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Corsa al riarmo, 100 miliardi di dollari in un anno per gli arsenali nucleari: una deriva verso il baratro

Nel 2024, il mondo ha speso 100,2 miliardi di dollari per le armi nucleari. È la cifra più alta mai registrata, pari a 3.169 dollari al secondo. In un solo anno, i nove Stati dotati di arsenali atomici – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord – hanno aumentato dell’11% le risorse destinate alla minaccia atomica. In cinque anni l’aumento complessivo ha superato il 32%.

Non si tratta solo di numeri. Questo significa che ogni minuto del 2024 sono stati spesi 190.151 dollari per rendere il mondo più vulnerabile. Mentre si discute di pace nelle conferenze internazionali, il bilancio reale delle priorità parla il linguaggio delle armi.

Il peso degli Stati Uniti

Più della metà di questa spesa globale proviene da un unico Paese: gli Stati Uniti, con 56,8 miliardi di dollari, hanno investito più di tutti gli altri messi insieme. La Cina ha speso 12,5 miliardi, il Regno Unito 10,4. Seguono Francia (6,9 miliardi), Russia (8,1), India (2,6), Pakistan e Israele (entrambi 1,1), Corea del Nord (630 milioni).

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre — come ricordava Papa Francesco — il mondo vive una “terza guerra mondiale a pezzi”, con conflitti aperti in Ucraina, Gaza, nel Caucaso, in Asia meridionale. In questo scenario, il rischio di un impiego nucleare è considerato il più alto dai tempi della Guerra Fredda.

Segreti, lobbisti e profitti

Il rapporto “Hidden Costs” dell’Ican mette in luce la totale assenza di controllo democratico. In diversi Paesi, compresi quelli che ospitano testate straniere come l’Italia, i cittadini e spesso anche i parlamentari ignorano dove siano le bombe, quante siano, e quanto costino. Un’omertà strategica.

Nel 2024, almeno 26 aziende attive nella costruzione e manutenzione di armamenti nucleari hanno incassato 43,5 miliardi di dollari. Le stesse hanno investito 128 milioni in attività di lobbying solo negli Stati Uniti e in Francia. Nel Regno Unito hanno ottenuto 196 incontri con rappresentanti di governo, 18 dei quali direttamente con l’ufficio del Primo Ministro. Le armi si fabbricano nei consigli di amministrazione, si promuovono nei ministeri, si occultano nei bilanci statali.

Alternative che non si scelgono

Che cosa si sarebbe potuto fare con quei 100 miliardi? L’Ican prova a rispondere: si sarebbero potuti nutrire per quasi due anni i 345 milioni di persone a rischio fame nel mondo. Oppure finanziare per 28 anni l’intero bilancio annuale delle Nazioni Unite. Oppure ancora investire in ospedali, scuole, case. In sicurezza reale, non immaginaria.

La Francia, ad esempio, avrebbe potuto pagare due volte l’intero budget Onu. Israele avrebbe potuto coprirne un terzo. L’India avrebbe potuto coprire tre quarti del bilancio delle Nazioni Unite. La Russia avrebbe potuto salvarne l’intera struttura due volte. Ma si è preferito destinare quelle risorse alla produzione di ordigni progettati per uccidere su vasta scala.

Il mondo che dice no

A questo scenario si oppone la parte più grande – e silenziosa – del mondo. Novantotto Paesi hanno ratificato il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, impegnandosi a non produrle, non ospitarle, non utilizzarle. Insieme a loro oltre 700 organizzazioni della società civile.

È una scelta di rottura con la logica della deterrenza, che continua a poggiare su minacce implicite di distruzione totale. È una scommessa sulla sopravvivenza. A 80 anni dai primi bombardamenti atomici, Ican ripete che “basta”: eliminare le armi nucleari è l’unico modo per evitare che siano loro a eliminare noi. È un bivio. E continuare a spendere miliardi per prepararci all’annientamento non è strategia: è follia.

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Ma Pd e M5s non hanno niente da dire sul Copasir?

Da ieri sappiamo che nella redazione di Fanpage non c’era solo il direttore intercettato con lo spyware Graphite dell’azienda israeliana Paragon Solutions. Anche il giornalista Ciro Pellegrino ha avuto conferma che l’avviso arrivatogli da Apple non mentiva: il più importante laboratorio di analisi del mondo ha ritrovato tracce del software israeliano nel suo telefono. Due giornalisti della stessa testata (particolarmente indigesta al governo) sono stati spiati in ogni loro mossa.

A Bruxelles hanno strabuzzato gli occhi. Paragon, qualche giorno fa, ha confermato di poter scoprire in breve tempo chi ha puntato i giornalisti, ma racconta che al governo non interessava fare chiarezza. Il governo nega. Potrebbe chiedere chiarezza oggi, subito. Potrebbe dire una parola la presidente del Consiglio, potrebbe dire qualcosa anche il presidente della Repubblica. Aspettiamo fiduciosi.

Da ieri, però, sappiamo anche che il Copasir, il comitato parlamentare che si occupa dei rapporti con i servizi segreti, ha vergato una relazione che è carta straccia — per usare un eufemismo. Hanno messo in dubbio le analisi del più importante laboratorio al mondo sul telefono del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Hanno ignorato il caso di Ciro Pellegrino. Hanno, di fatto, corroborato l’omertà del governo.

Il Copasir è guidato dal deputato del Pd Lorenzo Guerini. La relazione è stata votata all’unanimità, quindi anche da M5S, Italia Viva e Azione. Il giornalista meloniano Italo Bocchino dice di «non avere dubbi» su Guerini. Non avevamo dubbi. Ma che ne pensano Elly Schlein e Giuseppe Conte? Anche perché sullo sfondo c’è un altro giornalista (forse due) spiato, che consentirebbe di scoprire esecutore e mandanti dello spionaggio. E a quel punto la figuraccia diventerebbe un disastro.

Buon venerdì.

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Il caso del piccolo Adam e il peacewashing su Gaza

Il peacewashing italiano si è buttato a capofitto su Adam, chiamato senza il suo cognome come nelle favole per bambini, sopravvissuto al bombardamento israeliano che ha ucciso i suoi 9 fratelli e anche il padre, Hamdi, morto pochi giorni fa a causa delle ferite.

Lo sbarco in Italia insieme alla madre Alaa al-Najjar, pediatra nello sfacelo umanitario di Gaza, è stato una cerimonia con le fanfare che è rimbalzata su tutti i giornali. Il ragazzo sarà operato all’ospedale Niguarda di Milano. Le interviste si moltiplicano, i retroscena, i racconti straziati e strazianti di chi non ha trovato l’inchiostro per raccontare gli altri 16mila bambini uccisi nella Striscia e i 24mila feriti. “Guardate come siamo bravi che ne abbiamo pescato uno tra tanti e abbiamo deciso di salvarlo” è il sottotesto della narrazione. Hanno accolto il bambino coloro che addirittura avevano messo in dubbio la veridicità di quella strage familiare. Una delle molte e quotidiane di Gaza. Hanno accolto il bambino gli stessi che concordano con il governo israeliano che quelli come Adam li definisce “non umani” e, nella migliore delle ipotesi, “terroristi”.

“Guardate come siamo bravi”, sospirano dal governo gli stessi che continuano a spedire le armi che trucidano i bambini. “Guardate come siamo buoni”, dicono coloro che non alzano un dito per non disturbare Netanyahu. “Guardate come siamo bravi noi italiani”, che nei consessi internazionali ci distinguiamo per vigliaccheria con il nostro governo prono. I giornali che non trovavano lo spazio per scrivere due righe sulla strage continua oggi rovesciano litri di commozione finta, sparpagliata sulle pagine. Questo siamo.

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Terzo mandato ai governatori, la coerenza a targhe alterne di Salvini

Quando nel settembre 2016, sul palco di Pontida, Matteo Salvini tuonava contro le carriere eterne in politica, sembrava crederci davvero. “Dopo dieci anni penso che si possa lasciare spazio a qualcun altro”, dichiarava, rivendicando la proposta dei Giovani Padani per un limite di due mandati a qualsiasi carica elettiva all’interno della Lega. Parole nette, quelle del leader leghista, che all’epoca si presentava come rottamatore della vecchia politica, promotore di una rigenerazione generazionale, a partire dal proprio movimento. Ribadì la linea pochi mesi dopo, nel 2017, definendo “fondamentale” il vincolo dei due mandati per garantire ricambio e nuove energie.

Eppure, oggi, Salvini è il principale sponsor dell’abolizione del limite ai mandati per i presidenti di regione. Il 5 giugno, intervistato dal Corriere della Sera, ha rilanciato: “Noi da sempre riteniamo che debbano essere i cittadini a scegliere”. La Lega ha provato più volte in Parlamento a eliminare il vincolo, finora senza riuscirci. Ma ora, con Fratelli d’Italia più disponibile al dialogo, la partita potrebbe riaprirsi.

Il partito del vincolo (quando stava al governo)

L’incoerenza, però, non si limita alle dichiarazioni di Salvini. Come ricostruisce in dettaglio Pagella Politica in un’analisi dell’11 giugno 2025, anche la Lega – quando si chiamava ancora Lega Nord – votò nel 2004 a favore della legge che istituiva il limite dei due mandati consecutivi per i presidenti di regione. All’epoca, era al governo con Berlusconi e Bossi era ministro delle Riforme. Nessuna opposizione formale da parte del Carroccio fu registrata nei resoconti parlamentari. Il limite, introdotto per garantire alternanza e contenere la concentrazione del potere, fu dunque condiviso anche dalla Lega di allora.

Oggi, invece, il partito è pronto a stracciarlo per tutelare due dei suoi governatori più popolari: Luca Zaia in Veneto e Massimiliano Fedriga in Friuli-Venezia Giulia. Il cambio di rotta, spacciato per difesa della volontà popolare, si traduce nei fatti in un’operazione di autoconservazione. Salvini stesso è al suo quarto mandato parlamentare, e ha appena ottenuto la riconferma come segretario del partito fino al 2029. Difficile credergli quando parla di “ricambio”.

La vera battaglia: il controllo del Nord

La posta in gioco, però, va oltre la coerenza. È una guerra interna alla maggioranza per il controllo dei territori del Nord. In particolare del Veneto, storica roccaforte leghista che Fratelli d’Italia vorrebbe scalzare. Per questo, secondo diversi osservatori, Giorgia Meloni finora ha frenato sull’abolizione del vincolo: candidare un proprio nome al posto di Zaia significherebbe sancire il sorpasso definitivo sulla Lega, anche sul piano locale. Solo negli ultimi giorni, il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, ha aperto al dialogo: “Non c’è una preclusione ideologica al terzo mandato, ma serve una riflessione nazionale”.

Forza Italia, invece, si oppone apertamente. Raffaele Nevi, portavoce del partito, ha ribadito: “Siamo contrari al terzo mandato. Il limite ha garantito ricambio e qualità nella pubblica amministrazione”. Una posizione che si richiama alla “Seconda Repubblica” e alla logica dei sindaci, dove la rotazione è un principio consolidato.

Ipocrisie senza scadenza

Dietro la retorica della “libertà di scelta dei cittadini”, si nasconde un progetto di cristallizzazione del potere. Salvini non è il solo politico ad aver cambiato idea sull’utilità dei limiti, ma è uno dei pochi ad averlo fatto in modo così esplicito e documentato. Predicava il ricambio quando non aveva regioni da difendere, oggi predica la continuità quando la sopravvivenza della Lega passa da Zaia e Fedriga.

Pagella Politica conclude con un’annotazione lapidaria: “Con il tempo – e con il suo comportamento – il leader della Lega ha dimostrato di aver cambiato idea sulla necessità di ‘ricambiare’ i vertici del partito e delle istituzioni politiche”. Le parole del passato si dissolvono nella convenienza del presente. E la coerenza resta, come sempre, una parola da palco.

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Bloccata la Marcia Globale per Gaza, l’Egitto si inchina a Israele e l’Occidente sta a guardare

La Global March to Gaza, la più grande mobilitazione umanitaria internazionale organizzata negli ultimi anni, è stata di fatto soffocata sul nascere. Oggi, 12 giugno 2025, decine di attivisti provenienti da almeno 80 paesi sono stati arrestati nei loro hotel o respinti agli aeroporti egiziani. Il Ministero degli Esteri del Cairo ha giustificato il blocco con motivi di sicurezza e la mancanza di permessi per accedere al Sinai, ma la sequenza temporale degli eventi e le dichiarazioni ufficiali israeliane raccontano un’altra storia.

Poche ore prima, l’11 giugno, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva dichiarato pubblicamente di aspettarsi che l’Egitto “impedisse ai manifestanti jihadisti di avvicinarsi a Rafah”, definendo la marcia una “provocazione” e “un pericolo per i soldati israeliani”. Il giorno dopo, l’Egitto ha risposto con una retata: fermi, passaporti sequestrati, espulsioni immediate. Tra i rimpatriati, anche l’attivista italiana Antonietta Chiodo: “Stanno rastrellando i nostri attivisti come delinquenti. Chi tace, è complice”.

Il convoglio Al-Samoud bloccato prima del confine

Nel frattempo, il convoglio terrestre “Al-Samoud” (resilienza), partito il 9 giugno dalla Tunisia con oltre mille attivisti del Maghreb, è rimasto intrappolato in Libia. Dopo l’accoglienza popolare a Tripoli, Misurata e Bengasi, i partecipanti speravano di attraversare il valico di Sallum per unirsi alla marcia al Cairo. Invece, si sono trovati davanti un muro: nessun permesso, nessuna apertura. Non è un caso: l’11 giugno, in parallelo alla richiesta di Katz, il Ministero degli Esteri egiziano ha diffuso una nota in cui accoglieva “simbolicamente” le delegazioni, imponendo però rigide regole di accesso al Nord Sinai, classificato come zona militare.

Il convoglio, pensato come un ponte umano tra l’Africa e Gaza, non ha mai avuto una reale possibilità di passare. Nessun contatto diretto, nessuna risposta ufficiale da parte del Cairo, solo ostacoli burocratici e retorica difensiva. Fonti interne parlano di una collaborazione silenziosa ma attiva tra i due governi: Israele ha dettato la linea, l’Egitto l’ha eseguita.

Freedom Flotilla: l’altro fronte respinto

In contemporanea, il mare ha conosciuto la stessa sorte. Il 9 giugno, la nave “Madleen” della Freedom Flotilla è stata intercettata in acque internazionali dalla marina israeliana. A bordo c’erano attivisti come Greta Thunberg e l’europarlamentare Rima Hassan. Tutti arrestati, interrogati, espulsi. A Thunberg è stato mostrato un video delle atrocità di Hamas, come punizione simbolica. Il messaggio è stato chiaro: chi prova a sfidare l’assedio, anche con una barca di aiuti, sarà trattato come un nemico dello Stato.

La risposta repressiva su tutti i fronti – terra, mare e cielo – rivela la portata della paura israeliana verso una mobilitazione popolare che rompe l’inerzia diplomatica. Il coordinamento tra Flotilla, marcia terrestre e convoglio africano avrebbe potuto creare un cortocircuito politico, soprattutto ora che Gaza è “il luogo più affamato della Terra”, come denuncia l’ONU.

Al Sisi esegue, l’Occidente tace

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi si è posto ancora una volta come garante della stabilità per conto terzi, sacrificando ogni apparenza di sovranità a favore della cooperazione con Israele. Dietro la maschera delle “preoccupazioni di sicurezza”, il Cairo ha risposto con durezza all’unica cosa che oggi ancora può disturbare l’equilibrio diplomatico: la solidarietà civile.

La protesta internazionale – che avrebbe dovuto culminare con un accampamento pacifico a Rafah tra il 15 e il 19 giugno – è stata bloccata senza che alcun governo europeo abbia alzato la voce. L’Italia si è limitata a una nota del M5S che chiede chiarimenti a Tajani sul rimpatrio forzato dei connazionali.

Una domanda aperta

I fatti sono chiari: migliaia di attivisti si erano mobilitati senza armi, con aiuti umanitari e un programma trasparente. Sono stati fermati, deportati, delegittimati. Se l’assedio di Gaza è definito “una punizione collettiva”, ora lo è anche la repressione di chi prova a portare soccorso.

Israele non ha solo chiuso le porte a Gaza. Ha ottenuto che anche l’Egitto diventasse custode del blocco. E l’Occidente ha chinato il capo. Chi resta in piedi, oggi, lo fa camminando verso un confine che non si vuole far vedere.

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Liste d’attesa, la promessa mancata: un anno di ritardi tra decreti attuativi mancanti, propaganda e cittadini esclusi

A un anno dall’entrata in vigore del Decreto Legge 73/2024 sulle liste d’attesa, il bilancio è impietoso: sei decreti attuativi previsti, tre ancora mancanti, uno scaduto da nove mesi, due senza scadenze definite e zero benefici percepiti dai cittadini. Secondo l’analisi indipendente della Fondazione Gimbe, il “Dl Liste di attesa” si è impantanato nel solito cortocircuito istituzionale: l’urgenza proclamata dal Governo si è scontrata con l’inadeguatezza dei mezzi e dei tempi, trasformandosi nell’ennesima promessa annunciata e mai realizzata.

“Abbiamo voluto mappare lo stato reale di attuazione del Dl – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione – per separare la realtà dalla propaganda”. Una realtà che, come mostrano i dati Istat, nel 2024 ha visto quasi 6 milioni di persone rinunciare a visite o esami, di cui 4 milioni solo a causa dei tempi d’attesa. Un aumento del 51% rispetto all’anno precedente.

Il pantano dei decreti

Dei sei decreti attuativi previsti, solo tre sono stati pubblicati. Gli altri sono ancora al palo, ostaggio di contrasti istituzionali e tempi tecnici incompatibili con la natura urgente del provvedimento. Il più critico è quello sull’esercizio dei poteri sostitutivi da parte dell’Organismo di verifica, scaduto il 31 agosto 2024 e ancora bloccato dal conflitto tra Governo e Regioni. Dopo mesi di accuse reciproche, il confronto tra Giorgia Meloni e il Presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, sembrava aver sbloccato lo stallo, ma al 10 giugno l’intesa ancora non risulta formalizzata.

Anche i decreti senza scadenza sono scomparsi dai radar. Quello per superare il tetto di spesa del personale sanitario è fermo in attesa dell’approvazione della metodologia Agenas, mentre quello per ottimizzare il sistema di disdetta delle prenotazioni non risulta nemmeno calendarizzato. Un vuoto normativo che vanifica ogni velleità di riforma.

Una piattaforma che non c’è

Il cuore del decreto era la piattaforma nazionale delle liste di attesa, annunciata come strumento chiave per garantire trasparenza ed efficienza. Secondo il ministro Schillaci, sarebbe dovuta partire nel febbraio 2025, ma la sua approvazione è arrivata solo l’11 aprile, con mesi di ritardo. Le Regioni avevano 60 giorni per adeguarsi: la scadenza è appena passata, ma i dati non sono ancora disponibili.

Intanto, la presidente del Consiglio ha già celebrato l’efficacia della piattaforma in aula: “È operativa e fa calare i tempi d’attesa”. Ma i dati ufficiali che lo dimostrerebbero semplicemente non esistono. “Non c’è alcun dataset pubblico che attesti una riduzione delle liste d’attesa”, chiarisce Cartabellotta. “E ogni valutazione sull’efficacia del decreto è impossibile senza trasparenza”.

Un fenomeno in espansione

Nel frattempo, la rinuncia alle prestazioni sanitarie esplode in tutto il Paese: secondo Istat, il 9,9% della popolazione ha rinunciato almeno a una visita o a un esame nel 2024. Un dato in aumento dal 7% del 2022, con una crescita omogenea su tutto il territorio nazionale, Nord incluso. I motivi sono principalmente due: l’attesa insostenibile nel pubblico e l’impossibilità economica di accedere al privato.

Il 6,8% dei cittadini ha rinunciato per i lunghi tempi d’attesa (4 milioni di persone), il 5,3% per motivi economici (3,1 milioni). Dal 2022 al 2024, le rinunce per tempi d’attesa sono aumentate dell’88%, quelle per motivi economici del 65%. Un dato che sfida la narrativa dominante: non è solo povertà, è soprattutto l’inefficienza del sistema a generare esclusione.

Il tradimento dell’universalismo

”Il vero problema – osserva Cartabellotta – non è più solo il portafoglio, ma la capacità del SSN di rispondere ai bisogni”. Quando il pubblico non funziona, il privato diventa l’unica alternativa. Ma se non si hanno i mezzi per pagare, la cura diventa un lusso. È questo intreccio a rendere il fenomeno così drammatico: milioni di cittadini stanno subendo una concreta esclusione dal diritto alla salute.

Il Governo continua a parlare di monitoraggio e riforme in corso. Ma i dati dicono che la sanità pubblica affonda, e chi non può permettersi alternative è costretto a scegliere tra aspettare mesi o rinunciare del tutto. Non è solo una crisi organizzativa: è un fallimento politico e costituzionale.

Il DL Liste di attesa è oggi la metafora perfetta di un Paese che usa l’urgenza come copertura mediatica e abbandona i cittadini nelle corsie vuote. Senza personale, senza risorse e senza verità. Continuare a tamponare il sintomo – i tempi di attesa – senza curare la malattia – lo svuotamento del SSN – è accanimento terapeutico. Ed è una cura che, intanto, sta già uccidendo il diritto alla salute.

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Gli invisibili di cui Trump non può fare a meno

Trump vuole fare la guerra agli immigrati. Non a quelli ricchi, non a quelli armati, non a quelli che truccano bilanci o finanziano campagne: a quelli che raccolgono cipolle, puliscono case, costruiscono muri e si prendono cura dei figli degli americani. Il suo nuovo zar del confine, Tom Homan, promette “più retate nei luoghi di lavoro di quante se ne siano mai viste”. Gli obiettivi? I soliti: braccianti, manovali, badanti, camerieri. Gli invisibili.

Ma gli invisibili tengono in piedi l’America. Sono 8,3 milioni, quasi il 5% della forza lavoro. Metà del settore agricolo dipende da loro. Nel settore edile sono 1,4 milioni, quelli che rendono possibile un tetto a prezzi accessibili. Durante la pandemia nessuno li cercava, perché servivano. Ora diventano il nemico.

Trump sa bene che mancano i criminali da espellere: allora alza i numeri. Vuole 3.000 arresti al giorno. Stephen Miller lo sprona. Ma i repubblicani iniziano a frenare: la propaganda non può costare troppo.

E infatti Trump non tocca i padroni. Nel 2017 ha graziato un imprenditore condannato per aver assunto e pagato lavoratori senza documenti. Il problema non è chi sfrutta, ma chi fatica.

Il sistema è ipocrita. La domanda resta, ma si colpisce solo l’offerta. E intanto si chiudono le porte all’immigrazione regolare. Trump lo sa: serve mano d’opera. Ma preferisce seminare paura. Anche se poi, a raccoglierla, sarà proprio chi oggi applaude.
E quando mancheranno braccia nei campi, nei cantieri e nelle case, nessuno potrà dire che non era previsto. Solo che conveniva fare finta di non vedere.

Buon giovedì. 

Foto AS

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Cittadinanza, Tajani rispolvera per l’ennesima volta lo Ius Italiae. E nel centrodestra ricomincia il gioco delle parti

A urne ancora calde dopo il fallimento del referendum sulla cittadinanza, Antonio Tajani ha riaperto un cassetto che non chiude mai davvero: quello delle riforme di facciata. Con l’usuale formula dell’“integrazione seria”, il ministro degli Esteri ha riproposto una sua variante dello Ius Scholae – ribattezzata Ius Italiae – per dare la cittadinanza ai minori stranieri dopo dieci anni di scuola “con profitto”.

La reazione della Lega è stata, come sempre, di rigetto immediato. Matteo Salvini ha definito la legge attuale “perfetta” e ha accusato Tajani di insistere su una scorciatoia che “gli italiani hanno già bocciato con il referendum”. L’attacco è stato amplificato dai social leghisti, che hanno rilanciato perfino vecchi video di Berlusconi contrari allo ius soli.

Un copione già visto (e mai concluso)

Non è la prima volta. Nell’agosto 2024, Tajani aveva annunciato una proposta di legge in arrivo a settembre. Poi il silenzio. Prima ancora, nel 2023, aveva evocato l’idea in convegni e interviste, definendola una “cosa seria” salvo precisare che non era una priorità del governo. Ogni volta la Lega reagiva con minacce, e Tajani ritraeva la mano. Persino all’interno di Forza Italia, diversi esponenti del partito hanno definito inopportuna un’apertura del genere in questa fase politica.

Il risultato è sempre lo stesso: nessun disegno di legge concreto, solo annunci. Tajani difende l’ennesima proposta appellandosi al programma del centrodestra del 2022, ma lì si parla solo genericamente di “integrazione scolastica e lavorativa”. Anche questa volta, come nota Davide Faraone di Italia Viva, è probabile che tutto finisca “nel nulla”, esattamente come l’estate scorsa.

Meloni assente, ma non neutrale

Giorgia Meloni osserva da dietro le quinte. Non una parola sulla riforma, né a favore né contro. Il suo capogruppo Tommaso Foti si è limitato a dire che non è in programma. Una posizione attendista che non è affatto neutra: serve a evitare di schierarsi con Forza Italia, senza irritare troppo la Lega. La premier gioca a essere ago della bilancia ma nel frattempo l’ago è inchiodato: si parla solo di taglio delle tasse e “rottamazione delle cartelle esattoriali”, non di cittadinanza.

Come nota Francesco Boccia del Pd, Meloni “si nasconde dietro la propaganda”, evitando ogni intervento sui temi più divisivi della maggioranza. Il suo silenzio è una copertura tattica, utile a far parlare Salvini e Tajani mentre lei resta sopra le parti. Una strategia che garantisce la stabilità del governo, ma lascia nel limbo ogni possibilità di riforma.

Una sceneggiata utile a tutti tranne ai diretti interessati

Nel gioco delle parti, Tajani salva l’immagine moderata di Forza Italia, Salvini tiene la Lega incollata al suo zoccolo duro, Meloni evita fratture. Solo i cittadini coinvolti restano esclusi. Lo Ius Scholae – nella versione vera – è sostenuto da buona parte dell’opposizione, dalle Ong e da milioni di persone nate o cresciute in Italia senza diritti pieni.

Il referendum ha fallito per assenza di quorum, non per un no netto. Eppure la destra ne ha fatto un plebiscito a posteriori per chiudere ogni spazio di discussione. Tajani agita lo spettro della riforma solo quando conviene e sempre senza affondare. Chi si chiede perché non abbia mai prodotto una proposta organica in Consiglio dei ministri conosce già la risposta: non può, non vuole, non gli è concesso.

Finché il dibattito resta confinato ai comunicati e ai botta e risposta tra leader, la cittadinanza continua a essere una promessa da campagna elettorale permanente. E per molti, un diritto differito a data da destinarsi.

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Gaza massacrata, Meloni acconsente

Le chiamano “distribuzioni di aiuti”, ma sono esecuzioni pubbliche di affamati. Oggi, l’ennesima: 31 palestinesi uccisi mentre tentavano di ricevere cibo nel corridoio Netzarim, a Gaza. Erano disarmati. Sono stati colpiti da carri armati e droni israeliani, secondo la Protezione civile locale. Oltre 200 feriti. Non è più una guerra: è una mattanza scientifica, fredda, ripetuta. Una trappola dove chi cerca pane trova piombo.

I punti di distribuzione degli aiuti sono diventati “zone di uccisione”. Lo dicono i medici, lo confermano i sopravvissuti. Cecchini e droni sparano su civili disarmati. Si colpiscono tende, scuole, ospedali. Un medico giordano è stato ferito in un bombardamento vicino a Khan Younis. Tre paramedici uccisi a Gaza City. È il fronte umanitario trasformato in bersaglio.

E mentre il mondo prende posizione, l’Italia tace. Australia, Canada, Nuova Zelanda, Norvegia e Regno Unito hanno imposto sanzioni ai ministri israeliani Ben-Gvir e Smotrich, colpevoli di incitare apertamente alla violenza e all’espulsione dei palestinesi. In Germania, Franziska Brantner, leader dei Verdi, ha chiesto lo stesso. A Roma, invece, regna il silenzio.

Meloni finge di non vedere, Tajani balbetta diplomazie da manuale, Piantedosi parla di sicurezza interna mentre in Cisgiordania 17.500 palestinesi — tra cui 1.400 bambini — sono stati arrestati da ottobre. Crosetto è in altre faccende belliche (leggi riarmo) affaccendato. Nessun atto, nessuna parola, nessuna condanna.

A Gaza si muore per la fame. Letteralmente. Ma chi in Italia governa, ignora. Del resto come diceva Don Abbondio il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

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Usa, tra gli immigrati da trasferire a Guantanamo anche due italiani (che saranno rimpatriati): così Trump imbarazza il nostro governo

Guantanamo non è più solo l’incubo dei sospetti terroristi. È il simbolo di un’America che si prepara a trasformare la detenzione extragiudiziale in strumento di politica migratoria. Il Washington Post ha rivelato che l’amministrazione Trump intende trasferire nella base militare cubana 9.000 migranti irregolari. Tra loro, anche centinaia di cittadini europei e almeno due italiani.

Le autorità statunitensi non avvertiranno i governi alleati, compresa l’Italia. Lo ha confermato la portavoce del Dipartimento di Stato, Tammy Bruce: “Non parliamo di singoli Paesi. Guantanamo non è la destinazione finale, ma una tappa prima del rimpatrio”. Un linguaggio che suona come una giustificazione diplomatica a una violazione dei diritti fondamentali. Il Dipartimento si limita a precisare che si tratta solo di migranti “con precedenti penali”, ma non fornisce prove, elenchi o garanzie.

Il piano, spiega il Post, serve a decongestionare i centri di detenzione interni, in crisi dopo l’annuncio di Trump della “più grande operazione di deportazione della storia americana”. E l’Italia è dentro. Senza essere stata avvertita. Senza poter intervenire.

Il silenzio e il nervosismo del governo

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha provato a rassicurare: “Nessun italiano sarà portato a Guantanamo. Siamo pronti a rimpatriarli”. E secondo quanto riferito da fonti della Farnesina, sarebbero solo due i cittadini italiani presenti nella lista dei 9.000 migranti irregolari: uno è già stato espulso dagli Stati Uniti, l’altro è in via di espulsione verso Roma.“L’Italia è disposta a riprendere gli irregolari nel pieno rispetto dei loro diritti”, ha dichiarato Tajani a Rtl 102.5, aggiungendo che “non c’è da allarmarsi” e che “nessun connazionale finirà a Guantanamo”.

Tajani ha inoltre precisato che, secondo le prime informazioni fornite dal Dipartimento per la Sicurezza nazionale Usa, la struttura cubana sarebbe destinata solo ai migranti provenienti da Paesi che si rifiutano di accettare i rimpatri. L’Italia, invece, “ha già detto da tempo all’amministrazione americana che è pronta a riprendere i propri cittadini irregolari”, ha insistito il ministro. Una telefonata è in programma con il segretario di Stato, Marco Rubio, conferma Tajani: “Affronterò anche questa questione”, mentre ambasciata e consolati sarebbero già al lavoro.

Il nervosismo delle opposizioni e l’impasse del governo

A sinistra, le opposizioni chiedono una comunicazione immediata in Aula. Ivan Scalfarotto definisce “intollerabile” il fatto che Tajani commenti la vicenda sui media e non al Parlamento. Riccardo Magi accusa Trump di “copiare il modello Albania di Meloni”. Angelo Bonelli parla di “disprezzo verso i diritti dei cittadini italiani”.  Anche Giuseppe Conte è intervenuto: “Il governo deve accertare subito le condizioni degli italiani coinvolti e disporre il loro immediato rientro”.

Matteo Salvini, invece, prende le difese di Trump: “Se il presidente degli Stati Uniti garantisce la sicurezza fa il suo mestiere. Mi stupisco dello stupore”, ha dichiarato il vicepremier leghista. Eppure da Palazzo Chigi nessuna parola. Giorgia Meloni, che si era spesa in un accorato elogio dell’alleanza atlantica nel suo discorso al Congresso, oggi tace. Anche di fronte al rischio che connazionali vengano detenuti senza processo in una base militare statunitense.

Il punto è tutto qui: la destra italiana ha costruito la propria propaganda su un’idea selettiva di cittadinanza e di diritti. Ma ora che i “clandestini” hanno un passaporto italiano, la macchina retorica si inceppa. Nessuno ha il coraggio di sfidare l’amico Trump. Nemmeno per difendere cittadini italiani.

Una cartolina dall’America che smentisce tutto

Il paradosso è brutale. Mentre la destra italiana festeggia il fallimento del referendum sulla cittadinanza, gli Stati Uniti trattano cittadini italiani come deportabili, come clandestini. E lo fanno in nome di una guerra ideologica contro l’immigrazione che i nostri governi non solo non contrastano, ma spesso imitano.

Il rischio non è solo quello di un incidente diplomatico. Ma anche quello di dare l’immagine di un’Italia che non sa farsi rispettare. Il silenzio di Meloni e la difficoltà di Tajani raccontano più di mille comunicati. È il prezzo della sudditanza politica. È la fotografia di una destra che si scopre impotente proprio quando le sue narrazioni si ribaltano contro chi le ha create.

Se l’alleanza atlantica diventa una relazione senza reciprocità, allora il problema non è Guantanamo. È Roma. E chi la rappresenta.

L’articolo Usa, tra gli immigrati da trasferire a Guantanamo anche due italiani (che saranno rimpatriati): così Trump imbarazza il nostro governo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

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