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Iran senza bomba, editorialisti senza vergogna

Bisogna partire da qui, almeno per riconoscere, in questo caos bellicista, quali siano le voci da prendere sul serio.

“Siamo arrivati alla conclusione di non poter affermare che al momento ci sia stato alcuno sforzo sistematico in Iran per cercare di sviluppare un’arma nucleare.” Lo ha detto ieri a Sky News il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, secondo cui il rapporto presentato nei giorni scorsi – e usato da Israele per giustificare l’attacco contro Teheran – afferma che l’Iran sta arricchendo l’uranio al 60%, unico Paese al mondo a farlo, e che “questo è un elemento di preoccupazione”. Ma, ha aggiunto, “dire che stanno costruendo un’arma nucleare… non abbiamo detto questo”.

Quindi gran parte degli editoriali, degli articoli e dei dibattiti che vi siete sorbiti in questi giorni sono “una cagata pazzesca”, come direbbe Fantozzi. Solo che le cagate pazzesche, in quest’epoca, tirano moltissimo. Costruiscono addirittura stimatissimi opinionisti che verrebbero derisi perfino al bar della bocciofila, eppure imperversano sulle reti e sui giornali più popolari.

Tolto l’alibi della bomba nucleare che non c’è, qualcuno potrebbe dire che Israele attacchi per legittima difesa. Solo che il diritto internazionale è una cosa molto più seria delle simulazioni dei criminali di guerra.

Alla fine, quindi, rimane la vergogna. Non quella degli svalvolati Netanyahu e Trump, che per natura non si vergognano. Rimane la vergogna di coloro che si sono prostituiti come megafoni della propaganda.

Buon giovedì.

Murale raffigurante Khamenei a Kashmar

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Spese militari al 5% del Pil, ecco il conto (salato) della retorica bellica: 400 miliardi in più per fingere potenza

Nel linguaggio dei proclami bellici e delle strette di mano nei vertici Nato si nasconde una cifra che basta da sola a spiegare il peso reale delle promesse italiane: oltre 400 miliardi di euro. È quanto costerebbe in dieci anni, secondo l’ultima analisi di Mil€x – Osservatorio sulle spese militari italiane, l’adeguamento del nostro Paese al nuovo target del 5% del Pil per la spesa militare, ipotesi che potrebbe ricevere luce verde al summit dell’Alleanza atlantica del 23-24 giugno a L’Aja. Un salto che non è solo aritmetico, ma politico, sociale e culturale.

Una corsa a tre cifre

Oggi la spesa italiana per difesa e sicurezza si attesta intorno ai 45 miliardi di euro annui, pari al 2% del Pil (percentuale raggiunta con qualche espediente contabile che ricomprende nella stesso capitolo stipendi e pensioni di corpi come Guardia Costiera e Finanza). Portare la spesa al 5% significherebbe arrivare a 145 miliardi annui entro il 2035. Una progressione che comporterebbe incrementi medi di 10 miliardi ogni anno, per un totale aggiuntivo di 100 miliardi in dieci anni.

Ma l’analisi Mil€x va oltre il dato di flusso annuale. Confrontando il costo complessivo dei prossimi dieci anni con l’attuale trend al 2%, emerge il vero squilibrio: 964 miliardi contro 519, ovvero 445 miliardi in più per sostenere una retorica di riarmo che ha già iniziato a contagiare il dibattito istituzionale.

Crosetto prepara il terreno

Il ministro della Difesa Guido Crosetto non lo nasconde. Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha chiarito che, per raggiungere gli obiettivi futuri della Nato, saranno necessarie “nuove risorse finanziarie”. E le cifre non lasciano margine all’ambiguità: il solo passaggio al 4% del Pil (ipotesi che Meloni e Crosetto porteranno come proposta negoziale) comporterebbe comunque oltre 300 miliardi in più rispetto alla linea attuale. La differenza tra i due scenari (4% o 5%) è una forchetta tra 30 e 40 miliardi l’anno di spesa aggiuntiva, ma entrambe le traiettorie condividono un tratto comune: l’incompatibilità strutturale con qualsiasi seria politica sociale, sanitaria, ambientale o educativa.

Il paradosso del vincolo Nato

La narrazione ufficiale parla di “vincolo Nato”, ma il vincolo – come spesso accade – è più ideologico che giuridico. L’obiettivo del 2%, stabilito nel 2014, era dichiaratamente indicativo e non vincolante. Oggi il salto al 5%, se confermato, sarebbe una decisione volontaria dei Paesi membri. Una scelta. E in quanto tale, politicamente responsabilizzante, perché ogni miliardo speso in carri armati e cybersicurezza è un miliardo sottratto a una scuola, un ospedale, un salario minimo.

Chi ci guadagna

A guadagnarci, è facile intuirlo, sarebbe l’industria bellica, nazionale e internazionale. Già oggi, come documentato da Mil€x, sono in corso programmi di riarmo per 73 miliardi, che alimentano il circuito tra governo, aziende della difesa e apparato militare. Il nuovo target Nato diventerebbe l’occasione per blindare questa filiera nei prossimi decenni. Non si tratta di una corsa difensiva, ma di un modello economico alternativo fondato sulla guerra permanente.

Chi ci rimette

Nel quadro attuale, la decisione di portare la spesa militare al 5% del Pil non è mai stata discussa pubblicamente. Nessun voto in Parlamento, nessuna consultazione popolare, nessuna valutazione d’impatto sociale. È una trattativa gestita nei salotti diplomatici, dove il linguaggio della sicurezza serve a mascherare la rinuncia a ogni altro progetto di futuro. Non si tratta di difendere i confini, ma di ridefinire le priorità del Paese nel silenzio delle istituzioni.

Se l’Italia decidesse davvero di investire 100 miliardi in più per rincorrere l’illusione della deterrenza muscolare, sarà bene ricordare – ogni volta che mancheranno le risorse per un pronto soccorso, un congedo parentale o un treno regionale – che quei soldi non sono spariti. Sono stati scelti. E firmati, a mano armata.

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Pacificatore immaginario

Nel maggio 2023, in una delle sue ennesime performance da salotto televisivo, Donald Trump dichiarava: “Se fossi presidente, la guerra in Ucraina la chiuderei in 24 ore”. Lo ripeté più volte, alzando il volume a ogni comizio. Poi, davanti alle prime obiezioni, fece retromarcia: “Era sarcasmo”, disse. E fu solo l’inizio.

Dopo il ritorno alla Casa Bianca, quella promessa si è scontrata con le sue stesse scelte. Anziché smorzare i conflitti, Trump li ha alimentati: con dichiarazioni incendiarie, con manovre che isolano gli alleati, con un uso spregiudicato della minaccia militare come strumento di politica interna.

Ucraina: retorica da paciere, azioni da sabotatore

Nel secondo mandato Trump ha intensificato una linea ambigua: da un lato dichiara che “vuole che smettano di morire tutti”, dall’altro blocca o minaccia di sospendere gli aiuti militari a Kiev, accusa Zelensky di “non voler la pace” e si presenta come mediatore neutrale, dopo aver definito Putin “intelligente” e “strategico”.

La Casa Bianca trumpiana ha trattato l’Ucraina come una variabile negoziabile, mettendo pressioni sul governo di Kyev e legittimando indirettamente le pretese territoriali russe. Altro che neutralità: qui si tratta di logiche transazionali, con il destino di un popolo ridotto a leva elettorale.

Iran: la minaccia permanente

Con l’Iran, Trump ha scelto la linea dura a prescindere da ogni contesto. Evoca “bombardamenti come non si sono mai visti” in caso di mancato accordo nucleare, rilanciando la retorica dell’“obbligo alla resa incondizionata”.

In questi giorni di scontro tra Israele e Teheran, continua a oscillare tra sostegno cieco a Tel Aviv e vaghe promesse di contenimento. Il risultato è stata una crescita esponenziale del rischio bellico, con gli Stati Uniti coinvolti in operazioni militari mirate contro milizie filo-iraniane. A oggi, nessun negoziato è in corso. Solo ultimatum.

Siria: una diplomazia improvvisata

Il 13 maggio 2025, Trump ha annunciato la revoca delle sanzioni economiche alla Siria, su richiesta dell’Arabia Saudita. Nessun dibattito pubblico, nessun passaggio multilaterale. Un’inversione a U improvvisa che ha allarmato anche gli alleati più cauti. La motivazione? Ricostruire rapporti con il nuovo presidente siriano. La conseguenza Instabilità, ulteriore legittimazione di un regime autoritario e nuovi margini di manovra per Teheran nella regione.

Ancora una volta, l’approccio trumpiano si è mostrato fondato sulla convenienza tattica, non su una strategia diplomatica coerente.

Corea del Nord: tregua di facciata, arsenali attivi

Durante l’attuale mandato, Trump ha ripreso i contatti diretti con Kim Jong-un, rilanciando l’illusione di un dialogo personale risolutore. Ma mentre gli incontri bilaterali si accumulano, i test missilistici nordcoreani proseguono indisturbati. La denuclearizzazione non è nemmeno più sul tavolo. La minaccia si è solo normalizzata, mentre l’apparato propagandistico trumpiano rivende ogni telefonata con Pyongyang come “diplomazia efficace”.

Una guerra che parte da casa

Se all’estero Trump agita le armi, in patria ha riaperto le faglie sociali. Nel secondo mandato ha ripreso a definire i manifestanti “teppisti”, ha parlato di “nemici interni” e ha flirtato con gruppi armati e milizie estreme. Le parole contano, e Trump lo sa: ogni comizio diventa una dichiarazione di guerra culturale. La sua è una pace di facciata, fondata sull’idea che il silenzio degli avversari equivalga a concordia.

Nessun conflitto risolto, molti ravvivati

Nel nuovo ciclo presidenziale, Trump non ha portato la pace in nessun teatro di crisi. Ha irrigidito l’Ucraina, infiammato l’Iran, isolato la Siria, vanificato ogni dialogo con la Corea del Nord e raddoppiato la polarizzazione interna. Le sue parole restano in bilico tra minaccia e messinscena. E la “pace in 24 ore” è diventata la più crudele delle provocazioni.

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Gaza è il nostro test morale. E lo stiamo fallendo.

Mentre le sirene suonano a Teheran e i missili infiammano le prime pagine, Gaza scompare. La crisi umanitaria più grave del XXI secolo — 186.000 morti stimati, tra cui decine di migliaia di bambini — è stata scalzata da una guerra “più leggibile”, tra due Stati sovrani, più comoda da raccontare. L’IDF definisce Gaza “fronte secondario”. I media obbediscono.

Dall’Angelus di Papa Francesco fino all’ONU, Gaza è stata definita un test morale per l’umanità. Non per retorica, ma perché rivela chi siamo quando gli innocenti muoiono e il mondo volta lo sguardo. Lì si misura la bancarotta dell’ordine legale internazionale, il fallimento della responsabilità di proteggere, la complicità diplomatica dei governi. “Il silenzio è complicità”, dice Bassam Saleh.

Nei talk show italiani, Gaza è ormai un’eco. Nei telegiornali, una nota a piè di pagina. Nei quotidiani, la parola “genocidio” è evaporata. C’è addirittura chi ha derubricato il tutto a “conflitto regionale”. Sui social, l’hashtag #Gaza ha ceduto il passo a #Iran, come se la carneficina fosse sospesa, come se il sangue potesse aspettare.

Ma Gaza continua a sanguinare. È un laboratorio di disumanizzazione, dice Ahmad Amara: non solo il più grande carcere a cielo aperto del mondo, ma anche il luogo dove testiamo — e perdiamo — la nostra umanità. Ogni giorno che passa senza indignazione è un giorno in cui la brutalità diventa norma, e la dignità un’eccezione.

Zack Beauchamp ha scritto che Gaza ci pone una domanda semplice: “Credi che sia giusto far soffrire gli innocenti in questo modo?” Se la risposta è no, allora la responsabilità comincia ora. Se la risposta è sì — o se si tace — allora non si è neutrali. Si è perduti.

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Regime Change, tra dittatori buoni e rivoluzionari cattivi: settant’anni di rovesciamenti sotto la regia dell’Occidente

L’esportazione della democrazia è il grande mito fondativo della politica estera occidentale. Una bandiera impugnata da Washington e Londra, e a ruota da Bruxelles, ogni volta che si rende necessario giustificare una guerra, un colpo di Stato, una destabilizzazione. Ma la cronaca storica, alla prova dei documenti e delle conseguenze, racconta tutt’altro: guerre mascherate da operazioni umanitarie, regimi democratici rovesciati nel nome della libertà, e il caos sistematico come prodotto finale. Non è solo una sequenza di errori: è un metodo. Perché le bugie ricorrono, le motivazioni si ripetono, e i risultati – repressione, terrorismo, povertà – sono la regola, non l’eccezione.

Iran 1953: il “peccato originale”

Il primo esempio di questa dottrina dell’ipocrisia ha il volto di Mohammad Mossadeq, primo ministro democraticamente eletto in Iran. Il suo “errore”? Nazionalizzare il petrolio, togliendo profitti alla Anglo-Iranian Oil Company. La CIA e l’MI6 lo dipinsero come burattino dei sovietici e lo rovesciarono con l’Operazione Ajax. In realtà, Mossadeq non era comunista, ma un nazionalista riformista. Il vero obiettivo era proteggere gli interessi energetici occidentali. Il risultato fu lo Scià: un dittatore feroce, sostenuto per decenni da Washington. Un regime di torture, censura e corruzione, che portò – come prevedibile – alla rivoluzione islamica del 1979. Una lezione che l’Occidente si è ben guardato dal imparare.

Cile 1973: democrazia contro mercato

Vent’anni dopo, il copione si replica in America Latina. Il presidente cileno Salvador Allende viene democraticamente eletto e attua una politica di nazionalizzazioni – in particolare del rame, controllato da multinazionali USA. La risposta della Casa Bianca è chirurgica: propaganda, sabotaggi economici, sostegno ai militari. L’11 settembre 1973 il golpe di Pinochet rovescia Allende. L’esito: 17 anni di dittatura, torture di Stato, desaparecidos. Il Cile diventa un laboratorio neoliberista sotto supervisione di Chicago Boys e FMI. Il crimine è chiaro: punire chi, pur votato, prova a sottrarsi ai meccanismi dell’economia coloniale americana.

Iraq 2003: la guerra delle bufale

Nel XXI secolo l’ipocrisia si fa più raffinata. L’Iraq di Saddam Hussein viene accusato di possedere armi di distruzione di massa e di collaborare con Al-Qaeda. Due menzogne strategicamente orchestrate. L’invasione americana avviene senza mandato ONU, e il risultato è noto: centinaia di migliaia di morti, una guerra civile interminabile, la nascita dello Stato Islamico. La democrazia promessa non arriva mai. Ma il petrolio, sì: l’industria irachena viene privatizzata, le compagnie occidentali tornano operative. Il rapporto Chilcot, nel 2016, ha formalizzato ciò che era evidente: nessuna minaccia imminente, intelligence manipolata, guerra illegale.

Libia 2011: da Gheddafi all’anarchia

La caduta di Gheddafi fu spacciata come intervento umanitario per evitare un “genocidio” a Bengasi. La NATO bombardò per mesi con il sostegno dell’ONU. Gheddafi fu ucciso, ma la Libia si trasformò in uno Stato fallito. Milizie armate, tratta di esseri umani, infiltrazioni jihadiste, due governi rivali. L’obiettivo dichiarato – protezione dei civili – fu ampiamente superato. Le vere motivazioni? L’accesso al petrolio e la paura, da parte della Francia, che Gheddafi lanciasse una moneta panafricana d’oro che avrebbe minacciato il franco CFA. Un’altra volta, l’umanitarismo servì solo a mascherare interessi coloniali.

Afghanistan 2001-2021: due decenni di menzogne

Dopo l’11 settembre, gli USA invadono l’Afghanistan per sradicare Al-Qaeda. I Talebani vengono rovesciati, ma il Paese resta occupato per vent’anni. Si parla di “nation building”, diritti delle donne, scuole, libertà. I documenti interni, pubblicati dal Washington Post (“Afghanistan Papers”), svelano invece il cinismo: le amministrazioni USA sapevano che il conflitto era ingiocabile, ma mentivano sistematicamente. L’obiettivo reale? Il controllo geopolitico e le rotte energetiche: gas, petrolio, terre rare. Nel 2021 i Talebani tornano al potere. Nulla è cambiato, salvo le macerie e i morti.

Guatemala, Congo, Egitto: la lista continua

Il Guatemala nel 1954: il governo Arbenz viene rovesciato perché vuole ridurre il potere della United Fruit Company. Risultato: dittature militari e una guerra civile con oltre 200.000 morti. In Congo, Mobutu viene sostenuto dagli USA per decenni in cambio del controllo su rame, coltan e cobalto. In Egitto, l’Occidente loda la primavera araba solo finché non arriva al potere un presidente islamista: a quel punto il colpo di Stato militare viene benedetto in nome della stabilità.

Il copione: bufale, risorse, distruzione

Ogni intervento segue uno schema fisso: si costruisce una minaccia (comunismo, terrorismo, genocidio). Si diffonde una bugia legittimante (armi, massacri imminenti, collaborazioni terroristiche). Si interviene militarmente per “proteggere” qualcuno. Si garantisce l’accesso a petrolio, minerali, rotte strategiche. Si lascia un Paese in frantumi.

In questa catena, la democrazia è sempre l’ultima delle priorità. Più spesso, è il primo bersaglio.

Il prezzo dell’ipocrisia

La storia dei cambi di regime imposti dall’Occidente non è una storia di fallimenti. È una storia di coerenza. L’obiettivo non è mai stato la libertà, ma l’accesso alle risorse, il dominio strategico, la punizione di chi osa affrancarsi. Le bufale – dal comunismo a Mossadeq al genocidio inventato di Gheddafi – sono strumenti di marketing bellico. E l’Occidente, ogni volta, si dice sorpreso dalle macerie. Ma non c’è sorpresa: c’è solo complicità. E se la democrazia resta in piedi in certe zone del mondo, è nonostante – e non grazie – a chi voleva esportarla a colpi di bombe.

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Il lavoro sporco

Mentre a Gaza i palestinesi muoiono nel silenzio, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato in diretta tv che l’obiettivo dichiarato della sua guerra all’Iran è l’eliminazione della Guida suprema Khamenei. Nessuna ambiguità: secondo lui, uccidere il capo politico e spirituale del regime iraniano non provocherebbe un’escalation, ma “porterebbe la pace”.

Siamo oltre l’ipocrisia diplomatica. Israele non si nasconde più: rivendica il diritto di assassinare i vertici di altri Stati, ben sapendo di godere dell’impunità garantita dalla complicità occidentale. “Sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”, ha dichiarato il cancelliere tedesco Merz. Così si costruisce il caos utile a mantenere il primato militare in Medio Oriente.

Netanyahu ha scatenato la guerra contro Teheran proprio alla vigilia di un possibile negoziato tra Stati Uniti e Iran. Trump ha esitato, ma poi ha applaudito. Perché per Washington va bene se Israele distrugge gli impianti nucleari iraniani, anche se servirebbe la bomba americana per abbattere l’impianto sotterraneo di Fordo.

Il cambio di regime è un’ossessione ricorrente: lo è stato in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. Ogni volta il risultato è stato un Paese a pezzi. Ora il bersaglio è l’Iran: 90 milioni di abitanti, confini con sette Stati, riserve energetiche immense. Un boccone enorme, che nemmeno la potenza militare israeliana può masticare senza soffocare.

Ma Netanyahu ha bisogno di guerra. Per tenersi stretto il potere, per zittire le critiche, per non far parlare Gaza. Il rischio è quello che Pierre Haski ha definito “una guerra senza limiti”: né militari né morali. Perché quando si annuncia la volontà di uccidere il capo di un altro Stato, la pace è già stata assassinata.

Buon mercoledì. 

Foto WP

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La crociata (tradita) contro i bonus: il governo delle destre ha creato e rifinanziato nuove e vecchie agevolazioni

Nel settembre 2024, Giorgia Meloni ribadiva ancora una volta la fine di un’epoca: “È finita la stagione dei bonus”. Una dichiarazione netta, pronunciata con l’intento di marcare una cesura rispetto alle politiche dei governi precedenti, accusati di distribuire sussidi a pioggia, senza visione sistemica. Eppure, oggi, lo stesso governo annuncia di voler “rendere strutturale il bonus elettrodomestici”. La retorica della discontinuità si è scontrata con l’ossatura stessa della legislatura. Perché la stagione dei bonus non è mai finita: ha solo cambiato linguaggio, target e finalità politiche.

Bonus vecchi, nuovi, trasformati

Secondo l’analisi dei testi di legge e delle manovre economiche, l’esecutivo ha confermato e spesso ampliato molti degli strumenti preesistenti, introducendone di nuovi. Il bonus elettrodomestici, fiore all’occhiello del 2025, è emblematico: 30% di sconto per l’acquisto di prodotti ad alta efficienza (fino a 200 euro), con vincoli precisi su classe energetica e produzione in Europa. La misura è finanziata con 50 milioni di euro e dichiaratamente orientata a sostenere la “transizione ecologica” e il “made in Italy”.

Non è l’unico. Con il bonus “nuovi nati” (1.000 euro una tantum per ogni figlio, Isee sotto i 40.000 euro), il fondo Dote Famiglia (30 milioni per attività extrascolastiche in famiglie con Isee basso), e il rifinanziamento del fondo per la morosità incolpevole, il governo ha delineato un ecosistema di incentivi che si rivolge a precisi bacini elettorali: famiglie numerose, giovani, lavoratori a basso reddito.

A queste si aggiungono agevolazioni confermate e potenziate rispetto al passato: il bonus asilo nido sale a 3.600 euro annui, esteso anche a nuclei senza primogeniti; il bonus psicologo è stato reso “strutturale” (dal 2028), con un aumento dei fondi a 9,5 milioni nel 2025 (erano 5 milioni nel 2023, 25 milioni nel 2022). La “Carta Dedicata a te” è stata rifinanziata e rafforzata, portando il contributo per famiglie con Isee fino a 15.000 euro a 500 euro annui. Anche il bonus carburante (fino a 200 euro) è stato mantenuto, nonostante fosse nato come misura temporanea nel 2022.

Contraddizioni programmatiche

È difficile conciliare questa proliferazione con la promessa di archiviare la stagione delle mance. L’unica differenza è nella semantica: le nuove misure si chiamano “carte”, “contributi”, “doti”, ma funzionano con le stesse logiche dei bonus tanto criticati. In molti casi, sono addirittura una loro evoluzione più mirata: il bonus cultura universale (18app) è stato abolito e sostituito da due carte separate (cultura e merito), legate a Isee o voti scolastici. Il bonus trasporti è confluito nella carta sociale. Il superbonus è stato definanziato, ma i bonus edilizi minori – come quello per le ristrutturazioni – sono rimasti, seppur ridotti.

Il paradosso è che alcune di queste misure erano state esplicitamente contestate quando il centrodestra era all’opposizione. La Lega aveva bollato il bonus affitti come “assistenzialismo”. Fratelli d’Italia aveva denunciato il “sussidiarismo senza visione” del reddito di cittadinanza, per poi mantenerne una forma riformulata (l’Assegno di Inclusione) e affiancarlo ad altre agevolazioni settoriali. Anche il bonus bebè, ritenuto troppo generico durante la campagna elettorale, è stato riformulato e rilanciato nel 2025.

Una politica fiscale mascherata

Il ricorso al termine “strutturale” serve da foglia di fico. Il bonus elettrodomestici, come la carta per i nuovi nati, sono finanziati solo per un anno. Altre misure dipendono da coperture da rinnovare annualmente. La strutturalità, più che un fatto, è un’intenzione politica: si promette di stabilizzare ciò che resta precario nei numeri e nei bilanci.

L’operazione è chiara: dismettere i bonus “degli altri”, presentati come sprechi o “truffe” (come nel caso del Superbonus), per reindirizzare la spesa verso strumenti compatibili con la narrazione del governo. È un pragmatismo selettivo, che conserva la stessa logica di micro-incentivi ma ne cambia i connotati simbolici. Con l’aggiunta, fondamentale, di una regia più centralizzata e meno redistributiva.

La coerenza è un’altra cosa

Nella sostanza, la stagione dei bonus non è finita: è solo stata adattata. A cambiare non sono le fondamenta dello strumento, ma i destinatari e l’ideologia di riferimento. La promessa di Meloni si è sgonfiata di fronte alla necessità di dare risposte immediate, al di fuori di una riforma fiscale vera e compiuta. Il risultato è un’Italia ancora una volta affidata ai sussidi temporanei, incasellata in un sistema di aiuti che vive di proroghe, fondi una tantum e strategie comunicative. Una stagione infinita, malgrado gli annunci.

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Meloni, l’ininfluencer

Diceva Meloni che avrebbe dato all’Italia un ruolo centrale nel mondo. E poi è arrivata Gaza. E poi è arrivato l’Iran. E il mondo, inchiodato tra le bombe israeliane e i missili di Teheran, ha riscoperto la cruda gerarchia delle potenze.

La presidente del Consiglio italiana ha fatto tutto quello che una media potenza può permettersi di fare: ha telefonato, ha partecipato, ha twittato. Ha persino sbuffato a un tavolo del G7 dopo una battuta di Macron, diventando meme prima che notizia. Il vertice in videoconferenza del 13 giugno, le consultazioni con Trump e i leader arabi, l’iniziativa italiana per il cessate il fuoco a Gaza: tutte azioni diligenti, ma prive di esito, prive di peso.

Meloni ha parlato con Netanyahu chiedendo aiuti umanitari, ma non ha mai messo in discussione il memorandum militare italo-israeliano. Ha invocato una de-escalation, ma l’Italia è rimasta tra i Paesi che si oppongono a sanzioni Ue contro Tel Aviv. Ha offerto Roma come sede di negoziati, ma nessuno – né Usa né Iran – l’ha presa in considerazione. A mediare, semmai, è stato l’Oman.

E mentre Macron promuoveva conferenze Onu per la Palestina, e Scholz ammoniva Israele da Amman, Meloni raccoglieva “cauti apprezzamenti” per una proposta che nessuno ha discusso. Il G7 si è chiuso con un comunicato su cui la mano italiana è impercettibile: il diritto di Israele a difendersi c’è, l’Iran resta il “problema”, e l’appello al cessate il fuoco è un inciso marginale.

Non è solo una questione di contenuti. È una questione di visibilità, di rilevanza, di credibilità. Meloni è stata nei luoghi giusti, con le parole giuste, nel momento sbagliato o, forse, con il peso sbagliato. La stampa internazionale non la cita tra i leader determinanti. I dossier diplomatici la collocano nel gruppo dei prudenti, dei presenti ma irrilevanti. La sua presenza è registrata, ma mai decisiva.

È questa l’ininfluenza che conta. Quella che non nasce dall’assenza, ma dall’insignificanza. Giorgia Meloni non ha perso un’occasione: l’ha semplicemente vissuta da comparsa. In un mondo che brucia, l’Italia ha portato un secchio vuoto e il desiderio di essere ricordata per averlo agitato.

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Gaza affamata e svuotata, iniziata la deportazione

Sono tornati a sparare sugli affamati. Ancora. A Khan Yunis, 74 morti e oltre 200 feriti — alcuni in condizioni disperate — mentre aspettavano un carico di aiuti umanitari. Poche ore dopo, le cifre diventano più spaventose: almeno 300 tra uccisi e feriti. Un’altra strage, un altro silenzio internazionale.

La distribuzione del cibo è diventata un’arma non solo nella sua scarsità, ma nella sua mappa: quattro centri di distribuzione per oltre due milioni di persone, tutti collocati strategicamente per forzare la popolazione verso sud. Per ricevere aiuti, i palestinesi devono spostarsi chilometri tra macerie e mine, in piena zona militare. E spesso, come ieri, devono morire per un sacco di farina.

Il piano è dichiarato: “Riceveranno aiuti solo se non torneranno nei luoghi da cui provengono”, ha detto Netanyahu in una riunione riservata della Commissione Esteri e Difesa della Knesset l’11 maggio. L’obiettivo è svuotare il nord di Gaza. E poiché i trasferimenti non stanno funzionando come previsto, l’escalation è la risposta. Bombardare, affamare, sparare: costringere alla fuga.

Nel frattempo, si consolidano le cosiddette “zone di concentrazione”: tre porzioni di terra, senza servizi, senza acqua, senza riparo. Se il piano andrà a compimento, 2 milioni di persone saranno stipate nel 40% del territorio della Striscia, con una densità di oltre 15.000 persone per chilometro quadrato. Il termine tecnico è “concentration zones”, usato dallo stesso esercito israeliano. Il nome storico, purtroppo, lo conosciamo: deportazione. 

La deportazione è già in corso. L’Europa tace, gli Stati Uniti firmano assegni.

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La bomba che non c’è: trent’anni di allarmi israeliani sull’Iran

Nel 1992, Shimon Peres dichiarava alla televisione francese che l’Iran avrebbe avuto la bomba atomica «entro il 1999». Benjamin Netanyahu, appena un anno dopo, rincarava la dose: «Teheran svilupperà la sua prima bomba nucleare entro il 1999». Era l’inizio di una narrazione destinata a diventare ciclica. Ogni governo israeliano, da allora, ha continuato ad annunciare che la Repubblica Islamica era a un passo dall’atomica. E ogni volta quella soglia non è mai stata raggiunta.

La svolta arriva nei primi anni ’90, dopo la Guerra del Golfo e il crollo dell’URSS. Israele, privo di un nemico convenzionale immediato, riorienta la propria dottrina di sicurezza e individua nell’Iran l’avversario strategico da opporre al proprio isolamento regionale. La minaccia atomica, più che un dato di intelligence, diventa uno strumento di diplomazia preventiva. Già nel 1992, oltre a Peres, anche Netanyahu parla in Parlamento di «tre-cinque anni» come orizzonte per la prima bomba iraniana. Scadenze che si sposteranno, costantemente, di anno in anno.

Uno schema ripetuto

Nel 1996 Peres aggiorna: l’Iran avrà l’arma nel 2000. Nel 1999, un alto ufficiale militare stima la scadenza al 2004. Nel 2001, il ministro della Difesa fissa il limite al 2005. Nel 2008 il generale Isaac Ben-Israel afferma che «gli iraniani sono a uno o due anni dalla bomba»; nel 2009 Yossi Baidatz parla di materiale fissile sufficiente «entro l’anno». Anche il discorso all’ONU di Netanyahu nel 2012 – con la celebre “bomba disegnata” – inserisce una nuova deadline: «meno di un anno al punto di non ritorno». Ma pochi mesi dopo, un rapporto del Mossad trapelato alla stampa lo smentisce: l’Iran non sta compiendo le attività necessarie alla produzione di un ordigno.

Intanto, gli obiettivi israeliani si consolidano: ottenere sanzioni, influenzare le decisioni strategiche statunitensi, rallentare i negoziati internazionali e legittimare operazioni militari. Il 2018 è emblematico: il Mossad trafuga l’archivio nucleare iraniano e Netanyahu lo presenta in televisione come «prova definitiva» della doppiezza di Teheran. In realtà, si tratta di documenti relativi a un programma sospeso nel 2003, già noto in parte agli ispettori IAEA. Ma tanto basta a Donald Trump per ritirarsi dal JCPOA.

Dal disegno alla bomba mai costruita

La strategia si aggiorna: l’unità di misura non è più “anni alla bomba”, ma “tempo di breakout”, ovvero le settimane teoriche necessarie all’Iran per produrre uranio arricchito sufficiente a costruire un’arma. Nel giugno 2025, all’indomani degli attacchi israeliani su impianti nucleari iraniani, fonti militari dichiarano che Teheran è «a poche settimane dalla bomba». Ma anche stavolta l’IAEA smentisce: l’Iran possiede sì materiale arricchito, ma non un programma attivo di militarizzazione. La soglia tra uso civile e militare resta da verificare.

Non è la prima volta. Il National Intelligence Estimate statunitense del 2007 aveva già concluso che il programma militare era stato interrotto nel 2003. Lo stesso Mossad, nel 2012, contraddiceva pubblicamente il proprio primo ministro. La discrepanza tra retorica e intelligence è diventata strutturale: il messaggio politico è funzionale, e spesso scollegato dalla realtà tecnica.

Una minaccia utile, ma non vera

Da trent’anni Israele presenta l’Iran come pericolo imminente. E ogni volta la soglia si allontana. Non è un errore di calcolo: è una strategia. Ha funzionato per ottenere pressioni diplomatiche, per legittimare guerre segrete, per trasformare un rischio in leva. Ma ha anche contribuito a costruire un clima di allarme permanente, che alimenta escalation e delegittima ogni soluzione diplomatica. Oggi come nel 1992, la bomba iraniana continua a non esistere. Ma serve, ancora, a giustificare chi la evoca.

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