Fuori legge: perché i Cpr devono essere smantellati – Lettera43
Quattro tentativi di suicidio, episodi di autolesionismo, sciopero della fame collettivo. Tra il 19 e il 21 giugno i centri di Trapani e Caltanissetta hanno mostrato il vero volto di quella che le istituzioni definiscono «gestione migratoria»: sono delle Guantanamo che operano fuori dalla Costituzione utili solo a rassicurare l’opinione pubblica.
Nei giorni tra il 19 e il 21 giugno 2025, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio di Trapani e Caltanissetta hanno mostrato il volto autentico di ciò che l’apparato istituzionale italiano definisce «gestione migratoria». Quattro tentativi di suicidio, numerosi atti di autolesionismo, uno sciopero della fame collettivo. Il bilancio non è quello di un’emergenza improvvisa ma il risultato diretto di un sistema strutturalmente violento, giuridicamente precario e deliberatamente opaco.
«Siamo peggio di animali in gabbia a cui lanciano banane. Aiuto»
Testimonianze raccolte dalla Rete siciliana contro il confinamento, da Memoria Mediterranea e Progetto Melting Pot raccontano senza filtri un orrore sistemico: «Non ne possiamo più. Ogni giorno, qualcuno si fa del male. Ogni giorno si fanno la corda. Voglio morire. È troppo duro qui. Basta. Siamo peggio di animali in gabbia a cui lanciano banane. Aiuto», urla Y. da Trapani. Uno dei casi emblematici è quello di M., 69 anni, cittadino straniero in Italia da oltre 30 anni, affetto da gravi patologie e dipendente da farmaci salva-vita. Dopo nove mesi di reclusione, ha appreso che dovrà attendere altri tre mesi per una nuova convalida: «E poi? Un’altra ed un’altra? Come si può vivere così?». Il Cpr di Trapani-Milo, peraltro, era stato dichiarato inagibile al 90 per cento dopo la rivolta del gennaio 2024 e condannato dalla Corte europea dei diritti umani per condizioni degradanti. Nonostante questo, nel 2025 è ancora operativo, sotto una gestione appaltata a enti privati più volte oggetto di revoche e indagini. A Caltanissetta, lo scenario è analogo. Anche qui si è verificato un tentativo di suicidio a seguito di una proroga imposta su una persona con condizioni sanitarie incompatibili con la detenzione. Lo sciopero della fame collettivo è stato sospeso solo temporaneamente. Le convalide dei giudici, denunciano i detenuti, arrivano in modo automatico: «Per loro non siamo niente».

I Cpr servono solo a rassicurare l’opinione pubblica
Nel settembre 2023, il governo Meloni ha esteso il limite massimo di trattenimento a 18 mesi. La motivazione formale – consentire tempi adeguati per identificazioni e rimpatri – è smentita dai dati: meno della metà dei trattenuti viene effettivamente rimpatriata, e la percentuale reale rispetto al totale degli espulsi è intorno al 10 per cento. Il Garante Nazionale lo ha detto chiaramente: i Cpr non servono alla gestione delle migrazioni, ma a rassicurare l’opinione pubblica punendo la libertà di movimento.
Il modello privatizzato disumanizza per contratto
Ogni fase della detenzione è gestita sotto il regime dell’appalto: la sanità, la sicurezza, l’assistenza legale. Il risultato è un conflitto di interessi strutturale: più si tagliano i servizi, maggiori sono i profitti per i gestori. L’uso sistematico di psicofarmaci come contenimento chimico e i ritardi nei soccorsi medici (un’ambulanza arrivata 90 minuti dopo un tentato suicidio) non sono incidenti, ma conseguenze logiche di un modello privatizzato che disumanizza per contratto.
I Cpr sono buchi neri giuridici senza controllo democratico
I Cpr operano fuori dalla Costituzione. L’articolo 13 prevede che ogni limitazione della libertà personale sia regolata da una legge chiara e approvata dal Parlamento. Invece, le regole nei Cpr sono fissate da regolamenti ministeriali e capitolati d’appalto, senza alcun controllo democratico. Questo vuoto normativo è ciò che trasforma i Cpr in buchi neri giuridici. Il diritto alla difesa è una finzione: le udienze durano pochi minuti, spesso senza un reale colloquio con l’avvocato. I telefoni cellulari sono vietati, così da impedire contatti con l’esterno. Dopo la pubblicazione delle denunce, non è arrivata alcuna dichiarazione dal Viminale. Il governo resta in silenzio, mentre nel Parlamento europeo e presso i garanti per i diritti si moltiplicano le richieste di ispezione e chiusura immediata. «Una grottesca beffa», così la Rete contro il confinamento ha definito l’estensione a 18 mesi della detenzione. Nessuno ha smentito. Nessuno ha risposto.

I centri nascono per escludere e umiliare, sono le nostre Guantanamo
I Cpr non sono riformabili, perché non sono nati per integrare, proteggere o accompagnare. Sono nati per escludere, umiliare e punire. Il termine “Guantanamo” non è una provocazione ma un’autodefinizione usata da chi lì dentro sopravvive all’inerzia e all’agonia: «Questa è Guantanamo», ha detto M. dopo aver saputo della proroga della sua detenzione. Le richieste delle reti di tutela sono chiare: chiusura immediata dei centri di Trapani e Caltanissetta, moratoria sugli ingressi, indagini indipendenti sulle responsabilità istituzionali e superamento definitivo del modello di detenzione amministrativa. Ma ciò che serve, più di tutto, è restituire la voce a chi viene rinchiuso perché senza documenti. E ascoltare ciò che da tempo sta urlando: «Tirateci fuori di qui».
L’articolo proviene da Lettera43 qui https://www.lettera43.it/cpr-caltanissetta-trapani-tentativi-suicidio-sciopero-gestione-immigrazione-fame-guantanamo-costituzione/
