Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon – Lettera43
Per il Comitato il direttore di Fanpage non è stato spiato dall’intelligence italiana. Da chi e perché non è dato sapere. Accettare questa conclusione significa normalizzare l’uso opaco delle tecnologie di sorveglianza. E ammettere che il nostro Stato può essere cliente di spyware militari, utilizzarli su chi salva vite in mare e rimanere silenzioso su chi li usa contro i giornalisti.
Il caso Cancellato-Paragon avrebbe dovuto rappresentare il banco di prova massimo per il Copasir, l’organismo che per legge deve vigilare sull’operato dei servizi segreti italiani. E invece ne ha certificato i limiti strutturali, il suo grado di deferenza al potere, la sua disponibilità a coprire, a semplificare, a liquidare le questioni spinose con spiegazioni che insultano l’intelligenza. La relazione finale, approvata all’unanimità, ha prodotto l’esito perfetto per ogni governo: tanto rumore per nulla. Anzi: per l’ennesimo nulla.

L’attacco di uno spyware militare può essere «un errore»?
Sul punto centrale, il Copasir si arrende subito. Il direttore di Fanpage Francesco Cancellato riceve notifiche di compromissione dai sistemi di sicurezza di Meta (WhatsApp) e Apple (lo stesso accade all caporedattore Ciro Pellegrino il cui caso però non è rientrato nelle indagini del Comitato). Notifiche che, per essere emesse, richiedono accertamenti forensi sofisticati e rigorose verifiche interne. Parliamo di spyware militari, di attacchi zero-click attribuiti a Graphite, prodotto da Paragon Solutions. Per il Copasir, però, potrebbe essere «un errore». Cancellato commenta con un sarcasmo amaro: «Due primi premi della lotteria su due, a Fanpage». Il Copasir liquida così l’imbarazzo di dover spiegare chi, se non i servizi italiani, abbia spiato il giornalista.
I Servizi negano ogni responsabilità e il Copasir ne prende atto senza indagare oltre
L’autodenuncia dei servizi è netta: Aisi e Aise negano qualunque responsabilità. Il Copasir prende atto, e si ferma. Nessuna seria attività investigativa parallela, nessuna analisi delle fonti alternative. Si butta lì l’ipotesi residuale di qualche «servizio straniero» o di non meglio precisate «entità private». Perché mai un servizio straniero dovrebbe sorvegliare giornalisti italiani che si occupano di dinamiche interne italiane, il Copasir non lo spiega. Perché mai agenzie private avrebbero avuto accesso a uno spyware di livello militare normalmente ceduto solo ad agenzie governative, resta una domanda senza risposta. La stessa Paragon Solutions, costretta a rescindere il contratto con l’Italia nel febbraio 2025 per «violazioni etiche e contrattuali», ammette implicitamente che qualcosa sia andato storto nell’uso del proprio spyware. Il Copasir lo cita, ma evita accuratamente di scavare. Quali violazioni? Chi ha autorizzato l’impiego? Per quali target? Silenzio. Eppure, le indagini di Citizen Lab – ignorate o minimizzate nella relazione – sono chiare: il software è stato attivato sui telefoni di Cancellato, con tecniche che escludono l’ipotesi di un falso positivo.
Se spiare gli attivisti di Mediterranea Saving Humans rientra nelle «ragioni di sicurezza nazionale»
Ancora più grave è la doppia morale istituzionale. Per gli attivisti di Mediterranea Saving Humans – Luca Casarini, Beppe Caccia, David Yambio – lo spionaggio è confermato e persino rivendicato: sorveglianza autorizzata dal governo Conte II e proseguita sotto i governi successivi fino al maggio 2024, «per ragioni di sicurezza nazionale». Mediterranea, che salva migranti in mare, è stata classificata per cinque anni come minaccia alla sicurezza dello Stato. Per il cappellano di Mediterranea, don Mattia Ferrari, e per Cancellato, invece, il Copasir preferisce l’alibi dell’incertezza. E così evita lo scandalo più politicamente tossico: quello di uno Stato che spia i cronisti d’inchiesta.

Le ambiguità nel modus operandi del Copasir
Il Copasir non è nuovo a queste ambiguità. Teoricamente concepito come organismo di vigilanza democratica, il comitato ha confermato in questa vicenda la sua funzione rituale: compiere audizioni formali, redigere relazioni formali, produrre rassicurazioni formali. Ma quando il potere è chiamato a rispondere su comportamenti potenzialmente eversivi rispetto ai principi democratici – come il controllo invasivo su giornalisti e attivisti – il Copasir si arrende al principio di “non disturbare il manovratore”. Il risultato di questa mollezza istituzionale è devastante. I responsabili restano ignoti, e la sensazione per chiunque eserciti il diritto di cronaca è chiara: nessuno può garantire che non sarà spiato, schedato, controllato senza che nemmeno il Parlamento sia in grado di accertare chi abbia premuto il grilletto digitale. Si alimenta così quel «chilling effect» di cui parlano le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa: l’autocensura indotta dal timore di finire bersagli di un potere opaco, senza possibilità di difesa.
Il caso Paragon non è un incidente isolato, ma un indicatore sistemico
Accettare questa relazione come la conclusione definitiva significa normalizzare l’uso opaco delle tecnologie di sorveglianza. Significa ammettere che lo Stato italiano può essere cliente di spyware militari, può utilizzarli su chi salva vite in mare, può rimanere silenzioso su chi li abbia usati contro giornalisti investigativi. E che le istituzioni di controllo possono limitarsi a firmare il verbale senza porre domande. Il caso Paragon non è un incidente isolato. È un indicatore sistemico. E il Copasir, in questa storia, ha scelto di essere parte del problema.
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