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Von der Leyen e la coalizione dei rancori: chi la sostiene lo fa per convenienza

Nel secondo mandato da presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen governa su una maggioranza numerica che rassicura, ma politica che vacilla. I 401 voti che l’hanno confermata al Parlamento europeo nascondono un corpo legislativo in fermento, lacerato da fratture ideologiche profonde e da un clima di sfiducia che minaccia l’intera architettura della governance europea. Il caso emblematico è la direttiva sul greenwashing, ritirata sotto pressione del Ppe e dei suoi nuovi alleati a destra: un segnale inequivocabile della svolta strategica che la Commissione ha intrapreso, e del prezzo che rischia di pagare.

Maggioranza numerica ma non politica

La formula che ha garantito a von der Leyen un primo mandato relativamente stabile – una coalizione informale tra Ppe, Socialisti & Democratici (S&D) e Renew Europe – si è trasformata in una convivenza forzata, segnata da rancori e tatticismi. La decisione del PPE di spostarsi ancora più a destra, cercando alleanze estemporanee con i Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) e i Patrioti per l’Europa di Le Pen e Orbán, ha disarticolato il fragile equilibrio centrista. Il ritiro della direttiva contro il greenwashing, già in fase avanzata di negoziazione, ha rappresentato una rottura brutale: per i socialisti è stata una “umiliazione”; per i liberali, una violazione del metodo comunitario. Il risultato è una coalizione che esiste solo sulla carta e si regge su un patto di mutua necessità, non più su una visione comune.

Una strategia di potere che paralizza le riforme

Il nuovo corso politico promosso dal Ppe ha una logica precisa: polarizzare il dibattito per dettare l’agenda. Il green deal, cavallo di battaglia del primo mandato von der Leyen, è ora considerato un fardello economico da alleggerire. Le politiche ambientali vengono sacrificate sull’altare della competitività industriale, in una narrazione che sostituisce l’urgenza climatica con la deregolamentazione. Il rischio, però, è una paralisi del processo legislativo. I socialisti e i liberali hanno promesso ritorsioni: ostacolare il pacchetto di semplificazione delle norme ambientali (“omnibus”), bloccare le nuove regole sulle deportazioni, far naufragare la riforma della Politica Agricola Comune. Si profila uno scenario da guerra fredda parlamentare, in cui ogni dossier può diventare un campo minato.

Il prezzo della rielezione

Von der Leyen ha ottenuto la conferma a presidente della Commissione solo grazie a una serie di concessioni al suo stesso partito, il Ppe. Tra queste, la più simbolica è stata proprio il ritiro della direttiva sul greenwashing, percepita come un tributo dovuto alla svolta a destra del gruppo. Ma questo compromesso ha intaccato la sua reputazione di arbitra super partes e ha incrinato in modo permanente la fiducia dei suoi partner di maggioranza. Da figura di mediazione è diventata parte in causa, e ogni sua proposta sarà letta da ora in poi come una mossa tattica più che una scelta istituzionale.

Un equilibrio sempre più instabile

La crisi è resa ancora più grave dalla permeabilità tra politica nazionale e dinamiche parlamentari europee. La delegazione spagnola dei socialisti, dopo la perdita del potere a Madrid, potrebbe assumere una linea più oppositiva. La stessa Legge sul Ripristino della Natura è stata approvata solo al termine di un iter tortuoso, con l’opposizione del governo italiano e il voto contrario di numerosi alleati. Il messaggio è chiaro: la fedeltà partitica non garantisce più la compattezza nei voti.

Un’Unione con il freno a mano tirato

Il secondo mandato di von der Leyen si apre sotto il segno dell’instabilità strutturale. Le riforme che l’Ue dovrebbe approvare per affrontare le crisi globali – dal clima alla politica migratoria, dalla sicurezza alimentare al bilancio – rischiano di arenarsi in una spirale di ritorsioni legislative. L’Unione non è paralizzata, ma rallentata. Von der Leyen ha vinto la presidenza, ma a costo di un capitale politico che ora si consuma dossier dopo dossier. La maggioranza c’è, ma non funziona. E l’Europa, in bilico tra necessità di governare e tentazioni di sabotarsi a vicenda, rischia di pagare il prezzo più alto.

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Si vis pacem, para ballam: Meloni al Senato rimpiazza la realtà con la retorica

Davanti a un Senato al gran completo, Giorgia Meloni ha dipinto una realtà internazionale sterilizzata, dove i missili iraniani che colpiscono basi Usa sono “atti simbolici” e l’Italia può permettersi di restare in scena da attore “responsabile”. Nessun riferimento alla complessità dell’escalation, nessuna parola sui 60mila morti palestinesi, nessun bilancio umano. Solo equilibri strategici, come se la guerra fosse un affare di codici e conferenze stampa. Mentre Israele parlava già di “risposta forte” alla violazione della tregua da parte dell’Iran, la premier si diceva fiduciosa e intravedeva “divisioni a Teheran”, senza fornire prove, in una costruzione retorica che si fonda sull’illusione di controllo.

Due popoli, due Stati: il cerotto retorico

Sul dossier Gaza, Meloni ha evocato la formula diplomatica “due popoli, due Stati” e la necessità di un piano di ricostruzione guidato da “attori arabi”. Peccato che il suo governo continui a votare contro ogni risoluzione Onu che chieda il cessate il fuoco o condanni i crimini di guerra israeliani. L’export militare verso Tel Aviv non è mai stato messo in discussione, nemmeno dopo le stragi negli ospedali. L’equidistanza è solo mimetica, funzionale alla gestione dell’immagine, non alla risoluzione del conflitto.

“Si vis pacem”… secondo la Nato

Sul fronte interno, il cuore del discorso è un’operazione di maquillage. L’aumento delle spese militari al 5% del Pil viene venduto come “flessibile” e “sostenibile”, con una tempistica graduale e un rinvio al 2035. Peccato che Mark Rutte, segretario generale della Nato, abbia chiarito che non ci saranno “deroghe né accordi separati”. L’Italia si è legata mani e piedi a un obiettivo mostruoso: 100 miliardi in dieci anni, secondo le stime dell’opposizione.

Per schermarsi dalle critiche, ha rispolverato l’arma spuntata dell’accusa a Conte, accusandolo di non aver rispettato l’obiettivo del 2% firmato durante il suo governo. Peccato che quell’impegno fosse già in vigore dal 2014, e che la spesa militare sia aumentata proprio sotto Conte. Soprattutto, la premier omette la differenza macroscopica tra il 2% e il nuovo target del 5%, presentandoli come equivalenti. È una falsa equivalenza utile a disinnescare il dissenso, distorcendo i termini del confronto e mascherando la portata ideologica della svolta.

Europa, duplicazione e obbedienza

Meloni ha poi respinto l’idea di una difesa europea autonoma come “inutile duplicazione” della Nato. Un’affermazione che sembra neutra, ma è tutto fuorché tecnica. È una scelta politica netta: l’Italia si schiera contro l’autonomia strategica dell’Unione e preferisce ribadire il proprio ruolo subalterno nella catena atlantica di comando.

L’“Europa a guida francese” resta per Meloni un’anomalia da arginare, non un’opportunità da costruire. Il suo no a una difesa comune è un sì implicito al monopolio militare americano. Una fedeltà servile, nascosta dietro il paravento della “coesione”.

Le omissioni che contano

Il vero tratto distintivo del discorso non è solo ciò che Meloni ha detto. È ciò che ha scelto di non dire. Nessuna riflessione sul ruolo delle basi Usa in Italia nel conflitto mediorientale, nonostante i tracciamenti satellitari confermino l’utilizzo di Sigonella per i voli-spia P-8 Poseidon diretti a ridosso della Siria e del Libano. Nessun accenno al peso economico del riarmo sulle famiglie italiane, in un Paese in cui il 25% delle persone rinuncia alle cure mediche per ragioni economiche.

Nessuna valutazione sull’opportunità politica di farsi trainare da un Trump che ha definito “alleati ingrati” tutti i partner europei, Italia compresa. Il silenzio è una scelta. Omettere significa orientare. In questo caso, costruire l’idea di un’Italia determinante, quando la realtà è quella di un Paese che asseconda, subisce, spera di restare nella stanza dei grandi facendo finta di contare.

Comizio parlamentare

“Chi conta davvero lo diranno gli italiani”, dice Meloni per respingere le accuse dell’opposizione sull’irrilevanza italiana nei consessi europei: è l’emblema della sua strategia. Si rivolge direttamente al pubblico elettorale, non ai partner istituzionali. È un discorso da comizio, incastonato in una liturgia parlamentare.

Ma non basta la retorica identitaria per sopperire all’assenza di risultati. Le proposte italiane sul dossier Green Claims sono state ritirate. Il patto di stabilità è stato varato senza concessioni a Roma. I piani per la difesa comune ci vedono gregari. Anche l’appoggio alla candidatura di Ursula von der Leyen, smentito nei fatti, ha prodotto un isolamento crescente nel Ppe.

La risposta non è “lo diranno gli italiani”. La risposta è già scritta nei dossier diplomatici, nei vertici dove l’Italia prende atto, non decide. L’aula può applaudire, ma il mondo non si ferma a guardare.

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Migranti, gli sbarchi tornano a salire: la propaganda delle destre affonda in Albania

Giorgia Meloni lo aveva promesso con l’enfasi dei grandi annunci: il protocollo con l’Albania avrebbe fermato le partenze. Sarebbe stato un esempio per l’Europa, un “modello inedito” per dissuadere i migranti, un “deterrente potente”. Oggi, però, bastano i numeri ufficiali per smontare la narrazione: al 23 maggio 2025 sono già arrivati via mare 21.920 migranti, più dei 19.356 dello stesso periodo del 2024, e l’effetto deterrente sbandierato dal governo è evaporato prima ancora di toccare terra.

Numeri alla mano: la realtà smentisce la propaganda

La verità è che la diminuzione del 2024, usata propagandisticamente come prova dell’efficacia del piano, non era in alcun modo imputabile al protocollo. I centri in Albania non erano nemmeno operativi, e i primi tentativi – fallimentari – di trasferimento sono arrivati solo a ottobre. Inoltre, come documentato dall’Ispi e da fonti giornalistiche, il calo degli sbarchi era già cominciato a settembre 2023, ben prima della firma dell’accordo. Le condizioni meteo, gli equilibri nei Paesi di transito, l’accordo tra Ue e Tunisia: questi i fattori veri. L’Albania non c’entra. I dati del 2025 lo confermano.

A gennaio, gli arrivi erano già più che raddoppiati rispetto all’anno precedente: +136%. A maggio, sono tornati ai livelli del 2023. Altro che deterrente. Nel silenzio del governo, si è verificata una crescita lineare e costante, che smentisce in radice l’intero impianto su cui si fondava il piano albanese. L’idea che la remota possibilità di essere tra i 3.000 trasferiti nei centri di Gjader o Shengjin possa condizionare la scelta di partire, è tecnicamente insostenibile. Ma è stata politicamente utile.

La giustizia blocca, il governo rilancia. E fallisce ancora

La propaganda si regge su una finzione. La realtà, invece, racconta un crollo. I primi trasferimenti – 16 persone a ottobre 2024 – sono finiti con quattro rientri immediati (due minori e due vulnerabili) e con il Tribunale di Roma che ha negato la legittimità del trattenimento degli altri 12, smontando la presunta “sicurezza” dei Paesi di provenienza. A novembre, un altro blocco. A gennaio 2025, 49 nuovi trasferiti: cinque rientri immediati, e per gli altri 43 la Corte d’Appello ha disposto il ritorno. Nessuna convalida. Nessuna deterrenza.

I centri, costati milioni, sono rimasti vuoti. E allora il governo ha deciso di cambiare gioco: con un decreto d’urgenza ha stabilito che anche i migranti già detenuti nei Cpr italiani potessero essere deportati in Albania. Così, l’11 aprile, 41 persone sono state caricate su un volo e portate a Gjader, tra proteste e autolesionismi. Ma nemmeno questa manovra ha retto: il 19 aprile, la Corte d’Appello ha stabilito che chi presenta richiesta d’asilo non può essere trattenuto. Risultato: nuovi rientri, nuovo imbarazzo.

Soldi buttati, migranti in arrivo, credibilità in fuga

Nel frattempo, si bruciano soldi. Il costo complessivo del protocollo è stimato in almeno 653 milioni di euro in cinque anni. Di questi: 252 milioni per il personale (trasferte, alloggi, indennità), 95 milioni per il noleggio navi, 48 milioni per le infrastrutture, 47 milioni per l’assistenza legale. A oggi, i trasferimenti effettivi validati dalla giustizia si contano su una sola mano. E ogni migrante rimandato indietro è costato migliaia di euro. Un modello inefficiente, sproporzionato, economicamente insensato.

Il fallimento del deterrente è ormai acclarato. E non perché lo dicano gli oppositori, ma perché lo dice l’andamento stesso dei flussi migratori. Chi parte, lo fa spinto da fattori strutturali: guerre, crisi economiche, violenze. Il rischio – pur remoto – di finire in Albania per qualche settimana, in un centro dove la giustizia italiana ti rimanda subito indietro, non rappresenta né una minaccia credibile né un disincentivo reale.

La narrazione governativa ha costruito un castello mediatico sul nulla. L’accordo con l’Albania è diventato una scenografia vuota: inutile come politica migratoria, dispendiosa come operazione logistica, pericolosa come modello giuridico. Eppure il governo insiste, in un’ostinazione cieca e costosa. Intanto, i migranti continuano ad arrivare. E a Roma si continua a raccontare che “la soluzione è già in atto”. Ma l’unico effetto visibile, per ora, è la disillusione. E i conti da pagare.

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Diplomazia da baraccone mentre piovono bombe

Mentre il mondo risuona sotto le bombe, infilzato dal criminale Netanyahu e dallo psicopatico Trump, l’Italia, vista da lontano, è un cortile dal chiassoso intervallo. Il governo ha ottenuto, in questi ultimi convulsi mesi, una sola incontestabile vittoria nella politica estera: il libro di Giorgia Meloni è sbarcato negli Usa e qualche sguattero di Trump ne ha scritto la prefazione, lasciando all’inquilino della Casa Bianca l’onere di apporre la firma.

Nient’altro degno di nota. La presidente del Consiglio indossa la consueta maschera della diplomazia, sotto cui nasconde un’immobile cautela, terrorizzata dall’eventualità di irritare Usa e Israele. Il ministro Tajani spande a piene mani uno stucchevole paternalismo da fine zuffa. Salvini è il solito disco rotto.

Si potrebbe scalfire la maggioranza se l’opposizione avesse una linea estera comune. Ma è un miraggio. L’irresistibile voglia di distinguersi trasforma il campo largo in una concitata riunione di condominio senza conclusioni.

Si potrebbe confidare quindi nell’Unione Europea, ma anche questa è una battaglia persa: ieri la capa degli Esteri, Kaja Kallas, con i ministri dei Paesi Ue, è riuscita solo a concludere che Bruxelles “potrebbe agire” contro Israele se non migliorano le condizioni di vita degli abitanti di Gaza. Un cerotto su uno squarcio, con cui Tel Aviv ha risposto con la solita manfrina: «Antisemiti!».

Si dice che le bombe arrivino quando si esaurisce la politica. Le bombe ci sono, la latitanza della politica anche.

Buon martedì.

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Negare ogni soluzione, la disinformazione climatica cambia volto

Nel dibattito globale sul cambiamento climatico, la verità scientifica è diventata una delle prime vittime. Il nuovo rapporto dell’International Panel on the Information Environment (IPIE) documenta con rigore l’evoluzione della disinformazione climatica: da semplice negazione dei dati a sofisticato attacco contro le soluzioni. Secondo l’analisi di trecento studi internazionali, la distorsione dei fatti ambientali non è un errore, ma una strategia pianificata. Le informazioni false, deliberatamente diffuse da industrie dei combustibili fossili, partiti politici e apparati statali, hanno rallentato, confuso e in molti casi sabotato le risposte alla crisi climatica. La catastrofe avanza anche perché viene raccontata male, o non viene raccontata affatto.

L’informazione come strumento di sabotaggio

La disinformazione oggi non si limita a negare il cambiamento climatico, ma cerca di screditare ogni tentativo di affrontarlo. L’IPIE mostra come la nuova frontiera dell’inganno sia quella che colpisce le soluzioni: l’energia rinnovabile viene accusata di causare blackout, le politiche ambientali vengono descritte come minacce per la sovranità, gli scienziati vengono ridotti a comparse in un dibattito ideologico. Questo slittamento semantico, secondo il rapporto, è l’effetto diretto di una strategia comunicativa sistematica, finanziata da aziende con un interesse economico diretto a ritardare la transizione ecologica. Non si tratta più di negare l’evidenza, ma di renderla politicamente inoperante.

Una parte consistente di questa operazione avviene nel sottobosco digitale. I ricercatori documentano un uso massiccio di bot, troll e reti di account coordinati che amplificano contenuti falsi, costruendo camere dell’eco dove la propaganda si traveste da opinione. Ma il problema non si limita ai social: anche canali televisivi, giornali e agenzie di comunicazione sono coinvolti nel diffondere narrazioni fuorvianti. Il greenwashing – la pratica di presentare come sostenibili attività che non lo sono – è ormai parte integrante della comunicazione aziendale di molte multinazionali del settore energetico, alimentare, turistico e tecnologico.

I bersagli: politica, scienza e cittadini

La crisi dell’integrità informativa, scrive il rapporto, ha effetti misurabili. I cittadini confusi non sanno più distinguere tra fatti e opinioni. I decisori politici diventano oggetto di campagne mirate che ne ostacolano l’azione. Gli scienziati vengono delegittimati non per gli errori – che la scienza sa correggere – ma perché mettono in discussione un sistema di interessi consolidati. Negli Stati Uniti, gran parte della disinformazione proviene da figure pubbliche legate all’industria fossile o a think tank conservatori. In Europa, partiti come AfD, Vox e Rassemblement National rifiutano apertamente la scienza del clima, brandendo l’ideologia nazionalista contro qualsiasi forma di cooperazione ambientale.

Questa dinamica ha effetti sistemici. Le parole pesano più delle leggi quando riescono a svuotarle di significato. La distorsione delle informazioni produce sfiducia, e la sfiducia genera stallo. Il risultato è una democrazia ambientale paralizzata.

Un problema globale, una risposta ancora debole

L’ONU ha lanciato una Global Initiative for Information Integrity on Climate Change, ma il divario tra Nord e Sud del mondo resta profondo anche sul piano della ricerca: dei trecento studi analizzati, solo uno riguarda l’Africa. La relatrice speciale ONU Elisa Morgera ha proposto di criminalizzare il greenwashing e le campagne di disinformazione, mentre il segretario Guterres ha chiesto di vietare la pubblicità per le aziende fossili. Ma le resistenze sono forti, e i responsabili restano perlopiù impuniti.

L’IPIE indica alcune linee di intervento: maggiore regolamentazione dei contenuti digitali, obblighi di trasparenza per le imprese, educazione diffusa sulla scienza del clima. Ma il tempo stringe. Come ricorda il rapporto, restano cinque anni per dimezzare le emissioni. Senza un’informazione libera, verificata e accessibile, non ci sarà possibilità di riuscirci. Perché la catastrofe climatica non avanza da sola: viene accompagnata, ogni giorno, da parole che la giustificano.

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Deportazione per asfissia: il piano israeliano metro dopo metro

Nel lessico militare israeliano, la parola “evacuazione” è diventata un eufemismo per deportazione forzata. Ogni comunicato dell’Idf inizia con lo stesso refrain ipocrita: “Per la vostra sicurezza”. Poi segue la mappa, aggiornata in rosso. Ma quelle aree non tornano mai bianche. Gaza si restringe ogni giorno, e due milioni di persone sono stipate nel 18% del territorio. Le altre zone sono morte civile, marchiate come bersagli.

Nel fango di Muwasi o tra le rovine di Gaza City si vive senza spazio, senza acqua, senza pudore. C’è chi dorme tra i rifiuti, chi accende fuochi bruciando plastica, chi ha un solo gabinetto per 200 persone. Le donne smettono di bere per non dover urinare, evitano di partorire, smettono di allattare. Non è sopravvivenza, è umiliazione sistematica.

Le Nazioni Unite parlano di emergenza sanitaria. Le testimonianze parlano di dignità ridotta in briciole. “Non tolgo mai il velo, nemmeno per dormire”, dice una donna, “è l’unica cosa che mi resta”. I bambini crescono senza scuola, coperti di punture, bruciati da acqua bollente o dal fuoco. Il sole cuoce le tende. Le zanzare escono di notte, le bombe anche.

Non è la “guerra al terrorismo”. È la guerra alla vita. Un assedio che scava nella pelle, nei corpi, nella psiche. E l’Occidente guarda altrove, ancora una volta. Aspetta una tregua che servirà solo a ridisegnare meglio il prossimo inferno.

Questo è il piano: svuotare Gaza centimetro per centimetro, fino a che nessuno possa più chiamarla casa. Senza sparare un colpo. Basta stringere il recinto. E poi fingere che non stia succedendo niente.

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Affonda la direttiva anti-truffa ecologica. E l’Europa perde la faccia

Il 20 giugno 2025 la Commissione Europea ha annunciato l’intenzione di ritirare la direttiva sui “green claims”, cioè le dichiarazioni ambientali con cui le aziende millantano sostenibilità. Doveva essere la norma cardine per stanare il greenwashing e rendere verificabili le affermazioni ecologiche. Era a un passo dall’approvazione definitiva. Ma a Bruxelles è bastata una lettera del Partito Popolare Europeo per rovesciare il tavolo e provocare quello che perfino i portavoce della Commissione chiamano oggi un “gran casino”.

L’annuncio – affidato con improvvisazione a un portavoce e non a un atto ufficiale – ha colto di sorpresa Parlamento e Consiglio, pronti al trilogo finale. A detta della Commissione, la norma rischiava di includere “30 milioni di microimprese”, creando oneri eccessivi. Ma la giustificazione non regge: il testo prevedeva già esenzioni, e i negoziati su questi dettagli non erano ancora nemmeno cominciati.

Il cuore della norma

La direttiva sui green claims avrebbe vietato dichiarazioni come “100% green”, “eco” o “a impatto zero” senza solide prove scientifiche. Ogni affermazione ambientale sarebbe stata sottoposta a verifica indipendente prima della pubblicazione. Nessuna autocertificazione, nessun bollino inventato, nessuna neutralità climatica di facciata basata solo sulla compensazione delle emissioni. Era un cambio di paradigma: passare dal marketing all’obbligo di verità, dal far west alla trasparenza.

Secondo uno studio Ue del 2020, il 53% delle affermazioni ecologiche era fuorviante o infondata. Il 40% era privo di qualunque prova. Le aziende virtuose, che investono davvero in sostenibilità, sono penalizzate da chi si limita a comprare crediti di carbonio o a inventare etichette. La direttiva avrebbe creato un mercato equo. Non è passata.

Chi ha vinto davvero

Dietro le quinte, il fronte del ritiro era composto da Ppe, Ecr e Pfi, ma soprattutto da una costellazione di lobby industriali. Gli argomenti erano sempre gli stessi: costi, burocrazia, minaccia alla competitività. La narrazione si è spostata dal diritto dei consumatori alla difesa delle imprese. Ma non di tutte: solo di quelle che hanno da perdere da un sistema regolato.

Non è un caso che tra i più accesi sostenitori del ritiro ci sia Andreas Schwab (Cdu, Ppe), che ha rivendicato la mossa come “iniziativa del gruppo Ppe”. Una forzatura politica che ha aggirato il Parlamento per colpire una direttiva simbolica del Green Deal.

Una crisi di sistema

La reazione dei gruppi Renew, S&D e Verdi è stata durissima. Il relatore Sandro Gozi ha parlato apertamente di “tradimento del mandato europeo” e di “Commissione trasformata in esecutore politico del Ppe e dell’estrema destra”. La presidente dei liberali Valérie Hayer ha denunciato “una crisi istituzionale senza precedenti”. E le conseguenze potrebbero andare ben oltre la direttiva: a rischio c’è la tenuta dell’intera coalizione che sostiene Ursula von der Leyen.

Sullo sfondo, infatti, c’è il vero nodo: la politicizzazione della Commissione. La sua Presidente e il Commissario all’Ambiente appartengono entrambe al Ppe. Ritirare una direttiva per obbedire al proprio partito e non agli equilibri tra istituzioni è una frattura del mandato europeo. Non è semplificazione: è una resa di sovranità istituzionale.

Il vuoto che resta

Il Green Deal perde un altro pezzo. La direttiva Green Claims era complementare a quella sulle pratiche commerciali sleali (Ecgt) e al sistema del Product Environmental Footprint. Senza di lei, l’architettura Ue contro il greenwashing crolla: niente più regole chiare, niente più controlli preventivi, niente più sanzioni. Si torna a un mercato dove chi grida più verde vince. Anche se mente.

E nel frattempo, chi davvero investe in sostenibilità rischia di restare zitto per paura di esporsi: è il “green hushing”, l’effetto contrario alla trasparenza. Così, tra silenzi pilotati e dichiarazioni inventate, la transizione ecologica si trasforma in marketing. E l’Europa perde credibilità proprio mentre il mondo ha più bisogno di regole e verità.

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Occidente tossico: il terrore come metodo, dio come alibi

Poiché la guerra, come la violenza, è l’ultimo rifugio degli incapaci, solo alcuni avventati ministri e qualche giornalista supponente potevano davvero credere che Donald Trump potesse essere un presidente che avrebbe portato pace nel mondo. Se a questo si aggiunge la storica inclinazione degli Usa nel considerare le bombe e i conflitti come accettabili strumenti geopolitici, la miscela esplosiva è completa.

Del resto, il presidente israeliano Netanyahu e il presidente Usa hanno molti caratteri in comune. Entrambi considerano le bombe la via più facile per mantenere saldo il proprio potere, confidando nel terrore come bromuro per gli oppositori. Entrambi maneggiano con molta disinvoltura dio, ritenendosi i suoi migliori alleati, i suoi consiglieri e usandolo come clava contro i nemici. Entrambi vivono con molto fastidio il diritto internazionale e, nella solitudine della loro camerata, si domandano stizziti come possa esistere una legge superiore a quello che sono, che vogliono, che decidono. Entrambi sono alfieri dell’occidentalismo più bieco, quello che guarda di sottecchi il resto del mondo, considerandolo appartenente a un’umanità minore.

Che tutte queste caratteristiche corrispondano ai profili dei peggiori criminali della storia non è un caso. Anzi, quello avrebbe potuto essere un monito, ma la storia – insieme alla geografia, alla letteratura, alla cultura in generale – è anch’essa nemica giurata, perché non si può governare. Ci penserà lei – almeno lei – a condannarli come meritano.

Buon lunedì.

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Se Dio c’è, è steso per terra, accanto ai sacchi di farina

A Gaza si muore così: con le braccia alzate verso un sacco di farina, colpiti alla testa, al petto. Almeno 474 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano cibo. Sparati, dilaniati, lasciati nelle “zone di distribuzione”, che la Croce Rossa chiama “zone della morte”. È tutto documentato: numeri, feriti, testimonianze. Non è un incidente. È un metodo. La Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta da Israele e Stati Uniti, ha sostituito l’UNRWA e piazza i punti di raccolta là dove si spara, dove passano i carri armati, dove si bombarda. Si chiama “aiuto”, ma è una trappola.

Nel frattempo, Trump ha deciso di farsi valere. Ha ordinato il bombardamento dei siti nucleari iraniani, con i B-2 partiti dal Missouri che hanno sorvolato Israele. L’operazione si chiama “Midnight Hammer”: un nome da videogioco per un’azione reale. Tre impianti colpiti, migliaia di vite appese a un filo, la diplomazia calpestata. Sono stati gli Stati Uniti a farlo, ma con la regia di Tel Aviv. Netanyahu comanda, Trump esegue. E mentre il mondo guarda all’Iran, a Gaza si continua a morire nel silenzio. I colpi arrivano anche lì. I corpi si contano anche lì. Le urla si sentono solo se si vuole ascoltarle.

Il Papa all’Angelus ha parlato di “grido di umanità che invoca la pace” e ha avvertito: “Non esistono conflitti lontani”. Ma Trump e Netanyahu, invece di ascoltare, si aggrappano a Dio per giustificare il sangue. Lo usano, lo sventolano, lo invocano. Uno dice “God bless America”, l’altro parla di “terra promessa”. Se Dio c’è, non è con loro. Se Dio c’è, è steso per terra, accanto ai sacchi di farina.

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Trump si fa trascinare in guerra da Netanyahu

Donald Trump aveva promesso che con lui l’America non avrebbe più combattuto guerre inutili. “L’uomo della pace”, così si faceva chiamare: il negoziatore, il presidente che aveva disertato i conflitti altrui. Ma le immagini arrivate dalla Situation Room questa notte raccontano altro: Trump, cappellino rosso «Make America Great Again» in testa, osserva impassibile il monitor che trasmette in tempo reale i bombardamenti americani contro l’Iran. “Distrutti tre siti nucleari: Fordow, Natanz e Esfahan. Uno straordinario successo militare”, ha esultato poche ore dopo.

Mentre Trump si celebrava, Tel Aviv e Gerusalemme venivano colpite dai missili iraniani. Due edifici sventrati, decine di feriti, e la promessa dei Pasdaran: “Le basi americane in Medio Oriente saranno ridotte in cenere”. Gli Houthi dichiaravano finito il cessate il fuoco. La regione già martoriata dalla guerra a Gaza ora brucia su più fronti.

L’America si accoda. L’operazione è israeliana

I raid statunitensi arrivano a una settimana dall’operazione “Rising Lion”, lanciata da Israele: un’operazione militare su vasta scala che ha visto l’aviazione israeliana colpire obiettivi strategici sul suolo iraniano, tra cui strutture nucleari, centri radar e basi militari. Un attacco unilaterale, spacciato per difesa preventiva, che ha provocato centinaia di vittime e ha decapitato parte dell’apparato di sicurezza iraniano.

Con l’attacco statunitense del 22 giugno, Washington smette di fingersi spettatrice. Trump ha scelto di allinearsi apertamente alla strategia di escalation di Netanyahu, rivendicando la piena “coordinazione operativa” tra le forze americane e israeliane. E lo ha fatto senza passare dal Congresso, senza coinvolgere la diplomazia, con la consueta teatralità da reality: diretta social, cappellino da campagna elettorale, e foto ufficiali dalla Situation Room pubblicate come trofei.

Il bullo del Medio Oriente ha trovato compagnia

La diplomazia, già agonizzante, è stata completamente schiacciata. “Una grave violazione della Carta ONU”, denuncia Teheran. “Conseguenze eterne”, minacciano i suoi vertici. Ma a Washington l’aria è da vittoria. Il presidente israeliano Herzog applaude: “La campagna non è finita”. Il premier britannico Starmer giustifica: “Gli Usa hanno attenuato la minaccia nucleare”.

Trump ha lanciato i bombardieri B-2 dal Missouri. Ma ha fatto molto di più: ha trasformato un conflitto bilaterale in una guerra sistemica, in cui ogni alleato sarà trascinato, volente o nolente. I canali diplomatici si chiudono, mentre aerei e droni prendono il posto dei negoziati.

L’eredità indelebile dell’uomo “di pace”

Cinque presidenti americani hanno valutato se colpire l’Iran. Solo uno lo ha fatto: Donald Trump. Il pacificatore si è tolto la maschera. La sua firma ora è impressa su un’azione che rischia di incendiare un’intera regione. “Ora la scelta è dell’Iran”, ha detto dopo i bombardamenti, “e se sbaglieranno, continueremo ad attaccare”.

L’ONU è paralizzata, i civili pagano. E intanto, sulle piattaforme social, Trump raccoglie consensi e rilancia la sua campagna di consenso. Le bombe servono anche a quello. Perché, quando il potere scarseggia, la guerra torna sempre utile.

E se l’Iran non cede? Se gli Houthi, Hezbollah, le milizie irachene, risponderanno davvero? L’America sarà pronta a pagare il prezzo? O, come sempre, toccherà agli altri – ai civili senza nome, ai Paesi confinanti, alle città già sventrate – rimediare all’arroganza di chi gioca a fare Dio da uno schermo nella Situation Room?

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