arriva

Sta tutto nella relazione al Parlamento del 21 aprile 2026. Gli affidamenti diretti hanno toccato quasi il 95 per cento delle acquisizioni, su un mercato dei contratti pubblici da oltre 309 miliardi. E l’addensamento è fittissimo appena sotto la soglia che obbliga alla gara: gli acquisti fra 135mila e 140mila euro sono passati da 1.549 nel 2021 a 13.879 nel 2025.

Un report successivo dell’Autorità pesa quella fascia, per beni e servizi, in 1,5 miliardi nel 2024, oltre sei volte i 212 milioni di tre anni prima. L’abrogazione dell’abuso d’ufficio, come ha ricordato il Fatto Quotidiano, ha tolto l’unica fattispecie applicabile agli affidamenti senza gara. Dal 2020 al 15 maggio 2026 l’Autorità ha censito 141 procedimenti penali per condotte corruttive o anomale sugli appalti. E sopra tutto questo passano i 194,4 miliardi del Pnrr.

La rincorsa leghista alle nomine, del resto, ha un ritmo che i sondaggi non hanno. Milano Finanza segnala che alla Lega spetterebbe anche il posto che si libera in Consob quando il commissario italiano passerà all’Esma. Lettera43 ricorda che Davide Bordoni, segretario leghista nel Lazio, cumula un incarico da esperto al Mit e l’amministrazione unica di Ram Spa per il triennio 2026-2028. Gli incarichi pubblici da rinnovare nel corso del 2026 sono 842 secondo l’Osservatorio Comar.

Solo che le caselle non votano. La Supermedia YouTrend-Agi del 3 agosto, su rilevazioni fra il 16 e il 29 luglio, dà la Lega al 5,9 per cento, settima, dietro Futuro Nazionale di Roberto Vannacci al 7,1. Nel 2022 il Carroccio prendeva l’8,77 alla Camera secondo i dati definitivi del Viminale, e alle europee del 2019 aveva sfiorato il 34,3. Dal primo partito d’Italia al settimo, e la risposta è un organigramma.

Un partito che presidia le autorità mentre perde elettori ha scelto l’unico consenso che gli riesce, quello che si distribuisce per decreto. E all’anticorruzione, esattamente lì dove servirebbe qualcuno che non debba niente a nessuno, la Lega manda a chiedere un posto.

L’articolo Dall’Anac alla Consob, la Lega a caccia di nomine nelle autorità mentre nei sondaggi perde elettori sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Blindati nelle stazioni di Roma e Milano: crescono i dubbi sull’efficacia del loro utilizzo

Nove blindati Puma stanno fermi davanti alle stazioni italiane, tre a Roma e sei a Milano, e il Post li ha contati e fotografati con i cunei alle ruote, chiusi dalle transenne, con i recipienti sotto a raccogliere le perdite. Li parcheggiano la mattina, li tolgono la sera, e in mezzo non si muovono di un metro. I primi due sono comparsi a Termini il 28 gennaio, e due giorni dopo Giorgia Meloni è andata a stringere la mano ai militari con le telecamere al seguito. Da allora sono rimasti lì. Fermi.

Il Puma è un blindato leggero disegnato a fine anni Ottanta per trasportare fanteria e per la ricognizione. Ne sono arrivati circa 580 all’Esercito Italiano fra il 2001 e il 2004. L’impiego si è ridotto quando i mezzi hanno mostrato le vulnerabilità, e per Andrea Cucco, direttore di Difesa Online, oggi è un blindato superato. L’eccedenza di una missione all’estero fa la guardia a un binario.

Chi sorveglia chi

Franco Gabrielli ha guidato la Polizia di Stato, la Digos e i servizi. Nel podcast “Wilson” del Post ha spiegato che i militari accanto ai blindati non guardano la piazza, guardano il blindato, perché un mezzo così non si lascia incustodito. Il presidio si è dato un presidio. Pietro Serino, capo di stato maggiore dell’Esercito dal 2021 al 2024, ha chiesto pubblicamente che senso abbia schierare i Puma in una zona di microcriminalità, non di minaccia terroristica: “Io, da solo, non ci riesco”.

Poi ci sono i poteri. La legge 125 del 2008, all’articolo 7-bis, assegna a questi militari le funzioni di agente di pubblica sicurezza e la facoltà di identificare e perquisire sul posto, “con esclusione delle funzioni di polizia giudiziaria”. Per ogni atto successivo devono accompagnare la persona al più vicino ufficio. E la legge di bilancio 2025 li impiega, testualmente, “limitatamente ai servizi di vigilanza di siti e obiettivi sensibili”. Il deterrente più vistoso del Paese è per legge un guardiano immobile.

Il conto, in soldi e in uomini

Per ciascuno degli anni dal 2025 al 2027, ricostruisce Difesa Online, sono stati autorizzati 198,4 milioni per i 6.000 militari di “Strade sicure” e 40,5 milioni per gli 800 di “Stazioni sicure”. Fanno 238,9 milioni l’anno, che lo stesso conto di Difesa Online traduce in oltre 654mila euro al giorno. Il Silp-Cgil conta intanto 92.687 poliziotti effettivi su 103.730previsti al 31 dicembre 2025: 11.340 posti scoperti. Si paga una vigilanza ferma proprio lì dove manca chi ha il potere di intervenire.

La Corte dei conti, nella deliberazione 4/2013/G, aveva già messo agli atti il verdetto: i risultati dell’operazione sono una percentuale estremamente ridotta di quelli ottenuti dalle forze dell’ordine. Il 25 marzo 2025, davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato, il capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano ha ricordato che l’operazione nasce per un’emergenza e che c’è da chiedersi se quell’emergenza continua. Chiedeva meno uomini e pattugliamento dinamico. Dieci mesi dopo è arrivato un blindato in sosta.

La ricerca, del resto, dice l’opposto. Jonathan Mummolo, di Princeton, ha misurato su dati nazionali statunitensi che la militarizzazione delle polizie non riduce i reati né protegge gli agenti. Vedere immagini di forze militarizzate, anzi, alza la criminalità percepita e abbassa la richiesta di pattuglie. La revisione Campbell curata da Anthony Braga su 65 studi dà alla polizia concentrata nei punti caldi un calo dei reati intorno al 16%. E sulla violenza una meta-analisi successiva di Braga misura il 35% per i programmi che aggrediscono le cause del degrado, contro il 16% del solo aumento di presenza. Funziona chi si muove e risolve.

A Termini, mostra un video rilanciato dal Post, i Puma lasciano il piazzale poco dopo la mezzanotte. È l’ora in cui una stazione fa davvero paura, ed è l’ora in cui la sicurezza esibita smonta.

L’articolo Blindati nelle stazioni di Roma e Milano: crescono i dubbi sull’efficacia del loro utilizzo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Dagli ospedali all’acqua potabile: così Israele mette in ginocchio Gaza

A fine luglio un litro di olio motore a Gaza costava più di 1.300 dollari, venti volte il prezzo di sei mesi prima. Lo scrive Medici Senza Frontiere in un comunicato del 12 agosto: da quel litro dipendono i generatori degli ospedali, le ambulanze, le pompe dell’acqua, le autocisterne. Le autorità israeliane continuano a limitarne l’ingresso, insieme ai pezzi di ricambio.

Il 5 agosto un generatore dell’ospedale da campo di MSF a Deir al Balah si è guastato. Con il generatore di riserva la sala operatoria è rimasta accesa solo per i casi critici, e gli ustionati sono rimasti nel caldo senza aria condizionata. Da giugno il polo di desalinizzazione di MSF gira sette ore al giorno invece di dodici, e l’acqua potabile è scesa da 600.000 a 350.000 litri, oltre 40.000 persone in meno servite ogni giorno. «Oggi si tratta di olio motore e pezzi di ricambio. Domani sarà qualcos’altro», dice Filipe Ribeiro, capo missione di MSF in Palestina.

L’11 agosto l’ufficio ONU per gli affari umanitari contava a Gaza oltre 1,3 milioni di persone sotto i sei litri d’acqua al giorno a testa, contro uno standard di emergenza di quindici. Nello stesso testo l’OCHA chiede “più permessi per portare dentro pezzi di ricambio”, l’identica richiesta di MSF, che quel blocco lo colloca “nel contesto del genocidio perpetrato da Israele”.

A luglio la Commissione europea ha lanciato la Team Gaza Initiative, 883,6 milioni di euro per la ripresa di Gaza, con l’Italia fra i governi partecipanti, e la commissaria Dubravka Šuica ha annunciato progressi su due progetti idrici concordati con le autorità israeliane. Le sanzioni a Israele tornano sul tavolo dei ministri degli Esteri europei il primo settembre, e secondo Politico l’intesa resta improbabile prima del voto israeliano del 27 ottobre. Bruxelles conta in milioni di euro. A Gaza si conta al litro.

L’articolo Dagli ospedali all’acqua potabile: così Israele mette in ginocchio Gaza sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Frontiere Ue, il sistema funziona ma solo quando è spento. E in Italia solo i comunicati non fanno la coda

Il sistema che doveva blindare le frontiere esterne Ue funziona a una condizione: che qualcuno lo spenga. Lo ha raccontato Politico il 5 agosto, raccogliendo l’ammissione di Air France-Klm. Quando d’estate si formano le code, negli hub di Parigi e Amsterdam il sistema viene disattivato per tenere fluido il transito. Stessa manovra a Francoforte, Bruxelles e Milano. Tutto previsto dai regolamenti, tutto esibito come ordinaria amministrazione.

L’Ees, Entry/Exit System, è il registro europeo degli ingressi e delle uscite dei cittadini extra Ue nei 29 Paesi che lo usano: impronte digitali e immagine del volto al posto del timbro sul passaporto, archiviate per tre anni. Introdotto per gradi dal 12 ottobre 2025, pienamente operativo dal 10 aprile 2026. La Commissione europea ha autorizzato la sospensione della sola raccolta biometrica, in circostanze eccezionali, fino al 6 settembre. Poi l’eccezione è diventata l’orario di apertura.

Frontiere Ue, cosa succede negli scali italiani

Stefano Paoloni, segretario generale del Sap, il Sindacato autonomo di polizia, ha messo la cifra sul tavolo parlando con Il Sole 24 Ore: il sistema regge al massimo tra il 30 e il 50 per cento dei flussi ai controlli di frontiera. Gli scali in sofferenza sono Fiumicino, Malpensa, Verona e Pisa. Qui la biometria si sospende già, soprattutto nelle prime ore del mattino. A Malpensa, racconta a Politico Cristian Sternativo, segretario provinciale del Sap in servizio alla polizia di frontiera, i turni contano circa 35 persone, e ne servirebbero da 10 a 15 in più nelle fasce di punta.

Il 12 aprile, due giorni dopo la piena operatività, un volo da Linate per Manchester è decollato con 34 passeggeri dei 156 prenotati. Gli altri erano in fila ai varchi, fra malori e svenimenti. A giugno l’amministratore delegato di Aeroporti di Roma, ha detto al Financial Times che senza sospensione l’estate sarebbe stata un “disastro”. Bruxelles replica che il software regge e che le code nascono dalla carenza di personale e di spazi negli scali. Ed è una risposta che finisce dritta al Viminale: gli agenti di frontiera li assume Roma.

A luglio l’Italia ha firmato con altri otto governi, Svizzera compresa, una lettera al commissario Magnus Brunner. Chiede garanzie scritte per continuare a spegnere la biometria anche dopo il 6 settembre. Nove esecutivi che domandano il permesso di sospendere il proprio fiore all’occhiello.

La frontiera che si chiude in conferenza stampa

Il 1° agosto, intanto, il governo ha sospeso Schengen verso la Spagna per un mese dopo la crisi di Ceuta. Giorgia Meloni lo ha scritto sui social: “difendere i confini significa difendere la sicurezza dei cittadini”. Il 7 agosto Madrid ne ha chiesto la revoca, Palazzo Chigi ha replicato che l’Italia “non accetta ultimatum” e ha tirato fino al 15 agosto. La Spagna ha ricambiato con controlli su chi arriva da qui. Due governi che si perquisiscono i turisti a vicenda.

Sul confine con la Slovenia la sospensione dura dal 21 ottobre 2023 ed è prorogata fino al 18 dicembre 2026. Quasi tre anni di eccezione. Nel primo semestre del 2026 Frontex ha contato poco più di 49mila attraversamenti irregolari alle frontiere esterne, il 37 per cento in meno del primo semestre 2025, e circa 14.300 sulla rotta del Mediterraneo centrale, meno della metà. Il confine è diventato un format.

Resta il pezzo mancante. L’Etias, l’autorizzazione da chiedere prima di partire per chi viaggia senza visto, doveva arrivare nel 2021, poi entro quest’anno, e ora slitta al 2027 proprio perché l’Ees non regge. Il registro europeo dei confini si spegne alle otto del mattino, davanti alla fila del primo intercontinentale. La frontiera che il governo mostra ogni sera regge invece benissimo, perché sta dentro un comunicato e i comunicati non fanno coda.

L’articolo Frontiere Ue, il sistema funziona ma solo quando è spento. E in Italia solo i comunicati non fanno la coda sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sotto la messa in piega la solita Meloni

Diciassette uomini in manette che salgono la scaletta di un charter per Il Cairo, scortati dagli agenti, e le immagini sul profilo di Giorgia Meloni. “Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole: proseguiremo dritti su questa strada”, ha scritto la premier. Il montaggio è quello di un trailer e il modello si riconosce: il 18 febbraio 2025 la Casa Bianca aveva pubblicato quarantuno secondi di uomini incatenati con la didascalia “ASMR: Illegal Alien Deportation Flight”, il rumore delle catene servito come suono rilassante. Ci abbiamo messo un anno e mezzo per il remake.

E dire che questa doveva essere la statista. La stessa che il 18 agosto 2025, a Washington, con le telecamere ancora accese, spiegava a Donald Trump perché fosse meglio evitare i cronisti: «I never want to speak with my press», non voglio mai parlare con la mia stampa. Quattro anni di domande centellinate: secondo i conti di Pagella Politica, nei primi nove mesi del 2025 ha risposto a 94 domande dei giornalisti contro le 138 dello stesso periodo dell’anno prima. Del resto la messa in piega tiene meglio in silenzio.

Poi sono arrivati i sondaggi. La Supermedia YouTrend di fine luglio dà Fratelli d’Italia al 26,7 per cento, sotto quota ventisette, uno dei dati più bassi della legislatura, e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci al 7,1, davanti alla Lega. L’11 agosto il generale ha pubblicato il programma con ventidue misure di “remigrazione”. Due giorni dopo arriva il video delle manette. Lo chiamano difesa dei confini: il termine tecnico è inseguimento dell’avversario politico.

Guardiamola, la destinazione. L’aereo atterra al Cairo, capitale del Paese che per anni ha negato all’Italia perfino i recapiti dei quattro agenti della National Security imputati per il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni, processati in contumacia a Roma con sentenza fissata al 28 settembre. Per organizzare un charter l’intesa con l’Egitto funziona benissimo, per consegnare un indirizzo no.

Dal video restano fuori i Cpr guardati da dentro. Lunedì, in quello di Palazzo San Gervasio, è morto un cittadino tunisino che era trattenuto lì, la struttura è esplosa in una rivolta, otto arresti. Quelle immagini nessuno le ha montate.

Chissà se un po’ si vergogna, oggi, chi anche a sinistra ha accreditato per anni il trucco e parrucca della destra adulta e improvvisamente moderata. La faccia sta tutta lì, nei fotogrammi di ieri: il montaggio più onesto della legislatura è quello in cui Giorgia corre dietro a un generale che le ha rubato lo spartito.

L’articolo Sotto la messa in piega la solita Meloni sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il possessivo di Renzi: il voto è nostro, la faccia è sua

Renzi ha detto la verità e l’ha detta con un aggettivo possessivo. Silvia Salis, ha spiegato mercoledì al Corriere della Sera, «somma al nostro voto organizzato una sua forza personale rilevante». Nostro. I voti sono suoi, la popolarità è di lei, la somma la firma lui. Quando da queste parti scrivemmo che la sindaca di Genova era il cavallo di Troia per l’ennesimo agguato al Partito democratico…

Source

L’articolo proviene da Left.it qui