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L’unico errore è credere ancora a chi parla di errori

Malfunzionamento tecnico. Così l’esercito israeliano ha spiegato il bombardamento su un punto di distribuzione dell’acqua nel campo profughi di Nuseirat, dove sono morti dieci palestinesi, tra cui sei bambini. Erano in fila per l’acqua. A piedi, con taniche vuote, due chilometri a passo di sete. Non è un’immagine, è un fatto: sei bambini uccisi mentre tentavano di sopravvivere. È lì che Israele ha colpito. E il missile, ci dicono, ha sbagliato bersaglio per un guasto.

C’è un dettaglio che stona: l’Istituzione che da mesi bombarda convogli umanitari, ambulanze, ospedali e panifici, si accorge solo ora che qualcosa non ha funzionato. Forse perché i corpi sono troppo piccoli per sostenere la tesi del “danno collaterale”? Forse perché un rubinetto d’acqua, in un campo sotto assedio, è una prova troppo evidente per essere ignorata Oppure – ed è questa la provocazione – il malfunzionamento è più profondo, più antico, più teologico.

Il malfunzionamento non è solo del missile, ma del dio che viene invocato per giustificare il diritto di uccidere. Il dio delle vendette selettive, delle terre promesse a colpi di bomba, delle vittime necessarie, dei bambini “inevitabili”. Un dio di precisione chirurgica che sbaglia sempre nei pressi delle scuole, dei mercati, delle cliniche. Un dio armato e fallibile, che autorizza le stragi e si discolpa con un comunicato stampa.

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I pensionati poveri non fanno notizia, finché non fanno ricorso: la sentenza sull’integrazione al minimo degli assegni di invalidità

C’è voluta una sentenza della Corte costituzionale per ricordare che la previdenza non è una partita contabile, ma una garanzia di dignità. Con la decisione n. 94 del 2025, la Consulta ha riconosciuto il diritto all’integrazione al minimo anche per chi percepisce l’assegno ordinario di invalidità (AOI) calcolato interamente col metodo contributivo. Non si tratta solo di una correzione tecnica, ma di un atto politico – nel senso più profondo del termine – che restituisce equità a migliaia di persone tagliate fuori dalla protezione sociale per un difetto di progettazione normativa.

Fino a ieri, un lavoratore colpito da invalidità che avesse cominciato a versare contributi dopo il 1995 veniva penalizzato due volte: dalla malattia e da un sistema previdenziale che lo abbandonava sotto la soglia della povertà. Il metodo contributivo puro, introdotto dalla riforma Dini, aveva escluso esplicitamente l’integrazione al minimo, ritenendola incompatibile con la logica attuariale. Ma quella norma, pensata per la pensione di vecchiaia, era stata applicata anche all’AOI, senza distinguere tra chi aveva completato una carriera lavorativa e chi era stato costretto a interromperla per cause di forza maggiore.

Un sistema che puniva la fragilità

La Corte ha definito questa esclusione incostituzionale perché in contrasto con gli articoli 3 e 38 della Costituzione. Ha riconosciuto una “ingiustificata disparità di trattamento” tra lavoratori che si trovano nella stessa condizione di bisogno ma che, a seconda della data d’ingresso nel mondo del lavoro, ricevono trattamenti profondamente diversi. E ha sottolineato come negare l’integrazione significhi punire chi ha versato pochi contributi proprio perché colpito da una grave invalidità.

L’assegno ordinario di invalidità – previsto dalla legge n. 222 del 1984 – richiede almeno cinque anni di contributi, di cui tre negli ultimi cinque anni. È una prestazione di natura previdenziale che riguarda migliaia di persone, spesso giovani o con carriere frammentate. Nel 2024 erano oltre 425.000 i titolari di AOI, di cui una quota crescente calcolata col metodo contributivo. Per molti di loro l’importo mensile restava sotto i 400 euro, inferiore persino all’assegno sociale.

L’intervento della Corte non ha effetti retroattivi – per salvaguardare gli equilibri finanziari – ma apre una breccia importante. Dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, chi riceve un AOI interamente contributivo potrà ottenere l’aumento fino al trattamento minimo, fissato per il 2025 a 603,40 euro al mese, se rispetta i requisiti reddituali (circa 7.000 euro annui per i non coniugati, 21.000 per i coniugati). È un diritto, non un favore. Ed è il frutto di una lunga battaglia legale e sindacale condotta dall’INCA-Cgil, che oggi si prepara ad assistere sul territorio tutte le persone coinvolte.

La giustizia costituzionale che il governo ignora

Ma questa sentenza non basta. Lo dice chiaramente Ezio Cigna, responsabile previdenza della Cgil: “È solo l’inizio”. È urgente estendere il principio anche ad altre prestazioni, come la pensione di inabilità, e soprattutto introdurre una pensione contributiva di garanzia, che impedisca a chi ha lavorato – magari in modo discontinuo, povero o precario – di finire sotto la soglia dell’indigenza.

Secondo le stime, più del 40% dei giovani con carriere frammentate andrà in pensione con trattamenti inferiori all’attuale assegno sociale. La proposta di un assegno integrativo di garanzia – sostenuta da sindacati e forze sociali – prevede l’introduzione di contributi figurativi nei periodi di inattività involontaria e un “pavimento previdenziale” sotto cui non si può scendere.

Sulla carta, l’ordinamento italiano riconosce che “ogni cittadino inabile al lavoro ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. Nella pratica, ci sono voluti trent’anni e un intervento della Consulta per correggere una norma che tradiva questo principio. Il governo, intanto, tace: l’ultimo confronto sulle pensioni con i sindacati risale al settembre 2023.

Eppure, se l’obiettivo è evitare una generazione di pensionati poveri, discontinui e invisibili, il dibattito andrebbe aperto subito. Le disuguaglianze non si combattono con i bonus elettorali ma con strutture di welfare che non si dimentichino dei più deboli quando si fa cassa. Questa sentenza lo dice con chiarezza: la sostenibilità non può sacrificare la giustizia.

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La Handala sfida Israele. E anche la nostra indifferenza

La Handala è salpata da Siracusa. Non è una notizia di cronaca navale ma un gesto politico. Porta a bordo aiuti umanitari e civili disarmati, non rappresenta governi ma persone. La sua rotta è Gaza, il suo obiettivo è rompere l’assedio. In mare aperto, laddove il diritto internazionale dovrebbe essere sovrano, Israele ha già sequestrato una nave della Freedom Flotilla, la Madleen, deportando l’equipaggio. Oggi si replica. Con lo stesso carico: cibo, medicine, solidarietà. E con lo stesso rischio: essere rapiti, interrogati, maltrattati.

È la risposta della società civile dove le istituzioni tacciono. Dopo la rottura del cessate il fuoco del 18 marzo, Israele ha ucciso oltre 6.000 palestinesi e ne ha feriti più di 23.000. Ha lasciato morire centinaia di civili in fila ai punti di distribuzione alimentare, gestiti da contractor sotto supervisione statunitense. La Handala salpa contro tutto questo.

Prende il nome da un personaggio a fumetti: un bambino palestinese scalzo, di spalle, che giura di voltarsi solo quando la Palestina sarà libera. È l’infanzia negata che avanza sul mare. È la memoria di Vittorio Arrigoni che torna a respirare tra le onde. Chi sale a bordo – medici, avvocati, giornalisti, attivisti – lo fa in nome dei bambini di Gaza, più della metà della popolazione. Lo fa per i 50.000 tra loro uccisi o feriti dal 2023, per gli sfollati, per gli orfani.

La Handala è una nave, ma è anche una domanda: quanti civili devono ancora morire prima che la comunità internazionale smetta di giustificare l’ingiustificabile? Non porta solo aiuti. Porta una verità che galleggia dove gli Stati affondano.

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Il silenzio dei supini

La lettera è arrivata a Bruxelles con l’educata brutalità del potere imperiale: “Dear Madam”, 30% di dazi su tutte le importazioni Ue a partire dal primo agosto. Firmato, Donald J. Trump. È il modo in cui un ex presidente sotto processo e un candidato in piena campagna elettorale ha scelto di trasformare l’Europa in bersaglio mobile. Non un errore tattico, ma un metodo: creare il problema per vendere la soluzione.

La risposta italiana Un misto di afasia e devozione. Giorgia Meloni, quella che diceva di voler fare da ponte tra Washington e Bruxelles, si è trovata travolta da uno tsunami economico e politico che parte proprio da lì, dagli Stati Uniti che considera “amici”. Non un messaggio pubblico, non una strategia chiara, solo l’evocazione di un negoziato ancora aperto, come se i dazi fossero una variante del meteo.

Eppure i numeri sono lì, implacabili: fino a 200mila posti di lavoro a rischio, 35 miliardi di danni all’export, interi settori strategici colpiti – dall’agroalimentare all’automotive, dalla meccanica alla farmaceutica. E con essi, il cuore dell’elettorato di centrodestra. Non serve scomodare la geopolitica per capire che qui crolla un intero racconto.

A destra si accusa Bruxelles, si loda il “rilancio” negoziale, si invoca cautela. Ma è una cautela tossica, che ha il suono dell’inerzia e il profumo del servilismo. Perché chi si inginocchia prima della battaglia non può poi lamentarsi delle condizioni della resa. E chi in nome della fedeltà atlantica ha già concesso tutto – armi, gas, tasse azzerate per le big tech – non può certo alzare la voce ora.

Meloni tace. E chi tace di fronte a un’aggressione economica, non è prudente: è complice.

Buon lunedì 

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Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti – Lettera43

Le norme anti-caldo non valgono per chi è chiamato a controllare la loro applicazione. Una contraddizione che mostra la fragilità e l’ipocrisia di un sistema che dovrebbe garantire i diritti a tutti i lavoratori. Anche quello di fermarsi.

Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti

Sono le ore più calde del giorno. Il termometro segna 38 gradi, il calcestruzzo cuoce sotto i piedi. In un cantiere in provincia di Roma un ispettore del lavoro, giacca e tesserino, chiede documenti, controlla orari, verifica se i lavoratori hanno acqua e pause. Eppure è lui stesso a operare senza alcuna protezione dal caldo. L’unico in quel contesto a non avere un diritto: quello di fermarsi.

Il lavoro ispettivo è escluso dalle tutele 

La contraddizione è plastica. Gli ispettori, chiamati a garantire l’applicazione delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro, sono esclusi dai dispositivi pensati per mitigare gli effetti del caldo estremo. Lo confermano i numeri e le fonti ufficiali: al 2025 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro non ha ancora adottato protocolli operativi specifici per la protezione del proprio personale durante le ispezioni in condizioni climatiche critiche. Il decreto-legge 98/2023, le bozze di protocollo ministeriale e gli accordi interni non sono mai diventati procedure attive. L’unico risultato concreto è l’assenza: assenza di linee guida vincolanti, assenza di Dpi, assenza di turnazioni orarie protette. Le ordinanze anti-caldo emanate da alcune Regioni – come Lazio, Liguria e Sardegna – vietano i lavori manuali all’aperto tra le 12.30 e le 16. Ma valgono solo per le imprese private e i cantieri pubblici, non per i controlli. Il lavoro ispettivo rientra tra le attività “di pubblica utilità”, e come tale è escluso dalle tutele. Gli ispettori restano sul campo, nel momento più rischioso della giornata, privi di protezione e di riconoscimento formale del pericolo.

Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti
Operai al lavoro per l’allestimento di un palco per un concerto a Torino (Ansa).

L’ispettore deve decidere se esporsi al rischio o trascurare il dovere

Il personale ispettivo attivo in Italia al 31 dicembre 2024 ammonta a 4.585 unità, di cui 3.160 civili. Nel solo 2024 sono stati effettuati oltre 158 mila accessi ispettivi, con un tasso di irregolarità del 74 per cento. Aumentano i controlli, aumentano i rischi, ma non le tutele. In regioni come la Sicilia si contano appena 49 ispettori per oltre 340 mila imprese. In Lombardia, prima delle ultime assunzioni, si registravano solo 10 ispettori tecnici per tutto il territorio regionale. Il paradosso è giuridico oltre che pratico. L’ispettore può sanzionare un’azienda che non ha valutato il rischio microclimatico nel Documento di Valutazione dei Rischi, ma il suo stesso datore di lavoro – l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) – non ha predisposto un’analoga valutazione per l’attività ispettiva. Le circolari operative, come la n. 5752 del 25 luglio 2024, impongono di vigilare su pause, idratazione e turni dei lavoratori, ma tacciono completamente sulle condizioni operative degli ispettori. La responsabilità viene trasferita: dal datore di lavoro all’individuo. È l’ispettore che deve decidere se esporsi al rischio o trascurare il dovere. Nella logica della prevenzione, il rischio va gestito “alla fonte”, non spostato lungo la catena gerarchica. Ma proprio questo accade. L’Inl non fornisce dispositivi tecnici (come vestiario traspirante, cappelli, fasce refrigeranti), non prevede pause obbligatorie né strumenti per misurare oggettivamente l’indice Wbgt (Wet Bulb Globe Temperature), il parametro più affidabile per valutare lo stress termico. Non esiste un “kit caldo” per gli ispettori. Non esiste nemmeno il diritto di rifiutare una missione pericolosa.

In Italia manca una cultura della sicurezza anche a chi la fa rispettare

La Spagna collega le misure di sospensione del lavoro alle allerte ufficiali dell’Aemet. La Grecia impone stop obbligatori se l’indice Wbgt supera determinate soglie, fornendo agli ispettori un’app per la rilevazione in tempo reale. In Francia, il recente Décret n. 2025-482 ha rafforzato il droit de retrait, il diritto del lavoratore di allontanarsi da una situazione pericolosa. In Italia, invece, tutto è lasciato alla discrezionalità e al buon senso. Manca un impianto normativo vincolante, manca una cultura della sicurezza applicata anche a chi la fa rispettare.

Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti
Operai in cantiere (Unsplash).

La denuncia (inascoltata) dei sindacati 

Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa hanno più volte denunciato la carenza di organico e di strumenti. Hanno chiesto una riforma complessiva dell’Inl, con un aumento strutturale del personale e una vera valorizzazione del ruolo dell’ispettore. Ma la risposta è stata la pressione sui numeri: più verbali, più controlli, meno tempo per la sicurezza. L’Inl resta firmatario di protocolli che prescrive ma non applica. La credibilità delle istituzioni passa dalla coerenza. Non si può pretendere che un ispettore imponga a un imprenditore regole che il suo stesso ente non rispetta. Non si può parlare di tutela del lavoro se chi ne è garante opera in condizioni non sicure. Non si può ignorare l’emergenza climatica solo perché riguarda chi, di mestiere, dovrebbe sorvegliarla. La domanda resta: chi protegge gli ispettori? Un sistema di vigilanza che espone i suoi operatori agli stessi rischi che dovrebbe prevenire è un sistema fragile, sbilanciato, ipocrita. La protezione del lavoro deve cominciare da chi ne è sentinella. Finché l’Inl continuerà a trattare gli ispettori come invisibili, la legalità nei luoghi di lavoro resterà una promessa dimezzata. In un’estate sempre più calda, questo paradosso non è solo una contraddizione logica. È una ferita istituzionale.

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L’Italia ripudia la guerra, ma chi prova a ricordarlo rischia: ritorsioni contro chi si rifiuta di lavorare per il business bellico

“Noi non lavoriamo per la guerra”. Lo slogan è chiaro, ripetuto, inciso nei presidi e nei comunicati sindacali. Ma per chi lo pronuncia in fabbrica, al porto o in aeroporto, può costare il posto. In Italia, lavoratori civili vengono sempre più spesso coinvolti in operazioni logistiche legate al traffico di armi: e se osano opporsi, scattano sanzioni, sospensioni, minacce di licenziamento. È successo a Montichiari, succede a Genova, a Livorno, a Pisa. Eppure le istituzioni tacciono.

Montichiari, il delegato scomodo

Luigi Borrelli è delegato USB e rappresentante per la sicurezza di una società che opera all’aeroporto di Montichiari. Il suo ruolo gli impone di segnalare ogni rischio per i lavoratori. Quando si accorge che nello scalo atterrano carichi militari – pacchi sospetti, movimentazioni in zone isolate, nessuna informazione né formazione per chi li maneggia – chiede spiegazioni. Nessuna risposta. Allora denuncia pubblicamente. A quel punto parte la rappresaglia.

Il 9 luglio riceve una nuova contestazione disciplinare, dopo multe e sospensioni già accumulate in precedenza. L’accusa Aver diffuso “notizie che mettono in pericolo la sicurezza dell’aeroporto”. Non per aver detto il falso, ma per aver detto il vero. Borrelli ha rivelato che il 25 giugno era previsto il transito di un carico di missili. Il giorno prima, USB aveva proclamato uno sciopero per impedire il carico. Lo sciopero ha avuto successo. E il prezzo lo paga lui.

La guerra “servizio essenziale”

A colpire non è solo la reazione dell’azienda. Il 25 giugno, alle 8:24, la Commissione di Garanzia sugli scioperi invia una comunicazione urgente: lo sciopero va revocato. Motivo? Il traffico di armi sarebbe assimilabile a un servizio pubblico essenziale. Una lettura mai vista prima. Una decisione che, secondo USB, “militarizza il diritto di sciopero” e subordina la libertà dei lavoratori alle esigenze della filiera bellica.

Nonostante tutto, nessuna risposta ufficiale arriva dal Governo. Né dai ministri competenti – Crosetto, Tajani, Salvini – destinatari di interrogazioni parlamentari. Il silenzio, in questo caso, è assenso.

Genova, dal porto al tribunale

Diversa la scala, identico il meccanismo. A Genova, il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) ha bloccato più volte il carico di armi su navi dirette in Arabia Saudita e Israele.  Parte l’inchiesta giudiziaria per “associazione per delinquere”, accusando i portuali non solo di proteste, ma di essere un’organizzazione criminale.

Nel 2025, un’azione coordinata tra i portuali francesi e quelli italiani riesce a bloccare il trasferimento di 14 tonnellate di munizioni su una nave israeliana. L’operazione riesce, la nave riparte senza armi. Ma chi organizza queste azioni, rischia in prima persona. Anche sul piano giudiziario.

Pisa e Livorno: quando la protesta funziona

Nel marzo 2022, all’aeroporto di Pisa, i lavoratori scoprono che le casse da caricare, ufficialmente destinate a “aiuti umanitari”, contengono armi. Si rifiutano di toccarle. Il sindacato denuncia pubblicamente. Il Comando interforze non nega, minimizza. Ma la mobilitazione è tale che Toscana Aeroporti promette: “Non succederà più”.

A Livorno, portuali e osservatori indipendenti segnalano da anni transiti regolari verso Camp Darby, la base Usa: anche lì le proteste costano richiami e pressioni informali sui lavoratori.

Lavoratori, sentinelle della legalità

La legge italiana, in teoria, è dalla parte di chi denuncia. La 185/90 vieta l’esportazione di armi verso Paesi in guerra o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Eppure, in nome della “ragion di Stato”, chi prova a farla rispettare viene isolato e colpito.

Il rifiuto di maneggiare armi non è solo una scelta etica, ma una legittima autotutela. Il codice civile permette al lavoratore di sospendere la prestazione se l’azienda è inadempiente o se l’ordine ricevuto è contrario alla legge. Ma questo diritto, nei fatti, non viene riconosciuto. E chi lo esercita, come Borrelli, ne paga le conseguenze.

Le ritorsioni contro chi si oppone alla guerra raccontano una verità più ampia. Nei porti e negli aeroporti italiani si combatte una battaglia silenziosa: da un lato l’opacità delle operazioni militari, dall’altro la coscienza dei lavoratori. Chi denuncia, rischia. Chi tace, sopravvive. Ma a quale prezzo? In un Paese che ripudia la guerra, l’unico atto sovversivo sembra essere ricordarlo.

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Pnrr e Terzo settore tra promesse mancate e ritardi strutturali: si rischia l’ennesima occasione mancata

A un anno dalla scadenza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il bilancio del Terzo settore è più vicino alla frustrazione che alla trasformazione. L’ultima analisi pubblicata da Openpolis insieme al Forum nazionale del Terzo settore fotografa una situazione di persistente marginalità, tra promesse non mantenute, ritardi strutturali e un coinvolgimento ancora largamente accessorio.

Terzo settore e Pnrr, una partecipazione troppo parziale

Degli oltre 284mila progetti finanziati dal Pnrr, solo 4.491 coinvolgono a vario titolo almeno un Ente del Terzo settore (Ets): una percentuale irrilevante rispetto al numero complessivo, soprattutto se si considera il ruolo storico e territoriale che gli Ets ricoprono in settori chiave come l’assistenza, l’abitare, l’inclusione sociale e la disabilità. Il valore dei progetti che li vedono partecipi supera i 3 miliardi di euro, ma resta ignoto quanta parte di queste risorse sia effettivamente arrivata nelle casse degli enti coinvolti. I dati disponibili, infatti, non permettono una stima precisa dei fondi realmente trasferiti.

La grande promessa della co-progettazione – pilastro del Codice del Terzo Settore e strumento di alleanza pubblico-privato – resta ai margini del Pnrr: solo 173 interventi hanno previsto questo modello partecipativo, con un valore complessivo di 213 milioni. Un dato che non solo testimonia una cultura amministrativa ancora poco incline alla condivisione, ma tradisce anche una miopia nel valorizzare competenze già pronte e radicate nei territori.

Ritardi e squilibri regionali

A livello generale, la spesa è ferma. In media, nessuna regione ha raggiunto il 50% dei fondi Pnrr già pagati rispetto a quanto assegnato. Il Veneto è la più avanzata (35%), ma il Mezzogiorno sconta un ritardo drammatico: Calabria (13%), Sicilia (15%), Sardegna (16%), Molise e Campania (18%) si collocano in fondo alla classifica. E sebbene la clausola del 40% dei fondi destinati al Sud sia formalmente rispettata (39,8% al 31 marzo 2025), la sua efficacia resta discutibile. I dati confermano che molti enti meridionali faticano a presentare progetti in linea con gli standard richiesti, per carenza strutturale di personale, supporto tecnico o continuità istituzionale.

Il report Openpolis non risparmia critiche alla qualità del monitoraggio e alla trasparenza: 25 misure del Pnrr, pari a 32,6 miliardi di euro, non riportano dati di dettaglio sui progetti finanziati. In molti casi, la mancanza di informazioni è dovuta al fatto che i fondi non sono ancora stati assegnati; in altri, si tratta di veri e propri vuoti informativi. Perfino nei dati pubblicati si rilevano anomalie, come somme pagate superiori ai fondi assegnati in quasi 5mila progetti – discrepanze che, pur riconducibili a cofinanziamenti esterni, rivelano una macchina amministrativa confusa e scarsamente interoperabile.

Un’occasione ancora recuperabile

Secondo la Corte dei Conti, nel 2024 sono stati spesi meno di 19 miliardi a fronte dei 40 miliardi previsti. Le revisioni del Pnrr – sei tra luglio 2023 e maggio 2025 – hanno cambiato la fisionomia del piano, con 621 milestone da raggiungere, molte concentrate nel biennio finale. Il rischio, più che latente, è che il Pnrr si chiuda come una mera sommatoria di opere e rendicontazioni, senza lasciare alcun lascito sistemico nei territori. Eppure il Terzo settore, con la sua prossimità, la capacità di intercettare i bisogni reali e di costruire soluzioni comunitarie, potrebbe rappresentare un alleato decisivo.

Ma per esserlo, serve essere ascoltati. Non convocati all’ultimo minuto per mettere una firma sotto una progettazione già decisa altrove. Non relegati a destinatari passivi di bandi calati dall’alto. Il tempo stringe, e il senso del Pnrr rischia di svanire tra i suoi stessi ritardi.

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Altro che Trump, il Nobel per la pace datelo a Francesca Albanese

Ci sono tempi in cui il significato di “pace” si deforma nei palazzi, mentre fuori si muore. C’è un tempo come questo, in cui Francesca Albanese – relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi occupati – paga con la diffamazione, le sanzioni e le minacce la colpa di aver detto la verità: che un popolo intero viene sterminato in diretta, nel silenzio complice dell’Occidente.

Mentre il segretario di Stato Usa Marc Rubio definisce “vergognoso” il lavoro di Albanese, sanzionandola per aver osato chiedere giustizia alla Corte Penale Internazionale, Amnesty International parla senza ambiguità: “Un attacco trasparente ai principi fondamentali del diritto internazionale”. È la voce stessa dell’Onu a essere messa sotto accusa. Eppure non si tratta solo di delegittimazione: è un tentativo deliberato di isolamento e, nella storia recente, questo è sempre stato il preludio della violenza. Francesca Albanese non è una dissidente qualunque, è una funzionaria che esercita con rigore il mandato conferito da una comunità internazionale che, evidentemente, si vergogna di sé.

Per questo ha senso che quasi 20mila persone abbiano già firmato una petizione per candidarla al Nobel per la Pace. Un gesto simbolico? Anche. Ma necessario. Non è una questione personale, è un’ultima trincea per difendere ciò che resta della legalità internazionale. 

Di fronte a chi arma il genocidio e zittisce chi lo denuncia, non basta più indignarsi. Serve gridare forte che la pace non è un premio da assegnare a chi stringe mani nei vertici. La pace, oggi, ha il volto di chi resta in piedi sotto i colpi, armato solo di diritto. E per questo, merita di essere protetto.

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Presidente! Si ricordi di Albanese

Che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia stato in diverse occasioni l’argine per le derive populiste e fasciste di certi sovranisti dalle parti del governo non è certo un mistero. Anche per questo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e soprattutto il suo vice Matteo Salvini non amano particolarmente l’inquilino del Quirinale e sognano di sostituirlo al momento opportuno con una figura che possa accompagnare festante la deriva dell’Italia tra i Paesi semidemocratici dell’Occidente.

Mattarella come tutti noi non è infallibile certo. Ha firmato decreti che si sono schiantati e probabilmente si schianteranno contro la Costituzione. Ma agli scontenti di Mattarella conviene ricordare che in pole position per l’avvicendamento ci sono Ignazio Benito Maria La Russa e l’alternativa – considerata più “moderata” – Alfredo Mantovano. Duole comunicare invece a Pierferdinando Casini – sognante da anni – che la sua candidatura servirà a farcire i giornali con l’avvicinarsi delle prossime elezioni del Presidente della Repubblica.

Il Presidente Mattarella decise di intervenire personalmente a marzo dell’anno scorso in difesa dell’ex direttore di Repubblica (sfiduciato dai suoi stessi giornalisti) Maurizio Molinari che rinunciò alla presentazione del suo libro nella Facoltà di Ingegneria dell’Università Federico II di Napoli. Molinari fu contestato da alcuni studenti per le sue posizioni fin troppo morbide (usiamo un eufemismo) nei confronti della strage perpetrata dall’esercito israeliano a Gaza. Erano del resto le stesse critiche mosse da parecchi giornalisti di Repubblica. Mattarella in difesa di Molinari rivendicò il diritto di esprimere le proprie opinioni nelle Università senza subire censure.

Ora c’è una donna italiana Francesca Albanese che viene censurata, dileggiata, sanzionata, diffamata, mirata non da un manipolo di studenti ma da governi tra i più potenti e influenti al mondo. Albanese non espone opinioni ma fatti mettendoli in fila. Forse un comunicato lo meriterebbe anche lei.

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L’Ue accusa Trump per la stretta sui fondi umanitari, ma poi lo emula con “tagli brutali” ai contributi per i rifugiati

Mentre l’Unione Europea punta il dito contro l’amministrazione Trump per la stretta sui fondi umanitari, i numeri raccontano una verità meno comoda: l’Ue non solo non colma il vuoto lasciato da Washington, ma tradisce le proprie stesse promesse. Lo ha ricordato con parole nette l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati Filippo Grandi, che ha denunciato “una crisi di responsabilità” e “tagli brutali” da parte dei maggiori donatori, Ue compresa.

Nel 2023, l’Unhcr ha registrato un fabbisogno globale di 10,9 miliardi di dollari, ma ha ricevuto meno della metà: solo 4,8 miliardi. Il “Team Europa”, pur rimanendo tra i primi tre contributori, ha mantenuto livelli di finanziamento nominali invariati rispetto agli anni precedenti, nonostante l’aumento esponenziale dei bisogni. In termini reali, equivale a un taglio. La Commissione europea ha stanziato per quell’anno 1,7 miliardi di euro per gli aiuti umanitari: una cifra incapace di tenere il passo con i flussi crescenti di rifugiati e la moltiplicazione delle crisi in Sudan, Siria, Myanmar e altrove.

Slogan e contabilità

La retorica europea è tutta centrata su parole come “umanità”, “neutralità” e “imparzialità”. Nei documenti ufficiali e nelle conferenze dei donatori, Bruxelles si presenta come un “partner fidato” e custode dei principi umanitari. Ma nei fatti, la politica estera dell’Unione ha incorporato l’ossessione securitaria dei governi nazionali. I fondi vincolati – quelli che impongono alle agenzie di destinare le risorse solo ad alcune aree geografiche o progetti – sono cresciuti a scapito dei fondi flessibili. Nel 2023, i finanziamenti “lievemente vincolati” sono crollati del 42%, e la libertà di allocazione dell’Unhcr è stata drasticamente compromessa.

Non è una questione tecnica. Il vincolo politico dei fondi impedisce all’agenzia di rispondere dove serve: nei contesti più trascurati, come il Ciad per i profughi sudanesi o l’Etiopia per quelli eritrei. Le decisioni strategiche sono guidate più da agende di contenimento migratorio che da valutazioni sui bisogni umanitari reali.

Tra sovvenzioni e deterrenza

Bruxelles ha rafforzato nel tempo una linea di finanziamento che subordina gli aiuti allo sviluppo alla cooperazione dei Paesi terzi nella riduzione dei flussi verso l’Europa. Lo schema Ue–Turchia del 2016 è stato il prototipo: fondi in cambio di blocchi alle frontiere. Da allora, la strategia si è espansa e consolidata. Accordi simili sono stati siglati con la Libia, nonostante le denunce dell’Unhcr su respingimenti illegali, violenze nei centri di detenzione e assenza di garanzie giuridiche.

La Corte dei Conti europea ha sollevato più volte il problema: scarsa trasparenza, rischio di violazioni dei diritti, e incoerenza tra la narrazione di Bruxelles e la pratica dei suoi partenariati. Le Ong parlano apertamente di “aiuto trasformato in leva di deterrenza”, e l’Unhcr ammonisce: “stiamo creando le condizioni che alimentano i movimenti secondari che poi vogliamo bloccare”.

Il prezzo delle omissioni

Le conseguenze sono concrete. Nel 2024, i fondi ricevuti dall’Unhcr sono scesi sotto il 50% del necessario. Il collasso di servizi essenziali è già in atto: in Egitto sono stati sospesi tutti i trattamenti non urgenti per i rifugiati; in Bangladesh quasi un milione di Rohingya rischiano di perdere l’accesso a cure salvavita. In Etiopia, la chiusura dei centri nutrizionali ha causato la morte di bambini malnutriti. Il Programma Alimentare Mondiale ha tagliato le razioni in Siria, Afghanistan e Yemen. A pagarne il costo sono donne, bambini, malati, anziani. Ma anche la stabilità regionale, come ha avvertito Grandi: “Con meno fondi, si perderanno vite umane. E l’instabilità busserà alle porte dell’Europa”.

Ipocrisia istituzionalizzata

L’UE ha criticato le decisioni di Trump di ridurre gli stanziamenti USA all’estero, come nel caso dell’Unrwa o dell’Oms. Ma di fronte alla sua stessa paralisi – fatta di stanziamenti insufficienti, fondi condizionati e obiettivi sbilanciati sulla sicurezza – ha scelto la via della rimozione. La crisi del 2015 dovrebbe essere un monito, non solo un ricordo da evocare. Il rischio oggi non è solo quello di abbandonare milioni di persone, ma di alimentare le condizioni per una nuova stagione di emergenze.

L’Europa che chiede impegni agli altri è la stessa che non onora i propri. E il deficit più grave non è nei bilanci, ma nella coerenza.

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