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Musk vs Trump: la cleptocrazia americana si sbrana

Che l’unione di fatto tra Elon Musk e il presidente Usa Donald Trump sarebbe finita in baruffa era già scritto. I due, coppia di fatto nella cleptocrazia americana, intendono la politica come occasione personale di revanscismo. Solo che le rivincite dell’uno non coincidono con quelle dell’altro. A Trump interessa diventare la statua vivente di sé stesso, divorato da un’egomania che per molti sconfina nel caso clinico. Elon Musk ha voluto provare il brivido di trasformare i soldi in potere, ennesimo lusso di un visionario che si soddisfa solo con le trasformazioni.

Ha ragione Musk quando dice che Trump non avrebbe mai riconquistato la Casa Bianca senza di lui. Meglio: senza il suo denaro, in cui Musk si identifica ed è identificato. Ha ragione Trump quando dice che Musk è riccamente foraggiato dai soldi dei contribuenti americani: il patron di Tesla e SpaceX è un maestro nel costruire bisogni e creare dipendenze. È anche per questo che l’idea del governo Meloni di legarsi al magnate sudafricano per l’internet via satellite è pericolosa, oltre che cretina.

L’utopia Maga che ha soffiato dietro la rielezione di Trump è già sbriciolata e finirà nel peggiore dei modi. Dove la politica diventa avanspettacolo anche le separazioni sono un’operetta buffa. Nel bisticcio di queste ultime ore si assiste alla gara di chi ha il complottismo più lungo. Non c’è politica nella sequela di offese personali: due bambini che bisticciano, negano, accusano. Due tra gli uomini più potenti del mondo che si tirano i capelli in cortile. Eccoli, gli Usa del Make America Great Again.

Buon venerdì.

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La doppia faccia della Spagna sulle armi a Israele: da Sanchez un embargo fantasma

Pedro Sánchez ha recitato il suo copione diplomatico: indignazione pubblica, riconoscimento dello Stato palestinese, e roboanti annunci sull’embargo delle armi verso Israele. Tutto secondo manuale. Ma dietro l’apparenza dell’impegno umanitario, il governo di Madrid ha continuato a finanziare, con puntuale regolarità, il sistema militare israeliano proprio mentre quest’ultimo intensificava il massacro a Gaza.

Il rapporto pubblicato a maggio 2025 dal Centre Delàs d’Estudis per la Pau, intitolato Beneficio Colateral, smonta l’intera narrazione ufficiale. I numeri sono chiari. Solo tra il 7 ottobre 2023 — data dell’attacco di Hamas — e marzo 2025, la Spagna ha esportato a Israele armi e munizioni per almeno 5,3 milioni di euro, secondo i dati forniti dallo stesso governo israeliano. Nonostante il governo spagnolo continui a dichiarare di non aver concesso nuove licenze di esportazione di materiale bellico, l’interscambio è proseguito attraverso contratti già in essere.

Joint venture e commistioni industriali

Dietro questa continuità commerciale si cela un intreccio industriale ormai strutturale tra le due economie della difesa. I dati raccolti dal Centre Delàs sono inequivocabili: “Mai prima d’ora tante imprese spagnole o stabilite in Spagna hanno sviluppato così tanti progetti insieme a imprese israeliane”. Dopo il 7 ottobre, ben 46 contratti sono stati assegnati a imprese israeliane, per un valore superiore a 1 miliardo e 44 milioni di euro. Elbit Systems e Rafael – i due colossi dell’industria bellica israeliana – sono i maggiori beneficiari. Elbit, che fornisce i mortai Cardom e i proiettili guidati Iron Sting testati proprio a Gaza nell’autunno 2023, è ormai fornitore stabile dell’esercito spagnolo. Rafael, invece, ha firmato la fornitura dei missili Spike LR2 e dei sistemi laser per il combattimento aereo.

La commistione non si limita alla semplice compravendita. Il veicolo blindato “Dragón”, fiore all’occhiello dell’industria bellica spagnola, nasce da una joint venture tra imprese spagnole e israeliane. Lo stesso avviene per i lanciarazzi SILAM e per i missili Spike, frutto di consorzi misti ispanico-israeliani.

L’imbarazzo politico è esploso solo quando, a fine aprile 2025, è emersa la notizia dell’acquisto da parte del Ministero della Difesa spagnolo di oltre 15 milioni di proiettili destinati alla Guardia Civil e prodotti da Elbit. Di fronte alle minacce di rottura della coalizione da parte di Izquierda Unida, Sánchez è stato costretto a revocare il contratto. Ma la revoca è apparsa più un’operazione di facciata che un cambio di linea strutturale.

Violazioni giuridiche e opacità deliberata

Il nodo giuridico è ancora più grave. Il Centre Delàs ricorda come, alla luce del Trattato internazionale sul Commercio delle Armi (ATT), ratificato dalla Spagna, il governo sarebbe tenuto a revocare qualsiasi licenza vigente nel momento in cui esiste il rischio che il materiale esportato possa essere usato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio. La Relatrice speciale Onu Francesca Albanese e organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno già documentato che quanto accade a Gaza soddisfa i criteri per questi crimini. Eppure, il governo spagnolo si rifugia dietro formalismi amministrativi per non applicare l’embargo.

Intanto, l’ipocrisia continua a viaggiare anche per mare e per aria. Come documentato dal Centre Delàs, cargo carichi di armamenti o combustibili per uso militare continuano a transitare nei porti e aeroporti spagnoli, spesso grazie a triangolazioni con aziende statunitensi o norvegesi, che usano la Spagna come piattaforma logistica verso Israele.

Il 28 maggio 2024, mentre Sánchez annunciava il riconoscimento dello Stato palestinese, il governo posticipava di mesi la pubblicazione dei dati ufficiali sull’export militare, per non oscurare il valore mediatico dell’annuncio. La realtà, invece, è quella di una complicità strutturale: la cooperazione militare tra Spagna e Israele è viva, profittevole, politicamente protetta e solo marginalmente scalfita dalle crisi diplomatiche di facciata.

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Veto Usa pro Israele all’Onu, chi sta zitto è complice

Ieri, mentre nella Striscia di Gaza si continuava a morire sotto i raid israeliani, l’amministrazione Trump ha esercitato per la quinta volta il veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bloccando una risoluzione per il cessate il fuoco immediato e incondizionato. È il primo veto dopo il suo ritorno alla Casa Bianca. Quattordici Paesi hanno votato a favore, gli Stati Uniti hanno detto no, ancora una volta. Così i massacri continuano.

A Gaza, nelle stesse ore, venivano bombardati due ospedali: l’Al-Ma’amadani e il Battista. All’Al-Ahli, già colpito otto volte, un drone israeliano ha ucciso almeno quattro persone, tra cui tre giornalisti palestinesi. Altri sei civili, compresa un’intera famiglia, sono stati uccisi a Khan Younis. L’Unicef, sotto assedio, ha evacuato bambini ustionati e feriti, per poi vederli nuovamente sotto attacco persino all’interno degli ospedali.

L’ambasciatore pakistano all’Onu ha definito il veto americano “un via libera all’annientamento”. L’ambasciatore algerino ha parlato di “macchia morale sulla coscienza mondiale”. Ma Washington, come sempre, blinda Israele e trasforma il Consiglio di Sicurezza in una scenografia inutile.

L’Italia, mentre gli Stati Uniti legittimano questi crimini con il proprio veto, resta agganciata a Trump per servilismo atlantico. Ma la politica estera non può essere un atto di fedeltà cieca. Se il governo italiano ha ancora un minimo di autonomia politica e morale, è ora che trovi il coraggio di smarcarsi. Perché chi tace di fronte a questi massacri diventa complice. E il sangue di Gaza sporca anche le mani di chi resta fermo.

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La vergogna non cancella la vergogna

Mentre a Gaza continua il massacro, il governo italiano si rifugia nel suo abituale balbettio, oscillando tra qualche dichiarazione di circostanza e l’inerzia complice. Mentre gli Stati Uniti bloccano le risoluzioni Onu, l’Italia si distingue in un altro modo: con il suo export militare. Il report di Archivio Disarmo lo documenta: droni, radar, jet, munizioni, componenti strategici. Pezzi che si incastrano nel meccanismo che ogni giorno abbatte civili palestinesi sotto le macerie.

Non è soltanto il passato a condannare. Anche nei primi mesi del 2025, mentre i morti a Gaza si contano a decine di migliaia, l’Italia continua a spedire armamenti a Israele: oltre 128mila euro solo tra gennaio e febbraio, di cui una parte neppure tracciata ufficialmente. Nel 2024, in piena offensiva israeliana, sono partiti da qui armamenti e tecnologie militari per quasi 6 milioni di euro, in gran parte sotto la comoda copertura delle clausole di “segretezza” previste dalla legge 185/1990.

Motori per droni, elicotteri leggeri, radar, sistemi di navigazione aerea e spaziale per oltre 34 milioni di euro. E poi computer e dispositivi informatici impiegati nelle piattaforme di targeting automatizzato come il sistema Lavender, che secondo le inchieste israeliane determina i bombardamenti con un margine di dieci civili uccisi per ogni combattente. Questa è la tecnologia italiana che finisce nella catena di sterminio.

Nel frattempo, mentre cresce nel mondo la richiesta di embargo sulle armi a Israele, mentre il sostegno dell’opinione pubblica italiana all’aggressione militare crolla di 50 punti percentuali, il governo Meloni continua a raccontare di non fornire armi che colpiscono civili. Una versione di comodo, alimentata dalla stessa opacità che oscura il Parlamento e l’opinione pubblica.

Oggi l’indignazione è timida, domani la storia sarà implacabile. Nessuna vittoria elettorale, nessuna giravolta propagandistica, nessuna ambiguità diplomatica potranno cancellare la complicità documentata. Rimarrà il sangue, rimarranno i numeri, rimarranno i nomi. E rimarrà la vergogna.

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Gruppioni lascia Iv per Fratelli d’Italia: la parabola renziana che chiama “centro” la destra di Meloni

L’addio di Naike Gruppioni a Italia Viva per approdare a Fratelli d’Italia è molto più di un passaggio personale: è l’ennesima dimostrazione della confusione politica che attraversa l’intera galassia renziana. Gruppioni (che già aveva lasciato Calenda per Renzi) spiega che Meloni rappresenta “il vero centro”, un governo che sarebbe “sobrio”, “serio”, interprete di “chi lavora, chi soffre e chi sogna”. Un centro che nella realtà assomiglia sempre di più a una destra pienamente sovranista, aggressiva sui diritti e feroce verso i più deboli.

È un meccanismo ricorrente. Chi si dichiara riformista, chi si racconta come “centrosinistra pragmatico”, finisce spesso a orbitare intorno alla destra, chiamandola centro per mascherare lo spostamento. La parola “centro” diventa una scorciatoia comoda: si può stare con chi affossa il salario minimo, attacca i magistrati, normalizza la repressione del dissenso e blinda le frontiere, purché lo si chiami “centro”.

Nel racconto di Gruppioni c’è tutta la fragilità politica di quell’area: l’idea che la politica sia solo gestione, “serietà”, “concretezza”, come se i diritti sociali, le disuguaglianze e le ingiustizie non fossero più materia politica ma fastidiosi orpelli ideologici da rimuovere. Per questa strada, ogni confine viene spostato: si può partire parlando di riformismo e finire ad applaudire l’autoritarismo soft, convincendosi di stare sempre al centro solo perché si è sempre vicino al vincitore di turno.

Il renzismo continua a produrre fedeli che si credono ancora progressisti mentre si accomodano nelle stanze della destra. Non è un caso: per molti di loro il centro è sempre dove comanda il potere. E il potere, oggi, parla con la voce di Giorgia Meloni.

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Punire gli altri per sentirsi perbene

Dicono che le restrizioni del decreto sicurezza non dovrebbero preoccupare la brava gente, perché tocca solo i criminali. Ascoltando in giro, sembra effettivamente che i bravi italiani della restrizione delle libertà che ieri è diventata legge se ne freghino. Una legge dal sapore fascistissimo, con il retrogusto del biennio 1925-1926, viene raccontata come un necessario passo verso l’ordine e la sicurezza.

Godono, molti italiani, perché i ladruncoli, i fragili e i troppo poveri finalmente avranno ciò che si meritano. Le leggi contro qualcuno, di questi tempi, son sempre ben accette se contengono l’aroma della vendetta verso altri, che non siamo noi. E il decreto sicurezza del governo Meloni è uno spartiacque – l’ennesimo muro – che rende socialmente clandestini coloro che non seguono il modo dell’italico cittadino.

Godono perché da oggi non ritarderanno più l’appuntamento dell’aperitivo per qualche manifestazione di ragazzi strepitanti per l’ambiente o per le recriminazioni di operai barbuti. Il decreto sicurezza ha tolto gli altri dall’itinerario quotidiano. Bene così, dicono.
Godono quando vengono bastonati gli altri giornalisti (che non leggono), godono quando vengono bastonati gli intellettuali dell’altra parte, godono quando si puniscono le altre identità sessuali, godono quando vengono randellate le altre famiglie.

La perdita dei diritti è uno scivolare lento. Non si percepisce perché sembra sempre circostante, con la buona intenzione di rimettere ordine. Finché, come cantava Umberto Tozzi, non ci si accorge che gli altri siamo anche noi. Ma di solito è già tardi.

Buon giovedì.

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Servizi segreti, il Dl Sicurezza allarga lo scudo per gli agenti. La giurista Azzollini: “Si legittima per legge una fascia di illegalità su autorizzazione politica”

Il governo Meloni ha deciso che l’impunità non basta più. Bisogna ampliarla, blindarla, renderla sistema. È questo il senso del Decreto Sicurezza 48/2025, approvato in tempi record alla Camera grazie al solito voto di fiducia, stesso copione impartito anche al Senato per il via libera definitivo. Tra le varie norme, il cuore politico e giuridico della riforma sta nell’articolo 31: modifica le regole sulla non punibilità degli agenti dei servizi di intelligence, alterando in modo radicale gli equilibri faticosamente costruiti in precedenza.

Si smantellano i limiti del 2007

Fino ad oggi, il personale dell’Aisi e dell’Aise (i servizi segreti interni ed esterni) godeva di garanzie funzionali previste dalla legge 124/2007: poteva essere autorizzato a compiere determinati reati purché essi fossero indispensabili alle finalità istituzionali e solo previa autorizzazione del Presidente del Consiglio, su richiesta motivata dei direttori dei servizi e sotto il controllo del Dis (sovraordinato ad Aisi e Aise). Un meccanismo pericoloso ma almeno sottoposto a paletti chiari: erano sempre esclusi i delitti che mettevano in pericolo la vita, l’integrità fisica, la libertà personale, la salute, e soprattutto quei reati per cui il segreto di Stato non poteva essere opposto (terrorismo, mafia, stragi, eversione).

Il governo ora cancella quei paletti. Il nuovo comma 4 dell’articolo 17 della legge 124/2007, così come riscritto dal decreto, introduce un’eccezione decisiva: sarà possibile autorizzare operazioni che integrano reati prima vietati, inclusi associazione mafiosa e alcuni reati di terrorismo. Per la prima volta nella storia repubblicana, lo Stato legalizza la possibilità di autorizzare i propri agenti a commettere crimini gravissimi in nome di un generico interesse alla sicurezza.

Come ha spiegato con chiarezza Vitalba Azzollini, questa riforma rompe un argine costituzionale: “Si legittima per legge una fascia di illegalità coperta preventivamente dallo scudo dell’autorizzazione politica”. Con il paradosso che ora si potranno autorizzare azioni riconducibili agli stessi fenomeni – mafia, terrorismo – che i servizi avrebbero il compito di contrastare.

Una zona grigia sempre più vasta

A giustificazione, il governo sventola l’eterno alibi della lotta al terrorismo. Ma la norma non distingue tra prevenzione e collusione: il rischio non è più solo teorico. Si autorizza la possibilità che agenti dello Stato, in attività coperte da segreto, partecipino o assistano organizzazioni terroristiche o mafiose.

Accanto a questa espansione per i servizi, il decreto prevede anche l’estensione della non punibilità ai militari impegnati in missioni internazionali, includendo ora reati informatici come violazioni di domicilio o di segreti. Un’altra zona grigia che rende sempre più opaca la responsabilità penale delle strutture di sicurezza.

Il tutto avviene in un contesto di totale compressione del dibattito parlamentare. Il Decreto Sicurezza è stato convertito alla Camera il 28 maggio 2025 con procedura d’urgenza e voto di fiducia riproposto anche al Senato. Il Parlamento ridotto a passacarte di decisioni già scritte.

Da Stato di diritto a Stato di licenza

Con questa riforma, il governo Meloni porta a compimento una trasformazione inquietante: da uno Stato di diritto a uno Stato di licenza. Dove non esiste più un limite giuridico invalicabile per chi detiene il monopolio legale della forza. Dove le garanzie costituzionali vengono sospese in funzione degli interessi dell’apparato. Dove il controllo democratico scompare dietro l’opacità del segreto di Stato.

E dove, soprattutto, ogni futura inchiesta sulle deviazioni dei servizi sarà destinata a infrangersi contro questa nuova muraglia legislativa. È il trionfo dell’impunità istituzionalizzata. Ed è la fotografia di un sistema di potere che si prepara a blindare sé stesso.

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Un genocidio a rate, oggi si muore di fame

Ieri Israele ha fermato le distribuzioni di cibo a Gaza. Non per umanità, non per vergogna. Per strategia. Le file di disperati da cui pescare bersagli erano diventate troppo lunghe, troppo visibili, troppo ingombranti persino per chi, in Occidente, continua a ripetere che “bisogna distinguere”.

La Gaza Humanitarian Foundation — creata da Israele e gestita da contractor statunitensi, militari di compagnie private — ha chiuso i centri di distribuzione “per lavori di organizzazione ed efficienza”. La traduzione è elementare: meno distribuzioni, meno folle, meno occhi del mondo addosso. 

Martedì, a Rafah, l’ennesima carneficina: 27 morti sotto i proiettili israeliani, mentre cercavano cibo. Le strade verso i centri sono state dichiarate “zone di combattimento”. Chi si avvicina rischia di essere giustiziato senza processo.

Israele controlla cosa entra, quanto entra, quando entra. I valichi sono sotto il suo totale controllo: né Nazioni Unite né agenzie indipendenti possono decidere cosa far passare. In aprile, il numero dei camion di aiuti ammessi è crollato ai minimi storici, sotto i 200 al giorno: meno di un quarto rispetto al fabbisogno stimato per sfamare la popolazione assediata.

Quando i morti sotto i droni non bastano più, quando i massacri diventano difficili da coprire perfino per i complici europei, resta la fame. Non serve il piombo ogni giorno, basta chiudere i rubinetti. La fame non ha bisogno di immagini, non sporca le mani, non costringe a spiegazioni nei salotti buoni. È un’arma più silenziosa, più comoda, più vile.

Il genocidio continua. Cambiano solo i metodi. L’obiettivo è sempre lo stesso: annientare.

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Decreto Sicurezza, la versione del governo non regge alla prova dei numeri: con le nuove norme si rischia più carcere

La fotografia che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si ostina a proporre è sempre la stessa: il nuovo Decreto Sicurezza non aggraverebbe il sistema carcerario italiano. “Sono convinto che non si determinerà l’aggravio sul sistema penale”, ha dichiarato il 4 giugno a Sky TG24. Dichiarazioni che sbattono però contro i dati e le analisi tecniche.

Il sovraffollamento già al collasso

Il primo dato, che Piantedosi finge di ignorare, è lo stato attuale delle carceri italiane. Al 2 giugno 2025, secondo i dati del Ministero della Giustizia, i detenuti sono 62.813 a fronte di 46.710 posti realmente disponibili, con un tasso di affollamento del 134,4%. Antigone conferma numeri analoghi, rilevando addirittura picchi del 220% in alcuni istituti come Lucca, Foggia e San Vittore. A questi numeri drammatici si aggiungono 91 suicidi nel solo 2024 e 29 nei primi quattro mesi del 2025.

Quando il sistema penitenziario è già saturo al limite patologico, introdurre nuove fattispecie penali e aggravare le pene non può che generare ulteriore pressione. La “bulimia punitiva”, come la definiscono oltre duecento giuristi in un appello sottoscritto contro il decreto, non è solo un errore politico: è un disastro calcolato.

Nuove norme, vecchia logica repressiva

Il Decreto Sicurezza non si limita a ritoccare norme esistenti. Introduce nuove fattispecie che trasformano condotte amministrative in reati penali. L’articolo 10, ad esempio, istituisce il reato di “occupazione arbitraria di immobile“, punito con pene da due a sette anni, rendendo inapplicabili le sanzioni alternative previste per pene inferiori a quattro anni. Persino chi “collabora” rischia il carcere, criminalizzando reti di solidarietà e movimenti per il diritto all’abitare.

Anche il dissenso diventa bersaglio. L’articolo 14 trasforma il blocco stradale da illecito amministrativo a reato punito con la reclusione fino a due anni se compiuto in gruppo. I manifestanti, gli attivisti sindacali, gli ecologisti: tutti nel mirino.

A completare il quadro, il nuovo reato di “rivolta penitenziaria“, punito fino a otto anni di carcere (dodici o più se vi sono lesioni o morti). La norma è costruita per essere un’arma di disciplina interna: la sola resistenza passiva può bastare per un’incriminazione. In quanto reato ostativo, preclude l’accesso ai benefici penitenziari, allungando inevitabilmente i tempi di detenzione.

Madri, minori e vulnerabili sotto schiaffo

Il Decreto colpisce anche le detenute madri. Il rinvio obbligatorio della pena per donne incinte o con figli piccoli diventa facoltativo, con la possibilità di separare legalmente madre e figlio per “condotta inadeguata”. Non serve molta fantasia per intuire le ricadute psicologiche e sociali di queste scelte.

Il sistema penale minorile, già sotto stress dopo il Decreto Caivano, rischia ora un ulteriore intasamento. Gli IPM registrano 611 presenze su 381 posti disponibili nel giro di due anni. Una deriva punitiva che normalizza l’incarcerazione precoce.

Le voci che il governo ignora

Non sono solo le opposizioni a denunciare lo sfregio giuridico. Accanto all’appello dei giuristi, anche l’Associazione Nazionale Magistrati e il Csm hanno sollevato gravi profili di incostituzionalità. L’associazione Antigone parla di “minaccia allo Stato di diritto” e prevede un “inevitabile aumento della popolazione detenuta”. Persino il cosiddetto Decreto Carceri, varato dal governo per affrontare il sovraffollamento, è stato definito dagli esperti “una occasione mancata”, troppo debole per bilanciare l’effetto espansivo del pacchetto sicurezza.

Non stupisce che il governo tenti di giustificare una scelta politica consapevole: quella di alimentare un diritto penale simbolico, da campagna elettorale permanente, che gonfia le carceri senza affrontare i problemi sociali. Il populismo penale non offre sicurezza. Produce solo più carcere, più suicidi, più disperazione.

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Due pesi e due misure anche sulle minacce, Bassetti smaschera il potere: valgono di più se colpiscono la politica

Matteo Bassetti lo dice senza giri di parole: «È giusto che tutti si siano indignati e abbiano dato solidarietà alla premier Meloni per le minacce alla figlia. Ma come altri medici sono quattro anni che riceviamo insulti e minacce sui social. Nessuno li condanna». Il direttore delle Malattie infettive del San Martino di Genova riassume così il cuore di una questione che la politica italiana si ostina a non voler vedere: l’indignazione selettiva come metodo di governo.

La vicenda è nota. Il docente Stefano Addeo pubblica un post con un indegno augurio di morte alla figlia della premier. La condanna politica è immediata: interviene il Quirinale, il ministro Valditara apre un’indagine, l’intero arco parlamentare si compatta in solidarietà. Poi esplode la gogna: minacce, insulti, lancio di oggetti contro casa, fino al tentativo di suicidio del docente.

Medici sotto assedio: il silenzio istituzionale

Il problema non è la condanna delle minacce in sé, che resta sacrosanta. Il problema è il divario sistematico nella reazione pubblica. Bassetti denuncia l’abisso tra il silenzio politico che avvolge chi, come lui e migliaia di medici, continua a subire minacce quotidiane e la tempestività assoluta quando le vittime sono figure politiche.

I dati FNOMCeO-Censis parlano chiaro: nei primi tre mesi del 2025 si sono registrate 6.483 aggressioni a operatori sanitari, con un aumento del 37% rispetto al 2024. Oltre duemila al mese. Il 72% delle vittime non denuncia, spesso per paura o rassegnazione. Nonostante questo, la politica ha scelto un profilo basso: qualche dichiarazione sporadica del ministro Schillaci e del sottosegretario Gemmato, ma senza mai la compattezza bipartisan vista nel caso Meloni. Intanto aumentano i medici che valutano la fuga all’estero, e cresce la percezione di insicurezza.

L’origine politica dell’odio

Bassetti non si limita a elencare le minacce: punta il dito sulle responsabilità politiche. Parla apertamente di una «campagna d’odio messa in piedi da alcune forze politiche», di una «Commissione parlamentare che ha messo nel mirino i vaccini». È la Commissione Covid istituita nel 2024. La gestione politica della pandemia è diventata così terreno per riscrivere la narrazione scientifica.

Il modello replicato: giornalisti e critici nel mirino

Il doppio standard non colpisce solo la sanità. Lo schema è identico per chi critica il potere. Roberto Saviano ha dovuto leggere, in chat interne del 2021, la promessa di Giorgia Meloni di tirargli «una palata di letame», mentre il ministro Crosetto scriveva che «Saviano va punito». Sigfrido Ranucci, minacciato di morte dopo un’inchiesta su Gaza, ha raccolto solo alcune timide espressioni di solidarietà. Paolo Berizzi vive sotto scorta dal 2019 per le sue inchieste sul neofascismo, ma dalle stanze del governo nessuna reazione forte. Qui l’indignazione scompare, o peggio: viene sostituita dalla delegittimazione.

La degenerazione è già in atto

Il rischio, come denuncia Bassetti, è che la politica coltivi scientemente il divario tra il “Paese reale” e i palazzi. L’indignazione selettiva mina la fiducia dei cittadini, normalizza le minacce verso chi è sgradito al potere e trasforma il dissenso in bersaglio. E quando la condanna pubblica diventa un calcolo di convenienza, il degrado democratico non è più un’eventualità, è un processo già avviato.

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