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Dietro Tajani un governo a tre teste: ogni sua parola svela le divisioni

Antonio Tajani ha parlato a lungo all’Università Cattolica di Milano, in un incontro pubblico con la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola e il ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto. Un’occasione istituzionale, dedicata al ruolo dell’Europa e al futuro dell’Italia, che il ministro degli Esteri ha sfruttato per ribadire la sua visione strategica sui principali dossier internazionali. “Non possiamo dirci ottimisti, ma siamo determinati a cercare la pace”, ha detto a proposito del conflitto in Medio Oriente. Ha rivendicato l’azione umanitaria italiana a Gaza, che a suo dire “nessun altro governo europeo ha eguagliato”. Ha chiesto un equilibrio di forze, una difesa europea, relazioni leali con gli Stati Uniti, e ha espresso riserve sull’uso del Golden Power contro UniCredit per le sue attività in Russia. Tajani ha illustrato una visione complessa e articolata della politica estera italiana. Ma il problema è che sembra essere solo la sua.

Le parole del ministro degli Esteri però non trovano eco compatta all’interno della maggioranza. Al contrario, ogni sua presa di posizione evidenzia divergenze strutturali tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, una coalizione unita solo in apparenza. Le contraddizioni non sono sfumature: sono fratture, politiche e strategiche.

Il Medio Oriente come specchio delle contraddizioni

Sul conflitto a Gaza, Tajani insiste su una linea umanitaria, parla di riconoscimento da parte dell’Autorità palestinese e difende la diplomazia. Ignazio La Russa (FdI) lo smentisce nei fatti, riportando tutto alla “radice del conflitto” che sarebbe nel 7 ottobre e nel disegno “iraniano” di cancellare Israele. Maurizio Gasparri (FI), pur dello stesso partito di Tajani, aggiusta il tiro: Hamas è il nemico, Israele va difeso, ma qualche critica è ammessa. Guido Crosetto, ministro della Difesa, arriva più lontano: dice che Israele “sta sbagliando” e che la sua reazione è “drammatica e inaccettabile”. Matteo Salvini, invece, non ha dubbi: Netanyahu è il leader democratico, Hamas è il nemico, e tutto il resto è relativismo pericoloso. Giorgia Meloni, nel mezzo, balbetta tra silenzi strategici e dichiarazioni tardive.

Chi rappresenta, dunque, l’Italia Tajani, che si vanta del primato umanitario italiano? Crosetto, che condanna La Russa, che giustifica Salvini, che applaude? Meloni, che media

Difesa europea, tra visioni opposte

Anche sulla difesa comune le parole di Tajani mostrano la distanza tra visioni inconciliabili. Il ministro chiede un rafforzamento del “pilastro europeo” nella Nato, parla di egoismo nazionale da superare, rivendica un’identità europea da rendere autonoma e dignitosa. Crosetto risponde: “L’esercito europeo è una stupidaggine”. Salvini si oppone a qualsiasi ipotesi che rafforzi la Germania o limiti la sovranità nazionale. E Fratelli d’Italia oscilla: sovranità europea sì, ma purché resti subordinata alla Nato. Tajani chiede cooperazione, la maggioranza combatte per il primato interno.

Dazi e Golden Power: l’Europa secondo chi?

Sul piano commerciale, Tajani mostra un approccio moderato e multilaterale: nessuna guerra dei dazi, accordo con gli Stati Uniti, difesa dell’UE come spazio di opportunità. Salvini, al contrario, elogia Trump, spinge per accordi bilaterali e attacca Bruxelles per la sua inefficienza. Anche su UniCredit e la presenza economica italiana in Russia, Tajani lancia un monito: “Servono regole, ma lo Stato non deve giocare la partita”. Si dice preoccupato per le imprese italiane. Una posizione che entra in rotta di collisione con chi, nella maggioranza, invoca l’intervento deciso dello Stato a tutela della “sovranità economica”.

Tajani come specchio della crisi politica

Il discorso di oggi non è un’uscita isolata: è un catalogo ordinato delle incoerenze di un governo che si muove con tre teste e nessuna direzione. Tajani rappresenta la faccia “internazionale” di un esecutivo che all’estero vuole rassicurare, mentre all’interno è in continua campagna elettorale. Le sue dichiarazioni, per quanto razionali e coerenti, fotografano una distanza profonda tra i ministeri e tra i partiti. Il ministro degli Esteri non parla con la voce del governo, ma con quella che dovrebbe rassicurare Bruxelles, Berlino e Washington mentre Salvini e La Russa parlano a Mosca e Tel Aviv.

Giorgia Meloni, impegnata a costruirsi una reputazione da statista europea, si serve di Tajani come garante della presentabilità internazionale, ma lo lascia solo ogni volta che le sue parole si scontrano con la linea politica reale della coalizione. In un governo fondato sul compromesso quotidiano e sull’ambiguità strategica, Tajani sembra colpevole di avere una linea chiara. Ma la politica estera non è fatta di monologhi. L’Italia oggi non ha una politica estera: ha Tajani. E Tajani ha una maggioranza che gli rema contro.

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Caso Mare Jonio, i membri dell’equipaggio a processo. Casarini: “Diventerà un giudizio sull’omissione di soccorso”

Il 28 maggio 2025 il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Ragusa ha disposto il rinvio a giudizio per l’equipaggio della Mare Jonio, nave umanitaria dell’ONG Mediterranea Saving Humans. L’accusa: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato dal profitto. Tra gli imputati figurano il comandante Pietro Marrone, il capo missione Giuseppe Caccia, il coordinatore Luca Casarini, la rappresentante dell’armatore Alessandro Metz e altri membri dell’equipaggio, tra cui la dottoressa Agnese Colpani.

Il procedimento riguarda un’operazione di soccorso avvenuta nel settembre 2020: 27 migranti, abbandonati per 38 giorni a bordo della petroliera danese Maersk Etienne, furono trasbordati sulla Mare Jonio e sbarcati a Pozzallo. Per la Procura di Ragusa, quell’intervento non fu dettato solo da ragioni umanitarie: un bonifico da 125.000 euro versato successivamente da Maersk alla Idra Social Shipping – società armatrice della Mare Jonio – configurerebbe secondo l’accusa un “accordo economico” e quindi un intervento a pagamento.

Dovere morale, diritto penale

La difesa respinge con fermezza questa impostazione. Il versamento danese, affermano gli avvocati, fu un contributo volontario ai costi sostenuti, in assenza di qualsiasi accordo preventivo. Come indicherebbero le testimonianze degli stessi rappresentanti Maersk, accorsi a Ragusa per chiarire la natura del pagamento. La Mare Jonio, ribadiscono gli imputati, agì per adempiere al dovere di salvataggio sancito dal diritto internazionale del mare: “salvare vite non è un crimine”, recita il comunicato di Mediterranea.

Il nodo giuridico si stringe attorno alla cosiddetta “scriminante umanitaria”: una direttiva europea del 2002 prevede che gli Stati membri possano esentare da sanzioni chi favorisce l’immigrazione “allo scopo di prestare assistenza umanitaria”. Lo stesso pubblico ministero aveva chiesto la sospensione del procedimento in attesa del pronunciamento della Corte di Giustizia UE sul caso Kinsa, che verte proprio su questo principio. Il giudice ha rigettato la richiesta, scegliendo di procedere comunque.

Un processo politico travestito da penale

“Diventerà un processo all’omissione di soccorso”, ha dichiarato Casarini all’uscita dal tribunale. Le sue parole trovano eco nei dati: secondo l’Unhcr, quello della Maersk Etienne fu “il più lungo e drammatico stallo umanitario mai registrato” nel Mediterraneo centrale. Un immobilismo europeo che lasciò 27 persone alla deriva per 38 giorni, fino a che la Mare Jonio non intervenne.

La dinamica giudiziaria appare paradossale: viene processato chi ha agito, non chi ha lasciato. Eppure è difficile ignorare il contesto: intercettazioni, perquisizioni, accuse di spionaggio, e l’utilizzo di strumenti d’indagine che hanno lambito persino le conversazioni tra avvocati e assistiti. Ma almeno il processo servirà a chiarire definitivamente i contorni di questa vicenda.

Reazioni, contronarrazioni e precedenti

La stampa di destra titola “profitto sui migranti”, mentre le voci della società civile parlano apertamente di persecuzione giudiziaria. Tutti i procedimenti simili in Italia – dalla Iuventa alla Sea-Watch – si sono conclusi con archiviazioni o assoluzioni. Eppure la macchina dell’intimidazione continua a girare. Mediterranea ha risposto con una nuova nave: l’ex Sea-Eye 4 diventa la nuova ammiraglia della “flotta civile di soccorso”, simbolo di una solidarietà che non si ferma neanche di fronte ai processi.

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Il Ministero dell’Interno che spia i partiti e intercetta i giornalisti

In un Paese normale, il fatto che la polizia – cioè il ministero dell’Interno – abbia infiltrato un agente sotto copertura in un partito politico regolarmente partecipante alle elezioni sarebbe uno scandalo istituzionale. In Italia scivola via, sepolto sotto il rumore di fondo delle invidie di redazione. Per dieci mesi un agente di appena 21 anni, in servizio presso la direzione centrale della polizia di prevenzione (l’antiterrorismo, che il ministero stesso definisce «polizia politica»), ha frequentato assemblee, manifestazioni, incontri interni di Potere al Popolo. Sempre presente durante la settimana, sempre assente nei fine settimana, senza alcun mandato dell’autorità giudiziaria.

La versione ufficiale, secondo cui sarebbe stato un giovane entrato per caso nel partito senza ordini superiori, crolla di fronte alle date di trasferimento, alla costanza della presenza, ai documenti ufficiali e ai riscontri fotografici. Il Ministero dell’Interno non ha chiarito chi abbia autorizzato, e con quale legittimità, un’attività sistematica di controllo su una formazione politica regolarmente iscritta alle competizioni elettorali.

Ma questo è solo l’ultimo episodio. Prima ancora sono emerse le intercettazioni illegali a giornalisti di Fanpage.it, ai dirigenti delle Ong Mediterranea Saving Humans e Refugees in Libya, e ai loro contatti, spiati attraverso spyware militari come Paragon. Non siamo davanti a una sbavatura. È un salto consapevole in un regime che il dissenso non lo tollera: lo sorveglia, lo controlla, lo neutralizza.

Buon venerdì. 

Foto dalla pagina facebook di Potere al popolo

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Non è solo Netanyahu è il sistema dell’apartheid

Il genocidio ha bisogno di propaganda, come primo passo per lo sterminio. Ha bisogno di una regia che sappia umanizzare l’orrore, raccontarlo come incidente, come costo collaterale, come atto tecnico. I morti sono “errori”, gli sfollamenti forzati si trasformano in “evacuazioni umanitarie”, e la fame, quella scientificamente indotta, diventa “distribuzione di aiuti”.

Oggi gli affamati vengono adescati in massa con la scusa del pane. Immagini aeree mostrano file ordinate che ricordano i campi più bui della storia: corpi magri e mani protese verso un sacchetto di riso, usato come esca per spostare interi quartieri. Il tutto gestito da mercenari americani già condannati per crimini di guerra. Intanto si costruiscono 22 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, come annunciato dal ministro Katz e dal fanatico Smotrich, celebrando “un grande giorno per il movimento degli insediamenti”. Una colonizzazione attiva, militare, permanente, in pieno corso.

La propaganda (umanitaria) è il concime per il consenso per il genocidio. Netanyahu è la maschera perfetta di questa operazione, ma non l’unico attore. L’illusione che la sua caduta basti a rimettere le cose a posto è una comoda bugia per chi, nel frattempo, ha fornito armi, appoggi politici e coperture mediatiche. Il sistema resta.

Chi ha cominciato a osservare la Palestina il 7 ottobre 2023 può credere che basti cambiare premier per cambiare rotta. Chi guarda da anni sa che la sostanza resta intatta, anche se cambiano i nomi. E sa che parlare di “aiuti” mentre si costruisce l’apartheid è il più violento degli inganni. Ora il rischio è che ci servano un genocidio umanitario.

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Crollo delle nascite, mille euro ai nuovi nati e mille ostacoli ai genitori

Nel 2024, in Italia sono nati circa 370mila bambini. Sono diecimila in meno rispetto al 2023 e oltre 200mila in meno rispetto al 2008. È il nuovo record negativo nella serie storica. È anche l’ennesimo segnale ignorato da chi dovrebbe governare con lo sguardo lungo. Il declino delle nascite è strutturale, inesorabile, ma viene trattato come un’emergenza occasionale da tamponare con bonus e propaganda.

Un declino demografico profondo e strutturale

Il tasso di natalità è sceso a 6,3 nati ogni mille abitanti e la fecondità si è attestata a 1,18 figli per donna, il livello più basso mai registrato, persino peggiore del precedente minimo del 1995. Il numero di donne in età fertile (15-49 anni) è passato dai 14,3 milioni del 1995 agli 11,4 milioni del 2025. La base riproduttiva è più stretta e più fragile. Anche volendo, è oggettivamente più difficile fare figli.

Secondo il demografo Alessandro Rosina, se non si agisce con una strategia efficace, l’Italia rischia di precipitare in una “trappola demografica”: meno nascite, più anziani, meno forza lavoro, più spesa pubblica e un sistema di welfare sempre più insostenibile. Eppure, mentre la macchina del tempo sociale si inceppa, la politica si limita a tirare la leva dei bonus.

Politiche inadeguate: bonus e slogan

Il governo Meloni ha definito la natalità una “priorità assoluta” ma l’ha affrontata con lo stesso armamentario degli ultimi vent’anni: trasferimenti economici, una tantum, limitati e spesso mal calibrati. L’Assegno Unico Universale è stato potenziato, il bonus bebè 2025 prevede 1000 euro per i nuovi nati, il bonus nido è salito fino a 3600 euro ma solo per famiglie con Isee sotto i 40mila euro e almeno due figli.

I dati Ocse parlano chiaro: l’Italia investe l’1,87% del Pil per famiglie e infanzia, contro una media Ue del 2,56% e punte del 3,4% in Francia. In Italia il 90% di questa spesa è concentrata in sussidi diretti, considerati meno efficaci dei servizi strutturali per l’infanzia come gli asili nido o i congedi parentali remunerati.

Dove servono scuole e nidi, arrivano tagli e disinteresse

Il Pnrr aveva promesso 264mila nuovi posti in asili nido. Il governo Meloni ha ridotto l’obiettivo a poco più di 150mila. In Sardegna, dove alcune province hanno visto crolli di natalità oltre il 18%, i comuni con meno servizi per l’infanzia sono anche quelli con più alta disoccupazione femminile. È nei territori più fragili che servirebbe uno sforzo straordinario. Invece, si continua a tagliare, a differenziare, a rimandare.

Intanto, una donna su cinque abbandona il lavoro dopo la maternità. L’Italia ha uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa. Le misure di conciliazione vita-lavoro sono frammentarie, i congedi ancora troppo brevi o mal pagati, lo smart working ridimensionato, e la cultura della cura resta sulle spalle delle donne.

Un patto sociale rotto, un futuro negato

Non si fanno figli in un Paese che fa pagare ai giovani l’autonomia con anni di precarietà, che delega alle famiglie il sostegno economico e poi le abbandona. Il sistema italiano ha scelto di sostenere chi è già garantito, piuttosto che investire su chi vorrebbe mettersi in gioco.

La denatalità non è un destino. È una scelta politica. Rimane legata a esigenze ineludibili: più welfare, più servizi, più occupazione stabile, più uguaglianza. Solo che per farlo serve coraggio, visione e la volontà di non trattare la natalità come un’arma da talk show. Serve uno Stato che non dia mille euro ai nuovi nati e mille ostacoli ai nuovi genitori.

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Riscaldamento globale, il governo temporeggia: la strategia del ritardo climatico mentre l’Europa corre

Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, tra il 2025 e il 2029 ci sono l’86% di probabilità che il riscaldamento globale superi la soglia critica di 1,5°C per almeno un anno, e il 70% che ciò avvenga in media sull’intero quinquennio. Numeri che fino a pochi anni fa sarebbero stati definiti fantascientifici. Non solo: per la prima volta compare nei modelli una probabilità, seppur modesta (1%), che entro il 2030 si superino i 2°C su base annua. È uno scenario che gli stessi climatologi definiscono “scioccante”.

Intanto, la Commissione Europea ha confermato che l’Ue è “sulla buona strada” per tagliare del 54% le emissioni entro il 2030, grazie all’adeguamento dei Piani nazionali per l’energia e il clima da parte degli Stati membri. L’Italia però fa eccezione: a dispetto dei proclami, ha abbracciato un modello di “ritardo climatico istituzionalizzato” che svuota di significato ogni azione concreta.

Ritardi, tagli e gas: la strategia Meloni

Dal taglio di 15,9 miliardi nel Pnrr – che ha falcidiato proprio i capitoli legati alla transizione verde – alla cancellazione dei fondi per il dissesto idrogeologico e la riforestazione urbana, l’azione climatica del governo Meloni è una sequenza di rinvii e definanziamenti. Emblematico il dimezzamento dei fondi per la prevenzione del dissesto idrogeologico, deciso appena due mesi dopo le devastanti alluvioni in Emilia-Romagna.

Il Piano Mattei, sbandierato come strategia geopolitica, è in realtà un investimento gas-centrico che sottrae risorse al Fondo Italiano per il Clima. A questo si aggiunge la retorica di un nucleare “pulito e sicuro” che, anche se fosse realizzabile, arriverebbe troppo tardi per fermare la catastrofe imminente.

Meloni continua a dire che l’Italia “non è guidata da negazionisti climatici”. Ed è vero: nessuno nega apertamente il riscaldamento globale. Ma il punto non è la negazione, è la dilazione. Il rinvio. Il finto pragmatismo che oppone la tutela dell’ambiente alla competitività industriale, mentre le imprese europee investono in rinnovabili e decarbonizzazione. L’Italia invece retrocede: nel Climate Change Performance Index 2025 è scivolata al 43° posto.

L’involuzione italiana mentre l’Europa accelera

Mentre l’Unione Europea si avvicina alla riduzione del 55% delle emissioni e fissa già l’obiettivo del -40% entro il 2040, Roma si distingue per il suo ostruzionismo negoziale sulle direttive del Green Deal. Il Piano Nazionale di Adattamento, approvato a fine 2023 dopo sei anni di stallo, è privo di fondi e di una tabella di marcia credibile. Un documento “fantasma” che certifica più un obbligo burocratico che un’intenzione strategica.

Nel frattempo, chi denuncia l’inazione del governo viene criminalizzato. La legge contro gli “ecovandali”, con pene fino a cinque anni di carcere per attivisti climatici, serve più a silenziare il dissenso che a proteggere il patrimonio.

Il prezzo dell’inazione

L’Italia è già tra i Paesi europei più colpiti dal cambiamento climatico: oltre 3.000 eventi estremi nel solo 2022 e un rischio crescente secondo l’ultimo Climate Risk Index di Germanwatch. Ma le misure concrete non arrivano. E mentre ogni grado in più si traduce in costi umani, sanitari ed economici, il governo insiste a vendere “futuro” a colpi di promesse tecnologiche e soluzioni irrealizzabili.

In un mondo che si riscalda a ritmi inediti, ogni ritardo si trasforma in danno permanente. Ogni euro sottratto alla prevenzione è un investimento nel disastro. E ogni governo che resta fermo, è un complice. 

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Tajani parla alla Camera e intanto Gaza muore

Nell’informativa urgente alla Camera, il ministro Tajani ha raccontato un’Italia che salva, costruisce e abbraccia. Peccato che sia un racconto. Mentre a Gaza l’accesso agli aiuti è stato bloccato per oltre 80 giorni, Tajani parlava di ricostruzione, di progetti architettonici e borse di studio, come se la fame e i bombardamenti fossero alle spalle. Secondo l’OCHA, nel solo maggio 2025, l’84% del territorio di Gaza risultava evacuato forzatamente, e oltre il 90% delle strutture ospedaliere era fuori uso. Eppure, Tajani celebrava un’Italia attiva, coinvolta, umanitaria.

La realtà? Dal 2022 il governo Meloni ha sistematicamente evitato di sostenere risoluzioni ONU che chiedevano tregue immediate, cessate il fuoco o il riconoscimento dello Stato palestinese. Tajani stesso ha bollato come “slogan da piazza” la proposta di riconoscere la Palestina, mentre il suo esecutivo votava contro l’apertura di una procedura UE per sanzionare Israele per violazioni dei diritti umani. Perfino sulla Corte Penale Internazionale – che ha chiesto un mandato d’arresto per Netanyahu – il ministro ha definito “irrealizzabile” un’azione legale in Italia.

L’unica coerenza è l’adesione alla linea israeliana: si plaude agli aiuti simbolici, ma si proteggono le forniture militari; si parla di pace ma si silenziano le responsabilità. Il discorso di Tajani alla Camera è stato un esercizio di propaganda travestito da diplomazia. Nessuna autocritica, nessun cambio di rotta, nessuna verità. Solo la solita liturgia di chi invoca la ricostruzione per seppellire, con una colata di cemento politico, i corpi che ancora non hanno smesso di morire.

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La cultura del possesso si impara presto. E uccide

Martina Carbonaro non ha trovato una chiesa o una farmacia, come suggerisce il ministro Nordio. Martina Carbonaro non ha nemmeno pensato di passare a casa di Vittorio Feltri, nonostante fosse una bella ragazza. Meglio: poco più che una bambina. Martina Carbonaro aveva 14 anni e non è il soggetto di questa storia.

Chiara Becchimanzi, che di lavoro fa l’attrice comica ma è molto più seria di molti maschi nella classe dirigente, ieri faceva notare come le agenzie di stampa e i media abbiano evidenziato che la frase principale è “l’ho uccisa” e la subordinata causale è “perché lei mi ha lasciato”.

“Il soggetto della causale è lei. Lei che lo ha lasciato. E QUINDI lui l’ha uccisa. Come conseguenza dell’abbandono agito da lei. Ergo, lei è responsabile della sua stessa morte”, spiega Becchimanzi.

Il soggetto principale di questa storia è Alessio Tucci, 19 anni. Tucci è già abbastanza adulto per aver introiettato l’omicida idea di essere il proprietario della sua fidanzata, ancor di più se lei decide di lasciarlo. Alessio Tucci ha 19 anni ma ha già imparato che basta puntare sul sentimento, sulla gelosia e sulla psicomagia del raptus per essere catalogato tra i maschi che, poverini, non hanno retto al dolore.

La scrittrice Carlotta Vagnoli ieri sottolineava come l’età sempre più ridotta delle vittime di femminicidio e di chi lo agisce “sia un chiaro segnale di come la cultura patriarcale del possesso dei corpi femminili si manifesti – anche nei suoi modi più radicali – già fin dalla fine dell’infanzia e in piena adolescenza”. In un Paese in cui l’educazione sentimentale è osteggiata dalla politica.

Buon giovedì.

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Il razzismo va affrontato o si alimenta

Giorgia Meloni ha risposto indignata. Ancora. Le accuse del Consiglio d’Europa sul razzismo strutturale nelle forze di polizia italiane sarebbero “vergognose”. Ma non si governa un Paese con l’indignazione automatica. Non è una risposta, è una fuga. E una scorciatoia per evitare il punto: l’Italia ha un problema. E non da oggi.

A dirlo non sono fantasmi internazionali. Lo dice l’Ecri, organismo del Consiglio d’Europa che si occupa di diritti umani. Lo dicono i rapporti, le denunce, i tribunali. Lo dicono le inchieste giudiziarie – da Verona a Piacenza – in cui la violenza si somma all’impunità e dove il colore della pelle o l’accento diventano bersaglio. Bertil Cottier, presidente dell’Ecri, chiede solo uno studio indipendente sulla profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine. Chiede numeri, fatti, trasparenza. E riceve in cambio accuse ideologiche, sarcasmo, una sfilza di slogan patriottici come cortina fumogena.

Meloni e Tajani parlano come se l’Italia fosse una fortezza assediata. Ma a perdere terreno è il rispetto per la realtà. La presidente del Consiglio rivendica che l’Italia ha fondato il Consiglio d’Europa. Vero. E allora Ciò non dà diritto a screditarne gli organi quando mettono in discussione presunte pratiche discriminatorie dentro le istituzioni. Al contrario, aumenta la responsabilità.

Il riflesso pavloviano del governo è sempre lo stesso: negare tutto, accusare chi denuncia, raccontare che i veri perseguitati sono gli agenti “aggrediti dagli immigrati irregolari”. È la solita favola rovesciata, che punta a spostare il dibattito su un comodo binario: ordine contro caos, legalità contro minaccia. Ma è un copione stanco. E serve solo a coprire l’imbarazzo di chi, in fondo, quei comportamenti li ha sempre giustificati o ignorati.

Perché se frequenti Orbán, Milei, Le Pen, Bolsonaro, prima o poi si nota. L’uso della parola “onore” per coprire il silenzio, l’uso della parola “realtà” per nascondere i dati, l’uso della parola “Italia” per respingere ogni critica non aiutano. Chi governa dovrebbe sapere che il razzismo non si cancella negandolo. Si affronta. Oppure si alimenta.

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Sanità, questa sconosciuta: i giovani e il grande vuoto del pubblico

Ci si affaccia alla maggiore età senza sapere come funziona il diritto alla salute. Un Paese giovane, connesso, cresciuto nel tempo della pandemia e del boom dell’intelligenza artificiale, ma che non conosce il proprio medico di famiglia. Secondo il rapporto GIMBE, un ragazzo su cinque non sa chi sia il proprio medico di medicina generale. È il segno di una frattura culturale, prima ancora che sanitaria. «Il passaggio dal pediatra al medico di base avviene come un atto amministrativo, senza alcun accompagnamento clinico o relazionale», spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione. E così, proprio nell’età in cui iniziano a emergere fragilità, molti adolescenti restano senza un punto di riferimento sanitario. Il principio della continuità assistenziale, previsto sulla carta, svanisce nella pratica.

Ticket e Fascicolo Sanitario: strumenti sconosciuti

Il 53,6% degli studenti non sa a cosa serva il ticket sanitario. Più della metà dei futuri contribuenti ignora che una parte delle spese per esami, visite e farmaci viene co-finanziata dai cittadini. Non è solo un dato scolastico, è il sintomo di una distanza culturale dal SSN. «La consapevolezza dei costi condivisi è essenziale per formare cittadini responsabili», osserva Cartabellotta. La digitalizzazione non migliora il quadro: oltre l’82% degli studenti non ha mai usato il Fascicolo Sanitario Elettronico, né per sé né per un familiare. Nemmeno tra i maggiorenni. Senza alfabetizzazione digitale e sanitaria, la tecnologia resta un orpello vuoto.

Prevenzione travisata, screening dimenticati

Solo uno studente su due è in grado di riconoscere i tre screening oncologici gratuiti previsti dai Livelli Essenziali di Assistenza: mammella, cervice uterina, colon-retto. Il resto sbaglia o ammette di non sapere. È un dato che racconta un disinteresse coltivato, non casuale. Non si tratta solo di accesso, ma di visione: conoscere l’esistenza di questi strumenti significa avvicinarsi alla cultura della prevenzione. Che, oggi, è compromessa da un’altra distorsione. Il 71,9% degli studenti pensa che fare controlli periodici per ogni tipo di tumore sia sempre vantaggioso. È falso. E pericoloso. Alimenta una forma di consumismo sanitario che spreca risorse pubbliche e favorisce sovradiagnosi e trattamenti inutili.

Antibiotici come caramelle

Il 68,8% degli studenti ha ricevuto almeno una volta antibiotici per un’infezione delle alte vie respiratorie. Il dato è già grave, ma lo è ancora di più se si considera che molte di queste infezioni sono virali e non richiedono antibiotici. È il segno di una prescrizione disinvolta, spesso subita senza contestazioni. Una diseducazione che si accumula negli anni e che contribuisce a un fenomeno strutturale: l’antibiotico–resistenza. Senza strumenti per riconoscere l’inappropriatezza, l’abuso diventa la norma.

L’intelligenza artificiale al posto del medico

C’è un ambito in cui i ragazzi sono esperti: l’intelligenza artificiale. L’83,7% usa ChatGPT o strumenti simili, il 37,2% ogni giorno. È un dato che descrive una trasformazione radicale della quotidianità informativa. Ma è anche una faglia pericolosa: questa diffusione massiccia non è accompagnata da un’adeguata alfabetizzazione scientifica. In sanità, l’uso di IA senza filtri può diventare un moltiplicatore di disinformazione. «Senza competenze digitali e sanitarie – avverte Cartabellotta – l’IA rischia di essere un inganno, non uno strumento».

Sanità diseguale, ma non tutti lo sanno

Due studenti su tre ritengono che l’accesso ai Livelli Essenziali di Assistenza non sia uguale in tutte le Regioni. È il dato che racconta la sanità a due velocità, percepita anche da chi non ha mai fatto un esame. Ma un terzo degli intervistati resta incerto, neutrale, inconsapevole. È il segno che la frattura territoriale non è ancora vissuta come una questione di diritti. La salute, per molti, resta un affare astratto, distante, opaco. E dove manca la conoscenza, manca anche la pretesa. Non si rivendica ciò che non si sa di avere.

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