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Giornalisti sorvegliati, partiti spiati: l’assuefazione è il vero scandalo

Chi ha spiato il direttore di Fanpage Francesco Cancellato, il suo collega giornalista Ciro Pellegrino e Roberto D’Agostino, direttore di Dagospia, ancora non lo sappiamo. Dalle parti del governo non sembrano particolarmente stupiti che in un Paese democratico dei giornalisti siano intercettati. La presidente del Consiglio non sente l’urgenza di difendere i giornalisti italiani, il sottosegretario Mantovano non proferisce parola. Matteo Renzi ha incalzato Giorgia Meloni in Senato senza ottenere risposta.

C’è da notare come anche una bella fetta di loro colleghi, per natura assetati di retroscena e pruriti, sia placidamente silenziosa. La strategia scelta sembra ogni giorno di più quella di lasciare posare la polvere e poi concludere con un nulla di fatto. Lasciare cadere le notizie è il modo migliore per non essere costretti a darne.

Nel frattempo però abbiamo saputo, ieri proprio da Fanpage, di un’operazione della Direzione Centrale della polizia di prevenzione, l’antiterrorismo, ai danni di un partito che si candida regolarmente alle elezioni politiche. Almeno cinque poliziotti si sarebbero infiltrati in Potere al Popolo, tra Milano, Bologna, Roma e Napoli. Uno di loro ha addirittura manifestato contro l’infiltrazione del suo collega.

Sembrano cronache provenienti dall’Egitto di Al-Sisi o dal Venezuela di Maduro, invece è l’Italia che vorrebbe insegnare la libertà e la democrazia al resto del mondo. Più dolorosa di tutto è quest’aria di assuefazione, questa stanchezza morale, questo lascivo passare alla notizia successiva.

Buon venerdì.

Immagine dall’inchiesta curata da Antonio Musella per Fanpage, sull’infiltrazione di agenti di polizia nelle fila di Potere al Popolo 

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Pulizia etnica a puntate, si stringe la morsa su Gaza

Nel giorno in cui Benjamin Netanyahu ha bloccato gli aiuti umanitari a Nord Gaza per compiacere Bezalel Smotrich — il suo ministro delle Finanze con la pistola puntata sul governo — lo stesso Smotrich stringe la morsa su Masafer Yatta. La nuova direttiva militare approvata dal Central Planning Bureau sancisce il rifiuto automatico di tutte le richieste edilizie palestinesi nell’area: fine della finzione legale, inizio della deportazione sistematica.

È una strategia esplicita. Nei documenti interni dell’esercito si parla di rendere “sterile” la zona, di usare “tutti gli strumenti disponibili” per evacuare chi resiste. Le case demolite a Khilet Al-Dabe’, i pastori aggrediti, le famiglie costrette a tornare nelle grotte: non sono incidenti, sono la prassi. Dietro la foglia di fico del “bisogno militare”, si fa spazio all’annessione de facto e all’espulsione.

E mentre Netanyahu promette piani “per impedire che Hamas rubi gli aiuti”, nessuna evidenza prova che i camion siano stati violati dai miliziani. La fame serve alla propaganda e i morti — 74 solo mercoledì, 519 nell’ultimo mese — diventano cifra collaterale di un assedio senza nome. Il video usato per bloccare gli aiuti mostra guardie tribali, non combattenti: ma la verità qui è un ostacolo, non un criterio.

Masafer Yatta è lo specchio di Gaza: stesso governo, stessa ideologia, stesso progetto. Non più guerra, ma controllo del territorio attraverso la carestia, la burocrazia e la violenza privata. È apartheid senza cerimonie. Smotrich lo dice chiaro: “Opponiamo all’esistenza palestinese un progetto messianico.”

Non si può dire che non ce lo stiano dicendo. Lo stanno facendo.

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Migranti, torturati nei Paesi ritenuti sicuri dal governo. Il Report shock di Medici senza frontiere

Quando si parla di “migrazione”, le parole dell’ufficialità italiana si fermano a Lampedusa o, al massimo, a Cutro. Scompaiono prima della Libia, evaporano prima di Tunisi. Eppure è lì – in quei non-luoghi del diritto – che prende forma la sostanza vera della politica migratoria europea: non il soccorso, ma la tortura. Il nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere, in collaborazione con Policlinico e Università di Palermo, ne dà prova documentale. Si intitola “Disumani” e fotografa ciò che la politica preferisce non vedere: un sistema di violenza delegata, in cui i migranti diventano materia di scambio tra trafficanti, milizie e governi.

Una mappa dell’orrore

Tra gennaio 2023 e febbraio 2025, il solo progetto MSF di Palermo ha assistito 160 persone sopravvissute a torture gravi. Vengono da venti Paesi, con una netta prevalenza da Bangladesh, Gambia, Costa d’Avorio, Camerun e Nigeria. Il 71% ha tra i 18 e i 33 anni, e tre pazienti su quattro sono uomini. Ma tra le donne, l’80% ha subito violenze sessuali e il 30% ha subito mutilazioni genitali o vive con la paura di subirle.

Il 60% ha subito torture in Libia. Seguono Tunisia e Algeria, con un picco nel 2024: in Tunisia, i casi di tortura sono passati dall’11% del 2023 al 24% del 2024. E nel 36,5% degli episodi analizzati, le torture sono avvenute in Paesi che l’Italia considera “sicuri” per i rimpatri: Algeria, Bangladesh, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Ghana, Marocco, Senegal, Tunisia. Il 14% delle persone assistite ha subito respingimenti: in oltre la metà dei casi è stata la Guardia Costiera libica, armata e sostenuta anche con fondi italiani, a riportare i migranti nei centri di detenzione. Per molti, la tortura inizia dopo il salvataggio.

I numeri dell’impunità

Nel 82% dei casi, la tortura è avvenuta nei Paesi di transito. Solo il 2% ha riportato torture nei Paesi di arrivo, tra cui anche l’Italia. Dei 181 episodi documentati, in 162 è stato possibile individuare la tipologia di tortura: 31% percosse, 15% lavoro forzato, 12% privazioni di acqua e cibo, 6% “falanga”, 5% prostituzione forzata. Tra gli autori, il 60,3% sono trafficanti, il 29% agenti delle forze dell’ordine. In Libia, nel 70% dei casi i torturatori sono trafficanti, ma operano spesso in complicità con le milizie statali.

Un paziente su sei ha dichiarato di aver subito torture in più di un Paese. E l’82% ha subito violenza in Libia, Tunisia o Algeria: Paesi dove l’Italia ha firmato accordi di contenimento.

Il progetto di Palermo: una cura contro l’oblio

A Palermo, dal 2020, MSF ha costruito una risposta: un servizio integrato e multidisciplinare che coinvolge Università, Policlinico “Giaccone” e clinica legale CLEDU. Il 74% dei pazienti seguiti tra 2023 e 2025 è stato intercettato dal personale MSF, gli altri tramite ASP o centri di accoglienza. Viene redatto un piano terapeutico personalizzato, con assistenza medica, psicologica e legale. La mediazione interculturale è presente in ogni fase, come strumento essenziale per rendere accessibile il trattamento.

Nel 2024, l’ambulatorio del Policlinico ha registrato 3.500 accessi, con 700 pazienti assistiti, il 68% uomini sotto i 40 anni. Il 67% dei casi MSF ha rilevato sindromi post-traumatiche. Il 21% mostra sintomi depressivi. Il 14% soffre di ansia patologica. Il 3% ha espresso ideazioni suicidarie. Il 6% ha riportato sintomi psicotici. Fra le donne, una su tre ha riportato gravidanze forzate o conseguenze ginecologiche gravi. Le torture subite – raccontano le cartelle – lasciano cicatrici fisiche, ma anche danni invisibili: insonnia, flashback, autoisolamento, perdita del senso di sé.

Dovere di verità, urgenza di cura

Il diritto internazionale è chiaro. La Convenzione contro la Tortura del 1984 – ratificata dall’Italia – impone agli Stati l’obbligo di garantire piena riabilitazione alle vittime. Ma in Italia, nonostante l’introduzione del reato di tortura nel 2017 e l’approvazione di linee guida ministeriali, l’applicazione è ancora largamente disomogenea. Mancano mediatori, competenze specifiche, personale formato. Le Regioni non implementano le direttive, mentre la propaganda si concentra sul “controllo dei flussi”.

Il rapporto MSF chiede l’ovvio: che si smetta di ignorare la tortura. Che Palermo non resti sola. Che si riconosca la realtà di centinaia di sopravvissuti invisibili. Che si interrompa il cortocircuito fra cooperazione e complicità. Perché non c’è neutralità nel continuare a stringere accordi con chi tortura. E non c’è umanità nel voltarsi dall’altra parte.

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Terzo mandato, la Lega umiliata in Commissione: bocciato l’emendamento del Carroccio, FdI detta l’agenda

La scena si è consumata in pochi minuti, ma la ferita per la Lega resterà aperta a lungo. Nella seduta di oggi della Commissione Affari Costituzionali del Senato, l’emendamento sul terzo mandato – presentato dal senatore veneto Paolo Tosato – è stato bocciato con 15 voti contrari, 5 favorevoli e 2 astensioni. I numeri non lasciano spazio a interpretazioni: Fratelli d’Italia ha fatto blocco contro, Forza Italia ha confermato la sua contrarietà e l’isolamento della Lega è stato certificato da un voto che suona come una sentenza politica.

L’epilogo di una battaglia lunga e mal condotta

L’emendamento era stato inserito all’interno del ddl “Assessori regionali”, un provvedimento tecnico che nulla aveva a che fare con la normativa sul limite dei mandati. La Lega ha scelto un veicolo legislativo forzato, sperando in un colpo di mano che aggirasse l’ostacolo politico. Non ha funzionato. La maggioranza ha rigettato il blitz, ribadendo che senza un’intesa preventiva non ci sarebbe stato alcun via libera.

Il giorno prima del voto, Giovanni Donzelli (FdI) era stato netto: “Senza accordo, non votiamo.” Una linea ribadita dai fatti. Il presidente della Commissione Alberto Balboni e il senatore Domenico Matera — entrambi di Fratelli d’Italia — si sono astenuti, ma il resto del gruppo meloniano ha votato contro. Forza Italia ha fatto altrettanto. Nessuna sorpresa. La Lega lo sapeva, eppure ha voluto arrivare alla conta.

Zaia fuori, Salvini più solo

La vera posta in gioco era – ed è – la ricandidatura di Luca Zaia in Veneto. Il governatore leghista, forte di un consenso personale superiore al 70%, rappresenta per Salvini l’ultimo baluardo in una regione simbolo. Ma la sentenza della Corte Costituzionale del 2025 ha messo la parola fine alle interpretazioni elastiche sul limite dei due mandati: il principio è fondamentale e vincolante. Nessuna legge regionale può aggirarlo. Per candidarsi di nuovo, serve una modifica della legge statale. E oggi quella modifica è stata affossata.

Il danno per la Lega è doppio. Da un lato perde la possibilità di blindare il suo uomo più forte, dall’altro espone il partito a un’erosione territoriale proprio dove era più radicato. Senza Zaia, il Veneto diventa campo di conquista. Fratelli d’Italia è pronta a lanciare un suo candidato. I nomi in campo sono quelli del senatore Luca De Carlo e del veneziano Raffaele Speranzon. E Salvini non ha ancora una contromossa.

Fratelli d’Italia detta i tempi, FI resta il garante

Con questa partita, Fratelli d’Italia si prende il lusso di dettare l’agenda e di posizionarsi come arbitro della coalizione. Ha respinto l’emendamento senza assumersi il peso del “no” frontale, imponendo la regola del consenso unanime, ben sapendo che Forza Italia non ci sarebbe mai stata. Così Meloni ha fermato l’avanzata leghista senza sporcarsi le mani.

Forza Italia, da parte sua, ha confermato il suo ruolo di ago della bilancia: ha bocciato l’emendamento per “questioni di principio”, riaffermando la necessità dell’alternanza e della legalità costituzionale. Ma il calcolo è anche politico: a Roma si vuole evitare un precedente che possa rafforzare la Lega al Nord o creare problemi con eventuali ricandidature nel centrosinistra al Sud, come quelle di Emiliano e De Luca.

Opposizioni ferme, ma divise

Nel fronte delle opposizioni il “no” è stato compatto ma non strategicamente coeso. Il Pd e il M5S hanno votato contro per coerenza con la propria linea sulla rotazione del potere e sul limite ai mandati, ma nel partito di Elly Schlein resta il nodo De Luca. In Campania, infatti, il governatore uscente aveva già tentato la via della legge regionale per azzerare i suoi due mandati. La Consulta lo ha fermato, e oggi il Parlamento gli ha sbarrato definitivamente la strada.

Italia Viva, invece, ha votato a favore dell’emendamento, in una mossa puramente tattica. L’obiettivo era far emergere la spaccatura nella maggioranza, e provare – senza riuscirci – a mettere il governo in difficoltà.

E ora La Lega senza piano B

La Lega esce da questa vicenda più debole, più sola e senza un piano B credibile. Salvini ha giocato d’azzardo e ha perso. Ha tentato un blitz sapendo che non avrebbe avuto i numeri. Ha voluto mostrare fedeltà ai suoi governatori – Zaia e Fedriga in primis – ma ha ottenuto il risultato opposto: l’irrilevanza. Ora dovrà gestire la transizione nei territori e le frizioni interne, mentre a Roma Meloni può permettersi di attendere.

In teoria, l’emendamento potrebbe essere riproposto in Aula. In pratica, senza l’appoggio di FdI e FI, è morto. Qualunque riproposizione sarà solo propaganda.

Il centrodestra unito è una leggenda

Il centrodestra, oggi, esce da questa votazione più spaccato che mai. Fratelli d’Italia domina, Forza Italia incassa, la Lega arranca. Le tensioni sono esplose su un terreno che riguarda direttamente il potere territoriale, quello che regge le fondamenta delle coalizioni. Il tema del terzo mandato era solo il sintomo. La malattia è il logoramento dell’alleanza.

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Difesi da Trump, leccati da Rutte: ecco la Nato dei suonati

Il primo comandamento nei corridoi della Nato è un’aspirazione molto in voga anche dalle nostre parti: apparire competenti. Non serve esserlo, anzi, meglio evitare troppa reale preparazione ché, altrimenti, si alzerebbe il velo sui conti, sulle regalie e soprattutto sulla stortura di un mondo visto solo dalla lente degli armamenti. Serve piuttosto una simulata competenza che agghindi una banda di suonati (affamati di armi) in un consesso di responsabili difensori del mondo.

Peccato che, nella vita reale, tocchi essere presenti, parlare, mostrarsi, a differenza del dorato mondo di X e dei social dove – anche dalle nostre parti – imperversano analisti e delfini Nato che poi si smontano al primo dibattito dal vivo.

Così ora sappiamo che il gran capo dei competenti della Nato – Mark Rutte – è uno scodinzolante signore che, a lato di Trump, analizza la crisi geopolitica attuale spiegandoci che “paparino a volte deve usare i toni forti”. Il “paparino” in questione è quel Donald Trump che definisce la guerra e le bombe tra Israele e Iran una “litigata tra ragazzi nel cortile di scuola”.

Non si era ancora asciugata la bava di Rutte di qualche giorno fa, quando, in estasi, aveva scritto sempre a Trump per complimentarsi per essere riuscito a “ottenere qualcosa che NESSUN presidente americano è riuscito a fare negli ultimi decenni. L’Europa pagherà UN SACCO di soldi, come è giusto che sia, e sarà una tua vittoria”.

E Trump che ne pensa di Rutte? “Io piaccio a Rutte, credo di piacergli. Se non gli piaccio ve lo farò sapere, tornerò qui e gli darò delle botte, ok?”, ha detto ieri.

Dite la verità, non vi sentite enormemente più sicuri nel sapere di esservi indebitati fino al collo per farsi difendere da gente così?

Buon giovedì.

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Scacco Ue ai clan, il patto criminale e il buco milionario: così la Camorra si spartiva l’Europa

“Il cinquanta percento è il nostro… e il cinquanta percento è loro“. In quella frase, catturata da un’intercettazione ambientale, si condensa la nuova grammatica dell’alleanza criminale fra i clan Nuvoletta e Licciardi, due storiche dinastie camorristiche, che non si sono limitate a spartirsi un territorio, ma hanno co-gestito un intero business internazionale basato sulle false fatturazioni. A svelarlo è l’indagine coordinata dalla Procura Europea (Eppo) che, con gli arresti del 25 giugno 2025, ha scoperchiato un colossale sistema di frode all’IVA intracomunitaria da oltre 520 milioni di euro. Undici persone in manette, beni sequestrati per più di mezzo miliardo, e una verità giudiziaria ormai consolidata: la camorra ha abbandonato i metodi tradizionali per sedersi nei consigli d’amministrazione del crimine finanziario.

Da Marano alla Masseria Cardone: le due facce dell’accordo

Il clan Nuvoletta, antica “ambasciata” dei Corleonesi in Campania, e il clan Licciardi, cuore dell’Alleanza di Secondigliano, avrebbero messo insieme capitale, protezione e know-how logistico per orchestrare uno schema da manuale: la frode carosello. Giovanni e Lorenzo Nuvoletta, quest’ultimo ancora detenuto, ricevevano aggiornamenti costanti. “Deve riferire sopra… deve dire tutto quello che guadagno io“, diceva uno degli indagati, confermando la regia familiare.

Dall’altra parte, secondo gli investigatori, il clan Licciardi offriva la rete operativa. La roccaforte della Masseria Cardone non era solo simbolo di potere territoriale: diventava centrale logistica e camera di compensazione mafiosa per un business che attraversava dieci Paesi e 400 società di comodo. Le intercettazioni parlano di incontri fissati “domani sera”, tra “gli ex parenti tuoi” e “quelli di qua”, segno che la governance criminale si muoveva come una holding transnazionale.

La frode carosello come modello d’impresa mafiosa

Lo schema è ormai noto, ma mai con questi livelli di sofisticazione. Le società-fantasma acquistavano prodotti elettronici in esenzione d’Iva da altri Paesi Ue — AirPods, laptop, microcomponenti — per poi rivenderli in Italia con l’imposta, che non veniva mai versata. Il profitto, enorme, veniva reinvestito in immobili di lusso, resort, supercar, orologi e conti offshore. Tutto formalmente in regola, tutto legalmente blindato.

Le “cartiere” duravano in media due anni. Chiuse le partite Iva, svanivano. I prestanome erano nullatenenti, spesso inconsapevoli, mentre il denaro ripulito finiva nei circuiti bancari europei. Secondo l’Eppo, l’Italia è oggi il primo Paese Ue per danni economici da frode Iva, con una stima di 2,7 miliardi di euro solo nel 2023.

Il ruolo dell’Eppo: scacco europeo ai clan

A coordinare l’inchiesta, ancora una volta, è stato l’ufficio della procuratrice europea Laura Kövesi. Palermo, Milano, Varese e Dubai sono i nodi di un’indagine che ha dimostrato quanto il crimine organizzato sia diventato mobile e quanto servisse una risposta giudiziaria transnazionale. L’Eeppo — organismo operativo dal 2021 — ha diretto le operazioni in oltre dieci Stati membri, con perquisizioni, rogatorie e ordini europei di arresto.

Il nome del filone, “Moby Dick”, non è casuale. Come la balena bianca, l’organizzazione criminale aveva dimensioni ciclopiche ma restava invisibile. Fino all’arresto, nel maggio 2025, di Rodolphe Ballaera: broker belga e figura-chiave, fermato a Malpensa dopo sei mesi di latitanza. A lui si riconduce parte dell’architettura finanziaria dell’intero schema.

La mafia che parla la lingua dei mercati

Quella venuta alla luce con l’arresto di giugno non è una camorra retriva. È un modello d’impresa criminale che abbandona la violenza per trasformarsi in attore occulto del mercato legale. I magistrati parlano di “metodo mafioso”, ma i reati contestati sono tipici delle white collar crimes: autoriciclaggio, frode fiscale, associazione transnazionale. L’obiettivo non è più il controllo del territorio, ma quello delle filiere produttive e delle asimmetrie normative europee.

L’alleanza Nuvoletta-Licciardi è quindi un progetto. Non certo un patto emergenziale, si tratta di una strategia consolidata. La divisione in quote è la formalizzazione di ruoli: ai Nuvoletta la finanza, ai Licciardi la rete operativa. Un modello replicabile, adattabile, scalabile. Una camorra che parla la lingua del venture capital, e che si muove con la logica dell’investimento a rischio calcolato.

Il nuovo volto del crimine organizzato

L’operazione “Maxievasione Iva” è una cartina di tornasole. Mostra come la criminalità organizzata abbia smesso i panni della marginalità per diventare interlocutrice occulta delle economie legali. Le mafie non chiedono più il pizzo: si muovono tra piattaforme fiscali, broker internazionali e reti aziendali immateriali.

E mentre il diritto fatica a rincorrerle, queste nuove mafie progettano il futuro. Con i fondi del Pnrr alle porte, con la digitalizzazione dei sistemi fiscali europei, con nuove frontiere da colonizzare. La lezione è chiara: combattere la mafia oggi significa dotarsi di strumenti sovranazionali, capacità d’intelligence finanziaria e una visione di lungo periodo.

Sennò, quel cinquanta per cento diventerà cento.

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Corsa a sindaco di New York, il candidato Mamdani ha fatto ciò che in Italia si ritiene impossibile

Ieri alle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York, ha vinto Zohran Kwame Mamdani. Trentatré anni, nato a Kampala, musulmano, socialista democratico, membro dell’Assemblea statale e sostenuto dai Democratic Socialists of America. Ha sconfitto Andrew Cuomo, ex governatore, figura simbolo dell’establishment centrista, sostenuto da Clinton e Bloomberg. Ha vinto con il 43,5% dei voti nel sistema a scelta istantanea. Nessuna scorciatoia mediatica, nessun compromesso politico, nessun finanziamento dalle grandi corporation.

È stata una vittoria costruita da zero, con migliaia di volontari, mobilitazione capillare, organizzazione locale e una campagna interamente centrata sulla crisi materiale: “New York è troppo cara”, ha ripetuto ossessivamente. Lo scenario politico era segnato dalla fine traumatica del mandato di Eric Adams, dalla candidatura divisiva di Cuomo, dalla frammentazione della sinistra. In questo contesto, Mamdani è passato da outsider a candidato vincente. Il suo nome diventa ora il test nazionale per misurare la forza di un nuovo campo progressista.

Un programma radicale, costruito sui numeri

Il suo programma si intitola “New York per i Molti, Non per i Pochi”. Non contiene slogan generici, ma un’agenda dettagliata con coperture, target quantitativi, cronoprogrammi. Congelamento degli affitti per oltre 2 milioni di inquilini. Costruzione di 200.000 alloggi popolari in 10 anni, tramite un’Agenzia per l’edilizia sociale. Autobus urbani gratuiti, già sperimentati su 5 linee, da estendere in tutta la città. Asili nido pubblici e gratuiti, salari equiparati a quelli degli insegnanti. Supermercati municipali, per calmierare i prezzi alimentari e ridurre la dipendenza dai privati. Aumento della tassa sulle società all’11,5%. Tassa del 2% su redditi superiori al milione di dollari. Salario minimo cittadino a 30 dollari l’ora entro il 2030.

Centrale anche la proposta di un Dipartimento per la Sicurezza Comunitaria, alternativo al modello poliziesco tradizionale: operatori sociali, interventi di prevenzione, ambulatori psicologici, fondi per contrastare i crimini d’odio. Non è un programma simbolico, è una proposta di governo metropolitana con solide basi contabili.

La questione palestinese non è stata un incidente

Durante la campagna, Mamdani ha sostenuto pubblicamente la causa palestinese. Ha partecipato a manifestazioni, è stato arrestato nel 2023 durante una protesta per il cessate il fuoco, ha usato in pubblico lo slogan “Globalize the Intifada”, ha rifiutato di firmare la risoluzione per celebrare la fondazione di Israele, ha presentato il disegno di legge “Not On Our Dime!” contro il finanziamento pubblico alle violenze dei coloni israeliani. Tutto questo ha attirato attacchi da AIPAC, da esponenti democratici moderati e da parte dell’establishment ebraico newyorkese. Non ha ritrattato. Non ha smussato. Ha mantenuto la sua posizione anche nelle fasi più delicate della campagna.

Il risultato è stato un aumento del consenso nelle fasce under-40, tra elettorato musulmano e nei distretti a forte composizione migrante. È la prima volta che un candidato esplicitamente filo-palestinese vince una primaria in una delle città con la più grande popolazione ebraica al mondo. Il fatto politico è rilevante. Perché dimostra che è possibile sfidare apertamente il campo moderato su un tema ritenuto tabù. E vincere.

Il metodo: organizzare, non inseguire

La campagna non ha cercato di rincorrere il centro. Ha fatto l’opposto. Ha costruito un’agenda coerente, ha polarizzato il campo, ha usato la mobilitazione porta a porta, i social media, il relational organizing. Ha stretto alleanze con altri candidati progressisti, sfruttando con intelligenza il sistema di voto a scelta istantanea. Il sorpasso su Cuomo è arrivato al secondo conteggio. La vittoria è stata anche tattica.

L’organizzazione non è stata un accessorio della proposta politica, è stata parte integrante. La struttura di campagna era la stessa che, negli anni precedenti, aveva organizzato mutualismo durante la pandemia, presidi nei quartieri, sostegno agli sfrattati. Non una lista elettorale, ma un’infrastruttura militante, che ora si candida a diventare forza di governo.

La lezione per la sinistra italiana

Il caso Mamdani impone una riflessione immediata. Non è un modello da importare, ma un laboratorio che sollecita alcune domande essenziali. Primo: perché in Italia le sinistre continuano a separare ideologia e materialità, come se parlare di Palestina impedisse di parlare di affitti? Secondo: perché ci si ostina a difendere la cautela e il linguaggio del compromesso, mentre altrove il conflitto sociale è strumento di egemonia Terzo: perché si costruiscono ancora campagne elettorali verticali, senza base territoriale, senza linguaggi nuovi, senza una cultura organizzativa

Mamdani ha dimostrato che una proposta radicale può vincere. Che parlare di giustizia sociale, redistribuzione, sicurezza non repressiva e diritti internazionali non solo non è un ostacolo, ma può essere il centro di una proposta credibile. La sua vittoria, a New York, è anche una sconfitta per chi – da questa parte dell’oceano – ha costruito una sinistra senza popolo e senza conflitto.

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Due popoli, due Stati, zero vergogna

A Gaza si continua a morire mentre il mondo si congratula con sé stesso. Venti palestinesi uccisi nel sud della Striscia. Nove morti in fila per ricevere aiuti. Un totale di 41 corpi raccolti dall’alba, secondo le autorità sanitarie locali. Tra loro donne e bambini. Nessun combattente, nessuna “minaccia”. Solo fame, attesa e un’esplosione.

Israele piange sette soldati morti in un attacco a Khan Younis. Il governo parla di “eroi caduti per battere Hamas”. Nessuna parola per i 56mila palestinesi uccisi da ottobre, secondo i dati aggiornati. Nelle stesse ore in cui Netanyahu proclama “una vittoria storica” e l’esercito israeliano dichiara che “ora l’attenzione torna su Gaza”, i droni continuano a sorvolare i centri abitati e le colonne degli aiuti vengono trasformate in trappole mortali.

Donald Trump, che si attribuisce il merito della fragile tregua tra Israele e Iran, annuncia “grandi progressi su Gaza”. Intanto gli USA finanziano con 30 milioni di dollari un gruppo sostenuto da Israele per distribuire cibo nella Striscia. È la stessa “distribuzione umanitaria” che ha già provocato morti. L’ONU denuncia la “militarizzazione del cibo”. Gli aiuti sono usati come esche. 

L’illusione della pace si costruisce con le bombe, mentre le cancellerie occidentali fingono che le vittime siano un effetto collaterale. “Due popoli, due Stati” dice Giorgia Meloni, ma intanto non condanna lo Stato che sta infierendo su un intero popolo. 

La tregua tra Israele e Iran tiene. Quella tra Israele e Gaza, mai nemmeno iniziata, continua a scricchiolare sotto il peso dei corpi. Chi finge di non vedere, è già complice. E chi confonde l’umanitario con il militare, non salva: sorveglia.

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Dopo le bombe, la standing ovation: Meloni e la favola della stabilità

“Trump ha portato stabilità nel mondo”: parola di Giorgia Meloni. Ieri. Dovrebbe bastare questa frase per aggiornare la definizione di negazionismo geopolitico. Perché proprio ieri, mentre Meloni si concedeva il lusso della propaganda in Senato, si chiudeva la guerra-lampo tra Israele e Iran con un bilancio di 638 morti in dodici giorni, tra cui 610 iraniani. Un conflitto innescato e gestito da Donald Trump, che ha ordinato i bombardamenti contro i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, mentendo poi sui risultati ottenuti.

La verità, come spesso accade con Trump, arriva dai suoi stessi servizi segreti: secondo la Defense Intelligence Agency, il programma nucleare iraniano è stato “ritardato di pochi mesi”, non annientato. L’uranio arricchito è ancora in mano ai pasdaran, che ora più che mai cercheranno la bomba per recuperare il potere di deterrenza. Pronti per un’escalation a orologeria.

Trump si è attribuito ogni merito possibile, dichiarando di aver “imposto la tregua” dopo aver “distrutto” gli impianti. Ma la sua mossa, contraddittoria e disallineata persino dalla sua base Maga, ha solo scatenato l’instabilità che Meloni finge di non vedere. Il cosiddetto “anello di fuoco” dell’Iran si è momentaneamente spento, ma il prezzo politico e militare è altissimo: Israele ha pagato 75 miliardi di euro per questa “vittoria storica” di Netanyahu, e nulla è cambiato. E sullo sfondo rimane Gaza. 

Meloni non cita i civili uccisi. Ma si dice certa che quel Trump abbia portato la pace. In un mondo governato dalla propaganda, anche la guerra può essere raccontata come stabilità. A patto di non contare i morti.

Buon mercoledì.

Foto gov

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Spariti 337mila palestinesi nel silenzio del mondo

Quando lo dice Harvard, non è un’opinione: è un fatto. Secondo l’ultimo studio pubblicato nel Dataverse dell’università americana, 377.000 palestinesi risultano “scomparsi” a Gaza. Non evacuati, non dispersi: scomparsi. Mancano all’appello. Il dato emerge da un’analisi incrociata tra le mappe dei cosiddetti “centri umanitari” e le stime aggiornate della popolazione. Prima della guerra: 2.227.000. Adesso: 1.850.000. Ne mancano 377.000. Una voragine demografica che non si spiega né con gli sfollati, né con i sopravvissuti.

L’autore dello studio è Yaakov Garb, ricercatore israeliano e docente universitario, non un attivista radicale. Ha elaborato il report per identificare la trasformazione dei presunti centri di distribuzione in strumenti di controllo e sorveglianza. Ma nel lavoro, pubblicato da Harvard Dataverse, salta fuori un dato che gela il sangue: quasi un quinto della popolazione non è più registrabile da nessuna parte. Se metà della popolazione di Gaza sono bambini, significa che oltre 150.000 minori sono spariti, probabilmente morti sotto le macerie, senza tomba, senza nome, senza funerale.

Questo dato, in qualsiasi altro contesto, basterebbe a far tremare governi, a convocare commissioni d’inchiesta, a bloccare forniture militari. Invece il mondo tace. I media tacciono. Le istituzioni internazionali balbettano. Chi parla viene isolato. Chi scrive viene delegittimato. La fonte? È pubblica, è Harvard. Eppure non basta. L’orrore oggi ha bisogno di autorizzazione per essere definito tale.

È la normalizzazione della catastrofe, la banalità tecnica dell’annientamento.

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