Giulio Cavalli, giullare che vive sotto scorta. L'attore lodigiano: «Il pubblico deve schierarsi»
«Non sono un attore». È spiazzante che a dirlo sia Giulio Cavalli, che a 32 anni si sta facendo conoscere in tutta Italia per gli spettacoli che porta in scena salendo, da solo, su un palco. I suoi monologhi sono ispirati a pagine vive della storia italiana – l’incidente aereo di Linate, il turismo sessuale infantile, e soprattutto mafia, mafia e ancora mafia – e raccontano storie così scomode da costringerlo a vivere sotto scorta.
Eppure, «non sono un attore. E il teatro per me non è mai stato un fine ma un mezzo per parlare con la gente». Narratore, scrittore e cantastorie, Giulio Cavalli è un personaggio che fa discutere. Legato a Libera, festeggiato dai ragazzi di Addiopizzo ogni volta che sbarca a Palermo, in Lombardia non riesce a non sentirsi solo. E con la sua città, Lodi, che l’ha sostenuto agli esordi e che ha lanciato i suoi primi spettacoli (” Do ut des, riti e conviti mafiosi” è stato coprodotto dai comuni di Lodi e di Gela e presentato in anteprima proprio a Lodi nel marzo 2008), oggi ha un rapporto difficilissimo: «In Sicilia mi sento parte di una battaglia in cui i ruoli sono chiari. Ma per la Lombardia io rappresento un trauma. E a Lodi, io e la mia famiglia abbiamo dovuto scontare le conseguenze di vivere sotto scorta: la reazione di pancia della gente è stata di chiusura, non di solidarietà».
Nel Lodigiano però Giulio Cavalli continua a vivere e a lavorare. Ora sta girando con il suo ultimo spettacolo: A cento passi dal Duomo (le mafie al Nord). E da tre anni la sua compagnia, la Bottega dei Mestieri Teatrali, cura la gestione e la direzione artistica del Teatro Nebiolo di Tavazzano, organizzando corsi di recitazione, iniziative con le scuole, incontri con gli autori. «Stiamo cercando di fare del Nebiolo una sorta di salotto teatrale, dove attori, scrittori, cantanti vengono a confessarsi davanti al pubblico (domenica prossima toccherà a Nanni Svampa, ndr). Ma questo teatro ci consente anche il lusso di provare gli spettacoli quando vogliamo ». Al Nebiolo sta nascendo anche il Centro di documentazione per il teatro civile: «Ogni nostro spettacolo è la punta di un iceberg fatto di storie, atti giudiziari e faldoni di documenti. Vogliamo raccogliere questo patrimonio e metterlo a disposizione. In genere gli attori tendono a impossessarsi dei loro temi. Al contrario, il Centro di documentazione funzionerà sel’anno prossimo la rete si sarà allargata e saranno nati altri spettacoli sulla tragedia di Linate».
A lavorare in rete Giulio Cavalli è abituato da anni, i suoi monologhi sono frutto della collaborazione con giornalisti, procure, commissioni antimafia. «La mia fortuna è essere l’anello di congiunzione tra due livelli distinti. Da una parte ci sono le sentenze, gli articoli, dall’altra il pubblico: e un attore ha la responsabilità di far emergere qualcosa che altrimenti non riuscirebbe a venire a galla». Ecco quindi il manifesto del suo “teatro partigiano”: «Una buona forma di indignazione che deriva da una informazione accu-rata, e che porti il pubblico a decidere da che parte stare ». Per essere più efficace, Cavalli porta avanti da anni una ricerca sulla parola che ha indotto molti critici a definirlo il nuovo Celestini, il nuovo Fo o il nuovo Paolo Rossi a seconda che lavori sul ritmo, sul grammelot o sulla risata dissacrante. «Odio le banalizzazioni, e odio dover leggere le critiche teatrali », ribatte lui, che si autodefinisce invece un giullare contemporaneo: «Un giullare è una persona che riesce a raccontare cose complicatissime in modo non descrittivo – spiega –, così che la presa di coscienza dello spettatorecoincida con la risata per le debolezze del potere». Rispetto ai vecchi cantastorie, però, Cavalli è un giullare 2.0: ha un sito, un blog, una pagina su Facebook e una trasmissione satirica (Radio Mafiopoli) trasmessa in podcast ogni mercoledì: «I nuovi media sono brutti, non hanno nulla a che vedere con l’arte. Ma permettono di raggiungere anche chi normalmente non presterebbe attenzione a temi come la mafia ». Proprio in questi giorni gli amici di Giulio Cavalli su Facebook hanno raggiunto quota 5mila. Chissà se il loro numero lo aiuterà a stemperare quello che individua come il suo primo difetto, l’antipatia, e a fargli pesare meno quello che sostiene essere il suo pregio: «Una gestione dignitosa della solitudine».
© RIPRODUZIONE RISERVATA Contro la mafia. Giulio Cavalli, 32 anni, attore lodigiano
Raffaella Ciceri
DA IL SOLE 24 ORE
sezione: LOMBARDIA data: 2009-12-16 – pag: 30
La polizia sta eseguendo 41 ordini di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti della cosca mafiosa degli Emmanuello di Gela, nell’ambito di una vasta operazione antimafia tra la Sicilia, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e la Toscana. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, su richiesta della Dda nissena. Gli arrestati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa finalizzata al controllo illecito degli appalti e dei subappalti, intermediazione abusiva di manodopera, traffico di stupefacenti, ricettazione, estorsione, danneggiamenti, riciclaggio di denaro sporco, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni. Tra le armi (pistole, fucili ed esplosivo) sequestrati dagli uomini della squadra mobile di Caltanissetta, del commissariato di Gela e delle altre questure che hanno partecipato all’operazione denominata «Compendium», c’è anche una colt calibro 45 che, secondo una perizia balistica, sarebbe stata usata in due omicidi compiuti a Gela, durante la guerra di mafia: quello di Antonio Meroni, nell’89, e quello di Francesco Dammaggio, nel febbraio del 91. La cosca Emmanuello aveva messo in piedi al Nord una ramificata organizzazione, con base a Parma, che controllava imprese, appalti e manodopera in cinque regioni. Tre suoi esponenti si erano persino candidati nella lista Udeur-Popolari alle elezioni comunali di Parma, il 27 e 28 maggio del 2007, senza però essere eletti. L’inchiesta si è avvalsa della collaborazione di una donna tedesca, ex convivente di uno dei fratelli Emmanuello, Alessandro. Una conferenza stampa è stata convocata dagli inquirenti in mattinata nella questura di Caltanissetta.
Primo punto inossidabile e scritto. Condanna all’atto folle di un’inciviltà criminale anche se malata.
NAPOLI Come la rete e i social network incidono nella realtà contrastando i monopoli della politica, dell’economia, dell’informazione. E’ il titolo del convegno che si terrà venerdì 18 Dicembre alle ore 17 presso il Teatro Mediterraneo alla Mostra d’Oltremare di Napoli.
Il 15 dicembre 2009 a Torino presso il Teatro Gobetti (via Rossini 8) a partire dalle ore 20.00 LIBERA PIEMONTE festeggia il Natale con una serata di Teatro, Musica e Danza.
“A CENTO PASSI DAL DUOMO. Le Mafie al Nord”
Nomi e cognomi di personaggi non certo estranei alla mafia. Riferimenti precisi e circostanziati. Manager pubblici e privati, amministratori locali e persino parlamentari. Chi mercoledì sera a San Giuliano Milanese ha assistito a llo spettacolo A cento passi dal Duomo si è reso conto del motivo per cui Giulio Cavalli vive sotto scorta. Davanti al pubblico dell’Ariston l’attore lodigiano mette a nudo un quadro a tinte fosche, ma per nulla surreale: nel Nord la mafia esiste, eccome. Accompagnato dalle note al pianoforte di Gaetano Liguori, Cavalli inizia il suo monologo partendo dall’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli: passando dai misteri che hanno accompagnato la fine di Michele Sindona e Roberto Calvi, la narrazione coinvolge in modo implacabile la nostra storia recente.Cavalli ricorda che negli anni ‘90 al Nord si celebrano ben 10 maxiprocessi di mafia; dunque c’è un fenomeno che non solo esiste, ma è persino in espansione. Eppure «mestizia Moratti decide di abolire la commissione Antimafia nel capoluogo lombardo», lamenta con rabbia e sarcasmo l’attore. Non importa se «Milano è diventata la capitale della ‘ndrangheta», come recita il grido d’allarme (parecchio inascoltato) del magistrato calabrese Vincenzo Macrì, in forza alla Direzione Nazionale Antimafia. Suv, giacca e cravatta, ristoranti di classe: i boss e i loro gregari stanno a cento passi da Palazzo Marino, non di certo con la lupara in mano. Settore? Quello prediletto è l’edilizia, naturalmente. «Ne sa qualcosa….»: quante volte durante la serata viene ripetuta questa frase, prima che venga pronunciato un nome e un cognome. Ciò che lascia basiti è il fatto che non si tratta solo di «uomini d’onore»: del poco lusinghiero elenco fanno parte parecchi amministratori locali del territorio, imprenditori con «le mani in pasta», politici che senza pudore intrecciano rapporti poco limpidi con personaggi altrettanto discutibili. Per chi assiste allo spettacolo è difficile non provare una sensazione di sconcerto, nel momento in cui si realizza che queste persone agiscono impunemente, in modo pressoché invisibile; agiscono e si muovono intorno a noi, magari a capo di un’azienda, o manovrando le leve del potere di qualche ente locale. Collusioni che sono in progressivo aumento nell’hinterland milanese, dove stando al resoconto dell’autore di A cento passi dal Duomo (scritto con Gianni Barbacetto), «si espandono nel ligresteo tappeto di grigio». Particolare ancora più inquietante: «I morti ammazzati ci sono anche in Lombardia; Gomorra è già qui. Il silenzio è complice». Sullo schermo dell’Ariston passano le foto segnaletiche di decine di mafiosi che sono finiti in carcere: i loro nomi hanno segnato le principali attività criminose al Nord. Nel finale Giulio Cavalli ricorda la figura del magistrato Bruno Caccia: il 26 giugno 1983 viene ucciso a Torino, per strada. Quel giorno era senza scorta: stava portando a passeggio il cane. Lo ammazzeranno come tale. La sua colpa? Fu il primo a raccontare i legami tra la ‘Ndrangheta e gli ambienti giudiziari. Ai mandanti dell’omicidio, affiliati alla famiglia Befiore, furono confiscati ingenti beni: uno di questi è “Cascina Caccia”. Porta il nome di chi non è rimasto in silenzio.V. E.
di Francesca Meschieri