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Tajani e il tweet sulla bandiera europea: come riscrivere la storia con la grammatica dell’identità religiosa

Nel teatro logoro della comunicazione politica italiana, Antonio Tajani ha appena aggiunto un nuovo atto al suo repertorio: un tweet. Ma non uno qualsiasi. Un’operazione chirurgica, millimetrica, nel suo intento: riscrivere la storia europea con la grammatica dell’identità religiosa, vestendo di blu mariano e di stelle tribali il vessillo dell’Unione. L’affermazione – “Blu come il manto della Madonna, con le 12 stelle delle tribù d’Israele disposte in cerchio. Un simbolo dei nostri valori di libertà, delle nostre radici giudaico-cristiane” – non è un’ingenuità né una gaffe, ma un messaggio studiato: una sintesi della visione regressiva che Tajani tenta da anni di imporre al lessico simbolico europeo.

La bandiera come pretesto

Il primo scoglio è storico. La bandiera europea, adottata nel 1955 dal Consiglio d’Europa, fu pensata come simbolo universale e laico. Il colore blu rappresenta il cielo del mondo occidentale, le dodici stelle evocano completezza e armonia. Come ricostruisce Pagella Politica, il cerchio di stelle dorate – spiega il sito dell’Ue – rappresenta “l’unità, la solidarietà e l’armonia fra i popoli d’Europa”, mentre il numero 12 è il “simbolo della perfezione” e dell’”interezza”. “Anche il cerchio è simbolo di unità, ma il numero delle stelle non dipende dal numero dei Paesi membri”, specifica il sito.

La lettura religiosa della bandiera è smentita anche dal Consiglio d’Europa. “La bandiera europea che conosciamo oggi – un cerchio di dodici stelle dorate su sfondo blu intenso – è stata scelta per il suo perfetto equilibrio tra neutralità, atemporalità e semplicità. Il suo design evita simboli religiosi o nazionali, abbracciando ideali universali di unità e armonia”, si legge sul sito dell’organizzazione.

Nulla, nei documenti ufficiali, rimanda alla Madonna o alle tribù di Israele. Persino l’ispirazione religiosa privata del disegnatore Arsène Heitz è stata deliberatamente esclusa dalla simbologia ufficiale per evitare letture confessionali.

Tajani, consapevole, fonde epoche e significati: sposta la data all’adozione del 1985 da parte della Comunità Europea, omette il Consiglio d’Europa e ne sovrappone l’origine a suggestioni religiose del tutto spurie. Una ricostruzione che cancella trent’anni di storia e sostituisce la neutralità istituzionale con un catechismo identitario.

Un messaggio politico in codice

Il tweet è un messaggio in codice a una platea precisa: l’elettorato conservatore, cattolico, nostalgico dell’Europa dei crocefissi e dei rosari. Una narrazione che Forza Italia coltiva con metodo, da tempo: le “radici giudaico-cristiane”, l’“Europa nei monasteri”, l’evocazione continua di un continente “senza Dio e senz’anima” come minaccia antropologica. È una visione esclusiva, divisiva, che esclude la parte secolarizzata e pluralista dell’Unione e crea una falsa genealogia simbolica per giustificare un progetto politico arretrato.

Tajani e l’arte della disinformazione strategica

Non è la prima volta. L’attuale ministro degli Esteri è specialista in uscite calibrate per suscitare scandalo, ricevere critiche e trasformarle in lamento vittimista. Così fu quando difese Mussolini, “che fece anche cose buone”, o quando attaccò la candidata Silvia Salis riducendola a una “persona di bell’aspetto”. Così fu nel dichiarare che “non andare a votare è una scelta libera”, affossando di fatto i referendum attraverso l’astensionismo pilotato.

Ogni volta il copione è lo stesso: dichiarazione controversa, indignazione pubblica, ritrattazione parziale, e capitalizzazione identitaria. Si chiama metodo, non incidente.

Fragilità politica e bisogno di visibilità

L’ultimo tweet si inserisce in un momento di difficoltà per Tajani. La Legge 74/2025 sulla cittadinanza – da lui firmata – è sotto attacco per incostituzionalità e retroattività. Forza Italia è schiacciata tra Fratelli d’Italia e Lega, e l’ex Presidente del Parlamento europeo cerca spazio, visibilità, centralità. Le parole sulla Madonna e le dodici tribù non sono solo marketing politico: sono un tentativo di posizionamento all’interno della destra, per ritagliarsi un’identità “diversa” da Meloni e Salvini e consolidare la propria leadership nella diaspora post-berlusconiana.

Simboli reinterpretati, istituzioni logorate

L’operazione di Tajani è pericolosa. La bandiera europea non è un oggetto neutro: è un’icona della pace postbellica, del progetto di unità sovranazionale, dell’inclusività. Usarla per innestare una narrativa confessionale significa svuotarla del suo significato, metterla al servizio di una guerra culturale che non ha nulla a che vedere con l’integrazione europea.

Tajani lo sa. E continua a farlo. Perché nel regno dell’identità imposta e dei simboli sequestrati, la verità è solo un ostacolo fastidioso. E un tweet, se ben calibrato, può diventare la più efficace delle propagande.

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Il decreto flussi è un algoritmo di sfruttamento

Aumentano le quote, resta il trucco. Il nuovo decreto flussi promette mezzo milione di lavoratori stranieri entro il 2028 ma conserva intatto l’inganno strutturale: il famigerato “clic day”, che trasforma la migrazione per lavoro in una lotteria digitale. Nessun correttivo, nessuna riforma del sistema che nel 2024 ha funzionato solo per il 7,8% dei richiedenti. Il resto è precarietà, invisibilità, lavoro nero.

Il governo annuncia trionfante le nuove soglie, ma le cifre raccontano un’altra storia: solo 9.331 domande andate a buon fine su quasi 120mila quote assegnate. Il meccanismo è lo stesso: burocrazia opaca, attese infinite, contratti che non arrivano mai. È un dispositivo costruito per generare irregolarità, per produrre manodopera ricattabile, docile e silenziosa.

Le quote saranno distribuite nel triennio tra stagionali, autonomi, colf e badanti. Ma i numeri sono funzionali a un racconto propagandistico: si espone la vetrina, mentre nei magazzini resta il caporalato. Nessuna garanzia di continuità, nessun permesso temporaneo per chi si ritrova sospeso tra una chiamata mancata e un rimpatrio automatico. Si parla di “lavoratori ad alta qualifica” dai Paesi partner nei rimpatri, come se un accordo con una dittatura bastasse a garantire diritti.

Persino Coldiretti chiede di superare il clic day. Ma il governo, sordo, blinda il meccanismo. Non lo riforma perché gli serve così com’è: un bacino di lavoratori regolari sulla carta, ma facilmente trasformabili in irregolari da sfruttare. Nel decreto non c’è futuro: c’è solo gestione, controllo, sfruttamento. I migranti restano merce: strumento di propaganda in tempo di pace, carne da lavoro in tempo di raccolta.

Buon martedì.

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Tajani si indigna, Guterres denuncia, Israele rade al suolo

Nelle ultime 24 ore sono almeno 48 i palestinesi uccisi sotto i bombardamenti israeliani. Scuole trasformate in rifugi sono diventate bersagli. Ospedali assediati, centri di distribuzione alimentare chiusi, ordini di evacuazione che suonano come sentenze. Il porto di Gaza City è stato colpito con decine di vittime. Nessun luogo è sicuro. Nessuna tregua è reale.

Gaza è oggi un campo di sterminio a cielo aperto lo ribadiscono voci trasversali, mentre Antonio Tajani definisce “inaccettabile la carneficina di civili” e lamenta che Israele “non ascolta gli appelli”. Ma chi sono gli interlocutori di questi appelli? Chi li formula senza porre condizioni reali? Guterres denuncia “una violazione continua del diritto internazionale in totale impunità”. E intanto i morti si contano a decine ogni giorno.

Il bilancio, che sfiora ormai i 38.000 morti palestinesi, è solo una delle cifre. Altre riguardano i bambini amputati, i giornalisti uccisi – 228 secondo le autorità locali – e i milioni di litri di acqua non potabile. Israele ha appena riorganizzato le vie di accesso agli aiuti umanitari, ma ha anche chiuso il centro di distribuzione a Tel al-Sultan. E nei corridoi della diplomazia si discute di ostaggi e di tregue condizionate, come se questo potesse cancellare le macerie.

Intanto, una Corte britannica ha respinto il ricorso contro l’esportazione dei componenti F-35 a Israele, e un fondo norvegese ha deciso di disinvestire dalle aziende coinvolte nella produzione di armamenti. Piccoli segnali, quando servirebbe un crollo morale della complicità occidentale.

La distruzione di Gaza non è più “collaterale”. È un metodo. È l’obiettivo.

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Illegittimo a norma di legge

Dopo il decreto di sicurezza, l’Albania. Le leggi si piegano, ma la realtà resiste. La nuova relazione della Cassazione sul protocollo Italia-Albania è un avvertimento secco: il progetto di deportare migranti oltre Adriatico è giuridicamente instabile, potenzialmente incostituzionale e incompatibile con il diritto europeo. Un’analisi tecnica, non un’opinione politica, che smonta l’impianto di una delle leggi bandiera del governo Meloni. E che conferma ciò che molti giuristi ripetono da mesi: l’arbitrio non è governance.

La relazione del Massimario non è vincolante ma ha un peso enorme. Segnala come il protocollo violi l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza, l’articolo 10 sul diritto d’asilo, l’articolo 13 sulla libertà personale e l’articolo 24 sul diritto di difesa. Descrive detenzioni arbitrarie, accesso limitato agli avvocati, trasferimenti privi di base legale e assenza di garanzie fondamentali. E mentre la Corte di giustizia Ue valuta la legittimità del progetto, la dottrina giuridica maggioritaria boccia senza appello la sua coerenza col diritto dell’Unione.

Il paradosso è che tutto questo era già evidente prima delle deportazioni. Ma il governo ha tirato dritto, ben sapendo di camminare sul filo. Ora che anche la Cassazione alza la voce, la risposta della politica non può essere il silenzio o, peggio, la propaganda. Perché quando la legge diventa opaca, il potere non si rafforza: si rivela. Spaccare la costituzione per avere margini di manovra per comandare rimane un pericoloso segnale di inettitudine. 

Buon lunedì. 

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75.000 morti dopo, il mondo ha cambiato canale

Ogni giorno, a Gaza, si muore per un sacco di farina. Si muore davanti ai centri di distribuzione degli aiuti, sotto i colpi di fucile di soldati che sparano su civili disarmati. Oltre 500 persone sono state uccise in queste “file della fame”, mentre l’attenzione del mondo si spostava altrove, sulle fiammate geopolitiche tra Israele e Iran. L’annientamento sistematico continua, ma lo sdegno si è dissolto.

Le cifre parlano da sole. Il Ministero della Sanità di Gaza registra 56.331 vittime, ma secondo un recente studio indipendente le morti violente sarebbero almeno 75.000, con 8.500 decessi per fame, infezioni, collasso del sistema sanitario. I valichi sono chiusi, gli aiuti insufficienti, e la fame è diventata una forma di guerra. Perfino Unicef è costretta a ricordare l’ovvio: non si può chiedere ai civili di entrare in una zona di combattimento e poi ucciderli perché sono in una zona di combattimento.

Nel frattempo, l’Occidente applaude in silenzio. Gli Stati Uniti, con l’ambasciatore Mike Huckabee, ormai neppure fingono di credere nella soluzione dei due Stati. L’Unione Europea, pur consapevole che Israele viola l’accordo commerciale con Bruxelles, non muove un dito. Solo Pedro Sánchez, ancora una volta, invoca la sospensione dell’intesa. Il resto è complicità.

Benjamin Netanyahu prepara le elezioni. Serve la gloria, non la pace. Serve l’illusione di un successo militare. Nella sua coalizione, la “fase successiva” non è la ricostruzione, ma la rimozione dei palestinesi dalla storia. E intanto, nella Cisgiordania occupata, 943 palestinesi sono stati uccisi dal 7 ottobre. Gaza è diventata un modello. Un modello da esportare.

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Fuori legge: perché i Cpr devono essere smantellati – Lettera43

Quattro tentativi di suicidio, episodi di autolesionismo, sciopero della fame collettivo. Tra il 19 e il 21 giugno i centri di Trapani e Caltanissetta hanno mostrato il vero volto di quella che le istituzioni definiscono «gestione migratoria»: sono delle Guantanamo che operano fuori dalla Costituzione utili solo a rassicurare l’opinione pubblica.

Fuori legge: perché i Cpr devono essere smantellati

Nei giorni tra il 19 e il 21 giugno 2025, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio di Trapani e Caltanissetta hanno mostrato il volto autentico di ciò che l’apparato istituzionale italiano definisce «gestione migratoria». Quattro tentativi di suicidio, numerosi atti di autolesionismo, uno sciopero della fame collettivo. Il bilancio non è quello di un’emergenza improvvisa ma il risultato diretto di un sistema strutturalmente violento, giuridicamente precario e deliberatamente opaco.

«Siamo peggio di animali in gabbia a cui lanciano banane. Aiuto»

Testimonianze raccolte dalla Rete siciliana contro il confinamento, da Memoria Mediterranea e Progetto Melting Pot raccontano senza filtri un orrore sistemico: «Non ne possiamo più. Ogni giorno, qualcuno si fa del male. Ogni giorno si fanno la corda. Voglio morire. È troppo duro qui. Basta. Siamo peggio di animali in gabbia a cui lanciano banane. Aiuto», urla Y. da Trapani. Uno dei casi emblematici è quello di M., 69 anni, cittadino straniero in Italia da oltre 30 anni, affetto da gravi patologie e dipendente da farmaci salva-vita. Dopo nove mesi di reclusione, ha appreso che dovrà attendere altri tre mesi per una nuova convalida: «E poi? Un’altra ed un’altra? Come si può vivere così?». Il Cpr di Trapani-Milo, peraltro, era stato dichiarato inagibile al 90 per cento dopo la rivolta del gennaio 2024 e condannato dalla Corte europea dei diritti umani per condizioni degradanti. Nonostante questo, nel 2025 è ancora operativo, sotto una gestione appaltata a enti privati più volte oggetto di revoche e indagini. A Caltanissetta, lo scenario è analogo. Anche qui si è verificato un tentativo di suicidio a seguito di una proroga imposta su una persona con condizioni sanitarie incompatibili con la detenzione. Lo sciopero della fame collettivo è stato sospeso solo temporaneamente. Le convalide dei giudici, denunciano i detenuti, arrivano in modo automatico: «Per loro non siamo niente».

Rete siciliana contro il confinamento,
Il Cpr di Milo (da Meltingpot.org).

I Cpr servono solo a rassicurare l’opinione pubblica

Nel settembre 2023, il governo Meloni ha esteso il limite massimo di trattenimento a 18 mesi. La motivazione formale – consentire tempi adeguati per identificazioni e rimpatri – è smentita dai dati: meno della metà dei trattenuti viene effettivamente rimpatriata, e la percentuale reale rispetto al totale degli espulsi è intorno al 10 per cento. Il Garante Nazionale lo ha detto chiaramente: i Cpr non servono alla gestione delle migrazioni, ma a rassicurare l’opinione pubblica punendo la libertà di movimento.

Il modello privatizzato disumanizza per contratto

Ogni fase della detenzione è gestita sotto il regime dell’appalto: la sanità, la sicurezza, l’assistenza legale. Il risultato è un conflitto di interessi strutturale: più si tagliano i servizi, maggiori sono i profitti per i gestori. L’uso sistematico di psicofarmaci come contenimento chimico e i ritardi nei soccorsi medici (un’ambulanza arrivata 90 minuti dopo un tentato suicidio) non sono incidenti, ma conseguenze logiche di un modello privatizzato che disumanizza per contratto.

I Cpr sono buchi neri giuridici senza controllo democratico

I Cpr operano fuori dalla Costituzione. L’articolo 13 prevede che ogni limitazione della libertà personale sia regolata da una legge chiara e approvata dal Parlamento. Invece, le regole nei Cpr sono fissate da regolamenti ministeriali e capitolati d’appalto, senza alcun controllo democratico. Questo vuoto normativo è ciò che trasforma i Cpr in buchi neri giuridici. Il diritto alla difesa è una finzione: le udienze durano pochi minuti, spesso senza un reale colloquio con l’avvocato. I telefoni cellulari sono vietati, così da impedire contatti con l’esterno. Dopo la pubblicazione delle denunce, non è arrivata alcuna dichiarazione dal Viminale. Il governo resta in silenzio, mentre nel Parlamento europeo e presso i garanti per i diritti si moltiplicano le richieste di ispezione e chiusura immediata. «Una grottesca beffa», così la Rete contro il confinamento ha definito l’estensione a 18 mesi della detenzione. Nessuno ha smentito. Nessuno ha risposto.

Nel buco nero dei Cpr, prigioni senza reati simbolo dell'ipocrisia italiana
Il Cpr di Gradisca d’Isonzo (Getty Images).

I centri nascono per escludere e umiliare, sono le nostre Guantanamo

I Cpr non sono riformabili, perché non sono nati per integrare, proteggere o accompagnare. Sono nati per escludere, umiliare e punire. Il termine “Guantanamo” non è una provocazione ma un’autodefinizione usata da chi lì dentro sopravvive all’inerzia e all’agonia: «Questa è Guantanamo», ha detto M. dopo aver saputo della proroga della sua detenzione. Le richieste delle reti di tutela sono chiare: chiusura immediata dei centri di Trapani e Caltanissetta, moratoria sugli ingressi, indagini indipendenti sulle responsabilità istituzionali e superamento definitivo del modello di detenzione amministrativa. Ma ciò che serve, più di tutto, è restituire la voce a chi viene rinchiuso perché senza documenti. E ascoltare ciò che da tempo sta urlando: «Tirateci fuori di qui».

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Inconfessabili confessioni: ”Spariamo su chi ha fame”

C’è un campo di battaglia dove le armi puntano su chi ha fame. Si chiama Gaza, ma per molti ormai è solo un’eco sbiadita. Secondo un’inchiesta di Haaretz (“‘It’s a Killing Field’: IDF Soldiers Ordered to Shoot Deliberately at Unarmed Gazans Waiting for Humanitarian Aid”, 27 giugno 2025), ufficiali e soldati israeliani hanno ricevuto ordini diretti di aprire il fuoco sui civili palestinesi radunati per ricevere aiuti alimentari. Nessuna minaccia. Nessuna arma. Solo la disperazione di chi vuole portare un sacco di riso a casa.

Tra il 27 maggio e il 25 giugno, sono almeno 549 i palestinesi uccisi nei pressi dei centri di distribuzione, istituiti dalla Gaza Humanitarian Foundation, una creatura opaca legata agli ambienti evangelici statunitensi e al governo Netanyahu. I soldati raccontano di mitragliatrici, mortai e granate usati per “comunicare” con la folla. Si spara al mattino presto, si spara quando la distribuzione è finita, si spara se qualcuno arriva in anticipo. “Non ci sono nemici. Non ci sono armi. È un massacro”, ha detto un soldato.

La retorica che disumanizza l’intera popolazione di Gaza ha scavato un solco. “Non esistono civili”, è il mantra che si è fatto regola. Così diventa normale colpire adolescenti che corrono tra i camion degli aiuti. Normale sganciare una granata su chi si avvicina troppo. Normale dire: “Succede”.

La giustizia militare israeliana ha aperto un’indagine, ma lo fa per “raffreddare” le pressioni internazionali, non per difendere un’etica. Perché qui l’etica è saltata. Gaza è diventata un luogo dove le vite si pesano a colpi di mortaio. Dove l’umanitario è solo un’arma di guerra travestita. E l’indifferenza, il vero crimine sistematico.

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La differenza tra governare e comandare

Non serviva aspettare la Cassazione per sapere che il decreto Sicurezza era un pasticcio autoritario. Lo avevano detto le opposizioni, lo avevano scritto i giornalisti, lo gridavano da mesi giuristi, avvocati e organizzazioni della società civile. Ma ora che a mettere nero su bianco le critiche è la Corte Suprema, sebbene in un testo non vincolante, si conferma quello che tutti sapevano e che il governo ha scelto scientemente di ignorare.

Il giudizio della Cassazione non è una “opinione”, ma una relazione dettagliata, tecnica, che smonta pezzo per pezzo il decreto bandiera della maggioranza: nessuna urgenza reale, uso strumentale della decretazione d’urgenza, e soprattutto norme che rischiano di comprimere libertà fondamentali come il diritto al dissenso e alla manifestazione. La Corte arriva a contestare persino il metodo, rivelando come il governo abbia sottratto al Parlamento il tempo e il ruolo per fare il suo mestiere: legiferare.

La reazione di Meloni e dei suoi? Frignare. Gridare al complotto togato. Sventolare il solito vittimismo contro “le toghe rosse”, come se contestare una legge liberticida fosse un abuso e non un dovere istituzionale. È il solito riflesso di chi confonde il potere con il possesso. Di chi pensa che vincere le elezioni significhi avere mano libera su tutto, diritti inclusi.

Ma governare non è comandare. La democrazia ha dei freni e dei contrappesi. E se uno di questi contrappesi è il potere giudiziario, allora funziona. Il punto non è se la Corte costituzionale cancellerà tutto (potrebbe accadere). Il punto è che il governo ha scelto di ignorare ogni allarme, ogni audizione, ogni voce dissonante. L’opposizione era “inutile”, la stampa era “ostile”, gli esperti erano “politicizzati”. Ora anche la Cassazione è diventata un covo di nemici?

L’unica urgenza che c’era era quella di Salvini di farsi bello al congresso. E Meloni gliel’ha consegnata in una busta chiusa, firmata decreto. La giustizia, le garanzie, le libertà: sacrificabili. Ma a furia di governare contro la democrazia, prima o poi sarà la democrazia a fare opposizione al governo.

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Disuguaglianze, in Italia dieci miliardari detengono una ricchezza superiore a quella posseduta da 30 milioni di persone

Nell’arco di dieci anni, l’1% più ricco della popolazione globale ha aumentato la propria ricchezza di 33.900 miliardi di dollari – più di venti volte il necessario per eliminare la povertà estrema nel mondo. I soli miliardari hanno guadagnato 6.500 miliardi, pari al 14,6% dell’intero Pil globale. Un’accumulazione senza precedenti che coincide con la crescita della miseria per miliardi di persone. Oggi, oltre 3,7 miliardi di individui sopravvivono con meno di 8,30 dollari al giorno.

La disuguaglianza non è un effetto collaterale. È un prodotto sistemico, alimentato da un’architettura fiscale pensata per favorire i più ricchi. In alcuni Paesi, come il Regno Unito, l’aliquota effettiva pagata dai miliardari si aggira attorno allo 0,3% della loro ricchezza, meno di quanto versa in proporzione un infermiere.

Il grande rifiuto italiano

Di fronte a questo scenario, Brasile, Spagna, Germania e Sudafrica hanno promosso al G20 una proposta concreta: una tassa minima globale del 2% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari, in grado di generare 250 miliardi di dollari ogni anno. L’Italia ha scelto di sfilarsi. Il governo Meloni ha rifiutato di aderire alla coalizione, mantenendo invece un regime fiscale agevolato per attrarre ricchi stranieri – come la tassa fissa da 200.000 euro annui introdotta nel 2017 e confermata nel 2024.

Le ragioni addotte dal ministro Giancarlo Giorgetti mescolano sovranità nazionale e tecnicismi dilatori: prima si deve attuare la tassazione delle multinazionali (attualmente bloccata), poi – forse – si potrà discutere dei miliardari. Una strategia attendista che ha l’effetto pratico di mantenere lo status quo.

Il paradosso fiscale italiano

Il sistema tributario italiano, secondo i dati della Banca d’Italia e delle università di Pisa e Milano-Bicocca, è progressivo solo in apparenza. Chi guadagna oltre 500.000 euro l’anno paga in proporzione meno tasse di un quadro aziendale da 60.000 euro. Il motivo è semplice: il lavoro viene tassato fino al 43%, mentre i redditi da capitale – cioè quelli di cui vivono i ricchi – scontano una cedolare secca del 26% o meno. Risultato: i dieci miliardari italiani più ricchi – con un patrimonio stimato a 155 miliardi di euro – possiedono più della metà della ricchezza detenuta da 30 milioni di cittadini.

Il costo dell’ingiustizia

Non tassare i miliardari ha un costo altissimo. Se l’Italia adottasse l’aliquota minima del 2%, il gettito stimato sarebbe di 8 miliardi di euro annui. Salendo al 3%, si arriverebbe a 15 miliardi. Fondi che potrebbero essere destinati a sanità, istruzione e transizione ecologica. Invece, il nostro Paese resta inchiodato a un welfare sottofinanziato e a un’istruzione che amplifica – anziché correggere – le disuguaglianze.

Secondo il Censis, oltre il 50% degli italiani ritiene che lo Stato garantisca solo i servizi essenziali. E più della metà dei genitori è convinta che i propri figli avranno una vita economicamente peggiore. Un dato che certifica il blocco dell’ascensore sociale e la rottura del patto democratico tra cittadini e istituzioni.

Tassare è democrazia

La proposta di Oxfam e Zucman non è solo una misura fiscale. È un’azione politica per restituire legittimità e potere agli Stati, ridurre la disuguaglianza e ricostruire una coesione sociale in frantumi. Ma, come ha dichiarato Francesco Petrelli di Oxfam Italia, «senza il coraggio di alleanze strategiche per una tassazione più equa, il rischio è un futuro in cui la povertà sarà una condizione permanente».

Nel 2025, solo il 16% degli obiettivi globali di sviluppo sostenibile è sulla buona strada. E mentre l’1% globale si prepara al traguardo del primo trilionario, gli Stati tagliano gli aiuti internazionali: solo nel G7, i fondi per lo sviluppo saranno ridotti del 28% entro il 2026.

Di fronte a un sistema in cui i ricchi crescono e gli Stati arretrano, la tassazione progressiva non è un’opzione ideologica, ma una necessità strutturale. Rifiutarla, come fa oggi l’Italia, significa scegliere di non vedere il legame diretto tra disparità fiscale e disuguaglianza sociale. E significa abdicare, ancora una volta, al compito fondamentale della politica: redistribuire il potere, e non solo la ricchezza.

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La Cassazione smonta il decreto sicurezza: 33 punti sotto la lente della Suprema Corte

In 129 pagine di denso lessico giuridico, la Corte di Cassazione ha compiuto un gesto rarissimo: mettere in discussione la legittimità costituzionale di un intero decreto-legge appena varato. Il documento – la relazione 33/2025 dell’Ufficio del Massimario – non è vincolante, ma è il termometro autorevole della legalità repubblicana. E il verdetto è netto: il decreto sicurezza voluto dal governo Meloni è viziato nel metodo e nel merito, e rischia di essere incostituzionale. Il parere, come detto, non vincolante è tuttavia giuridicamente è pesantissimo. Non lo dice l’opposizione. Lo dice la Suprema Corte, il massimo organo della giurisdizione della repubblica.

Un decreto senza urgenza

Il primo colpo riguarda la forma. La Cassazione contesta che sussistessero i presupposti costituzionali per procedere con decreto-legge: nessuna necessità, nessuna urgenza. Anzi, il testo approvato – scrivono i giudici – “ricalca ampiamente un disegno di legge già in discussione”, e l’accelerazione è servita solo a “evitare dilazioni al Senato”. Una motivazione inaccettabile, secondo la Corte costituzionale, che ha sempre ribadito: l’urgenza non si dichiara, si dimostra.

Inoltre il decreto è eterogeneo: una sequenza di norme che vanno dal carcere per chi protesta al licenziamento dei familiari di mafiosi, dalla disciplina sulle detenute madri fino ai Daspo urbani e alle norme sui servizi segreti. Uno “zibaldone normativo”, scrive il Massimario, che cozza con i criteri di omogeneità richiesti dall’articolo 77 della Costituzione.

Nel merito: trentatré profili di incostituzionalità

Ma è il contenuto il vero campo minato. La Cassazione individua almeno 33 punti problematici. Tra i più gravi: l’estensione dell’impunità per gli agenti dei servizi segreti, anche quando promuovano gruppi eversivi o terroristici “a fini investigativi”. Un potere che scavalca ogni controllo democratico.

Poi c’è il reato di “terrorismo della parola”: punibile diventa anche il semplice possesso di “materiale propedeutico”, senza che sia chiarito cosa significhi. Una norma che sposta la soglia della punibilità prima dell’azione, prima dell’intenzione, prima del contesto.

Altre norme colpiscono chi manifesta. Le aggravanti per “luogo e contesto” – scioperare in stazione o in metropolitana può costare anni di carcere – non hanno nulla a che fare con la sicurezza, e tutto con il controllo sociale. Anche i nuovi reati di “rivolta carceraria” e “resistenza passiva” nei Cpr servono più a criminalizzare la disperazione che a tutelare l’ordine.

Particolarmente gravi, secondo i giudici, sono le norme che colpiscono le detenute madri, giustificate con la dottrina del “diritto penale d’autore”: punire non la condotta, ma l’identità. Sei povera, sei straniera, sei madre? Sei pericolosa.

Infine, le misure antimafia: si depotenziano le interdittive, si introduce la possibilità per il prefetto di sospenderle in nome del “sostentamento del nucleo familiare”. E si prevede il licenziamento in tronco per chi abbia parentele con mafiosi condannati: colpevolezza per legami di sangue, come nel codice penale borbonico.

Silenzio di Palazzo, allarme delle opposizioni

Il governo, per ora, fa finta di nulla. Nessuna dichiarazione da parte di Giorgia Meloni, né del ministro dell’Interno Piantedosi. La premier si limita a ribadire, da altri palchi, che “il governo non arretra di fronte a chi semina paura”. Ma la paura viene ora da una legge – a scorrere i rilievi della Cassazione – scritta male, pensata peggio e applicata a danno dei diritti fondamentali.

Più netta la posizione dell’opposizione. Angelo Bonelli (AVS) parla di “una legge autoritaria che trasforma il dissenso in reato e il disagio in delitto”. Laura Boldrini denuncia una “deriva securitaria che colpisce i più deboli: detenute madri, operai, studenti”. Giuseppe Conte (M5S) invoca un intervento urgente della Corte costituzionale: “Questo decreto è l’anticamera dello Stato penale del sospetto”.

Anche Amnesty International interviene: “Il decreto sicurezza introduce nuove forme di repressione legale del dissenso e limita il diritto alla protesta. Le norme sono sproporzionate e si pongono in contrasto con gli obblighi internazionali dell’Italia in materia di diritti umani”.

Una legge già in vigore

La relazione della Cassazione non è una sentenza. Ma pesa. Pesa nei tribunali, nella giurisprudenza, nel dibattito parlamentare. E soprattutto pesa sulle vite delle persone che già oggi stanno subendo l’applicazione di queste norme: operai denunciati per sciopero, manifestanti processati per occupazione, migranti criminalizzati nei Cpr, madri incarcerate in condizioni aggravate per il solo fatto di esserlo.

Intanto il decreto è legge dello Stato. Resta in vigore. E chi lo contesta deve farlo nelle aule, nelle strade, nei ricorsi. Il diritto, in questa fase, è un campo di battaglia. E la giustizia – quella vera – si gioca nella distanza tra legalità formale e diritti sostanziali.

Perché quando una legge punisce chi protesta, premia chi reprime e protegge solo chi comanda, non è più una legge: è un’arma.

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