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Campo santo: perché l’allarme glifosato resta inascoltato – Lettera43

L’esposizione all’erbicida, anche nelle dosi consentite dalla legge, è cancerogeno. Lo evidenzia un nuovo studio dell’Istituto Ramazzini. Eppure le Agenzie Ue e Usa continuano a ignorarlo. Preferendo basarsi su ricerche condotte dall’industria. Siamo allo scontro tra diritto alla salute e interessi agroindustriali. Che ne dice il ministro Lollobrigida?

Campo santo: perché l’allarme glifosato resta inascoltato

Il glifosato è l’erbicida più utilizzato al mondo. Legalmente impiegato in agricoltura intensiva in tutta l’Unione Europea e negli Stati Uniti, è presente nei campi, nei cibi, nell’acqua. E secondo il più grande studio tossicologico mai condotto, è cancerogeno anche alle dosi considerate sicure. È quanto emerge dal Global Glyphosate Study, coordinato dall’Istituto Ramazzini e pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health. Lo studio dimostra che l’esposizione cronica al glifosato, anche ai livelli stabiliti come «non pericolosi» dai regolatori, provoca tumori in numerosi organi e porta a decessi precoci, in particolare per leucemia.

Campo santo: perché l'allarme glifosato resta inascoltato
Il glifosato è l’erbicida più usato al mondo (Ansa).

Anche a dosi considerate ‘accettabili’ il glifosato si è rivelato cancerogeno

La ricerca ha coinvolto oltre 1.000 ratti Sprague-Dawley, esposti al glifosato e a due formulazioni commerciali (Roundup Bioflow e RangerPro) a dosi di 0,5, 5 e 50 mg/kg al giorno per due anni, a partire dalla fase prenatale. I dosaggi non sono casuali: 0,5 mg/kg corrisponde alla dose giornaliera ammissibile (Dga) fissata dall’Ue; 50 mg/kg è il livello senza effetti avversi osservabili (Noale). In altre parole, si tratta delle soglie su cui si basa la nostra normativa. I risultati sono devastanti: aumento significativo di tumori multipli (leucemie, tumori epatici, tiroidei, al sistema nervoso, alle ovaie, alle ghiandole endocrine, alle ossa). Molti di questi tumori sono rari nei ratti utilizzati e ancora più significativi per questo. Il 40 per cento dei decessi per leucemia è avvenuto entro il primo anno di vita, un’età comparabile a 35-40 anni negli esseri umani. Il glifosato non solo provoca tumori, ma lo fa precocemente. Secondo Daniele Mandrioli, direttore del Centro di ricerca Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini, «l’insorgenza giovanile e la mortalità precoce per tumori maligni rari sono un segnale inequivocabile». Alcuni gruppi hanno registrato decessi medi a 62 settimane di vita, contro le 118 dei controlli. Leucemie e carcinomi epatici sono i più precoci. E ciò che rende ancora più allarmante il dato è che l’effetto è dose-dipendente, ma presente già al livello più basso, quello legalmente tollerato.

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Una protesta contro l’uso del glifosato (Ansa).

Lo studio ha incluso non solo la sostanza pure ma anche le sue formulazioni commerciali

Il glifosato testato in purezza è già cancerogeno. Ma lo studio ha incluso anche le formulazioni commerciali, quelle vendute nei supermercati e utilizzate nei campi. Roundup e RangerPro contengono coformulanti – surfattanti, adiuvanti – che amplificano la tossicità. Alcuni tumori, come i tricoepiteliomi o i carcinomi del rene, sono comparsi solo nei gruppi trattati con questi formulati, mai con il principio attivo puro. E mai nei controlli storici. Un dato che mina l’intera architettura delle autorizzazioni normative, basate quasi esclusivamente sulla tossicologia del solo glifosato.

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Un campo trattato con il glifosato (Ansa).

Le agenzie europee e americane ignorano il rischio 

Eppure, L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel luglio 2023 ha dichiarato di «non aver individuato aree critiche di preoccupazione». La Commissione Europea ha rinnovato l’autorizzazione per altri 10 anni, fino al 2033. Il glifosato è stato difeso anche dall’Environmental Protection Agency americana (Epa), nonostante la Corte d’Appello del Nono Circuito abbia annullato la valutazione sanitaria dell’agenzia, ordinando una revisione. Bayer, che ha acquisito Monsanto, ha bollato lo studio del Ramazzini come «non affidabile», evitando qualsiasi replica sul merito e concentrandosi sugli attacchi all’istituto. La frattura è epistemologica. Lo studio Ramazzini è stato finanziato da 30 mila cittadini, condotto con protocolli trasparenti e con peer review. Le valutazioni dell’Efsa e dell’Epa si basano per lo più su studi inediti, finanziati dall’industria, condotti secondo linee guida Glp, e giudicano inaffidabili gli studi accademici. Il sistema normativo, a cui è demandata la protezione della salute pubblica, si fonda su evidenze prodotte da chi ha interesse a minimizzare i rischi.

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Il logo Bayer (Ansa).

Il ministro Lollobrigida ascolterà l’appello di Slow Food?

«Chiediamo al governo italiano e alla Commissione europea di vietare subito il glifosato», ha dichiarato Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. È un appello che parte dai dati e approda al conflitto politico più aspro: quello tra diritto alla salute e interessi agroindustriali. Il glifosato continua a essere venduto, utilizzato, diffuso. Ma ora sappiamo che non esistono dosi sicure. Non è più una questione di probabilità. È una questione di responsabilità. Chissà che ne dice il ministro Lollobrigida.

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Francesco Lollobrigida (Ansa).

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Netanyahu devasta Gaza e pensa alle nozze del figlio

Benjamin Netanyahu ha spostato il matrimonio del figlio a causa della guerra, e ne ha parlato pubblicamente con toni da sacrificio personale: “È un costo per tutta la mia famiglia”, ha detto all’ospedale Soroka, colpito da un missile iraniano. Ha evocato il Blitz su Londra e il dolore di un padre costretto a rinunciare a un evento gioioso. Ma l’indignazione non è esplosa per il rinvio del ricevimento: è esplosa perché mentre Gaza è devastata, mentre il 94% degli ospedali palestinesi è stato distrutto da Israele, Netanyahu pretendeva compassione per il proprio disagio familiare.

Lo stesso premier che ha definito “atto terroristico” il colpo iraniano sull’ospedale israeliano – un singolo missile con feriti ma senza vittime – ha autorizzato una campagna militare che ha raso al suolo strutture sanitarie, ambulanze, reparti neonatali, come attestano l’OMS e l’OHCHR. Israele si indigna quando subisce, ma rivendica “necessità militare” quando bombarda. È l’architettura retorica del doppio standard: il diritto internazionale vale solo se protegge se stessi, non se accusa.

Così, mentre l’esercito israeliano è accusato da AP e Haaretz di usare “scudi umani” palestinesi in modo sistematico – la cosiddetta “procedura zanzara” – Tel Aviv continua ad accusare Hamas di fare lo stesso, giustificando i propri crimini. Il diritto, la morale, persino la sofferenza diventano strumenti da impugnare solo se servono a rafforzare una narrativa. Ed è questa manipolazione sistematica che mina ogni pretesa di legittimità. Ma a Gaza non ci sono matrimoni da rimandare: ci sono bambini da seppellire e ospedali da scavare sotto le macerie.

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Disarmo uguale giustizia: a Roma due cortei per la pace

Domani, sabato 21 giugno, Roma sarà attraversata da una mobilitazione nazionale per la pace, promossa da oltre 440 sigle della società civile, sindacati, partiti e movimenti. La manifestazione, intitolata “Stop Rearm Europe – No guerra, riarmo, genocidio, autoritarismo”, si articolerà in due cortei distinti: uno partirà da Porta San Paolo, l’altro da Piazza Vittorio. Entrambi si muoveranno dalle ore 14, con percorsi e piattaforme differenziate, ma un obiettivo comune: fermare la corsa europea al riarmo e riaffermare la centralità della pace.

“Stop Rearm Europe”: contro le spese militari, per i diritti sociali

Il corteo principale, promosso dalla piattaforma “Stop Rearm Europe”, rappresenta la componente più ampia e trasversale della mobilitazione. Vi aderiscono CGIL, ARCI, ANPI, Rete Italiana Pace e Disarmo, Pax Christi, Emergency, Greenpeace, Fondazione PerugiAssisi, oltre a partiti come Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. La partenza è fissata per le 14:00 da Porta San Paolo; l’arrivo al Colosseo sarà accompagnato da un flash mob simbolico: un “die-in” di massa, con lenzuola bianche e i suoni registrati delle bombe su Gaza.

La piattaforma “Stop Rearm Europe” si oppone frontalmente al piano europeo di spesa militare da 800 miliardi in quattro anni, considerato una minaccia per il welfare e la coesione sociale. Le parole d’ordine sono chiare: “rubano il futuro ai cittadini per investirlo in guerra”. Si chiede di reindirizzare le risorse verso la sanità, la scuola, la transizione ecologica, la giustizia sociale e climatica. La proposta è quella di una “sicurezza reale”, fondata sui diritti e sulla cooperazione, non sulla deterrenza armata. Il motto evocato è quello di Sandro Pertini: “Svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai”.

“Disarmiamoli”: no alla NATO, no al sistema guerra

Il secondo corteo, con partenza da Piazza Vittorio, è promosso dalla piattaforma “Disarmiamoli” e da organizzazioni come Potere al Popolo, USB, Rete dei Comunisti e sindacati di base. Questo spezzone porta una lettura strutturale della guerra: non solo contro l’aumento della spesa militare, ma contro le sue radici sistemiche, individuate nel capitalismo, nell’imperialismo e nell’Alleanza Atlantica. Lo slogan è esplicito: “Dire no al riarmo è dire no alla NATO”.

In questa visione, il riarmo è parte di un progetto politico globale che lega la militarizzazione esterna alla repressione interna. Vengono citati il Decreto Sicurezza e il crescente controllo sociale come espressione del “regime di guerra”. La protesta si salda alla vertenza sociale: “Abbassate le armi, alzate i salari”, recita lo slogan dello sciopero generale indetto da USB il 20 giugno. Le aziende del comparto bellico, come Leonardo S.p.A., sono accusate di fare profitti sulla morte e di contribuire, anche con fondi pubblici, al massacro a Gaza.

Le voci politiche: chi scende in piazza

La mobilitazione coinvolge anche il fronte politico. Il Movimento 5 Stelle partecipa al corteo di “Stop Rearm Europe”, sottolineando la necessità di investire nei servizi pubblici anziché negli armamenti. Il presidente Giuseppe Conte ha dichiarato: “Non si può parlare di pace e tagliare il reddito a chi vive in povertà, mentre si spendono miliardi in armi”.

Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha confermato la presenza. Il deputato Angelo Bonelli ha attaccato il piano europeo da 800 miliardi: “Ogni euro speso in armi è un euro tolto alla sanità, all’istruzione, alla lotta alla povertà. Questa corsa ci porta verso il baratro”.

Potere al Popolo, invece, guida il corteo di “Disarmiamoli”, con una linea esplicitamente anti-NATO e anti-imperialista. I portavoce Marta Collot e Giuliano Granato denunciano il “genocidio in corso” in Palestina e la complicità italiana, anche economica, nel sostenerlo. Presenti anche la Rete dei Comunisti, il PCI e i centri sociali.

Più defilata appare la posizione del Partito Democratico, che non ha annunciato una partecipazione ufficiale. Dopo la manifestazione per Gaza del giugno scorso, l’assenza odierna segnala l’ambiguità del PD sulle politiche di riarmo e sull’atlantismo.

La Chiesa, Gaza e la dimensione simbolica

Accanto ai movimenti pacifisti, si fa sentire anche la voce del mondo cattolico. Il cardinal Zuppi, presidente della CEI, ha ribadito l’opposizione della Chiesa alla corsa agli armamenti e ha espresso preoccupazione per le politiche europee. L’iniziativa “Donna vita libertà”, promossa dalle donne iraniane in esilio, aderisce con lo slogan: “La guerra di Israele contro l’Iran non è nel mio nome”.

Al centro dell’intera mobilitazione c’è il dramma di Gaza. Le accuse di “genocidio” rivolte al governo israeliano sono presenti in entrambi i cortei. La protesta romana coincide con una fase cruciale: la Corte Internazionale di Giustizia ha confermato la “plausibilità del rischio genocidio”, mentre l’Italia continua a votare contro la sospensione degli accordi commerciali UE con Israele.

Una giornata decisiva

La manifestazione del 21 giugno non è un episodio isolato. Si inserisce in una settimana europea di mobilitazione che culminerà con il vertice NATO all’Aja, dove si discuteranno nuovi obiettivi di spesa fino al 5% del PIL. Secondo i promotori, si tratta di una svolta storica: se la politica continua a seguire la logica del riarmo, la società civile ha il dovere di indicare una strada alternativa. Per questo, domani, due cortei attraverseranno Roma. Entrambi chiamano la stessa cosa: pace, giustizia, disarmo.

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La prima vera vittima è la verità

C’è una guerra che si combatte a colpi di propaganda. Spesso vestita da “linee guida” o “obiettivi condivisi”. Propaganda che serve a giustificare l’insostenibile, a far sembrare dovuto ciò che è già eccesso. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio Milex demolisce una delle narrazioni più durevoli della retorica bellicista: quella che vorrebbe l’Italia inadempiente nella contribuzione Nato. È il contrario. Siamo tra i primi.

Secondo il nuovo Burdensharing Index, che tiene conto della capacità reale di ogni Paese di contribuire alla sicurezza globale (non solo del Pil), l’Italia è il primo alleato Nato dopo Stati Uniti e Giappone. Il nostro indice di contribuzione assoluta è 4,75, superiore a Francia, Regno Unito, Germania e Olanda. Se poi si considera la nostra capacità economica, risultiamo il settimo contributore Nato, con un Burdensharing Ratio di 1,12. Tradotto: stiamo già dando più di quanto le nostre possibilità giustificherebbero.

Eppure si insiste nel raccontare un’Italia “in ritardo”, da redimere con un salto al 5% del Pil in spese militari. Una forzatura che richiederebbe, secondo Milex, oltre 400 miliardi aggiuntivi in un decennio. Intanto la Banca Europea degli Investimenti finanzia con 540 milioni una base militare in Lituania, mentre Ursula von der Leyen legittima l’esclusione del Parlamento europeo dalle decisioni sul riarmo con la scusa della “sfida esistenziale”. Il tutto mentre la Spagna prende le distanze, definendo “irrazionale” il nuovo target della Nato e “incompatibile col nostro welfare”. Appunto.

In questo quadro, il dibattito democratico viene trattato come un intralcio. I vincoli di bilancio spariscono solo per i carri armati. Le clausole di emergenza diventano la regola. Gli investimenti diventano spese solo quando riguardano la sanità, non la difesa. La guerra, per tornare accettabile, ha bisogno di sembrare naturale. E naturale, oggi, è solo il diritto a non crederci più.

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Non è un caso Paragon. È un caso Italia

Quindi anche Roberto D’Agostino, anima del sito Dagospia, è stato spiato con il Graphite, il software che l’azienda Paragon Solutions vende solo ai governi e ai loro apparati di intelligence. Con Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino – di Fanpage – D’Agostino è il terzo giornalista ad essere stato avvisato di avere il telefono infettato. Nel suo caso è stata Apple a chiedergli di spedire il telefono per ulteriori controlli a un laboratorio statunitense.

Quando si tratta di spioni, di spiati e di servizi, il gioco dei governi consiste nel rendere complicato anche ciò che è lapalissiano. Giorgia Meloni, per ora, ritiene inutile proferire una sola parola sull’argomento, come se avere giornalisti spiati fosse un incidente normale in una democrazia. Qualche commentatore vorrebbe rivendere la questione come una sgrammaticatura non grave, il grillo di governo Italo Bocchino ha bisbigliato che «anche altri governi spiavano i giornalisti».

Eppure Paragon Solutions, anche ieri, ha ribadito di aver interrotto i rapporti con il governo italiano “a seguito del sospetto di un uso improprio che andava oltre le condizioni d’uso definite nell’accordo con l’azienda”, ricordando che è a disposizione per scoprire (o forse semplicemente svelare) chi siano gli spioni.

Il “caso Paragon” non esiste. Esiste, per ora, una compatta omertà di governo, di maggioranza, e di pezzi dell’opposizione che aspettano che la polvere si posi e che tutto passi. Non farlo passare è l’imperativo di ciascuno di noi. Anche se lo scandalo dovesse scoperchiare qualche malefatta di coloro che si considerano amici.

Buon venerdì.

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Vent’anni di disastri non sono bastati. Usa e Israele vogliono l’escalation anche in Iran

Una bomba nucleare come quella sganciata su Hiroshima nel 1945 sprigiona circa 15 chilotoni di TNT. Una bomba convenzionale da 2.000 libbre – la più usata da Israele e Stati Uniti – ha una potenza esplosiva di appena 0,0009 chilotoni. Ma se se ne sganciano 15.000, 25.000, 40.000, il risultato cambia. È questa la provocazione: per produrre devastazione atomica, al netto delle radiazioni, non serve una bomba atomica. Bastano quantità sufficienti, ripetute, tollerate e spesso ignorate. Basta una guerra continua, con le regole piegate e le parole corrette. In vent’anni, Israele e Stati Uniti hanno causato – per tonnellaggio, impatto e vittime – una distruzione paragonabile a dodici Hiroshima. Senza mai usare il nucleare.

Le bombe che non fanno notizia

Negli ultimi due decenni Israele ha impiegato una potenza esplosiva convenzionale pari a 85 chilotoni di TNT: oltre cinque “equivalenti Hiroshima”. Gli Stati Uniti ne hanno impiegati 112: circa sette bombe nucleari per potenza. I teatri sono noti, anche se sempre meno raccontati: Gaza, Libano, Siria per Israele; Iraq, Afghanistan, Siria, Yemen, Libia, Somalia e Pakistan per Washington.

Non è solo una questione di numeri. È una questione di sguardo. Quando una bomba nucleare esplode, la memoria storica si attiva, il mondo osserva, le diplomazie si muovono. Quando 20.000 bombe da 2.000 libbre piovono su una striscia di terra come Gaza in meno di un anno, con effetti paragonabili, il rischio è che tutto passi come “difesa proporzionata”.

Gli Stati Uniti e la potenza normalizzata

In Afghanistan, la campagna aerea ha impiegato decine di migliaia di bombe in vent’anni. In Iraq, le missioni iniziate nel 2003 sono continuate per anni con una media di oltre 3.000 bombe all’anno. La sola operazione contro l’ISIS in Siria e Iraq – dal 2014 al 2019 – ha impiegato oltre 100.000 munizioni. Nella sola battaglia di Mosul (2017), la potenza esplosiva liberata supera quella di una testata nucleare. La battaglia di Raqqa, descritta da Amnesty International come “la più distruttiva dell’era moderna”, ha causato migliaia di vittime civili, colpite da una raffica di attacchi definiti imprecisi, frettolosi e indiscriminati.

Il Costs of War Project della Brown University stima che le guerre statunitensi post-11 settembre abbiano causato oltre 387.000 morti civili. Ma è una cifra che raramente fa notizia.

Israele: potenza concentrata in un luogo solo

La guerra del 2023–2025 a Gaza ha segnato una svolta. Secondo Euro-Med Human Rights Monitor, Israele ha sganciato oltre 70.000 tonnellate di esplosivi in meno di 18 mesi: l’equivalente di cinque Hiroshima. Il 69% degli edifici è stato danneggiato o distrutto. Oltre 70.000 morti stimati da fonti indipendenti e confermati dallo studio The Lancet. La Corte Penale Internazionale ha aperto procedimenti per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Ma anche prima di questa guerra, Israele aveva già colpito Gaza con operazioni a cadenza quasi regolare: Piombo Fuso (2008-2009), Margine Protettivo (2014), Guardia alle Mura (2021). In tutti i casi, l’uso di bombe da 2.000 libbre – tra le più distruttive – è stato documentato da osservatori internazionali. In molti casi, le bombe sono cadute in aree densamente popolate: scuole, mercati, ospedali.

La forza dell’ipocrisia

Ciò che rende questa contabilità ancora più insopportabile è il doppio standard con cui viene gestita. Mentre Stati Uniti e Israele usano bombe convenzionali per devastare interi territori, spesso con impunità garantita, denunciano la possibilità che un altro Stato – l’Iran – possa un giorno possedere un’arma atomica. Ma un’atomica, da sola, è solo un simbolo. La devastazione vera la si misura sulla pelle dei civili.

Chi teme la bomba degli altri spesso ha già disseminato la propria. Solo che non fa luce. Fa silenzio.

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Non permettere che Gaza sia uno sfondo

A Gaza, ieri, sono morti altri diciotto palestinesi. Alcuni erano in fila per ricevere aiuti umanitari, altri dormivano in tenda. L’ospedale Al-Quds ha ricevuto oltre 140 corpi in 24 ore e curato 560 feriti. La rete è ancora isolata nel sud della Striscia per il secondo giorno consecutivo, colpita da un raid mirato all’infrastruttura. Queste notizie, che fino a una settimana fa avrebbero spalancato aperture e indignazione, ora faticano a guadagnare spazio tra le righe dei dispacci, soffocate dalla nuova centralità iraniana.

La quotidianità dell’orrore a Gaza non è diminuita. È diventata abitudine. E l’abitudine, si sa, è l’anticamera dell’indifferenza. Nel gioco ottuso delle gerarchie geopolitiche, il massacro a Gaza sembra declassato a “danno collaterale prolungato”, persino mentre Israele estende i bombardamenti su Rafah, Khan Younis, Gaza City. Le stesse zone, gli stessi obiettivi civili, gli stessi corpi mutilati nei sacchi di plastica. Il ragazzo che urla disperato accanto al cadavere del padre ucciso in fila per un pacco alimentare, oggi, non fa più notizia.

Il mondo guarda altrove. E così facendo, lo legittima. Legittima la logica per cui una strage, se reiterata abbastanza a lungo, smette di essere una notizia. E diventa routine. Accettare che Gaza resti uno sfondo silenzioso mentre si negozia tra Teheran e Tel Aviv significa accettare che il dolore palestinese valga meno. Gaza non è la scenografia dei potenti del mondo. Gaza non può divenire l’ennesima guerra a bassa intensità mediatica e politica. La normalizzazione dell’orrore è la più subdola delle complicità: quella che si nasconde dietro lo sguardo distolto.

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Fiducie parlamentari, nuovo record del governo Meloni: 2,85 voti al mese. Il premierato di fatto esiste già

Dal 2022 a oggi, Giorgia Meloni ha chiesto la fiducia al Parlamento 91 volte. È un record. Nessun altro governo, negli ultimi vent’anni, ha premuto così spesso quel pulsante d’emergenza che, da eccezione costituzionale, si è trasformato in ordinaria amministrazione. I numeri li ha messi in fila Openpolis: Draghi si era fermato a 55 voti di fiducia, il Conte II a 50, Renzi a 68. Ma più che la quantità, è la frequenza a raccontare una mutazione della forma di governo: la presidente del Consiglio pone in media 2,85 questioni di fiducia al mese, più di Draghi (2,68), più di Conte (2,22). Solo il governo Monti, travolto dalla crisi finanziaria del 2011, si era spinto oltre. Con una differenza: non c’era una maggioranza blindata, ma un’emergenza riconosciuta da tutti.

Il Parlamento come formalità

Il ricorso al voto di fiducia è la spia di un metodo. Non si tratta solo di “serrare i ranghi” della maggioranza. È un espediente per tagliare fuori il Parlamento, impedire modifiche ai testi, sterilizzare il dibattito. Dal 2022, il 37% delle leggi approvate sono conversioni di decreti legge, la percentuale più alta dal 1996. Non si discute, si ratifica: se la fiducia viene bocciata, cade il governo.

In questa legislatura, 38 decreti legge sono stati approvati con doppio voto di fiducia, uno alla Camera e uno al Senato. Mai così tanti. In un sistema che dovrebbe essere parlamentare, l’esecutivo ha assunto un ruolo sovrastante, trasformando i rappresentanti eletti in semplici notai del governo. La Costituzione prevede i decreti legge per “casi straordinari di necessità e urgenza”. Ma l’emergenza è finita da tempo, e la prassi è rimasta. Oggi, anche i provvedimenti più controversi — come il “decreto sicurezza” o le norme sull’Albania e sulla cittadinanza — passano per decreto e fiducia.

Un Parlamento ridotto a pubblico

L’effetto non è solo tecnico. È politico. Con i decreti e la fiducia, si riduce il tempo della discussione, si elimina il confronto pubblico, si spengono le voci discordanti. Il cittadino non ha accesso a un dibattito vero, né in Aula né nel Paese. L’uso disinvolto della decretazione d’urgenza e dei voti di fiducia rende opaco il processo legislativo e indebolisce la capacità di vigilanza dell’opinione pubblica.

Anche le leggi ordinarie approvate fuori dalla logica dell’urgenza evitano i temi sensibili. Tra le 85 leggi non riconducibili a decreti, molte sono ratifiche di trattati internazionali, norme tecniche, disposizioni celebrative. Le leggi “pesanti”, quelle che decidono il senso della politica, passano per il governo, non per il Parlamento.

Tutti i presidi sotto attacco

Il vuoto del Parlamento non è un accidente. È parte di una strategia più ampia di concentrazione del potere. È lo stesso riflesso che porta il governo Meloni ad attaccare i magistrati “che parlano troppo”, i giornalisti “faziosi”, la Corte dei Conti che controlla gli investimenti pubblici, l’Ufficio parlamentare di bilancio che segnala i buchi nelle manovre. Ogni voce autonoma, ogni organismo di controllo è percepito come un ostacolo da indebolire. Ogni limite è un fastidio.

Ma sono proprio queste “istituzioni di garanzia” — Parlamento, stampa, giustizia, Corte dei Conti, UPB — a costituire l’ossatura della democrazia costituzionale. Svuotarle, delegittimarle, umiliarle non è solo un abuso di potere. È una riscrittura silenziosa della democrazia.

Nel Paese che dovrebbe imparare dagli anni bui del passato, il potere esecutivo ha imparato a soffocare il dissenso con gli strumenti della legalità formale. Voti la fiducia, chiudi il Parlamento, zittisci chi controlla. È tutto in regola. Ma non tutto è democratico.

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Meloni oscura Zelensky, la nuova strategia comunicativa “a doppio binario” della premier con l’alleato che è meglio non esibire

Al vertice del G7 in Canada, Giorgia Meloni ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lo ha dichiarato lei stessa in conferenza stampa, ribadendo il “sostegno del popolo italiano” all’Ucraina. Eppure, tra le foto pubblicate sui suoi canali social – accanto a Donald Trump, Narendra Modi, Keir Starmer e Friedrich Merz – Zelensky non c’era. Ancora una volta.

Non è una svista. È una scelta. E, come dimostra un’analisi puntuale pubblicata da Pagella Politica, si tratta di una costante: Meloni evita sistematicamente di pubblicare sui suoi social personali le immagini con il presidente ucraino, anche quando l’incontro è ufficiale e il sostegno politico ribadito. Le foto, quando ci sono, finiscono nei canali istituzionali – il sito di Palazzo Chigi, al massimo il canale YouTube della Presidenza – ma restano assenti da Instagram e X, le piattaforme più identitarie della comunicazione personale della premier.

Il doppio binario

Ufficialmente, Palazzo Chigi parla di “diversificazione dei canali”: i temi geopolitici sarebbero destinati a X e YouTube. Una spiegazione che vacilla alla prima verifica. Anche su quei canali, le immagini con Zelensky scarseggiano. E allora diventa evidente che ci troviamo di fronte a una strategia più articolata, che Pagella Politica e altre fonti giornalistiche definiscono “comunicazione a doppio binario”.

Da una parte, Meloni garantisce agli alleati internazionali la collocazione atlantista dell’Italia, mostrandosi coerente con le linee Nato e Ue. Dall’altra, mantiene nei suoi canali personali un silenzio che parla chiaro a una parte del suo elettorato, scettico nei confronti di Zelensky e dell’impegno pro-Kiev. È una forma sofisticata di equilibrismo: statista a Bruxelles, leader nazionalista a casa.

Il riflesso dell’elettorato

Secondo i sondaggi citati da YouTrend e Ipsos, Zelensky divide l’opinione pubblica italiana. Il 46% ne ha un’opinione negativa; solo il 41% lo guarda con favore. Tra gli elettori di Fratelli d’Italia, la quota di sostegno all’Ucraina è più alta che tra gli alleati di governo, ma resta attraversata da ambivalenze. Emerge una “stanchezza da guerra” che alimenta il disimpegno emotivo e politico. Per Meloni, evitare l’icona Zelensky sui social personali è un modo per non inasprire questa frattura interna.

Il precedente del maggio 2023 è significativo: in quell’occasione, una foto con Zelensky pubblicata da Meloni scatenò critiche furibonde tra i suoi follower, accusandola di servilismo atlantico e di cedere alla retorica bellicista. Il risultato? Meno like, meno commenti positivi, meno engagement. Una lezione che lo staff della premier ha imparato bene.

Non è solo tattica: è politica

Il silenzio fotografico ha effetti concreti. Durante il G7 del giugno 2025, mentre Macron e Trudeau si facevano ritrarre sorridenti accanto a Zelensky – per ribadire con il linguaggio visivo ciò che le parole non bastano a comunicare – Meloni si asteneva. Ha scelto invece di pubblicare foto con Modi, leader di un Paese che non fa parte del G7, ma che le garantisce un pubblico entusiasta su Instagram, specie tra gli utenti indiani. La selezione dei volti da mostrare non segue criteri diplomatici, ma algoritmi di consenso e fedeltà.

Un’imbarazzata alleanza

Il paradosso è evidente: l’Italia continua a sostenere l’Ucraina anche militarmente, ma la sua leader non si mostra accanto al simbolo internazionale di quella resistenza. Non è un atto di neutralità, è una mossa di prudenza interna. E ha anche una funzione di equilibrio di coalizione. Matteo Salvini, alleato-rivale di Meloni, ha una base storicamente più filorussa e ostile a Zelensky. Esporsi visivamente con il presidente ucraino significherebbe innescare tensioni, che la premier cerca invece di disinnescare silenziando l’immagine, senza toccare la sostanza.

La foto che non c’è

L’assenza delle foto con Zelensky non è una dimenticanza. È il punto di intersezione tra consenso, coalizione e comunicazione. È la negazione pubblica di un impegno che rimane nei dossier, nei voti parlamentari e nei documenti Nato. Un modo per dire sì senza pronunciarlo. Un modo per esserci senza mostrarsi. Giorgia Meloni ha scelto di sostenere l’Ucraina in giacca istituzionale, ma di non portarla nel proprio album personale.

Una strategia di “distanza controllata” che dice molto di più di mille strette di mano.

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