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Caso Paragon, l’azienda israeliana smonta la relazione del Copasir. E chiama in causa il governo

Il caso Paragon si trasforma giorno dopo giorno in un processo indiretto contro il Copasir. L’organo parlamentare che dovrebbe vigilare sui servizi segreti italiani ha licenziato una relazione che ora viene smontata dalla stessa azienda israeliana produttrice dello spyware Graphite.

La relazione Copasir: tutto regolare, nessun colpevole

Il 5 giugno 2025 il Copasir approva all’unanimità la sua relazione sullo scandalo. Secondo il documento, il direttore di Fanpage Francesco Cancellato “non è stato sottoposto ad alcuna attività di intercettazione da parte dei servizi italiani” con il software Paragon. Gli accessi ai database di Aise e Aisi, le due agenzie di intelligence italiane, non avrebbero rilevato attività contro il giornalista. Anche le Procure non avrebbero emesso alcun decreto di autorizzazione. Il caso viene liquidato come una possibilità remota di azione da parte di “servizi stranieri” o “entità private” mai identificate.

A fronte delle notifiche di compromissione ricevute da Cancellato da Meta e Apple, il Copasir ipotizza persino un possibile “errore tecnico”, malgrado l’intervento di Citizen Lab — ignorato o minimizzato — che aveva certificato l’infezione del dispositivo con tecniche riconducibili proprio al software Graphite.

La ricostruzione di Paragon: è stato il governo italiano a fermare tutto

Ora arriva la smentita secca. Paragon Solutions, l’azienda israeliana, diffonde una nota: “Abbiamo offerto al governo e al Parlamento italiano un modo per determinare se il nostro sistema fosse stato usato contro il direttore di Fanpage in violazione della legge italiana e dei termini contrattuali. Le autorità italiane hanno scelto di non procedere”.

Non solo. Paragon precisa che la rescissione del contratto non è frutto di un accordo con i servizi italiani, come affermato dal Copasir, ma una scelta autonoma dell’azienda “alla luce del rifiuto del governo italiano di procedere alle verifiche”.

I due pesi usati dal Copasir

La relazione del Copasir sul caso Paragon genera ancora più dubbi se confrontata con la gestione dell’altro fronte dell’inchiesta: quello sugli attivisti di Mediterranea Saving Humans. In quel caso, le intercettazioni — autorizzate prima dal governo Conte II nel 2020, proseguite sotto Draghi e Meloni fino al maggio 2024 — sono state pienamente riconosciute come legittime, persino dopo l’autorizzazione all’uso di Graphite dal 5 settembre 2024 sotto il governo Meloni, su iniziativa del sottosegretario Mantovano.

Mentre per gli attivisti Mediterranea viene certificata la legittimità dello spionaggio, nel caso dei giornalisti il Copasir preferisce rifugiarsi in un comodo vuoto: nessuna responsabilità accertata, nessun colpevole identificato, nessuna indagine autonoma oltre le dichiarazioni dei servizi stessi.

L’operazione per bloccare le notifiche a giornalisti e attivisti

Non basta. La relazione Copasir propone anche un intervento normativo per impedire a colossi come Meta e Apple di avvisare gli utenti quando sono oggetto di spyware, come avvenuto per Cancellato. Un attacco diretto al diritto di sapere di essere sorvegliati. Un modo per coprire definitivamente ogni eventuale abuso.

Il silenzio di Schlein

Dentro questa ricostruzione resta un fatto politico inaggirabile: la relazione del Copasir è stat votata da tutti, opposizione inclusa. Non solo: il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, è espressione diretta del Partito Democratico. Mentre il Copasir confeziona una relazione che di fatto tutela chi ha spiato i giornalisti, Elly Schlein tace. Non pretende chiarimenti, non solleva il caso, non chiede le dimissioni di Guerini. Perché? Perché la segretaria del PD non alza la voce e non chiede conto delle responsabilità? Perché non difende il giornalismo d’inchiesta, la libertà di stampa e il governo democratico? Questa sarebbe la vera rottura politica.

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Così Salvini si è scelto il comandante

Come racconta Il Fatto Quotidiano Sergio Liardo è il nuovo comandante generale delle Capitanerie di porto. La nomina è stata firmata dal Quirinale, ma la regia politica è tutta nelle mani di Matteo Salvini, oggi ministro delle Infrastrutture. I due incrociano i rispettivi destini quattro anni fa, al processo Open Arms. Allora Salvini era imputato per sequestro di persona aggravato. Liardo, ufficiale della Guardia Costiera, fu chiamato in aula come testimone chiave della difesa. Dichiarò che «le condizioni del mare» non consentivano lo sbarco immediato dei 39 migranti soccorsi dalla nave spagnola. Una deposizione perfettamente allineata alla narrazione politica di Salvini, che grazie anche a quella testimonianza fu assolto nel dicembre 2024.

A meno di due anni da quella udienza, Liardo incassa la seconda promozione consecutiva: dopo la nomina a vicecomandante nel 2023, ora arriva al vertice assoluto delle Capitanerie. La scelta cade mentre la Guardia costiera è attraversata da scandali che hanno travolto decine di ufficiali coinvolti in episodi di corruzione e favori al gruppo Onorato. Liardo non è mai stato indagato, ma la sua carriera si muove stabilmente nell’orbita politica della Lega, con rapporti consolidati anche con il vice Edoardo Rixi. È l’uomo giusto per la macchina di potere: affidabile, allineato, funzionale, già rodato nei passaggi delicati dove politica e giustizia si sfiorano.

Il legittimo dubbio mettendo in fila i fatti è che il metodo sia sempre lo stesso: premiare i fedeli, trasformare le carriere in rendite politiche, normalizzare la subordinazione amministrativa al potere. Chi è utile avanza. Gli altri restano a guardare.

Buon lunedì.

Foto wikipedia commons

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Per il governo israeliano il crimine è portare il cibo e gli occhi

Ora non è più solo un’accusa. È una confessione. Il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz, ha ordinato alle forze armate di bloccare la nave Madleen, partita dalla Sicilia per portare aiuti umanitari a Gaza. A bordo ci sono 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition — una rete internazionale che da anni tenta di rompere il blocco navale imposto su Gaza — tra cui l’europarlamentare franco-palestinese Rima Hassan, l’attivista svedese Greta Thunberg e il brasiliano Thiago Ávila.

Non è solo un’operazione militare: è il tassello di una strategia dichiarata. Katz parla di “impedire il trasferimento di armi ad Hamas” ma, sotto la retorica consueta, emerge la vera posta in gioco: impedire ogni spiraglio di vita nella Striscia. La fame come arma. Il blocco navale serve a strangolare un’intera popolazione. Pianificato, scientifico, rivendicato.

Chi prova a scalfire questa morsa viene subito bollato come nemico. “All’antisemita Greta e ai suoi amici dico chiaramente: tornate indietro”, ha dichiarato Katz. L’obiettivo non è solo fermare il cibo, è impedire che qualcuno racconti, che ci siano testimoni, che il mondo veda cosa accade davvero. Rima Hassan, a bordo della nave, parla di arresti, di sequestri di telecamere, di oscuramento delle comunicazioni.

Israele non vuole spifferi nel suo assedio. La fame diventa un protocollo di guerra, la solidarietà un crimine, la testimonianza un atto sovversivo. Il genocidio per compiersi non deve avere testimoni. Il ministro di Israele sa bene che quando si apriranno gli occhi del mondo lui e i suoi compagni di governo saranno riconosciuto per quel che sono: criminali carnefici. 

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Per il governo israeliano il crimine è portare il cibo e gli occhi

Ora non è più solo un’accusa. È una confessione. Il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz, ha ordinato alle forze armate di bloccare la nave Madleen, partita dalla Sicilia per portare aiuti umanitari a Gaza. A bordo ci sono 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition — una rete internazionale che da anni tenta di rompere il blocco navale imposto su Gaza — tra cui l’europarlamentare franco-palestinese Rima Hassan, l’attivista svedese Greta Thunberg e il brasiliano Thiago Ávila.

Non è solo un’operazione militare: è il tassello di una strategia dichiarata. Katz parla di “impedire il trasferimento di armi ad Hamas” ma, sotto la retorica consueta, emerge la vera posta in gioco: impedire ogni spiraglio di vita nella Striscia. La fame come arma. Il blocco navale serve a strangolare un’intera popolazione. Pianificato, scientifico, rivendicato.

Chi prova a scalfire questa morsa viene subito bollato come nemico. “All’antisemita Greta e ai suoi amici dico chiaramente: tornate indietro”, ha dichiarato Katz. L’obiettivo non è solo fermare il cibo, è impedire che qualcuno racconti, che ci siano testimoni, che il mondo veda cosa accade davvero. Rima Hassan, a bordo della nave, parla di arresti, di sequestri di telecamere, di oscuramento delle comunicazioni.

Israele non vuole spifferi nel suo assedio. La fame diventa un protocollo di guerra, la solidarietà un crimine, la testimonianza un atto sovversivo. Il genocidio per compiersi non deve avere testimoni. Il ministro di Israele sa bene che quando si apriranno gli occhi del mondo lui e i suoi compagni di governo saranno riconosciuto per quel che sono: criminali carnefici. 

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Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon – Lettera43

Per il Comitato il direttore di Fanpage non è stato spiato dall’intelligence italiana. Da chi e perché non è dato sapere. Accettare questa conclusione significa normalizzare l’uso opaco delle tecnologie di sorveglianza. E ammettere che il nostro Stato può essere cliente di spyware militari, utilizzarli su chi salva vite in mare e rimanere silenzioso su chi li usa contro i giornalisti.

Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon

Il caso Cancellato-Paragon avrebbe dovuto rappresentare il banco di prova massimo per il Copasir, l’organismo che per legge deve vigilare sull’operato dei servizi segreti italiani. E invece ne ha certificato i limiti strutturali, il suo grado di deferenza al potere, la sua disponibilità a coprire, a semplificare, a liquidare le questioni spinose con spiegazioni che insultano l’intelligenza. La relazione finale, approvata all’unanimità, ha prodotto l’esito perfetto per ogni governo: tanto rumore per nulla. Anzi: per l’ennesimo nulla.

Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon
L’aula del Copasir (Imagoeconomica).

L’attacco di uno spyware militare può essere «un errore»?

Sul punto centrale, il Copasir si arrende subito. Il direttore di Fanpage Francesco Cancellato riceve notifiche di compromissione dai sistemi di sicurezza di Meta (WhatsApp) e Apple (lo stesso accade all caporedattore Ciro Pellegrino il cui caso però non è rientrato nelle indagini del Comitato). Notifiche che, per essere emesse, richiedono accertamenti forensi sofisticati e rigorose verifiche interne. Parliamo di spyware militari, di attacchi zero-click attribuiti a Graphite, prodotto da Paragon Solutions. Per il Copasir, però, potrebbe essere «un errore». Cancellato commenta con un sarcasmo amaro: «Due primi premi della lotteria su due, a Fanpage». Il Copasir liquida così l’imbarazzo di dover spiegare chi, se non i servizi italiani, abbia spiato il giornalista.

I Servizi negano ogni responsabilità e il Copasir ne prende atto senza indagare oltre

L’autodenuncia dei servizi è netta: Aisi e Aise negano qualunque responsabilità. Il Copasir prende atto, e si ferma. Nessuna seria attività investigativa parallela, nessuna analisi delle fonti alternative. Si butta lì l’ipotesi residuale di qualche «servizio straniero» o di non meglio precisate «entità private». Perché mai un servizio straniero dovrebbe sorvegliare giornalisti italiani che si occupano di dinamiche interne italiane, il Copasir non lo spiega. Perché mai agenzie private avrebbero avuto accesso a uno spyware di livello militare normalmente ceduto solo ad agenzie governative, resta una domanda senza risposta. La stessa Paragon Solutions, costretta a rescindere il contratto con l’Italia nel febbraio 2025 per «violazioni etiche e contrattuali», ammette implicitamente che qualcosa sia andato storto nell’uso del proprio spyware. Il Copasir lo cita, ma evita accuratamente di scavare. Quali violazioni? Chi ha autorizzato l’impiego? Per quali target? Silenzio. Eppure, le indagini di Citizen Lab – ignorate o minimizzate nella relazione – sono chiare: il software è stato attivato sui telefoni di Cancellato, con tecniche che escludono l’ipotesi di un falso positivo.

Se spiare gli attivisti di Mediterranea Saving Humans rientra nelle «ragioni di sicurezza nazionale»

Ancora più grave è la doppia morale istituzionale. Per gli attivisti di Mediterranea Saving Humans – Luca Casarini, Beppe Caccia, David Yambio – lo spionaggio è confermato e persino rivendicato: sorveglianza autorizzata dal governo Conte II e proseguita sotto i governi successivi fino al maggio 2024, «per ragioni di sicurezza nazionale». Mediterranea, che salva migranti in mare, è stata classificata per cinque anni come minaccia alla sicurezza dello Stato. Per il cappellano di Mediterranea, don Mattia Ferrari, e per Cancellato, invece, il Copasir preferisce l’alibi dell’incertezza. E così evita lo scandalo più politicamente tossico: quello di uno Stato che spia i cronisti d’inchiesta.

Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon
Luca Casarini (Imagoeconomica).

Le ambiguità nel modus operandi del Copasir

Il Copasir non è nuovo a queste ambiguità. Teoricamente concepito come organismo di vigilanza democratica, il comitato ha confermato in questa vicenda la sua funzione rituale: compiere audizioni formali, redigere relazioni formali, produrre rassicurazioni formali. Ma quando il potere è chiamato a rispondere su comportamenti potenzialmente eversivi rispetto ai principi democratici – come il controllo invasivo su giornalisti e attivisti – il Copasir si arrende al principio di “non disturbare il manovratore”. Il risultato di questa mollezza istituzionale è devastante. I responsabili restano ignoti, e la sensazione per chiunque eserciti il diritto di cronaca è chiara: nessuno può garantire che non sarà spiato, schedato, controllato senza che nemmeno il Parlamento sia in grado di accertare chi abbia premuto il grilletto digitale. Si alimenta così quel «chilling effect» di cui parlano le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa: l’autocensura indotta dal timore di finire bersagli di un potere opaco, senza possibilità di difesa.

Il caso Paragon non è un incidente isolato, ma un indicatore sistemico

Accettare questa relazione come la conclusione definitiva significa normalizzare l’uso opaco delle tecnologie di sorveglianza. Significa ammettere che lo Stato italiano può essere cliente di spyware militari, può utilizzarli su chi salva vite in mare, può rimanere silenzioso su chi li abbia usati contro giornalisti investigativi. E che le istituzioni di controllo possono limitarsi a firmare il verbale senza porre domande. Il caso Paragon non è un incidente isolato. È un indicatore sistemico. E il Copasir, in questa storia, ha scelto di essere parte del problema.

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Referendum e cittadinanza: alimentare la paura dei migranti è una strategia smentita dai dati

A poche ore dal voto sui referendum, la musica resta sempre la stessa: “siamo pieni di clandestini”, “la situazione è fuori controllo”. È il lessico obbligato di chi, non avendo numeri, vende paure. I dati, come sempre, raccontano un’altra storia.

L’invasione che non c’è

Nel 2019 si stimavano circa 562 mila stranieri irregolari in Italia. Oggi, secondo ISMU, sono scesi a circa 321 mila. Meno dello 0,6% della popolazione complessiva. Nessuna ondata. Nessuna emergenza. Al contrario: un calo netto, che smonta ogni allarme. In Germania, Regno Unito e Spagna i numeri sono simili o superiori. L’Italia, anche qui, non è un’eccezione.

In più, la retorica dell’assalto ignora un fatto politicamente scomodo: a ridurre gli irregolari hanno contribuito anche le regolarizzazioni decise negli ultimi anni. Inclusa quella varata proprio sotto il governo Meloni. La stessa destra che urla “clandestini” ha dovuto, nei fatti, accettare l’unica politica possibile: regolarizzare. Eppure il messaggio resta sempre lo stesso, perché funziona: alimentare paura costa meno che governare la realtà.

Criminalità: i numeri smentiscono

Chi agita il binomio immigrazione-criminalità sa bene che la realtà racconta altro. Secondo Istat, i reati denunciati in Italia sono scesi dai 2,89 milioni del 2013 ai 2,34 milioni del 2023. I furti, spesso agitati come emblema dell’insicurezza, sono crollati da oltre 1,5 milioni a poco più di un milione.

E nel frattempo? La popolazione straniera residente è passata da 4,3 a oltre 5,2 milioni di persone. Se davvero fosse vero il teorema che più stranieri significa più crimini, ci sarebbe stata un’impennata. Invece i reati calano. La correlazione tra immigrazione e criminalità semplicemente non esiste.

Vale anche per i reati più gravi. Gli omicidi volontari, che la propaganda usa come clava identitaria, sono scesi del 6,4% negli ultimi dieci anni. Nessun segnale di emergenza. Al contrario, gli indici di criminalità generale sono oggi più bassi che negli anni ’90, quando gli stranieri residenti erano appena 649 mila.

Sovra-rappresentazione e distorsione

Resta la sovra-rappresentazione degli stranieri nelle carceri: circa il 32% dei detenuti è straniero, contro una quota dell’8,9% sulla popolazione generale. Ma i motivi sono più complessi: marginalità socioeconomica, maggior esposizione ai controlli, difficoltà di accesso a misure alternative, reati legati al soggiorno irregolare. Non una maggiore “propensione al crimine” per il semplice fatto di non essere italiani.

I cosiddetti “reati di status” gonfiano artificialmente i dati: si finisce denunciati non per pericolosità sociale, ma per violazioni amministrative. La microcriminalità, in larga parte, resta figlia della povertà, non della nazionalità.

La percezione costruita ad arte

Nonostante i reati calino, oltre il 70% degli italiani continua a credere che le strade siano sempre più insicure. È l’effetto di un bombardamento sistematico che seleziona i fatti da raccontare e amplifica quelli funzionali a chi ha costruito un’intera carriera politica su questo frame: l’immigrazione come minaccia permanente.

L’allarme migranti serve esattamente a questo: spostare il conflitto sociale sulla sicurezza, disinnescare la questione salariale, silenziare la precarietà, nascondere i tagli ai servizi. È il solito cortocircuito: si crea un nemico esterno e lo si agita per coprire le crepe interne. È anche il sottofondo su cui il governo ha tentato di soffocare il referendum sulla cittadinanza, consapevole che una società meno avvelenata dalla paura è una società meno manipolabile.

I numeri non votano: ma parlano

I dati sono lì. Testardi. Gli irregolari calano. I reati calano. La presenza straniera si stabilizza. Solo la paura cresce, coltivata da chi preferisce la propaganda al governo. Non siamo pieni di clandestini. Siamo pieni di propaganda.

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I referendum svelano le divergenze del Campo largo: restano le divisioni su tutto

Nel laboratorio politico italiano persevera la suggestione del “campo largo”: i risultati delle ultime elezioni amministrative rilanciano l’idea di mettere insieme il blocco progressista (Avs, Pd, M5S) con i partiti centristi (Azione, Italia Viva). Il problema, però, non è mai stato aritmetico ma politico: la pretesa di saldare due mondi che sui temi fondanti sono strutturalmente incompatibili.

Il referendum su lavoro e cittadinanza fornisce la fotografia più plastica di questa frattura. Avs, Pd e M5S hanno sostenuto in blocco i “sì” su licenziamenti, tutele crescenti, indennità, contratti a termine, sicurezza e cittadinanza. Azione e Italia Viva hanno detto “no” ovunque, riaffermando un impianto ultraliberista ereditato dal Jobs Act renziano. Sembrano tutti d’accordo sul referendum sulla cittadinanza ma sullo Ius Scholae, tema simbolico, Avs e Pd spingono per una riforma immediata, mentre i centristi frenano o si sottraggono al confronto.

Lavoro, fisco e Stato sociale: due agende inconciliabili

Il primo scoglio è il lavoro. Mentre Avs, Pd e M5S rivendicano il superamento del Jobs Act e la ricostruzione delle tutele cancellate, Italia Viva ne resta il principale architetto e Azione il difensore organico. Sul salario minimo, Avs, Pd e M5S propongono una soglia dignitosa per legge, mentre Calenda e Renzi invocano la supremazia della contrattazione collettiva. Il Reddito di Cittadinanza – per il M5S misura identitaria, per Avs uno strumento di civiltà, per il Pd da riformare – è liquidato dai centristi come “assistenzialismo improduttivo”, da smantellare.

Il secondo solco è fiscale. Mentre Avs, Pd e M5S spingono per un sistema più progressivo, per una patrimoniale sui grandi capitali e un rafforzamento dell’imposta di successione, i centristi si muovono all’opposto: riduzione del cuneo fiscale, incentivi agli investimenti, rifiuto netto di nuove imposte patrimoniali.

Il terzo spartiacque è il ruolo dello Stato. Per Avs, Pd e M5S lo Stato deve essere attore diretto: investimenti pubblici, politiche industriali, infrastrutture strategiche, presenza nelle imprese chiave. Azione e Italia Viva ne delineano invece un ruolo di “facilitatore”, orientato a liberalizzazioni, concorrenza e deregolamentazione.

Giustizia, diritti civili e transizione ecologica: le crepe strutturali

Le differenze si fanno ancora più profonde sulla giustizia. Azione e Italia Viva sono i principali sponsor della separazione delle carriere tra giudici e pm, in linea con il centrodestra garantista. Avs, Pd e M5S la osteggiano come attacco all’indipendenza della magistratura. Identica spaccatura su intercettazioni e abuso d’ufficio: i centristi spingono per restringere gli strumenti investigativi; Avs, Pd e M5S difendono il necessario equilibrio tra privacy e lotta a mafia e corruzione.

Anche sui diritti civili l’apparente convergenza si sbriciola nei dettagli: Avs, Pd e M5S hanno sostenuto il DDL Zan senza ambiguità; Azione e Italia Viva hanno chiesto modifiche e mediazioni spesso lette come aperture al conservatorismo. Sul fine vita, i progressisti premono per una legge pienamente laica; i centristi procedono con estrema cautela, alzando il vessillo della “libertà di coscienza”.

La frattura ambientale è forse la più invalicabile. Avs, Pd e M5S propongono accelerazioni radicali su rinnovabili, decarbonizzazione entro il 2040, stop alle fonti fossili e ai finanziamenti agli allevamenti intensivi. Azione e Italia Viva propongono pragmatismo, rinvio degli obiettivi al 2035 e soprattutto il ritorno al nucleare, tema su cui il campo progressista è rigidamente contrario.

Infine, l’Europa e le riforme istituzionali. Se l’europeismo accomuna le forze in campo nella forma, nella sostanza prevalgono gli attriti: Azione e Italia Viva spingono per l’integrazione federale e l’esercito europeo; Avs e M5S insistono su un’Europa sociale e pacifista, frenano sulle spese militari e rivendicano più spazio per diplomazia e cooperazione internazionale. Sull’autonomia differenziata, Avs, Pd e M5S la considerano una minaccia all’unità nazionale, mentre i centristi restano disponibili al compromesso istituzionale con il centrodestra. Persino sulle regole elettorali, i progressisti difendono il proporzionale, i centristi sognano il premierato o modelli alla “sindaco d’Italia”.

La segretaria del Partito democratico Elly Schlein tiene la strategia del “testardamente unitari”. Bisognerebbe però capire “testardamente unitari” nel fare cosa, al di là di provare a sconfiggere aritmeticamente Giorgia Meloni. Se il referendum avesse dovuto essere l’occasione per saldare un’opposizione credibile la missione è fallita.

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Referendum e lavoro conteso: perché l’aumento delle cause sui licenziamenti è un buon motivo per andare a votare

Alla vigilia dei referendum dell’8 e 9 giugno, mentre il dibattito pubblico si perde nei soliti slogan, i dati raccontano un’altra storia: una storia fatta di tribunali intasati e contenziosi crescenti. Secondo l’analisi pubblicata su Lavoce.info da Francesco Armillei, la litigiosità in materia di licenziamenti è tornata a livelli preoccupanti, toccando nel 2024 il picco di 1,6 nuove cause ogni cento licenziamenti. Il valore più alto dell’ultimo decennio, superiore persino al dato del 2014, quando il sistema era considerato tra i più inefficienti d’Europa.

L’inversione di tendenza

Per comprendere la portata del fenomeno basta osservare i numeri: nel 2014 erano iscritti oltre 105mila nuovi procedimenti in materia di lavoro, con 207mila cause pendenti e una durata media di 418 giorni per definire un contenzioso. Dieci anni dopo, grazie alle riforme introdotte tra il 2012 e il 2015 – in primis il Jobs Act – i procedimenti pendenti sono scesi a 80mila e la durata media è crollata a 296 giorni. Sembrava una vittoria della razionalizzazione normativa.

Eppure, nella sezione più delicata – quella relativa ai licenziamenti individuali e collettivi – la curva ha ripreso a salire. Dal 2021 il numero di nuovi procedimenti cresce anno su anno. Nel 2024 ha segnato un +15% rispetto al 2023 e un +43% rispetto al 2022, mentre il numero assoluto di licenziamenti si è ridotto al minimo storico: 680mila, il livello più basso degli ultimi vent’anni.

Il risultato? Più cause a fronte di meno licenziamenti. Con l’effetto paradossale che oggi è più probabile finire in tribunale dopo un licenziamento rispetto a un decennio fa.

Le ragioni della nuova litigiosità

La radice di questa inversione va ricercata – spiega Armillei – negli interventi della Corte costituzionale tra il 2019 e il 2024. Le sentenze hanno progressivamente smontato la rigidità del Dlgs 23/2015, eliminando l’automatismo nella determinazione dell’indennizzo e restituendo ai giudici una vasta discrezionalità nel decidere tra reintegra e indennizzo.

Il principio sembrerebbe ispirato alla tutela del lavoratore, ma il risultato è una giungla normativa in cui nessuna delle parti ha certezze. Perché se ogni licenziamento diventa un salto nel buio e la decisione dipende dal singolo giudice, le imprese vedono aumentare i rischi e i lavoratori, in assenza di tutele chiare, si affidano sempre più spesso alla causa legale.

Uno studio pubblicato sul Journal of Labour Economics – sempre citato da Lavoce.info – documenta come la lentezza e l’incertezza dei giudizi sui licenziamenti riducano la capacità delle aziende di assumere nuovo personale, alimentando precarietà e stagnazione.

Un referendum decisivo

I referendum in programma puntano a ristabilire un quadro di maggiore certezza nei rapporti di lavoro. Votare sì significherebbe riportare ordine nella disciplina dei licenziamenti, riducendo la discrezionalità giudiziaria e restituendo a lavoratori e imprese regole comprensibili e applicabili senza dover passare per un’aula di tribunale.

Non è un dettaglio. L’alto tasso di litigiosità è un freno per l’intero mercato del lavoro: rende più difficile licenziare, certo, ma anche assumere. Perché chi rischia un contenzioso lungo e incerto evita di creare nuovi posti di lavoro, preferendo contratti atipici o collaborazioni a tempo.

L’idea che norme troppo elastiche aiutino i lavoratori è una mistificazione. Al contrario, alimentano l’incertezza e avvantaggiano solo avvocati e consulenti. Chi lavora e chi produce ha bisogno di regole chiare e tempi certi.

Cosa c’è in gioco con il referendum

L’Italia non può permettersi di tornare indietro. Abbiamo pagato a caro prezzo un sistema inefficiente, in cui pendono per anni contenziosi che avvelenano il clima delle relazioni industriali. Le riforme del passato hanno iniziato a correggere il tiro, ma la deriva degli ultimi anni minaccia di cancellare i progressi fatti.

Votare al referendum significa anche scegliere se vogliamo un mercato del lavoro fondato sulla certezza del diritto o sull’arbitrio delle aule giudiziarie. Significa decidere se continuare a lasciare che ogni licenziamento si trasformi in una causa o restituire dignità alle relazioni tra datore di lavoro e lavoratore.

Domenica e lunedì non si vota solo su un pezzo di legislazione: si vota su come vogliamo che funzioni il lavoro in questo Paese. Se vogliamo meno precarietà e più giustizia, senza illusioni ideologiche.

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I palestinesi sono le vittime e noi facciamo da cavia

Gaza continua a morire sotto le macerie, mentre l’Occidente si specchia nei propri valori traditi. La scena è la solita: dichiarazioni indignate, veti alle risoluzioni ONU, richiami rituali al diritto internazionale. Poi, sotto banco, la complicità. Gli Stati Uniti hanno blindato Israele con oltre 50 mila tonnellate di armamenti consegnati dopo il 7 ottobre 2023: 14 mila bombe, 3 mila missili, contratti da 20 miliardi di dollari. Cinque veti in Consiglio di Sicurezza ONU per impedire un cessate il fuoco.

L’Europa recita un copione solo più cinico. La Germania ha concesso licenze militari per 485 milioni di euro dopo l’inizio dell’offensiva. La Francia, mentre Macron invoca pause umanitarie, fornisce componenti per droni e caccia. L’Italia, che rivendica di non autorizzare nuovi contratti, continua a spedire: 6 milioni di euro di forniture militari nel 2024 e 128 mila euro ancora nel 2025, in pieno massacro.

La Spagna offre il capolavoro dell’ipocrisia. Pedro Sánchez proclama embargo e riconoscimento della Palestina, ma tra ottobre 2023 e marzo 2025 ha firmato contratti con Israele per oltre un miliardo di euro.

I media occidentali raccontano Gaza partendo dal 7 ottobre, occultando decenni di occupazione, blocco e colonizzazione. Le vittime palestinesi restano numeri, il loro sterminio è una conseguenza del loro essere palestinesi. Gli israeliani, invece, hanno diritto al lessico emotivo del “massacro”. A Gaza è in corso un esperimento mondiale: quanto è possibile sterminare protetti dall’ipocrisia del mondo? Quanto si può riscrivere una storia per giustificare un annientamento? I palestinesi sono le vittime, noi siamo le cavie.

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Referendum, le cinque bufale sul quesito per la cittadinanza che servono solo a non far votare

L’8 e il 9 giugno i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi su una questione che, per mesi, è stata deformata da una macchina di disinformazione organizzata. Il referendum sulla cittadinanza non regala nulla, non apre alcuna sanatoria e non spalanca i confini a milioni di clandestini, come invece vogliono far credere gli specialisti della paura. Interviene solo sull’articolo 9 della legge 91 del 1992, abbassando da dieci a cinque anni il requisito minimo di residenza legale continuativa per poter presentare la domanda di naturalizzazione. Tutto il resto resta invariato: conoscenza della lingua italiana, reddito adeguato, assenza di condanne penali gravi, valutazione della sicurezza nazionale.

L’invenzione dell’invasione

Il primo falso che circola ossessivamente parla di “milioni di clandestini” pronti a ricevere la cittadinanza. Non esiste. I destinatari della riforma sono solo coloro che già risiedono legalmente in Italia da almeno cinque anni. Secondo i dati del Centro Studi Idos, si tratta di circa 1,4 milioni di cittadini extracomunitari regolari e di circa 24 mila minori nati in Italia che potrebbero acquisire la cittadinanza se conviventi con un genitore che la ottiene. I clandestini, che secondo questa propaganda dovrebbero essere i primi beneficiari della riforma, non sono nemmeno contemplati dal quesito referendario. Eppure la Lega ha etichettato il referendum come “il più pericoloso”, alimentando ad arte la confusione tra legalità e irregolarità.

L’ossessione dei “controlli assenti”

La seconda falsità racconta che la cittadinanza verrebbe distribuita senza alcun controllo. È l’esatto contrario: l’unico aspetto modificato dal referendum è la durata della residenza legale. Tutti gli altri requisiti restano invariati. Permane l’obbligo di dimostrare la conoscenza della lingua italiana almeno al livello B1, di avere un reddito stabile e sufficiente, di essere incensurati per reati gravi e di superare l’istruttoria del Ministero dell’Interno. La cittadinanza viene comunque concessa con decreto del Presidente della Repubblica, dopo una complessa istruttoria prefettizia. Non esiste alcun automatismo.

La bufala del complotto elettorale

Il terzo argomento tossico insinua che il referendum sarebbe un “complotto della sinistra” per importare voti. Ancora una volta: falso. Il referendum è sostenuto da un ampio fronte trasversale che comprende forze politiche diverse e numerose organizzazioni della società civile: Più Europa, Possibile, Radicali Italiani, Partito Democratico, Sinistra Italiana, ma anche Acli, Amnesty International, Caritas, Oxfam, Fondazione Migrantes. La raccolta di oltre 637 mila firme dimostra un sostegno diffuso e popolare, non una manovra di parte. E soprattutto: la cittadinanza italiana non conferisce automaticamente il diritto di voto. Solo dopo aver completato l’intero percorso amministrativo si entra nei registri elettorali. Parlare di voto automatico per gli immigrati è una mistificazione pura.

L’Italia fanalino di coda

L’ultimo mito utile a chi vuole lo status quo racconta che l’Italia avrebbe già norme flessibili. È falso anche questo. Con i suoi dieci anni di attesa per i cittadini extracomunitari, il nostro Paese è tra i più restrittivi d’Europa. In Francia, Germania, Portogallo, Paesi Bassi e Svezia bastano cinque anni di residenza. La riforma referendaria porterebbe semplicemente l’Italia in linea con i partner europei. Non si tratta di un regalo, ma di riconoscere diritti a persone che vivono, lavorano, studiano e contribuiscono da anni alla vita del Paese.

L’astensione come arma politica

La scelta della destra di puntare sull’astensione serve ad aggirare il merito della questione. Tutti i partiti della maggioranza invitano esplicitamente o implicitamente a non ritirare la scheda. È la strategia del quorum mancato: far saltare il referendum senza nemmeno entrare nel merito. Intanto, però, alimentano quotidianamente la campagna di disinformazione per disorientare l’opinione pubblica, utilizzando il consueto armamentario di “invasioni”, “regali” e “pericoli per l’identità nazionale”.

In realtà, dietro le fake news sul referendum c’è una visione chiusa e proprietaria della cittadinanza: quella che considera l’essere italiani come un privilegio da difendere, e non come un diritto da riconoscere a chi ha già dimostrato, nei fatti, di far parte del Paese. Il voto di domenica e lunedì non deciderà soltanto su una norma: dirà molto anche su quale idea di convivenza civile vogliamo scegliere.

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