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Rai, manuale pratico di intimidazione

Il tribunale di Busto Arsizio ha fatto a pezzi la foglia di fico della Rai. La circolare con cui Viale Mazzini ha imposto ferie forzate e aspettativa ai dipendenti coinvolti nei referendum è discriminatoria e incostituzionale. Altro che par condicio: qui si usa il servizio pubblico per intimidire chiunque osi partecipare alla vita democratica fuori dall’orario di lavoro.

Non importa il ruolo: cameraman, fonici, costumisti, tecnici delle luci, persino i ballerini. Non importa che non appaiano in video, non tocchino un solo secondo di palinsesto. Basta che aderiscano o simpatizzino per un comitato. Tanto basta per essere messi in ferie forzate o sospesi. Un messaggio chiaro: o rinunci a esprimere un’opinione politica o sei fuori. Non si giudica il lavoro, si giudica la testa. E la testa va controllata prima che parli.

La Rai si difende dicendo che lo fa da anni. È la confessione del metodo: non una svista, ma una prassi consolidata, normalizzata e mai corretta. La giudice Franca Molinari ha demolito questa architettura: l’imparzialità non è un pretesto per schiacciare diritti fondamentali.

Qui non c’è tutela dell’equilibrio informativo. C’è il controllo delle coscienze. La Rai diventa braccio esecutivo del potere, che prima epura i programmi sgraditi, poi i lavoratori dissidenti, e ora punta al passo successivo: educare al silenzio. La neutralità che pretendono è quella dell’obbedienza preventiva. Il servizio pubblico ridotto a caserma, con la complicità della paura e l’arroganza del potere che non teme più neppure di farsi scoprire.

Buon mercoledì.

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Nell’inferno di Gaza si spara pure sulla fame

A Gaza il pane continua a essere moneta di scambio tra la fame e la morte. La nuova “strage del pane” avvenuta nelle ultime ore a Rafah porta con sé numeri ancora una volta agghiaccianti: almeno 27 morti e oltre 90 feriti secondo il Ministero della Sanità di Gaza e Al Jazeera. Si spara su chi cerca cibo, su chi tenta di sopravvivere. E mentre i carri armati e i droni israeliani inchiodano i civili sui corridoi di distribuzione degli aiuti, l’esercito israeliano parla di “colpi di avvertimento” contro “sospetti” che si sarebbero avvicinati a 500 metri dalle postazioni militari. Di fatto hanno confessato, sconfessando coloro che inventavano responsabilità di Hamas. 

A certificare la gravità non sono solo i bilanci di sangue: l’ONU definisce ormai questi attacchi intorno ai centri di distribuzione come “crimini di guerra”. Il segretario generale Antonio Guterres invoca un’indagine indipendente: “È inaccettabile che i palestinesi debbano rischiare la vita per procurarsi del cibo”. Sembra banale ma di questi tempi tocca ribadirlo. 

Intanto la macchina di demolizione prosegue: bulldozer israeliani hanno abbattuto anche il muro posteriore dell’Ospedale Europeo di Khan Younis e bombardato l’ultimo centro dialisi a Beit Lahiya. La Gaza Humanitarian Foundation — organismo criminale sostenuto da USA e Israele e respinto dall’ONU — gestisce la distribuzione. Anche Trump ha le mani sporche di sangue. 

Mentre Madrid sospende i contratti militari con Israele, il consenso europeo verso Tel Aviv crolla ai minimi storici. Eppure l’ecatombe continua, in diretta, davanti agli occhi di un Occidente che si indigna a intermittenza.

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Due popoli e due piazze, dopo l’Ucraina gli ex renziani del Pd usano Gaza per logorare Schlein

Quando la crisi in Medio Oriente arriva a Roma, il Partito democratico si conferma laboratorio permanente di divisioni. “Due popoli, due Stati, tre cortei”: la sintesi brutale non viene dai detrattori, ma fotografa la frattura interna che la questione Gaza ha riacceso e reso plastica. Elly Schlein guida ufficialmente un Pd che ha scelto una posizione netta, ma intorno a lei i soliti noti della corrente riformista lavorano, ancora una volta, per indebolire la sua leadership, sfruttando la politica estera come leva per regolare conti interni mai chiusi.

La piazza di Schlein e il fronte di sinistra

Schlein non ha usato giri di parole. Ha definito Gaza un “inferno in terra” con “più di 50mila morti, 15mila bambini” e ha accusato il governo Meloni di “complicità” per l’immobilismo diplomatico. Il Pd, insieme a M5S e AVS, ha depositato una mozione parlamentare che chiede il riconoscimento dello Stato di Palestina, il cessate il fuoco immediato, l’embargo sulle armi verso Israele, sanzioni internazionali e il sostegno ai mandati della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant.

La manifestazione di Roma, convocata per il 7 giugno a Piazza San Giovanni, si presenta come il banco di prova della nuova linea politica: un’alleanza organica con il M5S e la sinistra ecologista, una rottura netta rispetto ai vecchi equilibri centristi. Schlein “tira dritto” e consolida il blocco progressista, anche a costo di esasperare il nervosismo della minoranza interna.

Il teatro parallelo dei riformisti

La minoranza non è rimasta a guardare. Il 6 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, andrà in scena l’alternativa riformista. I protagonisti: Guerini, Madia, Malpezzi, Quartapelle, Gori, Sensi e Picierno, in compagnia di Renzi e Calenda. È qui che il sabotaggio prende forma sotto il velo del “realismo”: si chiede il cessate il fuoco, sì, ma senza ambiguità su Hamas, evitando – parole di Calenda – “bandiere che inneggiano alla morte degli ebrei”.

In realtà, la scelta di Milano serve a marcare il confine politico ed esistenziale con la linea Schlein-M5S. I riformisti rifiutano la radicalità delle richieste di Roma, strizzano l’occhio a Renzi e Calenda e mantengono aperta la porta verso il centro. Guerini lo dice esplicitamente: “Serve un Pd aperto e plurale”. Tradotto: meno Schlein, più centro liberale.

L’ambiguità calcolata dell’opzione dorotea

C’è poi chi prova a giocare su entrambi i tavoli. Diversi esponenti dem hanno scelto di partecipare sia alla manifestazione di Roma che a quella di Milano. Una strategia definita con precisione chirurgica dal Riformista: “Per non sbagliare, farsi vedere tra i dialoganti il venerdì e tra i contestatori più frontali il sabato”. Un equilibrismo che rivela il vero obiettivo: tutelare visibilità personale senza assumere rischi politici netti.

Dietro la narrazione dell’unità c’è il consueto calcolo tattico: logorare Schlein senza rompere formalmente, offrendo al tempo stesso sponda ai centristi che sognano un’area moderata alternativa al campo largo. La metafora più azzeccata la fornisce ancora il Riformista: “Il vegetariano che il giorno prima fa l’aperitivo vegano e il giorno dopo partecipa alla grigliata”.

La replica del copione ucraino

Le manovre sulla questione Gaza ricalcano, del resto, la stessa dinamica già vista sulla guerra in Ucraina. Anche lì Schlein venne accusata di “balbettare”, mentre i riformisti, da Guerini in giù, rivendicavano il pieno sostegno militare all’Ucraina e un saldo atlantismo. Raffaella Paita aveva affondato il colpo: “Il Pd è diventato un comitato studentesco e Schlein la rappresentante d’istituto”.

Il disegno è chiaro: ogni dossier di politica estera diventa il pretesto per contestare la legittimità politica della segretaria, minarne l’autorità e costruire un asse alternativo con Azione e Italia Viva. Il tutto senza mai aprire lo scontro finale, ma logorando giorno dopo giorno.

Il Pd senza pace

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un partito che non riesce a darsi un’identità coesa, prigioniero di una minoranza che non accetta il risultato congressuale e sfrutta ogni occasione per depotenziare la linea scelta dagli iscritti. Gaza, come l’Ucraina prima, è solo l’ennesimo terreno di una guerra interna permanente.

E mentre fuori il mondo brucia, dentro il Pd si continua a giocare lo stesso gioco sporco. Sempre col sorriso diplomatico di chi parla di pluralismo, mentre prepara l’ennesimo trappolone.

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Strage di Cutro, escluse alcune parti civili. Presidenza del Consiglio e Viminale restano fuori dal processo

Il processo per la strage di Cutro è entrato nella sua fase decisiva, ma lo fa già monco. Il naufragio del caicco Summer Love, avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 davanti a Steccato di Cutro, ha causato la morte di 94 persone, tra cui 35 minori. La vicenda fu subito definita da associazioni e Ong una “strage di Stato”. Oggi, il dibattimento giudiziario che dovrebbe ricostruire responsabilità e omissioni si apre con ammissioni e silenzi che pesano.

Sul banco degli imputati siedono sei ufficiali: quattro della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera. La Procura di Crotone contesta loro i reati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo per aver ritardato l’avvio dei soccorsi e sottovalutato la gravità della situazione nonostante i segnali d’allarme arrivati ore prima da Frontex. L’indagine ha rivelato carenze nel coordinamento tra le due forze, omissioni comunicative e ritardi nelle valutazioni operative, aggravati da condizioni meteo avverse e da una lettura formalistica delle regole d’ingaggio.

Chi può stare in aula: il filtro del GUP

Il Giudice per l’Udienza Preliminare ha accolto 88 parti civili. Tra queste sono state ammesse le principali Ong di soccorso: Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranée Italia. Secondo il giudice, queste organizzazioni “si occupano di soccorsi in mare, perseguendo quale primario obiettivo la tutela della vita”. Le Ong hanno dichiarato: “I ritardi non sono incidenti, ma negligenze più o meno calcolate. La catena di comando va ricostruita integralmente”.

Ma la selezione delle parti civili lascia sul terreno molte esclusioni. Bocciate le richieste di associazioni storicamente impegnate nella difesa dei diritti dei migranti: ASGI, ARCI, Melting Pot, Mem.Med, Sabir, Giuristi Democratici, Progetto Diritti, Senza Confine e altre ancora. Secondo il Gup, queste realtà non sarebbero “direttamente coinvolte nella tutela della vita in mare”. Una decisione che ha sollevato critiche pesanti. L’avvocato Santino Piccoli (Acad e Melting Pot) non ha nascosto tutta la sua amarezza: “Sono stati lasciati soli i superstiti e i parenti delle vittime, sostenuti solo dalle Ong”. Dura anche Mem.Med: “Emblematica sordità verso il dolore e la verità. Perfino i legami familiari sono stati contestati dagli avvocati degli imputati, come se si potesse cancellare il diritto alla giustizia”.

Il nodo delle responsabilità politiche

La fotografia giudiziaria si complica ulteriormente se si osservano le responsabilità civili. Sono stati citati il ministero dell’Economia e delle Finanze (per i finanzieri), il ministero delle Infrastrutture (per la Guardia Costiera) e il Fondo di garanzia delle vittime della strada. Respinta invece ogni richiesta di chiamata in causa per il Viminale e la Presidenza del Consiglio, nonostante in un parallelo procedimento contro gli scafisti queste stesse istituzioni si siano costituite parte civile, invocando “l’estrema gravità dei fatti”.

Su questo punto si addensa il rischio che il processo limiti il perimetro delle responsabilità ai livelli operativi intermedi, evitando di risalire la filiera decisionale politica e amministrativa che ha influenzato l’intervento dei soccorsi. Come documentato, l’operazione inizialmente classificata come contrasto all’immigrazione clandestina e non come emergenza Sar pone un interrogativo su quanto le scelte operative siano state dettate da logiche di controllo dei confini anziché di tutela della vita.

I familiari esclusi anche fisicamente

Il quadro si completa con il paradosso kafkiano imposto ai familiari delle vittime residenti all’estero. Diversi parenti, provenienti da Iran, Turchia e Pakistan, si sono visti negare o ostacolare il visto per partecipare al processo. Un rimpallo di competenze tra Questura di Crotone, Gup e Ministero degli Esteri, che ha richiesto interventi d’urgenza davanti al Tribunale civile per garantire il diritto alla partecipazione processuale.

Il passo indietro della Calabria

Infine, pesa anche il dietrofront della Regione Calabria, che dopo essersi costituita parte civile, ha ritirato la propria adesione “per rispetto verso chi indossa una divisa”, piegandosi di fatto alle pressioni delle gerarchie militari e ai diktat politici del governo centrale.

Il 9 giugno si deciderà sul rinvio a giudizio degli imputati. Ma il rischio concreto è che, ancora una volta, resti in piedi soltanto una giustizia parziale: quella che evita di interrogarsi sulle responsabilità sistemiche e politiche che hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero.

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Meloni gioca a nascondino con la democrazia

Giorgia Meloni gioca d’azzardo anche col voto. Di fronte al referendum sulla cittadinanza dell’8 e 9 giugno, mette in scena l’ennesima furbizia istituzionale: «Vado a votare ma non ritiro la scheda». Un equilibrismo che tradisce la paura di un doppio tonfo: al referendum e alle amministrative.

Ma qui la furbizia diventa violazione costituzionale. I cittadini possono scegliere di non votare, chi governa no. Chi siede al vertice delle istituzioni ha il dovere di garantire il pieno svolgimento delle consultazioni e favorire la partecipazione, come prescrive l’articolo 54 della Costituzione. La Repubblica nasce da un referendum: oggi il governo umilia quella stessa radice democratica.

Meloni e il suo blocco di potere usano ogni leva per delegittimare il referendum: lo definiscono confuso, inutile, persino mistificatorio. Intanto il controllo mediatico di governo spinge il Paese verso l’astensione, alimentando una deriva già allarmante: dal 90% di partecipazione negli anni Settanta al 55% di oggi.

Svuotare la partecipazione è la loro strategia: meno cittadini decidono, più il potere resta saldo nelle stesse mani. È la mutazione autoritaria travestita da astuzia tecnica. In questo disegno il voto non è più uno strumento di democrazia, ma un rischio da disinnescare. Non partecipare diventa il nuovo ordine implicito. La propaganda suggerisce che votare sia inutile, l’astensione una scelta “neutrale”. Ma è il contrario: il silenzio del popolo è l’ossigeno di chi comanda senza voler rispondere.

Buon martedì.

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Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua – Lettera43

Tra qualche settimana piomberemo nella solita crisi idrica che poteva essere evitata. I fondi, i piani e le tecnologie ci sono. Il problema è una governance frammentata, incapace di pianificare, coordinare e realizzare. Ogni anno diventa così una copia del precedente, solo più caldo e assetato.

Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua

Questo è un articolo che viene dal futuro, sulla crisi idrica che vivremo nell’estate che sta arrivando. L’Italia entra nell’estate del 2025 sotto la minaccia concreta di una crisi idrica che era stata annunciata e prevista con largo anticipo. Non un’emergenza imprevista, ma il risultato di un decennio di sottovalutazioni, ritardi e fallimenti politici che hanno trasformato l’acqua in un bene sempre più scarso e conteso. I dati raccolti negli ultimi anni lo avevano scritto nero su bianco: già nel trentennio 1991-2020 la disponibilità di acqua dolce si era ridotta del 19 per cento rispetto al periodo 1921-1950. Il 2022 ha segnato un crollo storico, con una disponibilità idrica inferiore del 50 per cento rispetto alla media 1951-2022.

Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua
Il ponte della Becca alla confluenza del fiume Po con il Ticino, nell’aprile 2023 (Ansa).

Le temperature continuano a essere ampiamente superiori alla media

Dietro il disastro c’è la febbre climatica. Il riscaldamento globale ha agito su più fronti: meno neve in inverno, precipitazioni più irregolari, lunghi periodi di siccità alternati a piogge torrenziali inutili per la ricarica delle falde. Il 2022 è stato l’anno più caldo dal 1971, con temperature medie aumentate di +1,7°C rispetto al periodo 1981-2010. Il 202e4 e l’inizio del 2025 hanno confermato il trend. A Roma e Milano si sono toccati rispettivamente +2,7°C e +2,5°C sopra la media. Parallelamente, i giorni senza pioggia hanno superato i 299 annui. La proiezione per l’estate 2025, elaborata già a maggio dal servizio Copernicus e confermata dall’Aeronautica Militare, parla chiaro: temperature ampiamente superiori alla norma e precipitazioni sotto la media, con l’anticiclone africano stabile sulla penisola.

Le perdite di rete nelle Isole sfiorano il 53 per cento

Il collasso idrico colpisce il Paese in modo asimmetrico, ma non risparmia nessuno. Nel Nord, il bacino del Po continua a subire drastici cali di portata. Piemonte e Lombardia, fortemente dipendenti dalle falde (rispettivamente per l’87 e il 97 per cento dei prelievi), devono fronteggiare anche la contaminazione da Pfas e pesticidi. In Veneto le criticità ecologiche sui corsi d’acqua sono ormai croniche. Nel Sud e nelle Isole il quadro è drammatico. Sicilia e Sardegna affrontano perdite di rete rispettivamente del 51,6 e 52,8 per cento. In Basilicata la dispersione raggiunge il 65,5 per cento, il dato peggiore d’Italia. I livelli degli invasi sono ai minimi, le autobotti tornano a rifornire centri urbani ormai desertificati. Agrigento e Trapani subiscono già razionamenti sistematici. L’agricoltura crolla: mais e soia nel Nord, grano duro e olivicoltura nel Sud subiscono cali produttivi a due cifre.

Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua
Una manifestazione contro la crisi idrica ad Agrigento, giugno 2024 (Ansa).

Ogni anno in Italia si disperdono oltre 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua

Al disastro climatico si somma il disastro politico e infrastrutturale. Il 42,4 per cento dell’acqua immessa nelle reti va perso prima di raggiungere i cittadini. Ogni anno si disperdono oltre 3,4 miliardi di metri cubi, acqua che potrebbe bastare per 43 milioni di persone. Le condotte hanno in media oltre 50 anni. Al Sud la frammentazione gestionale è massima: nel 2022 operavano 1492 enti per il solo prelievo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva stanziato 4,38 miliardi per il sistema idrico. I fondi, però, si sono impantanati tra ritardi progettuali, gare non ancora concluse e avvii di cantiere lentissimi, specie nel Mezzogiorno. La Corte dei Conti già nel 2025 registrava uno stato di avanzamento reale fermo intorno al 22 per cento per molti progetti.

Dal decreto Siccità al Pniisii sono arrivate solo promesse

Ogni emergenza ha prodotto un nuovo piano, ogni piano una nuova promessa. Nel 2023 era arrivato il Decreto Siccità con la nomina di un Commissario straordinario e fondi d’emergenza. Poi il Piano Nazionale degli Interventi nel Settore Idrico, il cosiddetto Pniissi, alimentato da finanziamenti ordinari e dal Pnrr. Gli obiettivi dichiarati erano sempre gli stessi: ridurre le perdite di rete, aumentare la capacità di stoccaggio, mettere in sicurezza gli invasi, digitalizzare le reti, adeguare la depurazione. A parole, interventi definiti urgenti e strategici. Nei fatti, procedure bloccate, progetti accatastati, autorizzazioni lente, cantieri mai aperti. La promessa di ridurre del 15 per cento le perdite di rete entro il 2026 si è dimostrata già a metà del percorso una chimera. La storia del Piano Invasi resta il paradigma: stanziamenti annunciati dal 2017, ma si è ancora incapaci di mettere a regime opere ferme da decenni.

Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua
Autobotti a Messina (Ansa).

Un’emergenza prevista non è più un’emergenza

L’estate 2025 ripropone, con la puntualità dell’incapacità politica, lo schema consolidato: dichiarazione di stato d’emergenza, autobotti, divieti d’uso, razionamenti e deroghe temporanee sui prelievi. Gli interventi strutturali, promessi dopo ogni crisi, restano incompleti o rinviati. La gestione dell’acqua continua a essere condizionata da una logica emergenziale che ormai non è più emergenza, ma ordinaria amministrazione. La crisi idrica sta accelerando anche i divari sociali e territoriali. Il Sud, più esposto, più povero, più fragile, paga il prezzo più alto. L’agricoltura locale crolla, i costi dell’acqua salgono, la sicurezza alimentare si incrina, mentre interi territori rischiano lo spopolamento. Secondo le stime, il Sud potrebbe perdere fino al 90 per cento della propria disponibilità idrica estiva nello scenario peggiore. Guardando questa estate 2025 dal 2026, il verdetto è implacabile: era tutto previsto. Le proiezioni lo annunciavano da anni. I fondi ci sono stati. Le tecnologie esistono. Ma il problema è sempre lo stesso: una governance frammentata, incapace di pianificare, coordinare e realizzare. Ogni estate diventa una copia dell’estate precedente, solo più calda. E intanto, la sete cresce.

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Caro energia e cifre gonfiate: un altro colpo alla propaganda

Giorgia Meloni ha un metodo. Non si tratta di visione politica, né di strategia economica. È una tecnica di narrazione sistematica: ripetere numeri gonfiati, anche quando la smentita arriva da documenti ufficiali del suo stesso governo. L’ultimo esempio è la cifra dei fondi stanziati per contrastare il caro energia. Un copione già visto, ancora una volta smentito dai dati.

Il 27 maggio scorso, durante l’Assemblea di Confindustria a Bologna, la presidente del Consiglio ha dichiarato che il suo governo avrebbe “stanziato circa 60 miliardi di euro” per fronteggiare l’aumento dei costi dell’energia. Non era la prima volta. Lo stesso numero era stato ripetuto nei question time alla Camera e al Senato. Secondo Meloni, la cifra rappresenterebbe la portata dell’impegno economico dell’esecutivo in carica. Secondo i numeri, la cifra è falsa.

La somma che non torna

Il fact-checking di Pagella Politica, basato sui documenti ufficiali del governo e sulle relazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze, scompone il mito. Dall’insediamento di Meloni, il 22 ottobre 2022, le risorse realmente stanziate contro il caro energia ammontano a circa 35 miliardi di euro, poco più della metà di quanto raccontato.

La ricostruzione puntuale smonta il racconto propagandistico. Il primo decreto realmente attribuibile al governo Meloni è l’Aiuti quater del novembre 2022, con uno stanziamento di poco più di 9 miliardi, molti dei quali ereditati dal governo Draghi. Segue la legge di Bilancio 2023 con altri 19-21 miliardi, secondo le stime incrociate del Dipartimento per il programma di governo e dell’Ufficio parlamentare di Bilancio.

Nel 2023 i decreti successivi (Aiuti quinquies e altri) hanno aggiunto circa 3,8 miliardi. La legge di Bilancio per il 2024 ha previsto solo misure marginali, come la proroga del contributo straordinario per il bonus sociale elettricità con appena 200 milioni. Infine, il decreto bollette del 2025 ha stanziato 3 miliardi, portando il totale a circa 35 miliardi.

Un copione che si ripete

La cifra vera è lì, nero su bianco, ma nella narrazione pubblica continua a circolare il dato gonfiato. È successo con il fantomatico record sulla crescita dei salari, smentito dall’Istat. È successo con i dati sull’occupazione, sulla lotta all’inflazione, sulla spesa sanitaria. Una sequenza che non è più una serie di scivoloni isolati: è un metodo sistemico.

L’operazione retorica è sempre la stessa: sostituire il bilancio con il racconto. Trasformare ogni conferenza stampa in un comizio, ogni dato economico in un’insegna pubblicitaria. Perfino quando la Commissione europea, nelle sue raccomandazioni, ha esplicitamente indicato come nel 2024 la spesa per il caro energia in Italia fosse “sostanzialmente nulla” data la fine delle misure emergenziali, il governo ha proseguito nella costruzione di cifre alternative.

Questa ossessione quantitativa risponde a una logica politica precisa: blindare il consenso raccontando un’Italia che esiste solo nei comunicati ufficiali. I fondi “gonfiati” per il caro energia non sono che l’ennesima tessera di un mosaico più ampio, in cui l’aderenza ai dati ufficiali è sacrificata sull’altare della narrazione.

Nel frattempo, le famiglie e le imprese che hanno dovuto affrontare i rincari energetici sanno esattamente quanto abbiano ricevuto in aiuti. E non servono i numeri gonfiati di Palazzo Chigi per misurare la distanza tra la realtà e la propaganda.

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Le spese militari non saranno indolori: il Fondo Monetario smentisce Meloni

Il governo Meloni ha un problema che non può più nascondere. Da mesi Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto raccontano che l’aumento delle spese militari italiane fino al 2% del Pil – obiettivo richiesto dalla Nato – sarà indolore per i conti pubblici. La parola d’ordine è “riclassificazione”: non si tratterebbe di veri nuovi stanziamenti, ma di un semplice ricalcolo di poste già esistenti. Una partita di giro. Peccato che a smontare questa narrazione arrivi ora il Fondo monetario internazionale (Fmi), con la brutalità dei numeri.

Gli artifici contabili del governo

Nel suo rapporto di fine missione, l’Fmi riconosce alcuni progressi nei conti pubblici italiani – deficit dimezzato e ritorno all’avanzo – ma non concede sconti: il quadro resta complesso, le prospettive di crescita altamente incerte e servono sforzi aggiuntivi per ridurre il rapporto tra debito e Pil. Il messaggio è netto: ogni nuovo intervento va interamente compensato da risparmi altrove.

Altro che spese “neutre”: l’aumento della spesa per la difesa richiede tagli o nuove entrate. L’Fmi ha intanto abbassato le stime sulla crescita italiana al +0,4% per il 2025. Un dato che inchioda ancora di più la propaganda sull’espansione dell’economia come leva per sostenere gli oneri militari.

A pesare sono l’invecchiamento demografico, i dazi internazionali, la stretta sui tassi e il rallentamento globale. In questo quadro, qualsiasi aumento strutturale della spesa rischia di minare la stabilità fiscale già fragile dell’Italia. Le parole usate dal Fondo sono un avvertimento esplicito sulla “vulnerabilità crescente” del Paese, che rischia di essere travolto da ogni eventuale shock esterno.

I rischi negati dall’esecutivo

Il ministro della Difesa Crosetto insiste sulla teoria della riclassificazione: il 2% del Pil si raggiungerebbe semplicemente includendo voci come Carabinieri, Guardia Costiera e Guardia di Finanza. Ma secondo l’Osservatorio Mil€x, per arrivare davvero al 2% servirebbero comunque circa 10 miliardi di euro in più rispetto ai 35 miliardi attuali.

Né la Nato sembra disposta ad accettare questi “gonfiamenti” contabili senza garanzie reali sulla capacità operativa. In una delle sue dichiarazioni più oneste, la stessa Meloni ha riconosciuto che “non basta un ricalcolo delle voci di spesa. Serve uno stanziamento reale”. Ma stanziamento reale significa solo una cosa: o si taglia altrove o si alza il debito. In entrambi i casi, il racconto sulla neutralità di bilancio non regge. Il rischio, chiarisce l’Fmi, è evidente: senza coperture vere, aumentare la spesa militare espone l’Italia a un ulteriore incremento del debito e alla perdita di credibilità sui mercati.

Gli interessi sul debito sono già elevati, e il Fiscal Monitor dell’Fmi calcola che ogni punto percentuale in più di interessi potrebbe comportare tagli alle altre spese sociali per circa 0,6 punti percentuali di Pil. L’aumento dei costi finanziari – già oggi superiori alla media europea – rischia di ridurre ulteriormente la capacità dello Stato di finanziare servizi essenziali. Dall’opposizione arrivano critiche trasversali. Giuseppe Conte parla di risorse sottratte al welfare e alla transizione energetica.

Riccardo Ricciardi denuncia un futuro “di guerra e di armi a scapito delle nuove generazioni”. Un sondaggio Swg per Greenpeace conferma che il 55% degli italiani è contrario all’aumento delle spese per la difesa. I dati mostrano una frattura sempre più netta tra le scelte di Palazzo Chigi e il sentimento del Paese. L’Italia non può permettersi tutto. Lo dicono gli analisti internazionali, lo confermano gli economisti, lo denuncia l’opinione pubblica. Le risorse sono finite.

Ogni miliardo in più per la difesa è un miliardo in meno per sanità, scuola, infrastrutture. L’illusione del “pasto gratis” su cui si regge la narrazione del governo è finita. Ora resta solo da decidere chi pagherà il conto.

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No, non è un’esagerazione: a Gaza è in atto un genocidio

Nel dibattito su Gaza, c’è chi liquida la parola “genocidio” come un’esagerazione ideologica, “roba da ProPal”, accusa spacciata con la leggerezza arrogante di chi ignora o finge di ignorare il peso degli studi accademici. La realtà è opposta: la qualificazione di genocidio non nasce da slogan, ma da anni di analisi giuridica, studi sul genocidio e indagini indipendenti.

Oggi, una parte consistente della comunità scientifica è concorde: quanto avviene a Gaza soddisfa i criteri della Convenzione ONU del 1948. Lo affermano specialisti di livello internazionale come Raz Segal, che definisce il caso “da manuale di genocidio” e denuncia le “dichiarazioni apertamente genocide” dei vertici israeliani. Lo sostiene William Schabas, uno dei più cauti nel passato nell’applicare il termine, oggi convinto che “nulla di simile si sia visto nella storia recente”. Lo ribadisce Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, documentando uccisioni di massa, fame usata come arma, distruzione sistematica di infrastrutture essenziali.

Il consenso non è solo accademico. Amnesty International, Human Rights Watch, 800 giuristi e oltre 40 esperti ONU parlano apertamente di genocidio o atti genocidi. Il Journal of Genocide Research ha pubblicato 25 articoli in cui gli studiosi convergono sulla stessa diagnosi.

Definire genocidio un genocidio non è un atto di militanza. È il dovere di chi osserva i fatti senza piegarli all’opportunità politica. E chi liquida tutto come propaganda dimostra solo il proprio disprezzo per il rigore della ricerca e per il diritto internazionale.

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Giravolte anche su Macron

«L’Italia e la Francia sono amiche e alleate», dichiara oggi Giorgia Meloni. Parole di ordinanza che svuotano la cronaca recente di ogni peso e raccontano un rapporto artefatto. Perché la lista degli insulti e degli attacchi rivolti da lei e dalla sua maggioranza a Emmanuel Macron è lunga e documentata.

Meloni stessa, nel febbraio 2023, definì «politicamente sbagliata» l’esclusione dell’Italia dal vertice con Zelensky organizzato a Parigi da Macron. A maggio dello stesso anno, in risposta alle critiche francesi sulla gestione dei migranti, Meloni liquidò le accuse con un’alzata di spalle pubblica, mentre il suo ministro Lollobrigida denunciava le «baruffe della Francia contro l’Italia».

Il G7 del 2024 segnò un ulteriore strappo: Meloni accusò Macron di «fare campagna elettorale» durante un vertice internazionale, mascherando così un duro affondo personale. Nel 2025, in occasione del vertice di Tirana sull’Ucraina, la premier rigettò l’ipotesi di invio di truppe, definendo la linea francese incoerente. La replica di Macron fu glaciale: «False informazioni».

Se Meloni gioca al doppio binario, Salvini si incarica di demolire ogni formalismo diplomatico. A marzo 2024 il leader leghista bollava Macron come «guerrafondaio», pronto a «rischiare l’Europa» per le sue proposte sull’Ucraina. Pochi mesi dopo, nel marzo 2025, rincarava: «Se oggi comandasse Macron un esercito europeo, saremmo sull’orlo della guerra. No, grazie».

Nel repertorio degli insulti spicca poi il “fuorionda” di Laura Ravetto (Forza Italia), che nel 2019 definì Macron «quel figlio di puttana» per la sua politica migratoria.

Eppure oggi, come se nulla fosse mai accaduto, Meloni ricuce: «A volte i leader discutono, ma questo non compromette nulla». La verità è che, per Giorgia Meloni, l’amicizia è una variabile accessoria, subordinata all’utilità politica del momento. Ieri l’offesa, oggi la stretta di mano, domani chissà. La linea non è la coerenza: è la convenienza. E con questo metodo si può essere ogni giorno amici o nemici di tutti. C’è un piccolo problema: così manca la politica. 

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