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Meloni chiude al rimpasto di governo e alla Lega: Salvini reclamava il Viminale e invece gli tocca il traghetto

Il settimanale Chi è in edicola da ieri mattina e dentro c’è la riga che chiude l’estate politica di Matteo Salvini: nessun rimpasto di governo a settembre. La firma è di Giorgia Meloni, che le decisioni le comunica a mezzo stampa. Del resto nel 2024 aveva concesso tre interviste alla carta stampata, per 57 domande secondo Pagella Politica, e tenuto tre conferenze stampa in tutto l’anno. L’assetto dell’esecutivo passa da un rotocalco.

Per il segretario della Lega quella riga è chiaramente un preavviso di sfratto. Il 7 luglio aveva pubblicato su Avvenire un intervento che era il programma di un altro ministero, “Considero la sicurezza uno dei primi doveri dello Stato”. Il senatore Claudio Borghi (Lega) reclamava il Viminale per il capo, assolto sul caso Open Arms. Nei retroscena l’annuncio arrivava a Pontida, il 20 settembre, dopo il 4 settembre del record di longevità. Dal canto suo Meloni ha risposto con un mese di anticipo, e a settembre il Viminale resterà a Matteo Piantedosi.

Niente rimpasto e il generale che avanza

Ma i problemi per Salvini sono parecchi, e non solo di rimpasto. Roberto Vannacci ha lasciato la Lega il 3 febbraio 2026 e tre giorni dopo ha fondato Futuro Nazionale. La Supermedia YouTrend per SkyTg24 del 3 agosto lo dava al 7,1 per cento, per Swg il 4 agosto era al 7,2 contro il 5,5 del Carroccio. Bidimedia ha calcolato una crescita di 1,5 punti nel solo luglio. Il travaso avviene dentro il centrodestra, che arretra della stessa misura: insomma la Lega finanzia il proprio concorrente.

Anche sulla sicurezza la regia è altrove. Dal 1° agosto l’Italia ha ripristinato i controlli alle frontiere con la Spagna dopo gli ingressi irregolari a Ceuta. La riunione l’ha presieduta Piantedosi su indicazione di Palazzo Chigi, e Salvini commentava in fila con Antonio Tajani, proprio sul terreno che rivendica come suo.

Il ministero che doveva essere la vetrina

Alle Infrastrutture il bilancio è di rinvii. I cantieri del Ponte sullo Stretto erano promessi entro l’estate del 2024 e a fine ottobre 2025 la Corte dei conti ha respinto la delibera Cipess sul progetto definitivo. A marzo 2026 un decreto ha riscritto l’iter e spostato 2,8 miliardi dal quadriennio 2026-2029 al 2030-2034. Tre anni di annunci per un cronoprogramma che scavalca la legislatura.

Intanto il partito gli si muove sotto i piedi. Venerdì 7 agosto, in via Bellerio a Milano, il direttivo della Lega lombarda è durato oltre quattro ore con 31 interventi. Daniele Belotti, storico presentatore di Pontida, ha detto a Repubblica che il segretario «deve fare un passo indietro e dimettersi», e altri quattro dirigenti hanno chiesto lo stesso mentre il presidente lombardo Attilio Fontana lasciava correre. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, ha chiesto una guida collegiale, con più spazio a Giancarlo Giorgetti e a Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale veneto. Zaia tace, e in Veneto il suo silenzio pesa quanto un comunicato.

Resta la bandiera del Nord, ridotta a un moncone. Con le sentenze 192 del 2024 e 10 del 2025 la Corte costituzionale ha smontato l’impianto della legge Calderoli, e le pre-intese votate in Parlamento a luglio 2026 con quattro regioni del Nord riguardano quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza complementare, tariffe sanitarie. L’autonomia differenziata di via Bellerio sta in una pagina. Sul settimanale la frase di Meloni occupa due righe, eppure a Salvini toglie l’ultima stagione utile.

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Gaza, due pesi e due misure: la detenzione si può sospendere solo per gli israeliani

In Israele un ordine di detenzione amministrativa si può discutere, sospendere e non rinnovare, purché il detenuto sia israeliano. Tal Yinon Dardik è uscito libero l’11 agosto dopo trentotto giorni di custodia, per decisione del giudice Amir Shaked, senza alcuna condizione. Il suo avvocato Nati Rom, dell’organizzazione Honenu, ha commentato che l’ordine militare era «ineseguibile» perché firmato senza autorità.

Dardik è sospettato dell’assalto del 13 marzo a Khirbet Humsa. Secondo la polizia israeliana fra trenta e quaranta assalitori sono entrati nel villaggio prima dell’alba, hanno immobilizzato i residenti e li hanno picchiati. Qusai Abu al-Kebash, ventinove anni, ha raccontato al New York Times di essere stato denudato, legato ai genitali con una fascetta e portato in giro davanti alla sua famiglia. Dardik nega di avere partecipato.

Attorno a quei trentotto giorni si è mosso lo Stato intero. Il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato di non rinnovare l’ordine amministrativo, poi è andato a trovare Dardik in cella a fine luglio. Ha anche annunciato in televisione la sostituzione del capo del Comando centrale Avi Bluth, salvo tornare sui suoi passi. Un comitato d’appello militare, udienze il 6, il 9 e l’11 agosto, lo sciopero della fame contato dai quotidiani israeliani.

Ad agosto 2026 HaMoked conta 7.965 detenuti “di sicurezza” nelle carceri israeliane: 3.198 sono in detenzione amministrativa senza processo, altri 1.358 trattenuti come “combattenti illegali”. Semestri rinnovabili, prove segrete, nessuna udienza in cui l’accusa esista, e la stessa organizzazione ricorda che trattenere in Israele detenuti dei territori occupati viola la Quarta Convenzione di Ginevra. Ad aprile Addameer contava circa 350 minori.

Ieri il Jerusalem Post ha titolato che il nuovo modello Dardik “potrebbe ridurre la detenzione amministrativa per alcuni palestinesi”. Per gli altri il rinnovo resta una firma ogni sei mesi.

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Il turismo specchio di come è conciato il Paese

“La stagione sta andando molto bene”, ha detto lunedì da Torri del Benaco il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, e ha messo sul vassoio la previsione: 172 milioni di presenze entro agosto, quasi 90 milioni di stranieri. Due giorni dopo la Guardia di finanza ha spiegato come va bene. A Bari ai bagnini di uno stabilimento restavano dai 2 ai 5 euro lordi l’ora, laddove il contratto ne prevede da sette a dodici, perché parte dello stipendio in busta paga la restituivano in contanti al titolare. Contanti che pagavano in nero altri ragazzi alle feste. Quattro indagati per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro, e tra loro il consulente che avrebbe aggiustato i cedolini.

Il bollettino ferragostano è coerente. A Treviso ventisette lavoratori irregolari in ventidue locali, ventisei in nero. Nel Vibonese trenta senza contratto. A Gioia Tauro un lido che dal 2021 non versava l’Imu. Insomma, l’estate italiana sta in piedi su un ricatto, e il ricatto ha bisogno di chi non può dire di no.

Anche i numeri del ministro vivono di stranieri. Nel primo semestre gli arrivi italiani sono saliti dell’1,97%, quelli dall’estero del 6,45%: il governo che ha fatto della parola invasione un programma campa sull’invasione, e la ringrazia in diretta. Il decreto flussi ha stanziato 15.075 quote di stagionali stranieri per il turismo. I temibili clandestini servono eccome, basta chiamarli quote.

Gli italiani intanto guardano da riva. Il 35,7% non può permettersi una settimana di ferie fuori casa, contro il 27,5 europeo, dice Eurostat. Troppo poveri per la patria che gli raccontano ogni sera. E la patria, sul bagnasciuga, è affittata: il 42,8% delle coste basse è in concessione secondo Legambiente, per un canone che allo Stato rende ben 115 milioni l’anno.

«Il motto di questo governo sarà non disturbare chi vuole fare», annunciava Giorgia Meloni alla Camera il 25 ottobre 2022. Quattro anni dopo sappiamo chi non va disturbato. I conti tornano perché c’è chi li fa tornare: sopra i milioni di presenze da annunciare in televisione, sotto un ragazzo alla prima esperienza che riconsegna i contanti al padrone e ringrazia. Stagione eccellente, dice il ministro.

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Piano di ripristino della natura, i Comuni chiedono di cancellare undici misure e così si allentano i vincoli Ue

Sessantacinque pagine di emendamenti e undici misure da cancellare. È il documento che l’Anci, Associazione nazionale dei comuni italiani, ha trasmesso al ministero dell’Ambiente il 4 agosto sulla bozza del Piano nazionale di ripristino della natura, che l’Italia deve consegnare a Bruxelles entro il 1° settembre. Sono diciannove le misure Ispra sugli ecosistemi urbani passate in rassegna: ne sopravvivono otto. Via quella che vieta di ridurre alberi e spazi verdi, via quella che limita gli interventi sui suoli urbani non ancora artificializzati. Via quella che obbliga a ripristinare una superficie pari o maggiore quando un cantiere toglie verde.

Lo strumento, del resto, sta lì pronto. Il regolamento europeo 2024/1991 è in vigore dal 18 agosto 2024. All’articolo 8 impegna gli Stati a non registrare alcuna perdita netta di verde urbano e di copertura arborea entro il 2030 rispetto al 2024, con crescita obbligata dal 1° gennaio 2031. In Italia tocca 2.761 comuni, quasi il 38% del territorio secondo l’Ispra. Il dibattito lo ha aperto Altreconomia ad aprile, quando Paolo Pileri, che insegna urbanistica al Politecnico di Milano, chiamava il Piano “un’occasione storica per attuare la Costituzione”.

Che cosa si cancella

Ripassare le bocciature spiega bene la traiettoria politica. Quella sui suoli urbani ricordava che il terreno non impermeabilizzato è una risorsa scarsa, e che tutelarla discende dagli articoli 9 e 41 della Costituzione oltre che dall’approccio “One Health”. Per l’Anci introduce limitazioni generalizzate, quindi va tolta. Con lei se ne vanno l’obbligo di sospendere previsioni e interventi che riducono il verde e il piano comunale della natura.

E il monitoraggio annuale dell’Ispra, pubblico e comune per comune, diventerebbe un rapporto “periodico” coordinato dal ministero. Si smonta il termometro proprio lì dove la febbre è più alta. L’Ance, l’associazione dei costruttori, ha diffuso il 6 agosto un comunicato soddisfatto: il testo dei Comuni “contiene numerose considerazioni che riprendono le osservazioni già evidenziate da Ance”. Due giorni per il plauso. Ai sindaci che ha incontrato, scrive Pileri, l’associazione non aveva mandato neppure una mail.

Il governo aveva già rassicurato

Il 30 giugno, in Commissione Ambiente alla Camera, l’esecutivo aveva parlato. All’interrogazione 5-05554 della deputata Erica Mazzetti (Forza Italia), che lamentava un eccesso di regole per l’edilizia, ha risposto Tullio Ferrante, sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti. Tavolo con i costruttori, e un Piano che non confliggerà con l’urbanistica comunale. Su un piano per la natura ha risposto il ministero delle grandi opere, per dire. 

Nella stessa risposta il governo ricorda che in Conferenza unificata è stato stabilito di sottoporre la bozza finale all’Anci per un’intesa “con efficacia condizionante”: senza il sì dei Comuni il Piano non passa. Il documento del 4 agosto è quindi un veto già depositato. E il decreto legislativo 80/2026, in vigore dal 31 maggio, aveva messo l’articolo 8 in capo ai comuni “nei limiti delle risorse disponibili”, con clausola di invarianza finanziaria: nessun onere nuovo per lo Stato. Obblighi europei ai sindaci a costo zero, e adesso i sindaci chiedono di cancellare gli obblighi.

Il conto, intanto, lo tiene l’Ispra. Nel 2024, l’anno che il regolamento fissa come soglia da non superare, l’Italia ha coperto 83,7 chilometri quadrati di suolo e le città hanno perso altri 3.750 ettari di verde. L’isola di calore urbana segna oltre 10 gradi di scarto con la campagna, con punte di 11,3 al Nord, e cala fino a 2,2 dove le chiome coprono più di metà quartiere.

La versione definitiva del Piano è attesa per il 1° settembre 2027, un anno di limatura col veto già sul tavolo. In un agosto in cui le città sono forni, l’unico documento arrivato puntuale al ministero è quello che chiede di togliere le misure. Sulla depavimentazione, invece, c’è tempo.

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Il programma di Futuro Nazionale, tra remigrazione e assimilazione: ecco le proposte (con relative criticità) di Vannacci

“Sottoscrivere una dichiarazione di assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana”. È il quarto requisito per diventare italiani nella Base Ideologica e Programmatica che Futuro Nazionale ha pubblicato l’11 agosto sul proprio sito. Gli altri tre: venti anni di residenza regolare, italiano di livello C1, esami scritti e orali. Il documento spiega anche perché quella firma serve, e lo fa citando la Costituzione: la cittadinanza implica il dovere di difendere la Patria, “articolo 52”. È l’unica volta in tutto il testo in cui un articolo viene chiamato per numero, e serve a imporre un obbligo.

Poche righe prima, nel capitolo economico, il partito di Roberto Vannacci aveva messo agli atti che “la Costituzione resta il riferimento fondamentale dell’azione pubblica”. Dichiarata la fedeltà, il programma procede per un centinaio di proposte che conviene leggere una per una.

Futuro Nazionale e la dichiarazione di fede

La Corte costituzionale, con la sentenza 203 del 1989, ha definito la laicità un principio supremo dello Stato. Dagli articoli 3 e 19 ha ricavato un doppio divieto: che i cittadini siano discriminati per motivi religiosi, e che il pluralismo comprima la libertà di non professare alcuna fede. La dichiarazione di assimilazione chiede l’esatto contrario. Chiede che una persona metta per iscritto l’adesione a una civiltà definita cristiana per ottenere un diritto. Un musulmano, un ebreo, un ateo la firmano mentendo, oppure restano stranieri a vita

Il documento lo scrive anche nei titoli. Una delle 22 misure del Piano di Remigrazione si intitola “Discriminazione culturale sulla migrazione regolare contingentata”, e stabilisce che si darà “preferenza ai Paesi a maggioranza cristiana” perché l’unità culturale sarebbe minacciata “in primis da un’invasione maomettana di massa”. Il capitolo estero parla apertamente di “sostituzione demografica” e cerca sponde in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Polonia. Il criterio d’ingresso, insomma, è la religione prevalente nel Paese di partenza. Nel programma è il titolo del paragrafo.

La cittadinanza a scadenza

Poi c’è la revoca. Il testo estende la revoca della cittadinanza per naturalizzazione considerando “ogni crimine violento contro la persona e la società” una causa di revisione ex post “attestante che il soggetto non è stato realmente assimilato”. Così, scrive il partito, “anche il cittadino naturalizzato potrà essere remigrato con la procedura di espulsione”. Sono due cittadinanze: una piena e una in prova a vita. L’italiano di nascita che commette lo stesso reato sconta la pena e resta italiano. L’italiano naturalizzato sconta la pena e perde il Paese.

Lo schema torna sulle espulsioni. La pericolosità dello straniero che delinque “dovrà ritenersi presunta”, le valutazioni sull’integrazione lavorativa o sociale non potranno sospendere l’allontanamento, e l’espulsione si eseguirà “anche in deroga ai divieti legati ai legami familiari o alla presenza di figli minori sul territorio nazionale”. Il figlio minore diventa un ostacolo procedurale da derogare. Sul ricorso, poi, il partito propone che l’impugnazione non sospenda il rimpatrio e che l’interessato conservi “la facoltà di presentare ricorso giurisdizionale dal proprio Paese d’origine, successivamente all’esecuzione”. Il diritto di difesa resta garantito per lettera: viene solo spostato a migliaia di chilometri e a cose fatte.

Sui benefici sociali la franchezza è maggiore. Per escludere i non cittadini da edilizia popolare, bonus e sussidi, il programma mette in conto “anche una modifica costituzionale, se necessario”. È l’unico punto in cui il testo ammette da sé di sbattere contro la Carta, e lo risolve proponendo di cambiare la Carta. Quella strada la Corte costituzionale l’aveva già chiusa nel 2010. Con la sentenza 187 dichiarò illegittima l’esclusione degli stranieri regolari dall’assegno di invalidità, per contrasto con gli articoli 2, 3, 32, 38 e 117 e con l’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Le idee non si processano, i cittadini sì

Il capitolo sulla libertà afferma che “le idee non si processano” e impegna il partito ad abrogare “le leggi bavaglio, come la legge Mancino”. La legge 205 del 1993 punisce l’incitamento alla discriminazione e alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi. Attua in Italia la Convenzione delle Nazioni Unite del 1966 contro ogni forma di discriminazione razziale, recepita con la legge 654 del 1975. Abrogarla cancella un obbligo internazionale che l’Italia ha firmato sessant’anni fa.

La libertà, però, viene amministrata con criterio. Si abbassa a 12 anni la soglia di imputabilità dei minori, si riserva ai soli medici militari la certificazione dell’idoneità all’espulsione, si impone ai minori stranieri non accompagnati un accertamento radiografico “immediato e obbligatorio”, si introducono le “quote azzurre” nei concorsi pubblici. Sul femminicidio si chiede di cancellare la fattispecie e di proteggere il “patriarcato mediterraneo”, cioè la formazione di “maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società”.  Il Ministero dell’Interno ha contato 97 donne uccise nel 2025: 85 in ambito familiare o affettivo, 62 per mano del partner o dell’ex. La casa del maschio forte è l’indirizzo in cui muoiono nell’87,6% dei casi.

I conti, come sempre

Resta l’aritmetica, che è sempre la parte più istruttiva. Il programma promette di finanziare il taglio del cuneo fiscale con “le risorse risparmiate grazie alle politiche di remigrazione di lungo termine”. La Fondazione Leone Moressa attribuisce agli occupati stranieri 177 miliardi di valore aggiunto nel 2024, il 9% del totale. Sempre la Fondazione Leone Moressa conta 12,6 miliardi di Irpef versati nel 2025 dai contribuenti nati all’estero, e un saldo positivo di 1,2 miliardi fra quanto lo Stato incassa da loro e quanto spende per loro in welfare. Insomma, un risparmio che si ottiene rinunciando all’incasso.

Poi c’è la logistica, che per un generale dovrebbe essere il primo capitolo. La Fondazione ISMU stima in 339mila le persone in condizione di irregolarità al 1° gennaio 2025. Il Ministero dell’Interno ha fissato con decreto del 21 maggio 2025 il costo medio di un rimpatrio a 3.637,87 euro. Per quella platea fanno 1,23 miliardi, e i rimpatri forzati eseguiti restano sotto i seimila l’anno. Al ritmo attuale servono cinquantasei anni: il piano decennale 2027-2037 finisce di eseguirsi nel 2083.

Il partito, intanto, promette di chiudere i “decreti flusso massivi” del governo che indica come alleato naturale. Quel governo, con il dpcm del 15 ottobre 2025, ha autorizzato 497.550 ingressi di lavoratori stranieri in tre anni, perché servono come “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. C’è infine una misura che chiede la “riforma radicale dei sistemi di rilevazione statistica” sui reati, per superare “le attuali omissioni istituzionali”. Sei paragrafi prima, il testo aveva usato quelle stesse statistiche per sostenere che gli stranieri commettono il 30% degli omicidi. Si portano come prova gli stessi numeri di cui si denunciano le omissioni.

Un piano senza mezzi, senza tempi e senza trasporti si chiama desiderio. E per un desiderio dieci anni restano un preventivo generoso. Sullo sfondo, come sempre, quel nostalgico retrogusto di tempi andati.

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Il coraggio di Vannacci è quello di sembrare cretino

Il fascismo torna sempre con un aggettivo che lo assolve. «Tecnico-tattico», per esempio. Così Roberto Vannacci ha difeso la parola rimessa in circolo il 5 agosto alla Camera, “rastrellamento”. Sabato l’ha ripetuta dal palco della Versiliana, presentando il generale Carmelo Burgio candidato sindaco di Milano per Futuro Nazionale: «Se chiedessimo a Burgio di rastrellare Rogoredo…

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Gaza, l’elenco delle promesse mancate di Netanyahu: dagli ostaggi all’occupazione, una pietra sullo Stato palestinese

«Finché sarò primo ministro, non ci sarà alcuno Stato palestinese, né a Gaza né in Cisgiordania». Benjamin Netanyahu lo ha detto ieri, aprendo il gabinetto che ha respinto il documento in 15 punti del Board of Peace, il piano che lega il disarmo di Hamas al ritiro israeliano. Occhio, è lo stesso premier che il 10 novembre 2023 garantiva che Israele non voleva né governare Gaza né occuparla. Promesse sbriciolate: trentatré mesi dopo l’esercito è dentro, e ci resta.

Per due anni la difesa del governo israeliano è stata una sola: liberati gli ostaggi, la guerra finisce. Il 13 ottobre 2025 i venti ancora vivi sono tornati a casa dopo 738 giorni. Il 26 gennaio 2026 l’esercito ha recuperato il corpo di Ran Gvili, l’ultimo rapito, e ha annunciato che la restituzione era completa. Da allora i corazzati si sono mossi soltanto in avanti. La tesi era arrivata anche a Roma. Giorgia Meloni, all’Assemblea generale dell’Onu del settembre 2025, sosteneva che fosse Hamas a poter «far cessare le sofferenze dei palestinesi, liberando subito tutti gli ostaggi». Gli ostaggi sono usciti tutti. Le sofferenze invece sono rimaste esattamente dov’erano.

La linea che cammina

L’accordo di ottobre fissava un perimetro: ritiro dietro la “linea gialla”, il 53 per cento della Striscia in mano israeliana in attesa della seconda fase. Proprio quella linea ha cominciato a camminare verso il mare. A maggio la radio dell’esercito, Galei Zahal, la dava al 59 per cento; a luglio il gabinetto di sicurezza ha appreso che si arriva fino al 70, dopo l’ordine di Netanyahu di allargare. Sul tracciato sono intanto sorti 23 chilometri di terrapieno. I confini provvisori, quando si fortificano, hanno un altro nome.

Il secondo impegno erano gli aiuti: 600 camion al giorno, il livello precedente alla guerra. Quella soglia è rimasta sulla carta, e il 6 giugno l’Ocha rilevava che l’inasprimento delle restrizioni ostacola l’intera operazione umanitaria. E il cessate il fuoco continua a sparare: 1.257 palestinesi uccisi da ottobre secondo il ministero della Salute di Gaza, dentro un totale di 73.377 morti. Save the Children ha calcolato che nei primi sei mesi di tregua i bambini uccisi o feriti sono stati almeno due al giorno.

Beirut e Jenin, stesso metodo

In Libano il copione si ripete. La tregua del 27 novembre 2024 prevedeva il ritiro israeliano in sessanta giorni; il 18 febbraio 2025 Israele ha comunicato che restava su cinque postazioni “strategiche”, e ci è rimasto. Unifil ha registrato circa 9.200 violazioni dello spazio aereo libanese fino al 28 gennaio 2026. Poi, dal 2 marzo, l’offensiva vera: 4.328 morti al 19 luglio secondo il ministero della Salute libanese, 430 mila persone ancora fuori casa nonostante l’accordo quadro di Washington del 26 giugno.

Sulla Cisgiordania la parola data agli americani era che l’annessione non ci sarebbe stata, per salvare gli Accordi di Abramo. Il 22 ottobre 2025 la Knesset ha approvato in via preliminare la legge sulla sovranità, 25 voti contro 24. L’operazione “Muro di ferro”, aperta nel gennaio 2025, ha sfollato circa 40 mila palestinesi dai campi del nord: diciannove mesi dopo nessuno è tornato ad abitarci. L’Ocha conta per il 2026 una media di sei attacchi di coloni al giorno e oltre 3.200 sfollati; dall’ottobre 2023 i palestinesi uccisi in Cisgiordania superano il migliaio, un quarto minorenni.

Resta la promessa fatta in casa. Nel novembre 2025, alla Knesset, Netanyahu ha assicurato che l’inchiesta sul 7 ottobre ci sarebbe stata, con ampio consenso. La commissione statale indipendente si è persa per strada, e il 6 luglio i deputati hanno approvato in prima lettura una commissione di tre membri nominati tutti dalla maggioranza, 59 sì e opposizione fuori dall’aula. Chi ha mancato ogni scadenza si è scritto da solo il verbale. Ieri ha giurato che finché comanda lui uno Stato palestinese non nascerà: è l’unica promessa che sta rispettando.

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Vannacci, l’uomo forte al comando in attesa di una telefonata della padrona di casa. Ma da Meloni finora tutto tace

Lunedì mattina, al mercato di Lido di Camaiore, Roberto Vannacci è arrivato in bicicletta a un gazebo e ha distribuito il kit di gadget del suo partito: una paletta, un secchiello e una pistola ad acqua. Serve a difendere case e aziende, ha spiegato, e sulla card pubblicata dai suoi c’era scritto che è l’unica corsa al riarmo che approvano. Nelle stesse ore usciva la sua intervista a La Verità, e lì il generale in congedo dice la cosa che vale più dell’intera giornata in spiaggia: aspetta una telefonata di Giorgia Meloni. Con i membri dell’esecutivo, ammette, di interlocuzioni non ce n’è stata nessuna.

L’aggettivo esatto lo sceglie lui: «Considero Giorgia Meloni la padrona di casa». Lui sta all’ingresso e aspetta che la padrona parli con chi si trova sull’uscio. Matteo Salvini ha sbattuto la porta a fine giugno da Milano Marittima, con una battuta da bar: «Mi freghi una volta ma due anche no». Roberto Occhiuto (Forza Italia), presidente della Calabria, ha ripetuto il no dalle colonne del Foglio, tenendo la linea di Marina Berlusconi, che gli estremisti dentro la coalizione non li vuole. Resta il silenzio di Palazzo Chigi, e un generale che tiene il conto delle telefonate mai arrivate.

L’aritmetica che non basta

I numeri, intanto, gli darebbero ragione da mesi. La Supermedia YouTrend-Agi del 3 agosto dà Futuro Nazionale al 7,1%, in crescita di 0,6 punti, davanti alla Lega ferma al 5,9%. Fratelli d’Italia scende al 26,7%, uno dei dati più bassi della legislatura. E il centrodestra senza i vannacciani si ferma al 41,6%, sotto quel 42% che la nuova legge elettorale ha fissato come soglia del premio di maggioranza. A luglio YouTrend ha misurato pure gli elettori: il 53% di quelli di Fratelli d’Italia vuole il patto col generale, contro il 36% di contrari. La padrona di casa ha letto tutto e ha lasciato squillare il telefono.

La norma contra Vannacci

Il riconoscimento, in realtà, è arrivato in forma di comma. Il 16 luglio la Camera ha approvato lo Stabilicum con 217 voti, primo firmatario Galeazzo Bignami (Fratelli d’Italia). Dentro c’è una norma che esonera dalla raccolta delle firme soltanto i partiti con un gruppo parlamentare costituito entro il 31 dicembre 2025. Futuro Nazionale nasce a febbraio 2026 e a Montecitorio ha quattro deputati dentro una componente del Misto, così fuori restano loro e +Europa, che dovranno raccogliere le firme come una lista qualsiasi. Da via della Scrofa fanno sapere che non si tocca. Meloni riconosce il generale nel punto esatto in cui gli costa, e in nessun altro.

Da parte sua l’ex comandante della Folgore l’esistenza se l’è costruita altrove. A luglio, dal suo profilo Instagram, è passato un video fatto con l’intelligenza artificiale. Lui è imperatore in un’arena romana, e sugli spalti guardano lo spettacolo gli avatar della presidente del Consiglio e di Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia). In mezzo, legati al palo in attesa dell’esecuzione, ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte. La premier si è dissociata il giorno dopo con un lungo post sui social. Ci scrive di esserci stata inserita “a mia insaputa”, e che quel video non appartiene al suo modo di intendere il confronto politico. L’alleanza esisteva dentro il video e si fermava lì.

Il partito, intorno, è una rete di comitati dove chiunque parla a nome del generale e si fa smentire il giorno dopo. A Milano va avanti da settimane l’attivismo di Roberto Jonghi Lavarini, il “barone nero”, senza ruoli dentro il partito. Così ogni settimana bisogna alzare il tiro. Sabato 8 agosto, dal palco della Versiliana, Vannacci ha presentato il suo candidato sindaco per Milano, il generale dei carabinieri in congedo Carmelo Burgio, e ha assicurato che saprebbe «rastrellare Rogoredo». Il telefono, intanto, resta muto. L’uomo forte aspetta sull’uscio, con la pistola ad acqua in mano.

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Cisgiordania, una campagna di pulizia etnica autorizzata dallo Stato

Un ordine firmato dal capo del Comando centrale israeliano ha chiuso Taybeh, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania occupata. Al municipio non è mai arrivato: il sindaco Suleiman Khouria ha raccontato all’agenzia palestinese WAFA di averne saputo dai giornali.

L’esercito lo ha confermato il 9 agosto, zona militare chiusa con ingresso vietato a israeliani e stranieri, esclusi i residenti palestinesi. Il portavoce militare l’ha motivata “a causa di alcuni attacchi violenti di israeliani nella regione”. I giornalisti restano ammessi salvo che i soldati giudichino la loro presenza una minaccia. Khouria ha definito l’ordine «un tentativo di stringere ulteriormente il cappio attorno agli abitanti più che una misura per proteggerli», e ha ricordato che un villaggio si protegge fermando chi lo attacca.

Nel 2026 il ministero della Salute di Ramallah conta 87 palestinesi uccisi da coloni o soldati. Il 24 luglio a Tell, a sud-ovest di Nablus, quattro uomini della stessa famiglia sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco. In un solo fine settimana gli esperti delle Procedure speciali dell’ONU hanno registrato oltre venti pogrom in Cisgiordania, e il 10 agosto hanno scritto che “il terrore dei coloni non è spontaneo: opera con la protezione, e spesso con la partecipazione, delle forze di occupazione israeliane”.

Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione d’inchiesta dell’ONU sui territori palestinesi occupati, ha contato davanti al Consiglio dei diritti umani quindici palestinesi uccisi e 1.296 feriti dai coloni fra il primo gennaio 2025 e il 30 aprile 2026. Il rapporto parla della scomparsa di fatto della distinzione fra coloni e soldati. Il 10 giugno Amnesty International ha chiamato lo sfollamento dei palestinesi in Cisgiordania una campagna di pulizia etnica autorizzata dallo Stato.

L’ordine che chiude Taybeh porta la firma del comando che quei soldati dispiega. A Taybeh non è arrivato.

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Il ministro dei ritardi chiede di fermare Ranucci

Intercettato dai cronisti, che in questa storia è il verbo giusto, Matteo Salvini ieri ha spiegato che Sigfrido Ranucci dovrebbe prendersi una pausa. Il denaro pubblico degli italiani, dice, non deve più finanziare qualcuno coinvolto in una vicenda “oscura e preoccupante”. Coinvolto: il giornalista al quale hanno fatto esplodere un ordigno sotto casa e che per la gip è la vittima manipolata da Valter Lavitola, arrestato lunedì come presunto mandante. Non c’è nessun elemento di accordo fra i due, sta scritto nell’ordinanza. E la testa che si chiede è quella del destinatario della bomba.

Del resto sulle pause Salvini avrebbe parecchio da raccontare. Ha attraversato quelli che lui stesso ha chiamato “cinque anni di processo” per sequestro di persona restando vicepremier, ministro e stipendiato dagli italiani, e ci mancherebbe: la presunzione d’innocenza vale anche per lui. Nel 1999 una condanna a trenta giorni (con la condizionale) per oltraggio a pubblico ufficiale se l’era già presa, uova contro Massimo D’Alema e qualche divisa sporcata. Nemmeno allora gli venne in mente di fermarsi.

Intanto, però, il Ponte sullo Stretto è fermo dalla bocciatura della Corte dei conti dell’ottobre 2025. Le ruspe, ferme. In aula ha rivendicato il 77,7% di puntualità sull’alta velocità, poi l’Osservatorio sui conti pubblici italiani della Cattolica ha contato tutti i ritardi e la puntualità vera è scesa fra il 63 e il 66%. Uno su tre arriva tardi. Il Po a Cremona è a 8,40 metri sotto lo zero idrometrico, e lui ha trovato il tempo di cimentarsi nel palinsesto di Rai3.

Un compito che – almeno quello – consegna in orario. La pausa di Ranucci l’aveva già messa sul tavolo l’8 luglio Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai: Report nel palinsesto c’è, poi magari lo conduce Giorgio Mottola o un altro. Salvini ha solo alzato il volume, e con la Lega al 4,9% contro il 7,6 di Roberto Vannacci nel sondaggio YouTrend per Sky Tg24, il volume è l’unica cosa che gli resta.

A proposito: ieri Salvini parlava dal cantiere della stazione Pigneto, a Roma. Doveva aprire a giugno, ad aprile l’hanno spostata a fine dicembre. Una fermata dei treni slittata di sei mesi, e lui intanto pensa a chi deve condurre Report.

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