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Calabria Ora intervista Giulio Cavalli

Il suo fortino è nei pressi di Lodi. La sua arma è il teatro. I suoi nemici i camorristi, i mafiosi, gli ’ndranghetisti. Il suo asso nella manica è l’umorismo. Quando parli con Giulio Cavalli sembra di parlare con un «marziano». E un marziano in qualche modo lo è.
Nato a Milano nel 1977, regista e attore, Cavalli fonda nel 2001 a Lodi la “Bottega dei mestieri teatrali”. Dopo aver raccontato la strage dell’aeroporto di Linate, dove morirono 118 persone, e la vicenda di Carlo Giuliani, si è messo in testa di raccontare la criminalità organizzata. Quella che al Nord non spara. Ma pulisce soldi. Fa affari. Mette mano nell’Expo 2015. Insomma, conquista. In silenzio. E così, quasi echeggiando le lotte di Peppino Impastato, a ottobre porterà in scena “A cento passi dal Duomo”.
Cavalli, con lo spettacolo “Do ut des”, coprodotto dai Comuni di Lodi e Gela, con la collaborazione del centro di documentazione “Giuseppe Impastato”, lei ironizzava sui riti mafiosi. Perché questa scelta?
«Per due semplici motivi. Innanzitutto l’onore di cui i mafiosi parlano tanto non è vero onore, ma solo paura. Ed è con quella che si fanno rispettare. Io voglio far passare il messaggio che noi non abbiamo timore di loro. Anzi, che ci fanno ridere. E ridendo arriviamo alla seconda conclusione. Non ci troviamo di fronte a eroi negativi come ce li dipingono le fiction televisive. Sono degli uomini, piccoli, piccolissimi. Come Provenzano. Che mangiava ricotta e cicoria. Che aveva problemi di prostata. E io mi chiedo come questi tipi tengano sotto scacco un intero Paese. O c’è qualcos’altro sotto sotto?».
Lei ha subìto delle intimidazioni. Le hanno imbrattato i muri del suo teatro a Tavazzano con Villanesco, nel lodigiano.
«Sinceramente, non amo parlarne molto. Nella lotta alla mafia non ci vogliono eroi solitari, ma l’impegno di tutti, come diceva Giovanni Falcone. Io mando dei segnali artistici e loro, diciamo, mi hanno risposto con dei segnali. Banali. Com’è loro consuetudine. Ma a me fanno paura altre cose»
Cioè?
«Che si crei una sorta di voyarismo. Io vivo sotto tutela delle forze dell’ordine. Ma non per questo le mie parole devono pesare di più».
Ma parlare, scrivere di mafia è così difficile a Milano?
«Qui ogni inchiesta su Cosa Nostra e sulla ’ndrangheta è un vero e proprio atto di svelamento. Senza contare che sempre più spesso ci dobbiamo scontrare con il negazionismo. Vedi il caso di Buccinasco. Una specialità milanese, mi verrebbe da dire».
Sta dicendo che sull’antimafia la Calabria è più avanti rispetto alla Lombardia?
«Assolutamente sì. Voi avete imparato l’antimafia. Avete giornalisti coraggiosi che ogni giorno fanno nomi e cognomi, non filosofia. Avete giovani. Avete tanta gente onesta. Noi dobbiamo imparare molto da voi. Lasciamo perdere quell’area di supponenza che il Nord ha nei confronti del Sud».
In questo c’entra qualcosa anche la Lega Nord?
«Beh, la Lega ha contribuito all’autoincoronazione come se qui abitasse la razza ariana. È anche vero, però, che il problema è generalizzato».
Un giudizio impietoso il suo.
«Come tutti sanno la ‘ndrangheta, che è l’organizzazione più pericolosa in Lombardia, vive di segnali. E le ’ndrine al Nord crescono tranquille grazie al concime dell’indifferenza. Una colpa grave per cui pagheranno i nostri figli, i nostri nipoti. Dobbiamo vergognarcene. Ci sentiamo immuni dalle infiltrazioni della criminalità organizzata non per ignoranza ma per presunzione».
In “A cento passi dal Duomo” lei parlerà anche di Expo 2015. Il grido che arriva da forze dell’ordine e magistrati è che l’occasione sia ghiotta per i clan calabresi. Dal suo osservatorio di artista come vede e vive tutto questo?
«(Ride) Guardi, siamo di fronte a una scenetta comica. La politica boccia la commissione Antimafia al Comune di Milano perché, questa la motivazione, a indagare ci devono pensare i magistrati. Peccato che c’è un procuratore antimafia, Enzo Macrì, persona seria e preparata che da anni studia la mafia, che non sa più come dire che bisogna svegliarsi, che siamo di fronte a un rischio serissimo».
Che cosa si prefigge con questo spettacolo?
«Premetto che l’ho scritto con Gianni Barbacetto. Racconto gli ultimi trent’anni di crimine organizzato a Milano. E voglio suggerire al pubblico che deve essere la politica a combattere la mafia. Da Momo Piromalli di ieri ai Barbaro, ai Piromalli, ai Bellocco di oggi le ’ndrine stanno investendo in Lombardia. Qui non si spara. Qui i conti correnti e le partite Iva sono pulitissimi, al di fuori di ogni sospetto. Qui ci si inabissa. Aspettando l’Expo.
Ma chi glielo fa fare?
«Siamo una nazione e i problemi sono nazionali. La mafia sta inquinando come un cancro non solo le città del Sud, ma il tessuto intero del Paese. Io confido nelle persone oneste. Che sono tante».

Agostino Riitano

L’ARTICOLO QUI

Quattro chiacchiere con… Giulio Cavalli, il “giullare” sotto scorta

lucarinaldi.blogspot.com

Prima intervista della rubrica “Quattro chiacchiere con…”, dove si intervisteranno nel corso del tempo alcune personalità, non scelte a caso. Proprio l’inaugurazione è dedicata ad un personaggio, un attore, regista, sceneggiatore di teatro: Giulio Cavalli, che ringrazio per la grande disponibilità dimostrata. Giulio non è una personalità scelta casualmente per inaugurare questa rubrica, che spero apprezzerete, tutt’altro.

Lo vidi all’opera la prima volta non molto tempo fa, solo questa estate, mentre portava in giro per l’Italia il suo spettacolo, scritto con Gianni Barbacetto “A cento passi dal duomo”, un bellissimo, ma soprattutto forte, spettacolo sulle infiltrazioni mafiose nel nord Italia. Il teatro di Cavalli è proprio questo: narrazione civile, un teatro spesso scomodo, che si mostra però come una delle forme forti di denuncia sociale: Cavalli tiene vive, tramite il suo teatro, pagine importanti della storia recente che non vanno dimenticate, dato che, e qui prendo spunto da un altro pezzo di teatro civile, “Promemoria” di Marco Travaglio, “la storia è maestra, ma nessuno impara mai niente”.

Oggi Giulio Cavalli, a seguito di alcune minacce da parte di mafiosi, dopo aver portato in scena il suo spettacolo “Do ut Des”, vive sotto scorta, un segno forte come le mafie debbano essere innanzitutto combattute con la cultura e la conoscenza del fenomeno, che ancora oggi manca alla maggioranza degli italiani.

Ecco l’intervista:

Domanda: Giulio, da quanto vive sotto scorta e qual’è stata la rappresentazione che ha cominciato a far paura a qualcuno?

Risposta: La vicenda è cominciata in una climax ascendente dal 2006. In quel periodo insieme a Rosario Crocetta, Antonio Ingroia, Giovanni Impastato e molti altri avevamo deciso che era il momento di riprendere in mano la lezione di Peppino Impastato e “disonorare” Cosa Nostra mettendone a nudo le bassezze morali e la comicità dei limiti medievali di riti e boss. Disonorarli, per noi, era una questione di onore. Un modo per ribellarsi ad un racket culturale di eroicità negativa di individui che una certa televisione ci proietta come “astuti geni del male” e invece si rivelano infimi nella loro bassezza. Ridere di mafia significava urlare forte che “il re è nudo” e, di conseguenza, che difficilmente questi personaggi avrebbero potuto tenere sotto scacco una nazione senza l’aiuto dei colletti bianchi e di alcuni pezzi della politica.

D: Da dove arriva la scelta di fare “teatro civile”?

R: Non è una scelta. Piuttosto un’esigenza. Il rispetto per il privilegio di avere un pubblico disposto ad ascoltarti e che si merita quelle storie che in altri campi (giornali, tv) emergono con difficoltà. Ammetto che l’etichetta “teatro civile” mi lascia però molto perplesso. Tutta la cultura è civile nel momento in cui professa un ideale, lo argomenta, ne traccia le linee e lo veste con gli abiti della bellezza.

D: Crede che la sua storia sia una dimostrazione di come il teatro e l’arte in generale, possa ancora influire a livello sociale e di come la mafia, oltre che con la legge, vada combattuta anche con la cultura?

R: Come dice Don Luigi Ciotti “l’etica libera la bellezza”. Finchè sfideremo le criminalità organizzate (anche) con l’arma bianca della cultura sveleremo la deriva culturale che a loro appartiene e scalfiremo la loro credibilità.

D: In “A cento passi dal duomo” cita molti personaggi del panorama politico milanese. Ha mai avuto rimostranze o minacce da parte di questi?

R: Le minacce sono gli effetti. Io peroro cause. Le minacce le trovo banali, noiose, nemmeno meritevoli di essere accennate. Comunque tutti i miei copioni nascono da sentenze di tribunali e quindi sono opinabili ma difficilmente smentibili.

D: La mafia al nord, come ricorda anche nel suo spettacolo, per molti è un argomento pretestuoso per infangare il buon nome della Lombardia e di Milano. Analogo discorso veniva fatto trent’anni fa in Sicilia dai sindaci, e ad oggi, tutta Italia conosce la situazione dell’isola. Crede che a Milano si possa mandare un chiaro messaggio sui pericoli di queste infiltrazioni o vede la popolazione del nord cieca e sorda a questi appelli?

R: A Milano bisogna mandare un messaggio forte. Una regione che continua a sfilare presuntuosa credendosi immune è una regione già pronta per essere presto malata terminale. La questione della pulizia del buon nome di una regione è un barricarsi barbaro e insensato. Non saranno i ciechi irriducibili dell’onorabilità di un marchio a salvare il nord. Il negazionismo lo pagheremo quando il cancro sarà ormai una metastasi che non si potrà più nascondere. E allora l’irresponsabilità della politica la sconteranno i nostri figli.

D: Cosa differenzia la mafia del sud da quella del nord?

R: Al nord hanno l’abito buono delle organizzazioni economiche. Profumano di partite iva e eleganza, stanno nel riciclaggio in cravatta e nella cocaina del dopo aperitivo di certa borghesia. Ma l’odore è lo stesso; quello peloso della prevaricazione e della bava dell’illegalità.

D: Il Giulio Cavalli del futuro a quali spettacoli sta pensando?

R: Sto scrivendo un libro, ci tengo molto. È il diario impersonale di un viaggio continuo tra storie, sopravvissuti e sopravviventi.” A 100 passi dal Duomo” ad ottobre debutterà a Milano al Teatro della Cooperativa nella sua dimensione scenica definitiva. Poi ho l’onore di raccontare in tournè il testo datomi da Dario Fo “L’Apocalisse Rimandata” su politica e ambiente. Continuo a non dimenticare l’incidente di Linate e la pedofilia con altri miei spettacoli. In più sto preparando un progetto di legalità “resistente” sul territorio. Non mi annoio.

D: E il lavoro teatrale sul processo Andreotti scritto con lo scrittore Carlo Lucarelli?

R: È un fiore che stiamo allevando con cura e che tra poco sarà pronto per sbocciare. È la storia di uno stato che si infiltra nella mafia e di una sentenza dimenticata. Cose incredibilmente fantasiose se non fosse che sono vere.

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Salvo Vitale e la sincerità per niente smemorata

Tipologie dell’antimafia

di Salvo Vitale – 3 settembre 2009
Ci sono vari tipi di antimafia: mi soffermo su alcuni:

1) L’antimafia di facciata, è la più diffusa: manifestazioni formali, commemorazioni in occasione di ricorrenze (nascite, morti, partecipazione ad eventi, intestazioni di strade, convegni ecc.). E’ l’antimafia tutto fumo e niente arrosto, nel senso che basta impegnare pochi soldi (amplificazione, locale, spese di viaggio e di soggiorno per i relatori per promuovere l’immagine di un’amministrazione seriamente impegnata in questo campo, attraverso la diffusione della notizia sul giornale o in tv. Qualche presenza del politico di turno assicura più visibilità e più parole inutili. I risultati d queste attività sono pressocché nulli se non rafforzati da momenti di riflessione e da azioni d’intervento sul territorio. Da questa antimafia i mafiosi non si sentono disturbati, anzi condividono o promuovono la partecipazione di loro simpatizzanti alle iniziative, onde avere un alibi.

2) L’antimafia talebana: è quella di chi vede mafia e interessi mafiosi dappertutto, quella di chi su un saluto, su una parentela, su una frase avulsa dal suo contesto, scopre collusioni mafiose con i politici, loschi affari che nascondono chissà quali oscure trame. Si mettono assieme le più disparate notizie che possono avere una qualche connessione, per elaborare analisi indimostrabili, utili comunque a gettar fango sul proprio avversario politico o sul proprio nemico personale. Molti personaggi di primo piano, soprattutto a sinistra, hanno fatto parte di questa antimafia, finendo con il generalizzare in un unico calderone categorie sociali e persone che nulla avevano a che fare con la mafia. Personalmente ritengo di essere appartenuto anche io, in altri tempi, a questa categoria, quando, ai tempi di Peppino Impastato, ritenevo che “Scudo crociato- mafia di stato” o che ” D,C.+P.C.I= mafia”. C’erano allora certamente molti mafiosi nelle D.C. così come ora nell’UDC e nel PDL, alcuni anche nel PD, senza per questo dover concludere che tutti quelli che fanno politica sono mafiosi o collusi. “Se tutto è mafia niente è mafia”, diceva Sciascia. E questa sorta di smania di trovare “connessioni mafiose” dovunque, ricorda per certi aspetti l’integralismo dei talebani afghani. Quindi due tipi di “talebaneria”: quella sincera e radicale, chiusa in una completa intolleranza e nel rifiuto totale del sistema, quella che utilizza o strumentalizza presunte collusioni come mezzi utili a qualche strategia politica. E qua passiamo già alla successiva tipologia,

3) L’antimafia strumentale: l’uso dell’antimafia come strumento per far carriera. Sciascia, a suo tempo, bollò come “professionisti dell’antimafia” anche Falcone e Borsellino, accorgendosi, solo molto più tardi e dopo la loro morte, di avere sbagliato bersaglio. Per un magistrato che cura particolari inchieste, è facile costruire una cornice in cui l’impegno personale si media con la carriera professionale. Anche il politico può servirsi di quest’arma con intelligenza, favorendo le associazioni antimafia, assegnando loro beni confiscati, plaudendo alle operazioni delle forze dell’ordine quando smantellano organizzazioni malavitose presenti sul proprio territorio, o esprimendo solidarietà nel caso di attentati. Sull’esistenza di un autentica volontà antimafia si può avanzare qualche dubbio, anche se non mancano risultati eclatanti.

4) L’antimafia passiva, che comprende una “maggioranza silenziosa”, ostile alle prepotenze, desiderosa di vedere l’alba di una nuova Sicilia, ma che sopporta tutto e si adatta al sistema per mancanza di coraggio. “Pi amuri di la paci ognunu taci- e supporta la mafia in santa paci” , cantava Otello Profazio. Difficile catalogare come antimafia questa forma di accettazione passiva, specie quando è determinata dall’idea che nulla cambia o potrà cambiare l’attuale assetto di vita: non c’è miglior terreno di cultura della mafia che la conservazione dello stato di cose che ne costituisce il naturale brodo di coltura. Un passaggio più avanzato è l’accettazione determinata dalla paura: a nessuno piace subire la violenza, assoggettarsi al pagamenti del pizzo per evitare ritorsioni che possono arrivare alla rovina di un’attività. Lamentarsi non basta, ma c’è già qualche luce di ribellione, o comunque, di presa di distanza.

5)
Più consistenza ha l’antimafia militante, cioè quella di coloro che dedicano il proprio tempo e la propria vita a lavorare per l’eliminazione di questo triste fenomeno del sottosviluppo meridionale: quella di coloro che vanno nelle scuole, che scrivono inchieste coraggiose su alcuni giornali, che creano associazioni e promuovono iniziative di formazione e di lotta, anche spontanee, contro chi usa il potere per ricattare la gente impedendole di scegliere liberamente il proprio futuro. E l’antimafia di amministratori che si attivano per utilizzare i terreni confiscati ai mafiosi, quella dei docenti che elaborano progetti di educazione alla legalità ( non sempre efficaci), quella dei pochi giornalisti pronti a rendere note le collusioni con la politica e i giri d’affari illegali, mentre gran parte dei loro colleghi preferiscono scaldare le sedie con inutili servizi sulle vacanze, sui prezzi, sull’enalotto, sui meriti e i miracoli del loro padrone e dei suoi amici, ecc.

Tratto da: corleonedialogos.blogspot.com

Le conclusioni della direzione artistica sulla stagione 08/09 del Teatro Nebiolo

S5002235Se la prima stagione di un teatro (in qualsiasi angolo del mondo sia ficcato) è l’anno della sorpresa e della meraviglia, la seconda stagione è sempre un respiro con un retrogusto di ansia perché si è sicuri che toccherà scegliere a qualche bivio. Seduto in sala ad ascoltare le ultime briciole di eco di questo 2008/2009 c’è il profumo di una coerenza spessa; che per quanto possa essere più o meno condivisa è almeno il privilegio di un’identità coerente, non compromettibile e degna. La soddisfazione e la responsabilità di avere guadagnato in quest’ultima stagione nuovi compagni di viaggio (come la Fondazione Cariplo con il Progetto Etre, l’Associazione Etre delle residenze teatrali lombarde ,i tanti studiosi, attori e giornalisti che allevano con noi il Centro di Documentazione Teatro Civile e nuovi spettatori), nonché di avere ritrovato l’energia e il calore del nostro pubblico, ci dicono che l’adolescenza del Teatro Nebiolo e dei suoi mille satelliti di parole e persone è un’adolescenza vivace che suona ormai molto di più di una promessa. Oggi, su quel confine di cotone tra il tramonto della stagione 2008/2009 e l’alba della 2009/2010, il Nebiolo è la casa di temi, persone e modi che  sono diventati un valore.  E allora ci sarebbe da riservare l’ultimo applauso della stagione al “tutto” in cui il Teatro Nebiolo galleggia: il paese, le persone, le idee, gi errori, la fiducia, la sfiducia, il tecnico, l’organizzazione, gli artisti e il pubblico. Ma un applauso a palmo aperto, di quelli che non si accendono mica telecomandati ma sono un’esigenza: una voglia matta di gratitudine. Per questo teatro a forma di neo che doveva “essere un teatro di provincia” e invece non lo è stato.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando abbiamo rifiutato di incensarci con i numeri ma abbiamo rivendicato il peso delle persone e dei contenuti.

Non siamo stati “un teatro di provincia” quando abbiamo preservato la nostra autonomia da una falsa cortese politica di “rete” che qualcuno vorrebbe suonasse come moderazione e controllo.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando abbiamo ricordato che i teatri sono un gioco tra spettatori e teatranti e nient’altro.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando abbiamo sottolineato che la libertà di espressione (ancora di più sulle storie “lodigiane”) sono un diritto ma anche un dovere prezioso.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando non ci siamo fermati davanti alle gesta di “bravi” da poche lire, intellettuali da discount, detrattori per passione e per professione o davanti alla politica pavida della “tranquillità”.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando abbiamo chiesto spiegazioni e abbiamo preso atto della vacuità delle risposte.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando abbiamo scelto meno esibizioni e più opinioni.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando abbiamo sorriso delle prevedibilissime strumentalizzazioni.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando, tra le orge di vendemmie al chilo, abbiamo scelto di essere un teatro da sorseggiare. Come quel vino buono tra amici che, anno dopo anno, diventa una tradizione.
Non siamo stati “un teatro di provincia” quando, rileggendo a fine stagione l’anno che è stato, ci riconosciamo.

Un ringraziamento particolare va al Comune di Tavazzano con Villavesco che ha reso e rende possibile tutto questo.
La prossima stagione è già cominciata.

IL DIRETTORE ARTISTICO
Giiulio Cavalli

Baldoni: “un colpo in testa al giornalista che cercava brividi in Iraq”

Conosco personalmente Guido Baldoni (il figlio di Enzo) con cui ho condiviso momenti di tourné che mi rimarranno indimenticabili. Per questo non saprei contenere la rabbia per il trattamento indegnamente infimo che certa stampa gli ha riservato. Ma Sergio è riuscito a raccontare senza scrivere come io non avrei mai potuto fare.

Enzo Baldoni: per non dimenticare l’altra memoria.

di Sergio Nazzaro

baldoniLe giornate della memoria muovono le emozioni, fanno riflettere, per un attimo c’è la voglia di scrivere. E invece no. Questa volta si celebra l’anniversario leggendo, facendo esercizio della memoria.

Studiando e approfondendo. Quasi un guardare per credere. E domandarsi come è possibile che chi disprezzi con tanto cinismo la vita umana, possa essere proprio un giornalista, un direttore di giornale. Nessuna dietrologia o ideologia: semplice sconcerto in nome di una normale convivenza civile. La memoria è anche questo difficile esercizio: doversi ricordare di persone come il sig. Renato Farina e il sig.Vittorio Feltri. (Grazie a Mauro Biani, al suo prezioso archivio e alla memoria che ricorda)

libero_1-1251360971VACANZE INTELLIGENTI di RENATO FARINA (da Libero, 24/08/2004)
Prima di cominciare a leggere è bene ricordarsi chi è Renato Farina, da wikipedia “(Desio, 10 novembre 1954) è un deputato e scrittore italiano. È stato radiato dall’Ordine dei Giornalisti il 29 marzo 2007, dopo avere ammesso di aver collaborato, da vicedirettore di Libero, con i Servizi segreti italiani fornendo informazioni e pubblicando notizie false in cambio di denaro. Un mese prima, il 16 febbraio 2007, si era dichiarato colpevole del reato di favoreggiamento[2] nell’ambito dell’inchiesta sul rapimento dell’ex imam di Milano, Abu Omar, patteggiando la pena di sei mesi di reclusione (commutata in una multa di 6.800 euro)”.

Alle 16 di ieri, come quarta notizia di Al Jazeera, è stata mostrata la faccia barbuta di un uomo. In inglese ha detto: «Sono Enzo Baldoni». Aveva una polo grigia e l’aria tranquilla. Forse un po’ troppo. Pareva un turista per caso. Il comunicato dell’”Esercito islamico in Iraq” (Al-Jeish Al- Islami-si-Iraq) ha posto un ultimatum a Berlusconi: o ritira entro 48 ore le sue truppe, e lo fa in modo chiaro, con un decreto firmato, o «non garantiamo la sicurezza di Baldoni ». Vuol dire che lo ammazzano. Il gruppo ha un simbolo molto simile a quello di Al Zarqawi, il decapitatore professionista per conto di Osama Bin Laden. Si deve a questo simpatico esercito l’uccisione di un ingegnere e di un autista pachistani il 28 luglio scorso in Iraq. Al Jazeera non ha trasmesso le immagini dei pachistani perché «sconvolgenti”. Abbiamo capito cosa gli hanno fatto. Eppure Baldoni appare straordinariamente rilassato. Come se avesse un asso nella manica. Lo sappiamo su che cosa conta: sulle proprie idee. In fondo, è un loro simpatizzante. Perché dovrebbero fargli del male? È un giocherellone della rivoluzione. Repubblica ha pubblicato un suo decisivo reportage: «Le mie vacanze col brivido». Dopo le ferie intelligenti, proviamo a fare quelle sconvolgenti. Ecco il ritratto che dedica su “Linus” al Chapas: «Marcos: culo e carisma». E questo sarebbe giornalismo di sinistra? Vogliamo dirlo: è un simpatico pirlacchione. Lo scriviamo tremando. Sappiamo che ci sono moglie, genitori e fratelli in lacrime. Desideriamo gli sia restituito vivo e vegeto. Evitiamoci le tirate patetiche però. Signori di Al Qaeda, proprio dal vostro punto di vista, non vale la pena di ammazzarlo. Restituitecelo, farà in futuro altri danni all’Occidente come testimonial della crudeltà capitalistica. Vedendo com’era attrezzato, i rapitori hanno dubitato fosse davvero un giornalista. Sarà uno 007 finito fuori pista – hanno pensato. Imad El Atrache ha provato a salvargli la vita parlando un’ora dopo allo stesso tg. Mi ha chiesto notizie e ho confermato: ha scritto diari di viaggio dal Chapas, dovunque senta odore di Che Guevara corre in soccorso e poi manda articoli a giornali di sinistra che glieli pubblicano. Enrico Deaglio de Il Diario ha confermato: scrive per noi ed è pacifista. Il governo italiano in fondo è sulla stessa linea. In una nota fa sapere: «Siamo impegnati a ottenere il risultato di far tornare in libertà il signor Baldoni, che si trova in Iraq per la sua attività privata di giornalista e quindi assolutamente non collegato al nostro governo ». Ovvio che dichiari di non cedere al ricatto, è scontato, ma intanto con quelle tre paroline – “signor”, “privata”, “assolutamente” – marca una distanza da Baldoni idonea a salvargli la pelle. Come dire: quest’uomo è italiano, ma è più roba vostra che nostra, si è messo nei guai per le sue privatissime cose, perché rompete le scatole a noi? Garantiamo, nel nostro piccolo, ai suoi rapitori islamici: tifa per voi, per la resistenza irachena. Non è musulmano, è milanese; non aderisce ad Al Qaeda, per carità, ma in fondo giustifica chi spara ai marines. Li conosciamo i documenti antimperialisti dove si solidarizza con «le ragioni economiche, politiche, morali che spingono gli oppressi del mondo a combattere con le armi contro l’America e i suoi servi sciocchi, ad esempio Berlusconi». Baldoni era di tale fatta. Lo ribadiamo volentieri, Signori dai lunghi coltelli: è del tipo di occidentale che piace a voi: antiamericano. Confidiamo basti. Abbiamo molti dubbi, ma c’è un precedente positivo. Nei giorni scorsi un reporter statunitense, Micah Garen, è stato liberato dalle milizie di Al Sadr. Ma, appunto, erano sciiti. Non sono del giro di Al Qaeda, non sono come Al Zarqawi. Gli sciiti di Najaf si lasciano commuovere dalla opinione politica, dai sentimenti personali. Garen ha stramaledetto Bush e si è salvato. Al Zarqawi invece ha decapitato Nick Berg anche se aveva un pedigree pacifista d’alto rango e di provata affidabilità. Era però ebreo e americano. Per questo abbiamo paura non sia sufficiente a Baldoni dire quanto pensa del Cavaliere. Una speranziella. Gli esperti dell’intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull’orlo dell’abisso. Non appaiono intorno all’italiano uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita. Anche se il precedente di Nick Berg, il quale pareva sereno, ci inquieta. È necessaria un’operazione di verità. Nei giorni scorsi si è registrato un curioso fenomeno. Basta leggere l’Unità per capirlo. Siccome a sinistra, sotto sotto, credono che i tagliatori di teste siano persone perbene, hanno ritenuto impossibile che ad essere rapito fosse un giornalista del genere terzomondista. Per cui all’unisono si è accreditata l’ipotesi dei “predoni”. Nulla che fare con la resistenza. Banditi di strada. Ma il quotidiano di Furio Colombo e Antonio Padellaro è andato oltre. Secondo il foglio rosso la morte dell’interprete e il rapimento di Baldoni erano probabilmente opera di «forze governative». Hanno scritto proprio questo. Per loro il legittimo governo di Allawi (nomina Onu) è fatto di predoni assassini. Inutile aspettarsi autocritiche. Martelleranno noi perché non ci caschiamo a questa storia di reporter dediti ai poveri. Andiamo anche noi a soccorrere Baldoni. Per solidarietà umana confermiamo: ha sempre scritto cronache dall’Iraq contro gli americani. E prima in Colombia, in Messico, ovunque. Salvatelo. Ma per favore, una volta sano e salvo qualcuno dovrebbe spiegare ai vacanzieri del brivido che non si gioca con le cose serie per scrivere pagine palpitanti. Dalle parti di Bagdad non c’è un Rotary islamico, o la confraternita frati benedettini musulmani che porgono la minestra e l’altra guancia. Lì si spara, e chi non è attrezzato fa danni a se stesso ma soprattutto agli altri. Ammazzano gente di destra e di sinistra, li rapiscono per ricavarne favori. In passato ho scritto la stessa cosa a proposito di turisti che giravano con il cammello in Yemen e in Somalia, salvo poi far spendere miliardi al governo per portarli a casa. Quando sono tornati, mi sono arrivate maledizioni. Mi auguro che Baldoni mi aspetti presto sotto casa. Basta che lui, e la gente come lui, con tutto il rispetto, faccia il proprio mestiere di creatore di spot. Gli venivano meglio. Non si va alla ventura come facili prede. Poi il prezzo lo pagano persone che non contano niente (l’interprete autista), la propria famiglia, e il governo. Torna Baldoni, e lìmitati agli aperitivi in piazza san Babila. E in vacanza cogli le pesche dell’agriturismo di famiglia.

libero_3-1251361042IL PACIFISTA COL KALASHNIKOV di VITTORIO FELTRI (da Libero, 27/08/2004)
Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all’Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). Evidentemente, da buon giornalista della domenica egli ha preferito cedere all’impulso delle proprie passioni insane per l’Iraq piuttosto che adattarsi al senso comune. Ciascuno fa come gli garba. E se a lui garbava di mettere a repentaglio la ghirba allo scopo di essere la caricatura dell’inviato speciale, forse sognando di diventare un Oriano Fallaci o un Ettore Mo, c’è poco da obiettare. Molto da obiettare invece c’è sul fatto che adesso tocchi allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole (dal milanese: peste). Vabbè. Non facciamoci guardar dietro spendiamo quanto c’è da spendere per riportarlo a casa, questo bauscia simile a certi tizi i quali, durante il week end, indossano la tuta mimetica e giocano ai soldatini nelle brughiere del Varesotto. D’altronde, come documenta la nostra inchiesta Stipendiopoli, gli enti pubblici sprecano molto denaro e non saranno alcuni miliardi in più, investiti al fine di liberare il semigiornalista, a mandarci in rovina. Chiudiamo un occhio sull’aspetto finanziario e apriamo l’altro sul paradosso cui assistiamo. Lui, Baldoni, è qui ritratto in prima pagina con in mano un mitra o una mitraglietta (non essendo pacifisti c’intendiamo poco di armi) fra due beduini o similari. Sorride felice perché è corso in aiuto dei più deboli in lotta contro i cattivi americani. Ecco, ai “poveri” iracheni sono rivolti gli appelli in favore del pubblicitario- pubblicista lanciati dai suoi famigliari. I quali implorano i sequestratori: «Lasciate libero nostro padre, è un pacifista». E ancora: «Noi ci rivolgiamo al popolo iracheno martoriato dalla guerra e agli uomini che detengono Enzo; lui è in Iraq come uomo di pace oltre che come giornalista. Egli cercava di salvare vite umane a Najaf quale volontario della Croce rossa. Lo spirito di solidarietà ha sempre caratterizzato le sue azioni». Penso a un grosso equivoco. Si servizi alle pagine 2, 3 e 4 considerano deboli e martoriati dalla guerra terroristi talmente deboli da prendersela con un loro amico, Baldoni appunto, tenerlo in ostaggio per ricattare l’Italia e minacciare di decapitarlo; insomma talmente deboli e bisognosi di carezze consolatorie da poter decidere della sua vita e della sua morte. Ammazza che debolezza. (…) E che gentiluomini, quanta solidarietà manifestano nei confronti di chi gliene ha data in buona o cattiva fede. Siamo al delirio. Baldoni stesso è inebetito dalle ideologie nate dalle ceneri delle ideologie: legge davanti alla telecamera il comunicato dei suoi aguzzini, in cui si dà del criminale a Berlusconi, e ne gode, glielo leggi in faccia che gode; e il video non inganna. Ma come si fa a schierarsi con i tagliatori di teste, come si fa a schierarsi con chi è stato con Saddam, come si fa ad affiancare banditi islamici che per tutto ringraziamento ti rapiscono e magari spezzano l’osso del collo? Fuori da ogni logica. Il paradosso ingigantisce se si tiene conto che il filoiracheno Baldoni candidato alla decapitazione è un pubblicitario (mestiere più capitalistico non esiste) il quale ha sempre lavorato per aziende americane: Mc Donald’s, Coca-Cola, Ibm, Shell, solo per citare alcuni nomi. Scusate cari lettori, più pirla di così è inimmaginabile. Ti guadagni la pagnotta (e non solo quella) ideando e realizzando spottini consumistici per le multinazionali odiate a sangue; le odii al punto da farti fotografare armato con un paio di beduini; poi arriva agosto, le schifose multinazionali (che ti strapagano) ti garantiscono (contrattualmente) lunghe ferie e tu, pistola, vai a trascorrerle in Iraq nei panni del samaritano islamico e complice di chi vuole decollarti. Enzo, hai qualche filo staccato. E come te ce l’hanno staccato i tuoi amici, gente sicuramente perbene che però non capisce un’acca, neanche dell’evidenza. Non fraintendete, spero che il detestato governo Berlusconi sia in grado di rimpatriare questo sbronzo di idiozie pacifiste e antiamericane. Il quale, rientrato nel nostro Paese di minchioni tolleranti, se proprio vorrà sfogare le sue pulsioni giornalistiche venga pure a Libero, qui al massimo sarà costretto a battersi contro Franco Abruzzo e Maurizio Belpietro che parlerà male di suo figlio, ma non dovrà sfidare a collo nudo la lama dei decapitatori. Dai Berlusconi, datti una mossa, restituisci alla famiglia e alla Coca-Cola questo spottaro strappato a via Montenapoleone e a Piazza San Babila.

libero_2-1251360995COLPO IN TESTA A BALDONI di RENATO FARINA (da Libero, 28/08/2004)
Non c’è rimedio. Non sono serviti i sorrisi suoi e quelli dei suoi cari. Quella è gente che mantiene le promesse: ammazzato. Una consolazione all’orrore: non gli hanno tagliato la testa. E’ stato assassinato come Fabrizio Quattrocchi, con proiettili di piombo in testa. Enzo Baldoni è morto alla stessa maniera del suo nemico ideologico. Quattrocchi, nel momento in cui aveva compreso la sua sorte, ha cercato di togliersi la benda nera. E poi, con un’aria di sfida tranquilla, ha detto all’uomo che parlava italiano: «Ti faccio vedere come muore un italiano ». I no globan avevano scritto proprio sul sito di Baldoni il loro schifo per una morte da mercenario. Negli ambienti no global e del Diario si era sussurrato: «Ha detto: “Vi faccio vedere come muore un camerata”». Una menzogna. Ed ora è toccato ad un altro nostro fratello italiano, battezzato. Le idee politiche erano diverse da quelle dei primi sequestrati. Ai terroristi islamici non importa delle nostre opinioni politiche, dei nostri sentimenti sul mondo. (…)

Poi ci fu Mauro Biani che rimise tutto nel giusto ordine

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Da giovane ero disperata della mia ignoranza (Fernanda Pivano)

Fernanda_PivanoSe ho sbagliato perdonatemi: i sogni sono quasi sempre sbagliati, mi dicono. Eppure io non riesco a dimenticare la lezione forse più importante che mi ha dato il mio indimenticabile maestro Ernest Hemingway: “Ho fatto una pace separata”. (da Ho fatto una pace separata, Dreams creek Production)

Mancherà anche al Teatro, Fernanda. L’America sul palco è un suo nipote coccolato e vivace come lei.

Ferragosto. Due anni fa

strage duisburg

La strage di Duisburg è stata come un geyser. Uno zampillo ribollente e micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di una criminalità che partendo dalle profondità più remote della Calabria, si era da tempo diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della globalizzazione. (Francesco Forgione)

‘NDRANGHETA: STRAGE FERRAGOSTO, A 2 ANNI DA DUISBURG CERCHIO SI È CHIUSO/ADNKRONOS = IN 6 TRUCIDATI DAVANTI AL RISTORANTE ‘DA BRUNÒ, A MARZO POLIZIA CATTURA ULTIMO KILLER Reggio Calabria, 14 ago. – (Adnkronos) – È il 15 agosto 2007 quando Marco Marmo, Francesco Pergola, Tommaso Venturi, Marco Pergola, Francesco Giorni e Sebastiano Strangio, appena usciti dal ristorante italiano «Da Bruno» a Duisburg sono travolti da una raffica di proiettili che li falcia uno per uno. Un eccidio brutale che sconvolge l’Europa e costringe Berlino a fare i conti con la sempre più ingombrante presenza della ‘ndrangheta sul suo territorio. Un recente rapporto top secret della polizia federale tedesca, la Bka, pubblicato da Die Zeit stima che siano 229 le famiglie legate alla criminalità organizzata calabrese che vivono in Germania, dedicandosi al contrabbando di armi, al riciclaggio di denaro sporco, allo spaccio di droga e al racket, oltre ad attività legali di copertura, mentre sarebbero circa 900 le persone coinvolte in attività mafiosa. Tra queste proprietari di centinaia di ristoranti e protagonisti del mercato immobiliare nell’ex Germania dell’Est. La strage di Ferragosto è un eccidio maturato nell’ambito della faida di San Luca tra il gruppo dei Nirta-Strangio e il contrapposto schieramento dei Pelle-Vottari-Romeo al quale appartenevano le vittime. I sei morti di Duisburg sono infatti la risposta all’omicidio di Maria Strangio, uccisa il giorno di Natale del 2006 in un agguato indirizzato in realtà al marito della donna, Giovanni Luca Nirta, e a Francesco Colorisi, rimasto ferito in quell’occasione insieme al minorenne Domenico Nirta. Secondo gli investigatori, pur di vendicarsi Strangio sacrifica il tacito accordo di non alzare troppa polvere nei fatti interni alle cosche, rompendo quella che fino ad allora è stata una tradizione: Pelle-Vottari-Romeo da una parte e Nirta-Strangio dall’altra lasciano morti ammazzati con una certa discrezione. Dalla strage di ferragosto ricorrono domani due anni. Un secondo anniversario importante, che celebra anche un grande risultato della polizia italiana, che in meno di 24 mesi è riuscita ad assicurare alla giustizia tutti i componenti del gruppo di fuoco. L’ultima cattura messa a segno è quella di Giovanni Strangio, lo spietato killer della cosca Nirta-Strangio considerato l’esecutore materiale della strage. Occhiali da sole e cappello sempre in testa, Strangio, inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi, si nascondeva in Olanda, a Diemen, un piccolo centro vicino ad Amsterdam, dove conduceva una vita «irreprensibile» per sfuggire alla pressione crescente degli investigatori.

IN DUE ANNI UNA RAFFICA DI ARRESTI – Con il 31enne di Africo il 12 marzo viene arrestato il cognato, Francesco Romeo, 41 anni, latitante da oltre 10 anni, e ricercato per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Prima di loro a finire nella rete della polizia è il superlatitante Giuseppe Nirta, 35 anni, anche lui nell’elenco del ministero dell’Interno sui 100 latitanti più pericolosi, anche lui cognato di Strangio. Ancora prima di Nirta, grazie alla controffensiva fatta scattare da parte delle forze dell’ordine italiane, sono molti gli arresti eccellenti legati alla faida di San Luca. In manette finiscono 4 presunti appartenenti alla cosca Nirta-Strangio: Antonio Rechichi e Luca Liotino, catturati in Germania, e Domenico Nirta e Domenico Pizzata catturati in Italia. Poi, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, le porte del carcere si aprono per Paolo Nirta, cognato di Maria Strangio, uccisa il giorno di Natale 2006, catturato il 7 agosto 2008, e Gianfranco Antonioli, ritenuto l’armiere di San Luca. Il 18 settembre è la volta del superlatitante Francesco Pelle, 32 anni, detto ‘Ciccio Pakistan’, arrestato in una clinica di Pavia specializzata nel campo della riabilitazione. Pelle perse l’uso delle gambe in un agguato il 31 luglio 2006. Un tentato omicidio di cui si vendicò, secondo gli inquirenti, proprio ordinando la strage di Natale e innescando così il fatale meccanismo che avrebbe portato alla strage di Duisburg. A finire in manette, il 16 ottobre scorso, il latitante Antonio Pelle, 46 anni, capo della cosca Pelle-Vottari, arrestato dagli uomini della squadra mobile della questura di Reggio Calabria e del Servizio centrale operativo in un bunker nelle campagne della locride. Le forze dell’ordine lo cercavano dall’agosto 2007, quando sfuggì alla cattura nell’operazione ‘Fehidà, predisposta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria all’indomani della sanguinosa strage di ferragosto.

QUELLA SERA ‘DA BRUNÒ SI CELEBRAVA UN RITO DI INIZIAZIONE – È la notte tra il 14 e il 15 agosto del 2007, quando a Duisburg, cittadina della Germania occidentale già meta di tanti emigranti italiani, si consuma la strage. Tommaso Venturi, 18 anni, Francesco e Marco Pergola 22 e 20 anni, Francesco Giorgi, 17 anni, Marco Marmo, 25 anni, e Sebastiano Strangio, 39 anni, vengono uccisi a colpi di mitraglietta davanti al ristorante-pizzeria ‘Da Brunò di proprietà della famiglia Strangio. Una famiglia importante a San Luca, il paese della Locride divenuto celebre più che per aver dato i natali a Corrado Alvaro per una faida che ha fatto 15 morti in 17 anni, 11 dal Natale scorso a oggi. Faida che vede impegnati in una guerra senza esclusioni di colpi il clan degli Strangio-Nirta e quello dei Pelle-Vottari-Romeo. Quando vengono raggiunti dai killer, i sei calabresi sono appena usciti dal locale. Lì hanno cenato per festeggiare il 18esimo compleanno di Tommaso Venturi e, ipotizzeranno poi gli inquirenti, il suo ingresso nel clan. Quella sera ‘Da Brunò, prima del massacro, si è celebrato un ‘rito di iniziazionè, la cerimonia della ‘copiatà, conclusa, come da tradizione, con il giuramento proferito dal nuovo accolito mentre si lascia bruciare tra le mani un’immaginetta sacra, il santino di San Gabriele, patrono della polizia, che verrà ritrovato proprio addosso a Venturi. Sono da poco passate le due quando i sicari nascosti nel buio entrano in azione. Le vittime sono appena salite su due auto: una Golf e un furgoncino Opel. Contro di loro vengono esplosi oltre settanta colpi. Poi a ognuno, quasi a voler firmare l’omicidio, viene sparato un colpo in testa. All’arrivo dei soccorsi per cinque di loro non c’è più niente da fare. Il sesto muore in ambulanza durante il trasporto in ospedale. Per la cittadina della Germania occidentale è uno choc. La ‘ndrangheta colpisce anche all’estero. Non ha limiti.

DA REGGIO CALABRIA UN POOL DI INVESTIGATORI IN GERMANIA – Agli investigatori non ci vuole molto per capire che alla base del delitto c’è ancora una volta la faida di San Luca che insanguina la Calabria da oltre 16 anni. Subito scattano le indagini della Polizia tedesca, mentre nel paesino della locride si rafforzano le misure di sicurezza, e da Reggio Calabria parte per la Germania un pool di investigatori italiani. A fornire i primi elementi sono alcuni testimoni che raccontano di aver visto fuggire due persone dal luogo del delitto a bordo di un’auto. Grazie alle descrizioni fornite viene ricostruito l’identikit dell’uomo che si trova alla guida della vettura: «Altezza intorno a 180-185 cm figura slanciata, capelli scuri corti e basette fin quasi alla bocca, senza barba o baffi, con un grosso neo sotto l’occhio destro». L’identikit viene messo sul sito internet della polizia del Nord Reno Vestfalia con questo annuncio: «In base alle indicazioni di testimoni oculari sono stati visti nelle immediate vicinanze del luogo del deltto due uomini attualmente sconosciuti, che potrebbero essere ricollegabili ai fatti. Le due persone sono salite su un’auto parcheggiata al centro della Muehlheimer Strasse di Duisburg , una grossa berlina che si è allontanata a velocità in direzione dello zoo di Duisburg ». L’identikit viene inviato anche agli inquirenti di Reggio Calabria che lo analizzano per capire se possa corrispondere al volto di qualche persona collegata agli ambienti criminali della ‘ndrangheta. Ma dalla prima analisi non emerge nessuna somiglianza. Poi, sempre sul sito della Polizia tedesca viene inserito un filmato in cui compaiono due sospetti sicari in fuga, ripresi da una telecamera a circuito chiuso nei pressi di un distributore di benzina. Il 24 agosto la Polizia tedesca interroga sette persone che però non vengono trattenute. Scattano una serie di perquisizioni in alcune abitazioni di diverse località del land del Nord Reno-Westfalia, ma anche in altre regioni della Germania. Vengono sequestrate automobili e diversi oggetti che vengono acquisiti come elementi utili alle indagini. Ma dei killer ancora non c’è traccia.

PRIMA DELLA STRAGE UN VERTICE DEL CLAN PELLE-VOTTARI – Intanto le indagini cominciano a fare chiarezza su altri aspetti della strage di ferragosto. Quella notte, secondo gli investigatori, a Duisburg, subito prima della strage , aveva avuto luogo un vero e proprio vertice del clan Pelle-Vottari, come confermerebbe un’intercettazione nella quale una delle vittime, Marco Marmo, riferirebbe a un suo congiunto: «Abbiamo le armi». E dagli elementi raccolti nell’ambito delle indagini da Carabinieri e Polizia, in collaborazione con i colleghi tedeschi, emergono una serie di particolari sul massacro. A cominciare dalle testimonianze: è una donna, alle 2.24 del 15 agosto, a telefonare alla polizia per dare l’allarme da Muehlheimestrabe, nei pressi della stazione di Duisburg. La donna riferirà di essersi imbattuta, nel vicoletto a fianco al ristorante «Da Bruno», nella Golf nera con a bordo i corpi insanguinati di Marco Marmo, che era sul sedile di guida, di Francesco Giorgi, seduto al suo fianco, e di Francesco Pergola e Tommaso Venturi, seduti invece sui sedili posteriori. Le altre due vittime erano su un’Opel Combo: alla guida Sebastiano Strangio e al suo fianco Marco Pergola. È il 30 agosto, dalla strage sono passate due settimane, quando le forze dell’ordine assestano un violento colpo alle ‘ndrine in guerra. Vengono eseguiti oltre 40 fermi nei confronti di affiliati alle cosche mafiose Nirta-Strangio e Pelle-Vottari.

STRANGIO ARRESTATO DALLA POLIZIA PER UNA SPARATORIA DOPO I FUNERALI DELLA CUGINA MARIA – L’operazione prende spunto da un’informativa dei carabinieri redatta subito dopo l’omicidio di Maria Strangio, la moglie di Giovanni Nirta, considerato uno dei capi della cosca omonima, uccisa a colpi di kalashnikov sotto casa, a San Luca, a Natale del 2006. Tra i destinatari di quelle ordinanze di custodia della Dda di Reggio Calabria c’è Giovanni Nirta, considerato il boss della omonima cosca. E ci sono anche Achille Marmo, fratello di Marco, e Giovanni Strangio, fratello di Sebastiano, due delle sei vittime della strage di Duisburg. E proprio su Giovanni Strangio si concentrano le indagini. Cugino di Maria, Strangio era stato arrestato dalla polizia per una sparatoria scoppiata dopo i funerali della donna, svolti in forma strettamente privata nella chiesa di S. Nicola a Bovalino. Strangio aveva tentato di sparare al dirigente del commissariato di Polizia di Bovalino che, avendolo notato in chiesa insieme ad altre due persone, voleva identificarlo. Il funzionario reagì e Strangio rimase ferito a un polpaccio. Accusato di porto e detenzione illegale di una pistola, Strangio chiese ed ottenne il patteggiamento e fu condannato a quattro mesi. Quindi, rimesso in libertà, partì per la Germania. Strangio, 28 anni, nato a Siderno, in Calabria, ma residente a Kaarst, nel land del Nord Reno-Westfalia, dove gestisce due pizzerie, era ufficialmente ricercato in Germania come sospetto componente del commando killer autore della strage di ferragosto.

Un appello di Emma Dante sul Teatro Biondo di Palermo

emma_danteEmma Dante è una teatrante che preferisce parlare sul palco piuttosto che con le parole. Ci siamo conosciuti nella morbidissima bomboniera laica che è il suo teatro-bottega giù a Palermo. Ha gli occhi di velluto dell’esteta ma la stretta ferma dell’osservatrice. Per questo quando ho letto che ha deciso di scrivere e mettersi dritta e in piedi giù dal palco non ho potuto fare a meno di ascoltarla e apprezzarne la forza. In un mondo per natura fangoso come quello teatrale in Italia e per di più con la voce che si alza da Palermo e su Palermo.

“Carissimi colleghi,

teatranti, artisti e intellettuali vi scrivo con la speranza che possiate dimostrare solidarietà all’ importante movimento che si sta sviluppando per far chiarezza sulla gestione del teatro stabile di Palermo.
Finalmente, dopo anni di silenzio-assenso, una consistente parte della società civile ha promosso una petizione popolare che io appoggio con convinzione. E’ assurdo che, in tutti questi anni in cui la carica del direttore del teatro stabile è diventata un vitalizio, caso unico in Europa, nessuno di noi si sia indignato per la malagestione del teatro della nostra città. Anche quest’ anno il cartellone presenta numerose regie, scene e costumi firmate da pietro carriglio, anche quest’anno si dà pochissimo spazio alla drammaturgia contemporanea e ai giovani talenti emergenti. E’ arrivato il momento di fare chiarezza e questa petizione ce ne dà l’occasione. Bisogna svincolarsi dalla mentalità per cui aderire a questo movimento significa schierarsi contro il teatro biondo e chiudersi le porte per il presente e il futuro. E’ proprio questa mafiosa minaccia di esclusione che consolida il potere e annienta qualsiasi forma di rivolta. E’ una mentalità subdola e indissolubilmente legata all’ egoismo e alla chiusura. Non a caso nel momento in cui ho aderito e mi sono fatta portavoce di questa petizione, il mio atto sociale è stato interpretato come un fatto personale tra me e il biondo per l’assenza dei miei spettacoli in cartellone. Ma come tutti voi ben sapete mai è stato programmato un mio spettacolo in quel teatro e a questo punto ne sono fiera e vi giuro
che fino a quando ci sarà pietro carriglio alla direzione del biondo
io non ci metterò piede. In questi giorni di vacanza ho letto i nomi dei numerosi firmatari della petizione: sono quasi tutti cittadini, pochissimi addetti ai lavori. Vi chiedo perché. Ciò che domanda la
petizione è legittimo e naturale ed è per questo che vi invito a
sottoscriverla. Non può esserci un futuro migliore se continuiamo a
stare trincerati nelle nostre case, ognuno a curare il proprio orticello.

Ps : la petizione si può firmare on line sul sito www.studiolegalelopiccolo.como alla pagina http://www.firmiamo.it/sign/list/petizioneperlagestionedelteatrostabiledipalermo (ricordandosi di confermare via mail l’adesione )

Emma Dante“