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Ottava edizione per "Un posto nel mondo"

La rassegna cinematografica curata da Cesvov e Filmstudio90 che si terrà dal 23 ottobre al 4 dicembre. Giunge alla ottava edizione la rassegna “Un posto nel mondo”, progetto che fin dall’inizio si è proposto di veicolare riflessioni sul mondo del sociale utilizzando soprattutto la comunicazione audio visuale. La manifestazione si svolgerà quest’anno dal 23 ottobre al 4 dicembre. Nel 2002 era difficile pensare che l’iniziativa potesse resistere nel tempo, continuando a crescere grazie al coinvolgimento di associazioni provenienti anche da ambiti diversi. Pluralità di punti di vista e capacità di visione di insieme sono i due volti di questo lavoro che, con la collaborazione offerta dal Cesvov, ha portato a coinvolgere associazioni, forze del lavoro e istituzioni sensibili alle tematiche sociali, soprattutto chi sul territorio opera giornalmente cercando positive sinergie anche al di fuori dei propri ambiti di intervento.

Scrivevamo lo scorso anno: “ritrovarsi durante l’anno, con grande costanza, seduti ad un tavolo di lavoro comune è stato già di per sé un segnale positivo della volontà di confrontarsi e di mettere in circolo – riunione dopo riunione – idee, saperi e buone pratiche del variegato mondo del volontariato. Ma riuscire a mettere in piedi un progetto organico, divulgativo ma specifico, fatto di film, documentari, dibattiti, eventi culturali, spesso ad ingresso gratuito, senza poter godere di solidi contributi pubblici, è davvero una piccola grande vittoria, che giustifica la caparbietà messa in gioco per tenere fede ai propositi iniziali senza perdere in lucidità ed efficacia”. Tutto questo resta attuale più che mai e rappresenta uno dei punti di forza di una manifestazione che continua a realizzarsi soprattutto grazie alla partecipazione attiva e a una modalità di lavoro che privilegia il dialogo e la massima disponibilità a confrontarsi tutto l’anno, ben oltre il periodo di svolgimento della rassegna.

La manifestazione anche quest’anno cerca di raggiungere un pubblico diversificato, con numerosi appuntamenti settimanali lungo l’arco di oltre un mese, in massima parte ad ingresso gratuito e coinvolge diverse città della provincia (Varese, Gallarate, Samarate, Gavirate, Induno Olona, Daverio, Azzate, Bolladello) nonché le scuole, che sono invitate a partecipare ad alcune proiezioni dedicate agli studenti in orario scolastico. Per permettere di approfondire il valore etico di ogni film, sono spesso presenti registi, operatori attivi sul territorio, professionisti nel campo della comunicazione sociale.

Le sezioni che danno corpo alla manifestazione del 2009, che si terrà da fine ottobre ai primi di dicembre, sono quelle di sempre: se “Il racconto della realtà” propone film a soggetto spesso presentati in prima visione, nelle altre sezioni si è valutato che la forma del documentario fosse la più agile e stimolante per affrontare problematiche di attualità che spesso non trovano adeguato spazio nelle sale cinematografiche e nei palinsesti televisivi.

Il percorso “Sguardi sul lavoro” presenta riflessioni sui cambiamenti in atto ma anche drammatici reportage, mentre “Così lontano, così vicino”, dedicata a tematiche umanitarie o a film sull’handicap, presenta oltre al famoso Come un uomo sulla terra l’ultimo film prodotto da Emergency, Domani torno a casa, due anni di riprese cinematografiche tra Khartoum e Kabul, e due lungometraggi a soggetto (Garage di Leonard Abrahamson, vincitore al Torino Film Festival, e L’amore nascosto di Alessandro Capone) applauditi in rassegne internazionali ma ancora inediti a Varese.

Nella sezione dedicata all’ambiente, sarà presentato in diverse città l’ultimo film di Ermanno Olmi, Terra madre, mentre verrà recuperato dal misterioso oblio un film di Colin Serreau, Il pianeta verde, apologo sul futuro del nostro pianeta datato 1996 ma ancora profetico, mai proiettato a Varese e provincia. Ospite gradito della rassegna, sabato 21 novembre al Cinema Nuovo di Varese, sarà il metereologo e ambientalista Luca Mercalli. E ancora, per “Testimoni del nostro tempo”, alcune serate saranno dedicate alla figura di Don Primo Mazzolari (con la proiezione integrale in due serate del film tv L’uomo dell’argine, alla presenza del regista Gilberto Squizzato), alla tragica fine del giornalista Giancarlo Siani, vittima della camorra, raccontata nell’intenso film di Marco Risi Fortapàsc, e all’assassinio di Anna Politkovskaya raccontato nell’intenso film 211: Anna, di Paolo Serbandini e Giovanna Massimetti, considerato uno dei più significativi documentari di quest’anno.

L’attenzione ai fatti di casa nostra si concretizza non solo con lo spazio accordato ai registi locali attivi nel sociale, ma anche con il Forum dedicato dal Cesvov alla comunicazione etica (4 dicembre) che inviterà registi, giornalisti e operatori dell’informazione per discutere su come sia possibile raccontare la realtà e le emergenze quotidiane con un occhio attento alle problematiche di chi è svantaggiato socialmente. Un’altra importante tavola rotonda, dal titolo “Memorie migranti” affronterà da una angolatura inedita quello che spesso viene solo considerato emergenza sociale. E ancora, tra le tante proposte del programma, segnaliamo un coinvolgente spettacolo teatrale, A cento passi dal Duomo, interpretato da Giulio Cavalli e scritto con Gianni Barbacetto, dedicato alle infiltrazioni mafiose nella nostra regione.

http://www3.varesenews.it/varese/articolo.php?id=153389

La mafia al Nord, Cavalli ne parla a Firenze

«L’articolo 4 della costituzione recita che ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Quindi in questa battaglia, stare fermi non vale». La guerra non ancora vinta è quella contro le mafie, tutte. La voce è quella dell’attore e autore lodigiano Giulio Cavalli, questa sera ospite del Quinto Forum Nazionale contro la mafia, in programma per oggi e domani all’Università degli studi di Firenze. Un’occasione per guardare da vicino quel complesso sistema di relazioni criminali, connivenze politiche e silenzio che inquina molti settori della vita pubblica ed economica di questo paese. E se l’aspetto più allarmante del fenomeno continua ad essere la sua capacità di condizionare la vita di migliaia di persone, la parola d’ordine, secondo gli organizzatori della rassegna, gli Studenti di Sinistra dei collettivi universitari, continua ad essere «non rassegnarsi ad essere elementi passivi di questo sistema degenerato». Da qui l’idea di coinvolgere magistrati, giornalisti, docenti universitari in due giornata di lavori per indagare sul fenomeno. Nella mattinata di oggi è previsto un dibattito dal titolo “Mafia, sanità ed edilizia”. Nel pomeriggio ci saranno le testimonianze di associazioni, gruppi e individui che, ogni giorno, combattono contro la criminalità. Per le 21 è atteso l’intervento di Giulio Cavalli, che proporrà anche alcune letture dal suo spettacolo “A cento passi dal Duomo” accompagnate da una riflessione sulla diffusione del fenomeno nelle regioni del Nord. «Milano è il nucleo dell’attività affaristica ed economica d’Italia ed è quindi anche un simbolo – spiega l’attore lodigiano – . Nel mio spettacolo parlo della Lombardia, ma tutto il Nord di fronte alla mafia ha più o meno lo stesso atteggiamento. Per questo l’impegno non può finire dopo il giretto turistico nell’antimafia da souvenir che guarda alle disgrazie di altre terre». Non mancherà nell’intervento di Cavalli, un cenno alla situazione della città di Firenze e alle cosche attive in tutta l’area, perché «conoscere è l’unico modo per combattere una battaglia in modo concreto ed efficace».

da il cittadino

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Ndrangheta dentro Milano

Monologo “A cento passi dal Duomo” inaugura la stagione al Teatro della Cooperativa
Giulio Cavalli: “Una realtà che la politica sottovaluta”
“Falso dire, “non vogliamo far entrare la criminalità in città”. Preferiremmo sapere che hanno trovato il modo per estrometterla, è da trent’anni che la mafia è a Milano”. Giulio Cavalli apre stasera la stagione del Teatro della Cooperativa con “A cento passi dal Duomo”, monologo scritto a quattro mani con il giornalista Gianni Barbacetto. “Un teatro giornale sempre aggiornato ch eseguirà l’avvicinarsi dell’expo, sperando che il percorso non diventi una Via Crucis”, sottolinea l’attore, più volte minacciato dalla mafia, ieri sera ospite di Santoro. Rispetto alla versione di quest’estate dove l’attore faceva nomi e cognomi delle persone “coinvolte”, “la versione di oggi”, afferma Cavalli, “mostra anche le facce”. “C’è un video con Vincenzo Macrì, direzione nazionale antimafia, che dice: è da 15 anni che dichiaro Milano capitale della ‘ndrangheta, ma ora che c’è l’Expo non so più come dirlo”. “Sentiremo le telefonate di minaccia subite dall’avvocato Ambrosoli”, anticipa l’attore, “e le testimonianze sulle infiltrazioni criminali alla Malpensa e in viale Sarca, con i Fratelli Porcino. Ci sarà anche il video del sindaco Moratti che dice, “la mafia a Milano non esiste””.  Ma se “A cento passi dal Duomo” è, come conferma Cavalli, “un monito per far sì che la politica prenda posizione”, Renato Sarti, direttore artistico del teatro, ha scelto la sua linea. Con una stagione (35 titoli di cui un quarto novità) dove l’impegno e la comicità doc sono protagoniste. […]

Livia Grossi

 

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Giulio Cavalli in scena contro la mafia del Nord

L’unico attore sotto scorta. In prima linea come Saviano, combatte con i suoi spettacoli Cosa nostra in Lombardia «A cento passi dal Duomo» debutta al Teatro della Cooperativa di Milano: «È qui la vera capitale della ’ndrangheta»
MILANO –  Torna sul tema mafia Giulio Cavalli, l’unico attore sotto scorta, per colpa di Cosa nostra, appunto. Dopo il coraggioso Do ut des, l’attore e sceneggiatore che dirige artisticamente il Teatro Nebiolo di Tavazzano, nel Lodigiano, ha debuttato ieri sera in prima nazionale con A cento passi dal Duomo scritto con il giornalista Gianni Barbacetto (musiche di Gaetano Liguori). A ospitare lo spettacolo, che sarà adottato dall’associazione Libera, il Teatro della Cooperativa di Milano (fino a domani e poi dal 15 al 18). L’approfondimento sarà sulle famiglie mafiose al Nord. Cavalli, che l’altra sera era ospite di Santoro ad Annozero, spiega: «Il mio nuovo spettacolo, basato su inchieste giornalistiche e atti processuali, ha inizio con il silenzio milanese che ha accompagnato l’omicidio di Giorgio Ambrosoli e il suo funerale. Tra il 1974 e il 1983, in Lombardia ci sono stati 103 sequestri di persona per mano di mafia e ’ndrangheta calabrese. Sono stati dimenticati, come del resto i dieci maxiprocessi vissuti come fenomeni che hanno radici altrove, nel Sud. Anche oggi la nostra regione è intrisa di mafia. Milano è la vera capitale della ’ndrangheta: è parola del pm Antimafia Vincenzo Macrì. Il mio è un atto d’accusa contro il silenzio. Milano non percepisce i nuovi mafiosi in giacca e cravatta, le cui famiglie sono radicate sul territorio. Quando porterò il mio spettacolo a Buccinasco, sarà bello citarli a casa loro».
Come parte la sua vicenda personale? Non ha mai paura?
«No. Parte con amicizie siciliane: Rosario Crocetta (sindaco di Gela) e Giovanni Impastato (fratello di Peppino, il giornalista ucciso dalla mafia nel ’78) vogliono mettere in scena uno spettacolo che andasse a colpire arlecchinescamente Cosa nostra. Questo nel 2006. Nasce così il mio Do ut des, ispirato alle invettive satiriche che Peppino Impastato indirizzava al boss Badalamenti. Lo porto nelle piazze siciliane, ma i boss non hanno il senso dell’umorismo. Ricevo minacce di morte via lettera; fanno disegnare una bara con il mio nome sulla parete esterna del teatro che dirigo… Quindi scatta la protezione. Ho una scorta fissa di due persone da aprile».
Lei traccia nel suo spettacolo una mappa della criminalità organizzata in Lombardia e dintorni oggi.
«Sì, parlo di Piacenza, Cremona, Brescia, persino della tranquilla Lodi, degli arresti proprio di qualche giorno fa. Parlo del pentito Angelo Bernasconi legato alla famiglia gelese che occupa il mercato delle carni al Nord».
La Bergamasca ne è immune?
«Non credo che ci siano casi eclatanti. Tuttavia Vincenzo Macrì dice che non c’è zona lombarda immune. Però è vero che le collusioni tra mafia e politica sono meno evidenti in Lombardia. Dovremmo sfruttare questo stato di cose per fare prevenzione, anche in previsione di Expo 2015. Dobbiamo creare un’alfabetizzazione antimafia».
Come spiega il gesto del sindaco leghista che ha tolto la targa in onore a Peppino Impastato dalla biblioteca di Ponteranica?
«La lotta alla mafia è anche fatta di simboli. Ma non credo che gli amministratori lombardi siano in malafede. È una questione di non conoscenza».
Ha la solidarietà dei suoi colleghi?
«Io mi sento abbandonato dal mondo del teatro. Ho solo l’appoggio di Dario Fo e di Paolo Rossi. Mentre sento la vicinanza affettuosa di giornalisti e magistrati».
Roberto Saviano, debuttando a teatro con La bellezza e l’inferno, ha parlato del bisogno di spazio puro per la sua parola.
«Sono d’accordo con lui. Credo che il teatro sia ancora uno spazio genuino, non manipolabile. Ma altra cosa è l’istituzione teatro. È omertosa. Il teatro viene considerato di serie B. E sempre più spesso si fa un teatro civile spettacolare che non denuncia. E la critica basa tutto su valutazioni estetiche. A me e a Roberto questo non interessa perché siamo caduti dentro le cose che raccontiamo».

Mariella Radaelli

Martedì 13 ottobre Giulio Cavalli all'Università di Firenze per il quinto Forum contro la Mafia

L’aspetto più allarmante del fenomeno mafioso è la sua capacità di condizionare la vita di migliaia di persone. E’ importante non rassegnarsi ad essere elementi passivi di questo sistema degenerato.

Anche quest’anno il Forum Nazionale contro la mafia rifiuta di rimanere in silenzio, ne nascono due giorni ricchi di incontri e dibattiti, alla presenza di esponenti del mondo della giustizia, dell’informazione, e dell’ambito associativo, che hanno fatto della lotta alla mafia un impegno costante ed un’etica di vita.

Martedì 13 Ottobre

[09.30 – 13.30] Mafia, sanità ed edilizia

Molta parte dell’edilizia, soprattutto quella pubblica, è spesso invischiata in rapporti con associazioni mafiose, e questo si riscontra anche (e spesso tragicamente) nell’edilizia sanitaria, a cominciare dagli ultimi scandali che balzano all’attenzione fino alle annose questioni irrisolte che ancora continuano suscitare consistenti dubbi sulla loro legalità.

intervengono:
* Gaetano Paci Magistrato
* Enzo Ciconte Docente Università Roma 3
* Stefano Maria Bianchi Giornalista
* Rosario Cauchi Giornalista

[13.30 – 15.00] Proiezioni

[15.00 – 18.30] La mafia è morta?

Come la società risponde alla mafia? Testimonianze di associazioni, gruppi, ma anche vicende personali, dal Nord e dal Sud Italia, attraverso anche un’analisi generale sul fenomeno mafioso su come esso si presenta ai giorni d’oggi, per capire cosa è cambiato nei suoi metodi e nelle sue strategie, dove attecchisce e perché.
Ripercorreremo e approfondiremo inoltre una nera pagina del nostro paese che continua oggi a far male: fatta di stragi e indagini ancora ad oggi in parte irrisolte.

intervengono:
* Piercamillo Davigo Magistrato
* Giovanna Maggiani Chelli Associazione ‘Tra i familiari delle vittime di Via dei Georgofili’
* Libera Toscana
* Silvano Sarti Presidente provinciale ANPI
* Rino Giacalone Giornalista
* Presidio San Pietro di Rosà

[21.00] Intervento di Giulio Cavalli: letture tratte da  “A cento passi dal Duomo “

 

Mercoledì 14 Ottobre

[09.30 – 13.30] Come si arricchisce la mafia
Come la società risponde alla mafia? Testimonianze di associazioni, gruppi, ma anche vicende personali, dal Nord e dal Sud Italia, attraverso anche un’analisi generale sul fenomeno mafioso su come esso si presenta ai giorni d’oggi, per capire cosa è cambiato nei suoi metodi e nelle sue strategie, dove attecchisce e perché.
Ripercorreremo e approfondiremo inoltre una nera pagina del nostro paese che continua oggi a far male: fatta di stragi e indagini ancora ad oggi in parte irrisolte.

intervengono:
* Giovanna Maggiani Chelli Associazione ‘Tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili’
* Fondazione Caponnetto
* Don Alessandro Santoro Comunità di base Le Piagge, Firenze
* Antonio Pergolizzi Legambiente nazionale. Rapporto Ecomafie

[13.30 – 15.00] Proiezioni

[15.00 – 18.30] Informazione, intercettazioni, politica e mafia

Partendo dall’emergenza sul provvedimento del governo sulle intercettazioni, affronteremo un’analisi dei rapporti di silenzio o di collusione con la mafia, sia da parte di esponenti dell’informazione che della politica.

intervengono:
* Antonio Ingroia Magistrato
* Peter Gomez Giornalista
* Pino Maniaci Giornalista, Direttore di Telejato
* Docente di Diritto costituzionale
* Giovanna Maggiani Chelli Associazione ‘Tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili’

 

Per ogni informazione visita www.forumcontrolamafia.info.

Ho incontrato Giulio Cavalli

Ho incontrato Giulio Cavalli. Attore ed autore teatrale che vive attualmente sotto scorta. Per motivi diversi già ci sentivamo per telefono o per email. Ma l’occasione di potergli stringere la mano mi ha permesso di farmi un’idea sull’uomo, sulla cultura, su ciò che accade in Italia. Giulio vive sotto scorta perché minacciato di morte dalla Mafia. Caso unico nel suo genere in Italia e forse in Europa. Nessuna raccolta di firme o vesti che si strappano. Giulio non ne fa un dramma, tantomeno un martirio. Non è piangente su se stesso ne lamentoso. Ecco, forse la spiegazione: se non sei un gadget televisivo o mediatico, non vai bene. Eppure Cavalli non è solo Radio Mafiopoli. I suoi spettacoli toccano diversi temi: Linate 8 ottobre 2001, sulla tragedia che costò la vita a 118 persone. Bambini a dondolo, sul dramma del turismo sessuale che coinvolge i minori. Non solo mafia, ma società italiana con i suoi drammi e le sue tragedie. Ultimamente Cavalli è stato querelato preventivamente da Fiorani (proprio il banchiere ospite di Lele Mora), perdendo, ovviamente, per uno spettacolo sulla Popolare di Lodi. Cavalli è un uomo di cultura, di denuncia, di studio. Ricorda, racconta, tramanda storie, narrazioni, nomi, piccole indegnità del nostro Paese. Eppure non lo sento spesso. Non si ascoltano tante interviste di Cavalli nel circo mediatico. Già, Giulio è posato e non si mette in posa, recita e studia, non blatera slogan. Giulio è cittadino non martire, dice quello che pensa senza fare il conteggio della popolarità mediatica. Cavalli beffa la Mafia con il suo palcoscenico puntato verso le coscienze. Non si trastulla con le parole, ma riflette le angosce di una nazione. Eppure rischia la vita. Per davvero. Non è uno scherzo. Lo vogliono morto. Eppure Cavalli sorride, si preoccupa ma non lo da a vedere. Sarebbe salutare sentirlo parlare, dargli più spazio per i suoi testi scritti, eccellenti nella loro composizione, profondità, semplicità. Ma Giulio pone noi al primo posto e non se stesso. Ma questa è una nazione che gli piace il sangue spettacolo, i martiri mediatici. La normalità della cultura, quella vera, beh è roba da teatranti.

Sergio Nazzaro

DA LEFT

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Recessione e mafie 3 – L’Africa e le vie della droga

africadi Carlo Ruta

Più di qualsiasi altra parte del globo, l’Africa evoca calamità e regressioni militari, nondimeno costituisce, oggi più che in passato, un mondo eterogeneo, anzitutto sotto il profilo economico. Se l’immensa regione centrale, di cui è emblema Korogocho, la “favela” più popolosa del mondo, rimane infatti irriducibilmente povera, l’intera fascia settentrionale va progredendo, agganciandosi addirittura al trend di paesi come India e Cina, che in questo momento, come detto, fanno argine alla recessione. Tutte le regioni continentali sono comunque accomunate da un fenomeno in crescendo, la domanda di narcotici: dalla cannabis che, secondo l’Unodc, copre il 63 per cento dei consumi continentali di droghe, alla cocaina, che copre in Africa il 20 per cento della domanda globale. Tenuto conto delle enormi sacche di povertà del continente, tutto questo può apparire paradossale. Testimonia comunque quanto il narcotraffico possa discostarsi dalle logiche della normalità economica, in taluni casi fino a sovvertirle, traendo vantaggio da emergenze di ogni tipo.

Nel contesto di una economia globale che ha aperto a inedite e impetuose colonizzazioni, su questo continente il narcotraffico ha puntato in modo strategico. I cartelli sudamericani hanno avocato a sé territori importanti, fino a farne appunto un mercato in crescita. Ma hanno fatto di più, aprendo in Africa un corridoio relativamente sicuro per l’introduzione della coca in Europa. Dalle coste del Brasile, la polvere bianca, proveniente dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia, attraversa l’Atlantico per approdare lungo le coste dalla Guinea Bissau e della Sierra Leone. Dopodiché, fatte salve le partite riservate al consumo continentale, risale lungo varie piste, che possono interessare la Mauritania, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Niger, il Ciad, per raggiungere le coste mediterranee del Nord Africa, dal Marocco alla Tunisia, dove viene imbarcata su navi di piccolo cabotaggio e pescherecci diretti in Spagna, in Italia, in Grecia, nelle coste balcaniche. I numeri che vengono proposti dall’Unodc, ricavati dalla curva dei sequestri nell’ultimo decennio, appaiono già considerevoli. Si ritiene infatti che circa la quarta parte dei carichi di narcotici introdotti in Europa dal Sud America segua la rotta africana. Tale stima, che si fonda appunto su certificazioni territoriali, potrebbe essere tuttavia poco indicativa, per difetto, almeno per due ragioni. La prima è politica. Allo stato delle cose è verosimile che determinati paesi vadano rendendosi permeabili al commercio di droghe. La seconda è di terreno. Le aree desertiche del nord, in cui transitano quantitativi importanti di narcotici, sono troppo estese per poter essere sottoposte, laddove pure si volesse, a controlli significativi.

I narcos non sono stati beninteso i soli a puntare sul continente. Seppure con circospezione, si sono mobilitati pure ambienti dell’oppio del sud-ovest asiatico, ravvisando un terreno idoneo nella regione orientale, ma soprattutto nel Corno d’Africa, con la garanzia di una guerra civile endemica che dal 1993 ha reso l’area fuori controllo. È andata delineandosi così un’attività composita, divisa fra interessi interni ed esterni, che vede in causa boss afgani, reti fondamentaliste, clan militari somali, perfino le piraterie del Golfo di Aden. E tale stato di cose, pure per le saldature che rischia di avere con altre situazioni continentali, lascia prevedere risvolti non da poco. Va considerato peraltro che quasi l’intera Africa brulica di traffici, di affari eterogenei, mentre in diversi paesi si rendono più sostenuti i disegni di far da sé, di realizzare cioè in via del tutto autonoma l’intero ciclo delle droghe, dalla produzione al rifornimento dei mercati, locali e non solo. Si tratta di focalizzare allora tale processo, che reca peraltro una tradizione importante nel Marocco: ancora oggi fra i primi produttori al mondo di cannabis.

Il Rif, regione montuosa del Marocco settentrionale, sin dagli anni settanta costituisce una immensa distesa di canapa indiana, sostenuta soprattutto dalla richiesta europea. Come il Sud America e il Triangolo d’Oro, ha coniugato e insiste a coniugare quindi povertà e ricchezza fino al paradosso. Al livello più basso stanno intere popolazioni contadine, che traggono dalle coltivazioni solo il minimo per sopravvivere. In alto risultano i boss, marocchini, turchi, tunisini, spagnoli, italiani, che muovono l’affare, proiettando l’hashish lungo i continenti che chiudono il Mediterraneo. Negli ultimi tre anni la situazione è mutata. Le leggi del governo di Mohammed VI, indotte dall’Onu, sono divenute più severe. Numerose piantagioni dell’area sono state distrutte. I rilievi ufficiali dell’Unodc stimano addirittura nel 50 per cento la riduzione delle superfici coltivate. Ma tutto questo significa poco. La cannabis viene riconosciuta ancora oggi come la droga più coltivata al mondo, ma soprattutto la più richiesta. In Africa, dove è preponderante l’offerta del Rif, è, come si diceva, allo zenit, coprendo il 63 per cento dei consumi continentali di narcotici. Il dato più rappresentativo continua a venire comunque dalla sponda nord del Mediterraneo. I sequestri effettuati negli ultimi anni in Spagna, Italia, Francia, Grecia, in altri paesi europei, testimoniano infatti che la marijuana prodotta in Marocco, a dispetto degli interventi delle autorità pubbliche, rimane in tali aree la più diffusa.

Il presente dell’Africa non è tuttavia la sola tradizione del Rif: che in termini di commercio clandestino risale almeno al secondo dopoguerra. È anche altro. È soprattutto la Nigeria, dove il narcotraffico è gestito da una mafia locale, fortemente connotata in senso etnico, divenuta di fatto la più coesa su scala continentale: in grado di tenere testa quindi a quella turca sulle rotte che si diramano dal Mediterraneo. Particolarmente attivi dagli anni ottanta, quando il paese fu scosso dalla crisi del petrolio, i nigeriani hanno potuto godere nell’ultimo decennio di una rendita strategica. Con l’aprirsi delle rotte africane, il territorio da cui muovono è divenuto infatti un crocevia del narcotraffico globale. Incombe sulla Guinea Bissau, chiudendo il golfo in cui sbarca la coca dei narcos. Occupa lo stesso parallelo del Corno d’Africa, dove transitano gli oppiacei da Oriente. Se nei primi periodi i boss centro-africani si sono limitati allora a chiedere l’obolo o reclamare forme minime di partnership, con il tempo si sono meglio organizzati, elaborando un metodo. Per conto dei sudamericani, controllano oggi il traffico di coca continentale e una parte non indifferente di quello europeo. Hanno dato avvio a coltivazioni di papavero, seppure in una misura discreta, mentre continuano a garantire, ai loro facoltosi contraenti, i percorsi dell’oppio afgano. Infine, là dove è possibile, fanno gioco a sé, incentivando soprattutto la coltivazione e la lavorazione della canapa, tanto da rendere il paese africano, un po’ sulle orme del Marocco, uno fra i maggiori esportatori di marijuana e hashish.

Come interagisce allora la recessione di oggi con tale stato di cose, nel continente? È il caso di esaminare alcuni aspetti generali. La crisi in Africa, come danno conto gli allarmi lanciati da numerose organizzazioni, sta avendo ripercussioni sociali pesantissime. Il 2009 si chiuderà, secondo Jean Ping, presidente dell’Unione Africana, con 27 milioni di nuovi disoccupati. In aggiunta, i prezzi dei beni primari stanno aumentando in modo esorbitante, con l’effetto di una carestia che le popolazioni, già provate da piaghe ataviche, non sono in grado di fronteggiare, tanto più nei paesi sub-sahariani. Vanno accendendosi quindi tensioni che rischiano di alimentare l’instabilità politica, già notevole, e gli scontri fra etnie. Si è entrati insomma nel tunnel di una emergenza che, come denuncia Amnesty International in un rapporto del maggio 2009, rende l’intero continente una polveriera pronta ad esplodere. In questo clima un peso crescente sta assumendo comunque la questione delle droghe. Nessun risultato statistico, beninteso, può attestare che negli ultimi mesi il traffico e il consumo di tali sostanze nel continente siano alimentati dalla crisi. Esistono nondimeno situazioni di cui va preso atto, a partire dalle aree cruciali del narcotraffico, dove proprio in questi frangenti si registrano evoluzioni drammatiche.

In Guinea Bissau è in atto una strategia di delitti che ha assunto il significato di un golpe. Il 2 marzo 2009 è stato ucciso, per mano militare, il presidente Joao Bernardo Vieira, che aveva guidato il paese per 23 anni. A giugno, poco prima delle elezioni, sono stati assassinati: Baciro Dabo, maggiore candidato alla successione; Helder Proença, già ministro della Difesa e stretto collaboratore di Vieira; Faustino Fudut Imbali, primo ministro dello stato africano dal marzo al dicembre 2001. Un altro candidato alla presidenza è stato indotto invece a ritirarsi, per salvare la vita. Le movenze sono quelle di una guerra intestina sul terreno dei narcotici, su cui, oltre le apparenze, hanno puntato con abbondanza tanto i dignitari di Vieira quanto i militari che adesso tengono il gioco. Tutto richiama quindi i cartelli sudamericani, determinati, con i loro contraenti del Golfo, a bruciare i tempi della conquista continentale. Tale situazione appare altresì coerente con quella della confinante Guinea Conakry, dove il 23 dicembre 2008, dopo l’annuncio della morte del presidente Lansana Conté, che aveva mantenuto il potere per 25 anni, si è insediata una giunta militare golpista, guidata dal capitano Moussa Dadis Camara. Il canovaccio è uguale. Il regime di Conté, come si evince da numerosi rapporti, a partire da quelli della Lega guineense per i diritti umani, era sceso a patti con il narcotraffico. La giunta di Camara fa altrettanto, ma con più metodo, malgrado ostenti di aver dichiarato guerra alle droghe.

Gli effetti della connessione afro-sudamericana si fanno in sostanza sempre più preoccupanti. Se ne trova riscontro quindi nelle prese di posizione che vanno sommandosi a tutti i livelli. Di ritorno dal Golfo, Mary Carlin Yates, direttrice della DEA, l’agenzia antidroga dell’FBI statunitense, ha dichiarato che il traffico di narcotici, già gigantesco, sta crescendo ancora, con il rischio di destabilizzare ulteriormente gli stati della regione. Jean Ping, che esprime per certi versi l’opinione generale del continente, ha aggiunto che il narcotraffico di stanza in Guinea e in Sierra Leone sta mettendo a rischio la pace non solo dell’area, ma dell’Africa intera. E del medesimo avviso, sulla scorta di dati tratti dagli uffici di polizia, è il ministro dell’Interno colombiano Fabio Valencia Cassio, trovando la colonizzazione africana dei narcos in netta progressione. Un dettaglio della situazione sul terreno, dall’epicentro della Guinea Conakry, viene offerto comunque dal capitano Moussa Tiégboro, ministro della giunta militare che dovrebbe combattere i narcos: in tutto il paese, a dispetto dei livelli di povertà, fra i più alti su scala continentale, anche le tossicodipendenze sono in aumento.

In modo ugualmente severo sta evolvendo la situazione del Corno d’Africa. Il consumo di Khat, la cui coltivazione costituisce per gran parte delle famiglie contadine l’unica risorsa per sopravvivere, come del resto in Kenia, in Etiopia e altrove, continua a diffondersi con ritmi ascendenti. Prova ne è che nella sola Somalia tale droga muove un giro d’affari di circa 70 milioni di dollari l’anno, più di quanto ne registrano in bilancio gli stati più poveri della regione. Insieme con l’eroina dell’Afganistan, che viene irradiata appunto in tutto il continente e oltre il Mediterraneo, continua ad alimentare quindi i conflitti territoriali. Le ripercussioni sul terreno sono sempre più devastanti, con saldature tattiche fra clan militari, narcotrafficanti dell’oppio, reti terroristiche islamiche, mentre lo stato di indigenza e i disagi della guerra sempre più vanno traducendosi in progressi dell’Aids e in violenza. Un effetto clamoroso di tale impasto fra guerra, povertà e droghe è la pirateria del Golfo di Aden che, dopo decenni di relativa sordina, si trova in piena recrudescenza. L’esercito dei nuovi bucanieri, impinguatosi di anno in anno, con picchi recenti del 200 per cento, conta oggi su circa 2 mila unità. Ha rinnovato strategie e metodi operativi, traendo quanto gli occorre dai sequestri, ma pure dall’eroina e dal Khat. È andato dotandosi altresì di armi sofisticate, tecnologie, mezzi logistici, mettendo a frutto gli accordi che è riuscito a cucire, lungo gli anni, con i mujahedin e i signori della guerra di Mogadiscio. Si tratta uno scorcio beninteso, sullo sfondo dei conflitti dimenticati e del narcotraffico. Quanto accade nel Golfo esemplifica tuttavia i caratteri di una emergenza che si è resa debordante, a dispetto della decisione dell’Africom, a guida statunitense, di intervenire nell’area. La denuncia che viene da numerose sedi, ufficiali e non solo, è del resto unanime: la faglia del Corno d’Africa rischia oggi di far saltare gli equilibri residui dell’intero continente, al pari di quella delle Guinee ma forse più ancora, perché acutizzata appunto da guerre senza fine.