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Sulla Palestina l’opposizione c’è. Il governo no

“Questo non è solo l’ennesimo attacco al multilateralismo da parte di Trump, ma anche la conferma del suo sostegno al piano criminale di Netanyahu in Palestina, che Albanese ha sempre denunciato con forza. E trovo vergognoso che il governo italiano non abbia detto una parola in difesa di una cittadina italiana che svolge un incarico così delicato”.

Ieri la segretaria del Partito Democratico non ha scelto equilibrismi: il partito perno del centrosinistra (e del campo largo che forse sarà) ha tirato le fila dell’opposizione contro la vigliaccheria del governo del “prima gli italiani” — tranne quelli che non piacciono a Trump e Netanyahu.

Abbiamo sottolineato le timidezze del Pd ogni volta che si è attorcigliato sulle pretestuose rimostranze della sua minoranza. Abbiamo detto e scritto di un partito che, per dimensioni e organizzazione, troppe volte è apparso smussato e lento.

La presa di posizione di Schlein ci dice però almeno due cose: difendere questo governo di Israele significa essere evidentemente dalla parte sbagliata della storia, e il lavoro di Francesca Albanese ha toccato i nervi scoperti di chi vorrebbe nascondere il genocidio di oggi e l’apartheid degli ultimi anni.

Tra le poche buone notizie di questi mesi c’è un’opposizione che si mostra compatta e svelta nella difesa del diritto internazionale, al di là degli interessi personali. Se c’è da costruire un’unità di intenti nella politica estera, forse questo è un buon punto da cui partire.

Buon venerdì.

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Albanese fa il suo dovere, il governo italiano no

Amnesty International dice le parole che Giorgia Meloni dovrebbe pronunciare, se l’Italia fosse ancora un Paese capace di difendere il diritto internazionale. Davanti alle sanzioni annunciate dagli Stati Uniti contro Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, la segretaria generale Agnes Callamard è netta: «Sono un’aggressione al diritto internazionale», «una strategia per proteggere il governo israeliano da ogni responsabilità», «un atto intimidatorio che prosegue l’attacco dell’amministrazione Trump contro chi difende i diritti dei palestinesi». Erika Guevara Rosas, direttrice Amnesty per le Americhe, ha definito le sanzioni «un oltraggio alla giustizia internazionale». Parole che andrebbero scolpite nei comunicati ufficiali della Farnesina. E invece, il silenzio.

Nessuna dichiarazione del ministro degli Esteri. Nessun accenno alla gravità di un atto che colpisce non solo una cittadina italiana, ma l’idea stessa di diritto sovranazionale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato Albanese di «guerra politica ed economica» per aver suggerito un’azione della Corte penale internazionale contro Stati Uniti e Israele. L’ha punita per aver fatto il proprio mestiere, con rigore giuridico e coerenza istituzionale.

Nel rapporto che ha preceduto le sanzioni, Albanese ha documentato il coinvolgimento diretto di alcune multinazionali americane nella repressione ai danni dei palestinesi. Ma mentre Amnesty alza la voce, l’Italia scompare. Se un governo non sa difendere i suoi cittadini quando servono la verità, allora non rappresenta una nazione, ma un’assenza.

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Il caso Xu Zewei, prigioniero delle alleanze: il delicato equilibrismo di Roma tra Washington e Pechino

L’arresto di Xu Zewei il 3 luglio scorso all’aeroporto di Malpensa è un atto di scena in un teatro che l’Italia non controlla. L’uomo, cittadino cinese di 33 anni, è finito in manette su richiesta degli Stati Uniti, che lo accusano di essere un hacker statale coinvolto nella campagna di cyber-spionaggio “Hafnium”: un’operazione che, secondo il Dipartimento di Giustizia Usa, ha colpito migliaia di sistemi nel mondo – tra cui università, studi legali e istituti di ricerca sul Covid – per conto del Ministero della Sicurezza di Stato cinese.

Da quel momento, l’Italia si è ritrovata incastrata tra le richieste perentorie di Washington e le reazioni – per ora misurate ma ferme – di Pechino. Il nome Xu Zewei, diventato improvvisamente il centro di un braccio di ferro globale, mette alla prova la capacità di Roma di reggere l’urto tra le due superpotenze. Non si tratta di decidere se Xu sia colpevole o innocente: quella è materia che, in caso di estradizione, spetterebbe a un tribunale americano. Qui la posta in gioco è politica, non processuale.

Il precedente che brucia: l’ombra lunga di Artem Uss

Washington pretende il rispetto della sua autorità extraterritoriale: la vicenda Xu è stata trattata fin dall’inizio come una questione strategica, non giudiziaria. L’ambasciata americana ha segnalato l’arrivo di Xu prima ancora che atterrasse, il Dipartimento di Giustizia ha diffuso un comunicato dettagliato, e il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha preteso chiarimenti dal ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani. Come se non bastasse, in un memo formale l’amministrazione Biden ha evocato il precedente più imbarazzante degli ultimi anni: il caso Artem Uss, l’oligarca russo evaso dai domiciliari in Italia nel 2023 mentre era in attesa di essere estradato proprio negli Usa.

Non si tratta più solo di un hacker da processare, ma della reputazione internazionale dell’Italia, già scossa da quella clamorosa fuga. Da allora Washington non si fida più. L’arresto di Xu, quindi, è diventato una verifica sul campo della credibilità italiana.

L’equilibrismo della Farnesina

Dall’altra parte, Pechino osserva e annota. Ha chiesto assistenza consolare immediata, ha parlato ufficialmente di “diritti legittimi” da tutelare, e non ha escluso – seppur senza dichiararlo – ritorsioni economiche o diplomatiche. Il rischio che aleggia è quello della “hostage diplomacy”: arresti ritorsivi contro cittadini o imprenditori italiani in Cina, per trasformare un processo in una trattativa bilaterale.

Nel mezzo, Tajani. Il ministro degli Esteri si trova a gestire un equilibrio complicatissimo. Da un lato deve rassicurare Washington sulla lealtà italiana all’alleanza atlantica; dall’altro non può permettersi di innescare una crisi con la Cina, partner economico fondamentale nonostante il progressivo allontanamento da Pechino sancito dal disimpegno italiano dalla Belt and Road Initiative. Il caso Xu costringe Tajani a indossare una veste che non gli è abituale: quella del decisionista intransigente, sotto la lente di due potenze che non ammettono esitazioni.

Il processo è altrove, ma il giudizio è qui

La difesa di Xu, affidata all’avvocato Enrico Giarda, punta su una strategia diametralmente opposta: “Non è lui”, dicono. Nessun precedente penale, nessun legame con l’azienda Powerock citata nell’atto d’accusa, ma impiegato presso un’altra società, la Gta Semiconductor. Si parla di omonimia, di furto di identità digitale, di un account violato. Una tesi che suona come una richiesta implicita all’Italia di non farsi usare come terreno di scontro altrui.

Eppure è esattamente questo il ruolo che Roma sta giocando, suo malgrado. Se Xu verrà estradato, l’Italia manderà un messaggio chiaro a Pechino: qui comandano le priorità di Washington. Se invece l’estradizione venisse negata – o, peggio, se si verificasse un’altra fuga – allora a dubitare della nostra affidabilità sarà l’alleato più potente, quello che già una volta ha dovuto spiegare a Capitol Hill perché un ricercato di “primario interesse strategico” sia sparito sotto la nostra vigilanza.

La magistratura dovrà decidere se le prove americane bastano a dimostrare che l’uomo arrestato è davvero l’autore delle incursioni informatiche imputategli. Ma al di là dei codici, la decisione peserà sul posizionamento internazionale dell’Italia. E anche sul futuro di chi quel posizionamento è chiamato oggi ad amministrarlo.

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Caso Almasri, Nordio nella bufera prende tempo: “Riferiremo in Parlamento quando sarà il momento“

“Riferiremo in Parlamento quando sarà il momento, però gli atti che abbiamo smentiscono radicalmente quello che è stato riportato sui giornali.” Con questa frase, pronunciata a margine della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha provato a liquidare (per ora) l’ennesima giornata di bufera sul caso Almasri. Resta da capire il quando di quel “quando sarà il momento”. Per il momento Nordio, escludendo le sue dimissioni, ribadisce che non ci sono novità rispetto a quando ha riferito in Parlamento, sostenendo che l’unico elemento da valutare sono le “eventuali violazioni di atti riservati di cui non si riesce a capire come qualcuno sia arrivato in possesso”.

Il punto: una verità giudiziaria contro la versione governativa

Di certo c’è che le indagini del Tribunale dei ministri volgono alla conclusione. E che dagli atti del fascicolo e dalle anticipazioni di stampa sono emersi elementi che smontano la versione offerta dal governo al Parlamento sulla vicenda. Nordio aveva affermato che il suo dicastero fu informato del caso lunedì 20 gennaio. Ma le email interne rivelano che già il giorno prima, domenica 19, la sua capo di gabinetto riceveva comunicazioni dettagliate sul fermo e raccomandava “massimo riserbo e cautela”.

Il fermo del generale libico (e presunto torturatore) Mahmoud Almasri, su cui pendeva un mandato di cattura della Corte penale internazionale, effettuato dalla Digos di Torino, avrebbe potuto essere regolarizzato. Invece venne scarcerato e riconsegnato ai libici con un volo di Stato. La versione ufficiale ha retto per qualche settimana, ma ora crolla sotto il peso delle nuove rivelazioni di stampa. Alimentando il sospetto che la decisione di rimpatriarlo fu l’effetto di una scelta politica.

Nell’inchiesta, oltre a Nordio, nei confronti del quale si sono alzate richieste (oltre che di dimissioni) di informative urgenti da parte delle opposizioni – per ora rispedite al mittente, perché secondo il ministro Luca Ciriani “ci vuole tempo” – sono coinvolti a vario titolo anche la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. I reati ipotizzati sono favoreggiamento e peculato. Per Nordio anche l’omissione d’atti d’ufficio.

Anche se il rischio di un processo per tutti e quattro è praticamente nullo: sarà necessaria, nel caso in cui il Tribunale dei ministri ritenesse di andare avanti, l’eventuale autorizzazione a procedere da parte del Parlamento a maggioranza di centrodestra che difficilmente sarà concessa.

Le reazioni dell’opposizione

Intanto, l’opposizione ha alzato il tiro. “È chiarissimo che Nordio e Meloni hanno mentito”, ha dichiarato la senatrice Raffaella Paita (Italia Viva), chiedendo l’immediato passo indietro del Guardasigilli o, in alternativa, del suo capo di gabinetto.

Per il Partito Democratico, il comportamento del ministro è definito “gravissimo”, poiché mina l’affidabilità delle istituzioni di fronte alla comunità internazionale. “Chi ha mentito al Parlamento, non può restare un giorno di più al proprio posto”, è la linea espressa da più esponenti dem nella mattinata di oggi.

Intanto la Libia non pare intenzionata a lasciar correre: la procura generale di Tripoli ha aperto un procedimento contro lo stesso Almasri per le accuse mosse dalla Corte penale internazionale, e non è escluso che il caso si riapra proprio lì dove avrebbe dovuto essere consegnato.

Una crepa tra Palazzo Chigi e via Arenula

In questo scenario, anche i retroscena raccontano di tensioni crescenti all’interno dell’esecutivo. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, Giorgia Meloni sarebbe furiosa” per ”le talpe al ministero della Giustizia” e il timore che il pasticcio diplomatico sul torturatore Almasri si possa trasformare in una débacle politica quando saranno depositate le carte al Tribunale dei ministri la prossima settimana”.

L’ipotesi che Nordio finisca tra i destinatari di una richiesta di rinvio a giudizio è, per ora, solo una possibilità. Ma le accuse formali di omissione d’atti d’ufficio sono in campo, e su questo la difesa a mezzo stampa del ministro (“gli atti che abbiamo smentiscono i giornali”) assomiglia più ad un tentativo di prendere tempo.

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Una cittadina italiana aggredita da due governi. E il nostro governo dov’è?

Nel giro di pochi giorni Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, è diventata il bersaglio ufficiale della macchina del fango israeliana e della rappresaglia diplomatica statunitense. E mentre Tel Aviv paga Google Ads per manipolare le ricerche online con pagine diffamatorie, e Washington impone sanzioni personali contro una cittadina italiana colpevole solo di aver denunciato crimini di guerra e il “business del genocidio”, il governo Meloni tace. Vigliaccamente.

Non una parola dal ministro degli Esteri, non un appoggio ufficiale, non un richiamo alle responsabilità verso una propria concittadina investita di un mandato internazionale. E dire che basterebbe leggere il rapporto che ha provocato l’ira della Casa Bianca: Albanese vi elenca con rigore giuridico i nomi delle aziende – tra cui Amazon, Alphabet, Palantir – che traggono profitto dall’economia di guerra israeliana. Nomi troppo influenti, evidentemente, perché qualcuno in Italia trovi il coraggio di difenderla.

Israele, da parte sua, ha alzato il livello della propaganda. Non solo accuse infondate di legami con Hamas, ma vere e proprie operazioni di disinformazione pianificate: video falsi creati con l’intelligenza artificiale, campagne su YouTube, pagine sponsorizzate che oscurano ogni traccia neutra di informazione. E Francesca Albanese diventa così il capro espiatorio perfetto: donna, italiana, e troppo libera per essere controllabile.

In un Paese serio, il Parlamento si sarebbe già mobilitato, e il ministro Tajani avrebbe almeno chiesto chiarimenti agli “alleati” americani. Invece no: silenzio, sottomissione, ignavia. Eppure Francesca Albanese non è una militante, ma una giurista di altissimo profilo nominata dalle Nazioni Unite. La sua unica colpa è fare ciò che la comunità internazionale dovrebbe fare da tempo: chiamare le cose con il loro nome. Anche quando il prezzo è l’isolamento. Anche quando il governo del proprio Paese si gira dall’altra parte.

Buon giovedì.

 

Il ritratto di Francesca Albanese è tratto da Wikipedia

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“Si può entrare a Gaza”: il falso che copre i crimini

C’è chi ripete che “i giornalisti possono entrare a Gaza“, come se la verità fosse una libera passeggiata tra le macerie. La realtà, invece, si chiama censura militare. Dal 7 ottobre 2023 nessun giornalista può mettere piede nella Striscia senza essere accompagnato dall’IDF. Nessuna inchiesta autonoma, nessuna voce libera. Solo tour guidati dalla propaganda bellica.

La Foreign Press Association – che rappresenta oltre 370 reporter internazionali – ha impugnato il divieto davanti alla Corte Suprema israeliana. Ma la risposta è stata una retorica di “rischi” e “circostanze eccezionali”, mentre le udienze vengono rimandate di mese in mese. Intanto, su 139 ingressi autorizzati, tutti sono stati filtrati dall’IDF: senza scorta militare, Gaza è zona proibita.

Nel frattempo, l’esercito israeliano decide chi può raccontare la guerra e come. I giornalisti locali sono ammessi più spesso perché parlano agli israeliani, mentre ai corrispondenti stranieri si chiudono le porte, “per motivi di sicurezza”. Il paradosso è evidente: in Ucraina i reporter entrano liberamente, anche al fronte. In Siria, in Iraq, in Afghanistan, i giornalisti si sono assunti i propri rischi. Ma a Gaza no. A Gaza solo silenzio autorizzato.

È così che si costruisce l’impunità. Negando l’accesso, si nega la documentazione indipendente. Si nega la possibilità di verificare crimini. Si nasconde la guerra dietro un permesso negato. E chi ha il coraggio di chiamarla censura, viene accusato di ostilità.

Chi ripete che “i giornalisti possono entrare” mente. O peggio: legittima la menzogna. Perché l’informazione, quella vera, non viaggia mai con la scorta armata di chi la teme.

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Povertà, in Italia è ereditaria: i figli di genitori meno agiati hanno più possibilità di trovare l’ascensore sociale bloccato

Secondo un’analisi dettagliata condotta da Lorenzo Ruffino sui dati di uno studio dell’Università di Oxford, pubblicato su Research in Social Stratification and Mobility, l’Italia è tra i Paesi europei in cui la povertà si eredita con maggiore intensità. A chi nasce povero in Italia non basta l’impegno, non bastano gli studi, e spesso nemmeno un lavoro: ha il 15% di probabilità in più di restare in condizioni di povertà da adulto rispetto a chi cresce in una famiglia agiata. È uno dei dati peggiori in Europa, superiore persino a Paesi dell’Est come la Polonia o la Slovenia.

L’ascensore sociale è rotto

L’effetto della povertà familiare, in Italia, è oltre otto volte più forte che in Francia e più del doppio rispetto alla Germania. Nei Paesi scandinavi, invece, l’impatto delle origini familiari è pressoché nullo. In Danimarca o Svezia può perfino accadere che chi nasce in condizioni difficili, grazie all’istruzione e al welfare, migliori le proprie condizioni economiche più dei coetanei benestanti. In Italia questo meccanismo si è inceppato. La povertà non solo è ampia, ma si è irrigidita. E non basta crescere per scrollarsela di dosso.

Istruzione e lavoro: i due colli di bottiglia

Lo studio analizzato da Ruffino identifica due elementi che spiegano circa due terzi della trasmissione intergenerazionale della povertà: il livello di istruzione raggiunto e la posizione occupazionale. In Italia, chi nasce in una famiglia svantaggiata tende ad avere una formazione più bassa e un accesso più difficile al mercato del lavoro qualificato.

E i dati Istat lo confermano: tra i giovani di 25-34 anni, ha un titolo universitario il 67% di chi ha almeno un genitore laureato, il 40% di chi ha genitori diplomati e appena il 13% se i genitori hanno al massimo la terza media. L’abbandono scolastico segue la stessa linea: solo il 2% nei figli dei laureati, ma il 24% nei figli di genitori con bassa scolarizzazione.

L’istruzione, insomma, resta un canale privilegiato per cercare di uscire dalla povertà, ma non basta. Perché anche tra chi studia, il peso delle origini continua a farsi sentire. Il rischio è che l’ascensore sociale funzioni solo per chi già parte dal piano rialzato.

Non solo soldi: la povertà è anche culturale, sociale, simbolica

L’Italia, come spiegato nell’articolo di Ruffino, non paga solo il prezzo di un welfare debole o di una crescita economica insufficiente. A pesare è l’intero assetto del sistema: i servizi educativi, la qualità della scuola, la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, l’accesso alle reti sociali e informative. Chi nasce povero ha meno strumenti, meno contatti, meno fiducia nelle proprie possibilità. Ha davanti un orizzonte più basso. E viene giudicato, valutato, pesato sulla base del suo punto di partenza.

Povertà ereditaria: la conferma di un’Italia “high static“

Lo studio dell’Università di Oxford, attraverso i dati dello European Union Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC), colloca l’Italia tra i Paesi “high static”: quelli in cui la povertà era alta nella generazione precedente e continua ad esserlo oggi. E non perché manchi la crescita economica tout court, ma perché mancano le politiche capaci di renderla redistributiva.

Non è la spesa pubblica in sé a fare la differenza, ma come viene usata. I sussidi a pioggia, gli incentivi regressivi e la retorica del “chi ce la fa è bravo” hanno dimostrato tutta la loro inefficacia.

La realtà che non compare nei discorsi ufficiali

Mentre i governi italiani – di qualsiasi colore – continuano a ignorare questi dati nei loro bilanci di equità sociale, l’Italia si conferma un Paese dove il destino di un bambino si scrive troppo presto. Lo si dice da anni, lo confermano le statistiche, lo vediamo nella scuola, nel lavoro, nei divari territoriali e di genere. Ma nulla cambia davvero. Perché chi governa continua a guardare la povertà come un accidente individuale e non come un problema strutturale.

Chi nasce povero in Italia ha molte più probabilità di restarlo rispetto a un coetaneo tedesco o francese. Non perché valga meno. Ma perché vive in un Paese che gli chiede di scalare la montagna a mani nude, mentre altri hanno l’imbracatura. E questa è una responsabilità politica, non un destino.

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Caso Almasri, le carte del Tribunale dei ministri smontano la versione del governo. E le opposizioni chiedono le dimissioni di Nordio

Le ultime rivelazioni giornalistiche sulle carte dell’inchiesta del Tribunale dei Ministri parlano chiaro: il governo italiano sapeva fin dal primo momento della cattura di Najeem Osama Almasri, generale libico ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, e quella di non collaborare con la giustizia internazionale è stata una scelta politica. Lo ha fatto in silenzio, con cautela, usando canali criptati come Signal, e mentendo poi al Parlamento. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ha affermato che il suo dicastero fu informato solo il 20 gennaio. Ma le email interne dicono il contrario: già il giorno prima, domenica 19, la sua capo di gabinetto riceveva comunicazioni dettagliate sul fermo e raccomandava “massimo riserbo e cautela”.

Caso Almasri, scelta politica

Il fermo di Almasri, effettuato dalla Digos di Torino, avrebbe potuto essere regolarizzato. C’era tutto il tempo. Invece è stato scarcerato e riconsegnato ai libici con un volo di Stato. La versione ufficiale ha retto per qualche settimana, ma ora crolla sotto il peso delle nuove rivelazioni di stampa. Nell’inchiesta, oltre a Nordio, nei confronti del quale si iniziano ad alzare richieste di informative urgenti e dimissioni da parte delle opposizioni, sono coinvolti a vario titolo anche la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. I reati ipotizzati sono favoreggiamento e peculato. Per Nordio anche l’omissione d’atti d’ufficio.

Opposizioni alla carica

La vicenda va ben oltre la sfera giudiziaria. Se le accuse fossero confermate, l’Italia avrebbe violato il proprio obbligo di cooperazione con la giustizia internazionale, proteggendo un criminale accusato di stupri e torture su minori. Le opposizioni – da Debora Serracchiani a Riccardo Magi, da Chiara Appendino a Nicola Fratoianni – hanno chiesto le dimissioni immediate del Guardasigilli, accusandolo di aver “mentito al Parlamento”. “Oltre ogni decenza”, ha detto il dem Gianassi. “Spudorato favoreggiamento di un violentatore”, ha aggiunto il M5S. E ancora: “Una vergogna orchestrata da Chigi”, secondo Avs. “Un film horror con Meloni regista”, nelle parole della stessa Appendino.

Mentre Nordio tace e Meloni finge di non sentire, l’ex premier Matteo Renzi affonda: “Meloni ha mentito da Chigi, Nordio in Aula. È la prova che il governo è sotto ricatto dei torturatori”.

Diplomazia umiliata

Intanto, la diplomazia crolla. Proprio in questi giorni Piantedosi è stato respinto come “persona non gradita” all’aeroporto di Bengasi. Umiliato da quello stesso regime con cui aveva appena sigillato l’ennesimo accordo sulle frontiere. Il paradosso è servito: mentre l’Italia rimanda a casa un macellaio per compiacere un governo libico non riconosciuto, quel governo umilia pubblicamente l’Italia. Se è una strategia, è fallita. Se è ingenuità, è colpevole.

Danni irreparabili col caso Almasri

Il caso Almasri segna un punto di non ritorno. Non si può mentire al Parlamento. Non si può piegare lo Stato di diritto per compiacere una milizia. Non si può usare un volo di Stato per riconsegnare un torturatore. E non si può rimanere al proprio posto, fingendo che nulla sia accaduto. La credibilità internazionale è stata dilapidata. L’indipendenza della magistratura è stata ignorata. La Costituzione è stata tradita.

La posta in gioco è più alta del futuro di un singolo ministro. In ballo c’è il ruolo dell’Italia nel sistema di giustizia internazionale, l’affidabilità delle sue istituzioni, la trasparenza dell’azione governativa. La scelta di occultare, manipolare, temporeggiare – e infine mentire – non può passare sotto silenzio. Le dimissioni non sarebbero un gesto politico: sarebbero il minimo sindacale di igiene democratica.

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Romanzo Viminale

Chissà se in Libia ieri c’è stato uno sbirresco ministro dell’Interno, o similare, che ha usato l’account social istituzionale scrivendo: “Respinto italiano di mezza età alla frontiera che clandestinamente cercava di intrufolarsi nel suolo libero. I clandestini a casa!”. Il tutto accompagnato dalla faccia contrita e cadente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ieri ha provato sulla propria pelle (meglio, sulla nostra, perché la credibilità nazionale sarebbe patrimonio di tutti) cosa significhi essere improvvisamente dalla parte sbagliata del mondo.

A Piantedosi – nonostante la figura barbina che entrerà negli annali delle pagliaccerie di Stato – è andata comunque bene. Avrebbero potuto sbatterlo in un CPR a mangiare e farsi mangiare dagli scarafaggi in attesa dell’imbarco verso Roma, additato come criminale da qualche esponente politico libico che avrebbe incassato applausi per aver difeso le sue donne dal pericoloso italiano.

Oppure avrebbe potuto essere imbarcato su una nave libica (meglio, italiana, perché sono quasi tutte nostre le navi da quelle parti) per sorbirsi un viaggetto fino all’Albania, dove sarebbe stato usato come scalpo per fomentare la foga securitaria europea.

Niente di tutto questo. A Piantedosi rimane solo l’essere diventato interprete del più tragicomico contrappasso dei sovranisti di quest’epoca. È passato in qualche secondo da ministro oggetto di cerimoniale a straniero bersaglio di contumelie. Tutto questo solo perché quel confine gli è stato usato contro come frusta. Caro ministro, le è andata bene: noi buonisti siamo dalla sua parte.

Buon mercoledì.

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Cemento, algoritmi e bugie. Il futuro rubato di Gaza

Nel silenzio globale che avvolge la devastazione della Striscia, c’è chi già immagina il dopoguerra come un’occasione per nuove rendite. Il Financial Times ha scoperchiato le slide di un progetto distopico: trasformare Gaza in una Dubai in miniatura, terminale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa. È una colonizzazione tecno-finanziaria, senza popolo, senza memoria, senza lutto. Una ricostruzione pensata prima ancora che si fermino le bombe. Un progetto disegnato per chi sopravvive – ma solo se serve.

Il Tony Blair Institute si affretta a negare il proprio coinvolgimento, ma lo schema è sempre lo stesso: potenze occidentali, reti di interessi, istituti internazionali e governi che ammiccano mentre la realtà viene sepolta sotto i detriti. Oltre centomila morti stimati – impossibili da contare con precisione perché a Gaza nessuno può più entrare a verificare. Giornalisti e osservatori vengono respinti, i dati oscurati, le testimonianze screditate.

Nel frattempo, in Europa e nel Regno Unito chi manifesta contro il genocidio viene schedato, arrestato, accostato al terrorismo. Università e redazioni si adeguano al clima, e il dissenso evapora. Il potere non vuole più nemmeno essere contraddetto. Esiste solo la narrazione ufficiale, imposta a colpi di repressione soft e minacce implicite: chi parla rischia di perdere il lavoro, la cattedra, il microfono.

Non è solo complicità, è progettualità. La guerra, ormai, è il braccio armato dell’urbanistica globale. Prima si radono al suolo le città, poi si costruiscono quartieri modello con fibre ottiche e vigilanza integrata. Prima si annientano le identità, poi si ricoprono di smart glass. Gaza è diventata il laboratorio di un futuro senza diritti. E l’Occidente, che si diceva culla della democrazia, è ormai il promotore occulto di un neocolonialismo a circuito chiuso.

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