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Crollo delle nascite, mille euro ai nuovi nati e mille ostacoli ai genitori

Nel 2024, in Italia sono nati circa 370mila bambini. Sono diecimila in meno rispetto al 2023 e oltre 200mila in meno rispetto al 2008. È il nuovo record negativo nella serie storica. È anche l’ennesimo segnale ignorato da chi dovrebbe governare con lo sguardo lungo. Il declino delle nascite è strutturale, inesorabile, ma viene trattato come un’emergenza occasionale da tamponare con bonus e propaganda.

Un declino demografico profondo e strutturale

Il tasso di natalità è sceso a 6,3 nati ogni mille abitanti e la fecondità si è attestata a 1,18 figli per donna, il livello più basso mai registrato, persino peggiore del precedente minimo del 1995. Il numero di donne in età fertile (15-49 anni) è passato dai 14,3 milioni del 1995 agli 11,4 milioni del 2025. La base riproduttiva è più stretta e più fragile. Anche volendo, è oggettivamente più difficile fare figli.

Secondo il demografo Alessandro Rosina, se non si agisce con una strategia efficace, l’Italia rischia di precipitare in una “trappola demografica”: meno nascite, più anziani, meno forza lavoro, più spesa pubblica e un sistema di welfare sempre più insostenibile. Eppure, mentre la macchina del tempo sociale si inceppa, la politica si limita a tirare la leva dei bonus.

Politiche inadeguate: bonus e slogan

Il governo Meloni ha definito la natalità una “priorità assoluta” ma l’ha affrontata con lo stesso armamentario degli ultimi vent’anni: trasferimenti economici, una tantum, limitati e spesso mal calibrati. L’Assegno Unico Universale è stato potenziato, il bonus bebè 2025 prevede 1000 euro per i nuovi nati, il bonus nido è salito fino a 3600 euro ma solo per famiglie con Isee sotto i 40mila euro e almeno due figli.

I dati Ocse parlano chiaro: l’Italia investe l’1,87% del Pil per famiglie e infanzia, contro una media Ue del 2,56% e punte del 3,4% in Francia. In Italia il 90% di questa spesa è concentrata in sussidi diretti, considerati meno efficaci dei servizi strutturali per l’infanzia come gli asili nido o i congedi parentali remunerati.

Dove servono scuole e nidi, arrivano tagli e disinteresse

Il Pnrr aveva promesso 264mila nuovi posti in asili nido. Il governo Meloni ha ridotto l’obiettivo a poco più di 150mila. In Sardegna, dove alcune province hanno visto crolli di natalità oltre il 18%, i comuni con meno servizi per l’infanzia sono anche quelli con più alta disoccupazione femminile. È nei territori più fragili che servirebbe uno sforzo straordinario. Invece, si continua a tagliare, a differenziare, a rimandare.

Intanto, una donna su cinque abbandona il lavoro dopo la maternità. L’Italia ha uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa. Le misure di conciliazione vita-lavoro sono frammentarie, i congedi ancora troppo brevi o mal pagati, lo smart working ridimensionato, e la cultura della cura resta sulle spalle delle donne.

Un patto sociale rotto, un futuro negato

Non si fanno figli in un Paese che fa pagare ai giovani l’autonomia con anni di precarietà, che delega alle famiglie il sostegno economico e poi le abbandona. Il sistema italiano ha scelto di sostenere chi è già garantito, piuttosto che investire su chi vorrebbe mettersi in gioco.

La denatalità non è un destino. È una scelta politica. Rimane legata a esigenze ineludibili: più welfare, più servizi, più occupazione stabile, più uguaglianza. Solo che per farlo serve coraggio, visione e la volontà di non trattare la natalità come un’arma da talk show. Serve uno Stato che non dia mille euro ai nuovi nati e mille ostacoli ai nuovi genitori.

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Riscaldamento globale, il governo temporeggia: la strategia del ritardo climatico mentre l’Europa corre

Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, tra il 2025 e il 2029 ci sono l’86% di probabilità che il riscaldamento globale superi la soglia critica di 1,5°C per almeno un anno, e il 70% che ciò avvenga in media sull’intero quinquennio. Numeri che fino a pochi anni fa sarebbero stati definiti fantascientifici. Non solo: per la prima volta compare nei modelli una probabilità, seppur modesta (1%), che entro il 2030 si superino i 2°C su base annua. È uno scenario che gli stessi climatologi definiscono “scioccante”.

Intanto, la Commissione Europea ha confermato che l’Ue è “sulla buona strada” per tagliare del 54% le emissioni entro il 2030, grazie all’adeguamento dei Piani nazionali per l’energia e il clima da parte degli Stati membri. L’Italia però fa eccezione: a dispetto dei proclami, ha abbracciato un modello di “ritardo climatico istituzionalizzato” che svuota di significato ogni azione concreta.

Ritardi, tagli e gas: la strategia Meloni

Dal taglio di 15,9 miliardi nel Pnrr – che ha falcidiato proprio i capitoli legati alla transizione verde – alla cancellazione dei fondi per il dissesto idrogeologico e la riforestazione urbana, l’azione climatica del governo Meloni è una sequenza di rinvii e definanziamenti. Emblematico il dimezzamento dei fondi per la prevenzione del dissesto idrogeologico, deciso appena due mesi dopo le devastanti alluvioni in Emilia-Romagna.

Il Piano Mattei, sbandierato come strategia geopolitica, è in realtà un investimento gas-centrico che sottrae risorse al Fondo Italiano per il Clima. A questo si aggiunge la retorica di un nucleare “pulito e sicuro” che, anche se fosse realizzabile, arriverebbe troppo tardi per fermare la catastrofe imminente.

Meloni continua a dire che l’Italia “non è guidata da negazionisti climatici”. Ed è vero: nessuno nega apertamente il riscaldamento globale. Ma il punto non è la negazione, è la dilazione. Il rinvio. Il finto pragmatismo che oppone la tutela dell’ambiente alla competitività industriale, mentre le imprese europee investono in rinnovabili e decarbonizzazione. L’Italia invece retrocede: nel Climate Change Performance Index 2025 è scivolata al 43° posto.

L’involuzione italiana mentre l’Europa accelera

Mentre l’Unione Europea si avvicina alla riduzione del 55% delle emissioni e fissa già l’obiettivo del -40% entro il 2040, Roma si distingue per il suo ostruzionismo negoziale sulle direttive del Green Deal. Il Piano Nazionale di Adattamento, approvato a fine 2023 dopo sei anni di stallo, è privo di fondi e di una tabella di marcia credibile. Un documento “fantasma” che certifica più un obbligo burocratico che un’intenzione strategica.

Nel frattempo, chi denuncia l’inazione del governo viene criminalizzato. La legge contro gli “ecovandali”, con pene fino a cinque anni di carcere per attivisti climatici, serve più a silenziare il dissenso che a proteggere il patrimonio.

Il prezzo dell’inazione

L’Italia è già tra i Paesi europei più colpiti dal cambiamento climatico: oltre 3.000 eventi estremi nel solo 2022 e un rischio crescente secondo l’ultimo Climate Risk Index di Germanwatch. Ma le misure concrete non arrivano. E mentre ogni grado in più si traduce in costi umani, sanitari ed economici, il governo insiste a vendere “futuro” a colpi di promesse tecnologiche e soluzioni irrealizzabili.

In un mondo che si riscalda a ritmi inediti, ogni ritardo si trasforma in danno permanente. Ogni euro sottratto alla prevenzione è un investimento nel disastro. E ogni governo che resta fermo, è un complice. 

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Tajani parla alla Camera e intanto Gaza muore

Nell’informativa urgente alla Camera, il ministro Tajani ha raccontato un’Italia che salva, costruisce e abbraccia. Peccato che sia un racconto. Mentre a Gaza l’accesso agli aiuti è stato bloccato per oltre 80 giorni, Tajani parlava di ricostruzione, di progetti architettonici e borse di studio, come se la fame e i bombardamenti fossero alle spalle. Secondo l’OCHA, nel solo maggio 2025, l’84% del territorio di Gaza risultava evacuato forzatamente, e oltre il 90% delle strutture ospedaliere era fuori uso. Eppure, Tajani celebrava un’Italia attiva, coinvolta, umanitaria.

La realtà? Dal 2022 il governo Meloni ha sistematicamente evitato di sostenere risoluzioni ONU che chiedevano tregue immediate, cessate il fuoco o il riconoscimento dello Stato palestinese. Tajani stesso ha bollato come “slogan da piazza” la proposta di riconoscere la Palestina, mentre il suo esecutivo votava contro l’apertura di una procedura UE per sanzionare Israele per violazioni dei diritti umani. Perfino sulla Corte Penale Internazionale – che ha chiesto un mandato d’arresto per Netanyahu – il ministro ha definito “irrealizzabile” un’azione legale in Italia.

L’unica coerenza è l’adesione alla linea israeliana: si plaude agli aiuti simbolici, ma si proteggono le forniture militari; si parla di pace ma si silenziano le responsabilità. Il discorso di Tajani alla Camera è stato un esercizio di propaganda travestito da diplomazia. Nessuna autocritica, nessun cambio di rotta, nessuna verità. Solo la solita liturgia di chi invoca la ricostruzione per seppellire, con una colata di cemento politico, i corpi che ancora non hanno smesso di morire.

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La cultura del possesso si impara presto. E uccide

Martina Carbonaro non ha trovato una chiesa o una farmacia, come suggerisce il ministro Nordio. Martina Carbonaro non ha nemmeno pensato di passare a casa di Vittorio Feltri, nonostante fosse una bella ragazza. Meglio: poco più che una bambina. Martina Carbonaro aveva 14 anni e non è il soggetto di questa storia.

Chiara Becchimanzi, che di lavoro fa l’attrice comica ma è molto più seria di molti maschi nella classe dirigente, ieri faceva notare come le agenzie di stampa e i media abbiano evidenziato che la frase principale è “l’ho uccisa” e la subordinata causale è “perché lei mi ha lasciato”.

“Il soggetto della causale è lei. Lei che lo ha lasciato. E QUINDI lui l’ha uccisa. Come conseguenza dell’abbandono agito da lei. Ergo, lei è responsabile della sua stessa morte”, spiega Becchimanzi.

Il soggetto principale di questa storia è Alessio Tucci, 19 anni. Tucci è già abbastanza adulto per aver introiettato l’omicida idea di essere il proprietario della sua fidanzata, ancor di più se lei decide di lasciarlo. Alessio Tucci ha 19 anni ma ha già imparato che basta puntare sul sentimento, sulla gelosia e sulla psicomagia del raptus per essere catalogato tra i maschi che, poverini, non hanno retto al dolore.

La scrittrice Carlotta Vagnoli ieri sottolineava come l’età sempre più ridotta delle vittime di femminicidio e di chi lo agisce “sia un chiaro segnale di come la cultura patriarcale del possesso dei corpi femminili si manifesti – anche nei suoi modi più radicali – già fin dalla fine dell’infanzia e in piena adolescenza”. In un Paese in cui l’educazione sentimentale è osteggiata dalla politica.

Buon giovedì.

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Il razzismo va affrontato o si alimenta

Giorgia Meloni ha risposto indignata. Ancora. Le accuse del Consiglio d’Europa sul razzismo strutturale nelle forze di polizia italiane sarebbero “vergognose”. Ma non si governa un Paese con l’indignazione automatica. Non è una risposta, è una fuga. E una scorciatoia per evitare il punto: l’Italia ha un problema. E non da oggi.

A dirlo non sono fantasmi internazionali. Lo dice l’Ecri, organismo del Consiglio d’Europa che si occupa di diritti umani. Lo dicono i rapporti, le denunce, i tribunali. Lo dicono le inchieste giudiziarie – da Verona a Piacenza – in cui la violenza si somma all’impunità e dove il colore della pelle o l’accento diventano bersaglio. Bertil Cottier, presidente dell’Ecri, chiede solo uno studio indipendente sulla profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine. Chiede numeri, fatti, trasparenza. E riceve in cambio accuse ideologiche, sarcasmo, una sfilza di slogan patriottici come cortina fumogena.

Meloni e Tajani parlano come se l’Italia fosse una fortezza assediata. Ma a perdere terreno è il rispetto per la realtà. La presidente del Consiglio rivendica che l’Italia ha fondato il Consiglio d’Europa. Vero. E allora Ciò non dà diritto a screditarne gli organi quando mettono in discussione presunte pratiche discriminatorie dentro le istituzioni. Al contrario, aumenta la responsabilità.

Il riflesso pavloviano del governo è sempre lo stesso: negare tutto, accusare chi denuncia, raccontare che i veri perseguitati sono gli agenti “aggrediti dagli immigrati irregolari”. È la solita favola rovesciata, che punta a spostare il dibattito su un comodo binario: ordine contro caos, legalità contro minaccia. Ma è un copione stanco. E serve solo a coprire l’imbarazzo di chi, in fondo, quei comportamenti li ha sempre giustificati o ignorati.

Perché se frequenti Orbán, Milei, Le Pen, Bolsonaro, prima o poi si nota. L’uso della parola “onore” per coprire il silenzio, l’uso della parola “realtà” per nascondere i dati, l’uso della parola “Italia” per respingere ogni critica non aiutano. Chi governa dovrebbe sapere che il razzismo non si cancella negandolo. Si affronta. Oppure si alimenta.

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Sanità, questa sconosciuta: i giovani e il grande vuoto del pubblico

Ci si affaccia alla maggiore età senza sapere come funziona il diritto alla salute. Un Paese giovane, connesso, cresciuto nel tempo della pandemia e del boom dell’intelligenza artificiale, ma che non conosce il proprio medico di famiglia. Secondo il rapporto GIMBE, un ragazzo su cinque non sa chi sia il proprio medico di medicina generale. È il segno di una frattura culturale, prima ancora che sanitaria. «Il passaggio dal pediatra al medico di base avviene come un atto amministrativo, senza alcun accompagnamento clinico o relazionale», spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione. E così, proprio nell’età in cui iniziano a emergere fragilità, molti adolescenti restano senza un punto di riferimento sanitario. Il principio della continuità assistenziale, previsto sulla carta, svanisce nella pratica.

Ticket e Fascicolo Sanitario: strumenti sconosciuti

Il 53,6% degli studenti non sa a cosa serva il ticket sanitario. Più della metà dei futuri contribuenti ignora che una parte delle spese per esami, visite e farmaci viene co-finanziata dai cittadini. Non è solo un dato scolastico, è il sintomo di una distanza culturale dal SSN. «La consapevolezza dei costi condivisi è essenziale per formare cittadini responsabili», osserva Cartabellotta. La digitalizzazione non migliora il quadro: oltre l’82% degli studenti non ha mai usato il Fascicolo Sanitario Elettronico, né per sé né per un familiare. Nemmeno tra i maggiorenni. Senza alfabetizzazione digitale e sanitaria, la tecnologia resta un orpello vuoto.

Prevenzione travisata, screening dimenticati

Solo uno studente su due è in grado di riconoscere i tre screening oncologici gratuiti previsti dai Livelli Essenziali di Assistenza: mammella, cervice uterina, colon-retto. Il resto sbaglia o ammette di non sapere. È un dato che racconta un disinteresse coltivato, non casuale. Non si tratta solo di accesso, ma di visione: conoscere l’esistenza di questi strumenti significa avvicinarsi alla cultura della prevenzione. Che, oggi, è compromessa da un’altra distorsione. Il 71,9% degli studenti pensa che fare controlli periodici per ogni tipo di tumore sia sempre vantaggioso. È falso. E pericoloso. Alimenta una forma di consumismo sanitario che spreca risorse pubbliche e favorisce sovradiagnosi e trattamenti inutili.

Antibiotici come caramelle

Il 68,8% degli studenti ha ricevuto almeno una volta antibiotici per un’infezione delle alte vie respiratorie. Il dato è già grave, ma lo è ancora di più se si considera che molte di queste infezioni sono virali e non richiedono antibiotici. È il segno di una prescrizione disinvolta, spesso subita senza contestazioni. Una diseducazione che si accumula negli anni e che contribuisce a un fenomeno strutturale: l’antibiotico–resistenza. Senza strumenti per riconoscere l’inappropriatezza, l’abuso diventa la norma.

L’intelligenza artificiale al posto del medico

C’è un ambito in cui i ragazzi sono esperti: l’intelligenza artificiale. L’83,7% usa ChatGPT o strumenti simili, il 37,2% ogni giorno. È un dato che descrive una trasformazione radicale della quotidianità informativa. Ma è anche una faglia pericolosa: questa diffusione massiccia non è accompagnata da un’adeguata alfabetizzazione scientifica. In sanità, l’uso di IA senza filtri può diventare un moltiplicatore di disinformazione. «Senza competenze digitali e sanitarie – avverte Cartabellotta – l’IA rischia di essere un inganno, non uno strumento».

Sanità diseguale, ma non tutti lo sanno

Due studenti su tre ritengono che l’accesso ai Livelli Essenziali di Assistenza non sia uguale in tutte le Regioni. È il dato che racconta la sanità a due velocità, percepita anche da chi non ha mai fatto un esame. Ma un terzo degli intervistati resta incerto, neutrale, inconsapevole. È il segno che la frattura territoriale non è ancora vissuta come una questione di diritti. La salute, per molti, resta un affare astratto, distante, opaco. E dove manca la conoscenza, manca anche la pretesa. Non si rivendica ciò che non si sa di avere.

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Caivano, l’ultimo spot di Meloni: ecco i numeri e l’eredità del decreto del governo

Giorgia Meloni torna a Caivano per annunciare, ancora una volta, che lo Stato ha vinto. Che “la legalità è stata riportata” e che “siamo solo all’inizio”. E lo fa come ormai è abitudine: in un videomessaggio ben montato, in cui rivendica la pubblicazione del bando da 130 milioni di euro per la riqualificazione del Parco Verde. “Abbiamo sgomberato, ora ricostruiamo”, dice. Ma l’operazione Caivano – che la premier promette di replicare in altri quartieri d’Italia – ha un impatto ben più ambiguo di quello che le sue parole lasciano intendere. Perché sotto la superficie delle inaugurazioni e dei cantieri ci sono numeri, decisioni normative e realtà sociali che raccontano un’altra storia: quella di un intervento che, più che un modello, rischia di essere un manifesto del populismo penale.

Decreto Caivano: più carcere che riscatto

Il “Decreto Caivano” (D.L. 123/2023) è stato presentato come una risposta dura alla criminalità giovanile e alla povertà educativa. Ma le misure introdotte raccontano altro: abbassamento delle soglie per le misure cautelari, estensione del Daspo ai quattordicenni, carcere possibile anche per lo spaccio di lieve entità. Risultato? Nel 2024 gli ingressi negli istituti penali minorili sono aumentati del 16,4%, con un incremento delle presenze del 48% rispetto al 2022. Antigone parla di un sovraffollamento diffuso e di un sistema che punisce prima di comprendere.

Il nuovo reato penale per l’evasione scolastica colpisce famiglie già ai margini. La norma – reclusione fino a due anni per i genitori -trasforma la povertà in reato. I dati sulla dispersione scolastica a Caivano, quelli veri, ancora non ci sono. Si sbandierano cali in altre province campane, ma l’effetto reale del decreto resta privo di conferme numeriche.

Una riqualificazione per pochi

Anche sul versante infrastrutturale, il fiore all’occhiello dell’operazione – la riqualificazione del centro sportivo Delphinia, oggi “Parco Pino Daniele” – è tutt’altro che inclusivo. Le Fiamme Oro, che gestiscono la struttura, controllano 41 delle 44 attività offerte. Ai cittadini restano briciole. Le associazioni sportive locali sono state escluse. I costi, per molte famiglie, sono proibitivi.

Oggi arriva l’annuncio del nuovo bando: 130 milioni, interamente finanziati da privati, per rimettere a nuovo 750 alloggi popolari, strade e aree verdi. Ma l’assenza di un piano di gestione sociale condiviso con il territorio alimenta il timore che si stia costruendo una vetrina, non una comunità. E nel frattempo, secondo la Dia, i clan si riorganizzano: cambiano quartiere, ma non spariscono.

Il modello da esportazione

Meloni lo dice esplicitamente: “Replicheremo Caivano a Rozzano, Orta Nova, Rosarno, San Ferdinando”. Il modello, però, più che esportabile è esportato mediaticamente. Come in un format, si promette decoro e bellezza. Ma il rischio, già oggi evidente, è che ci si fermi alla scenografia.

La povertà educativa che il decreto dice di combattere si misura con l’80% dei bambini del Parco Verde che non arrivano alla quinta elementare. Mancano educatori, manca un sistema di welfare, mancano scuole aperte, come denuncia la preside Eugenia Carfora. Manca, soprattutto, la voglia di ascoltare davvero chi quel territorio lo vive.

L’applausometro governativo

Nel racconto della premier, il successo è già certificato. “I cittadini avranno case degne di una nazione civile”, dice. Ma chi sono questi cittadini? E dove sono nei racconti ufficiali? L’intero intervento è costruito come un palcoscenico, con un copione blindato. Eppure, sei mesi dopo i primi blitz, Vita.it scriveva: “Qui è sempre peggio”. Il Post osservava che “al Parco Verde la situazione non è cambiata molto”.

La narrazione governativa è tutta centrata sulla “presenza forte dello Stato”. Ma le piazze di spaccio chiuse sono già pronte a riaprire. E la sicurezza promessa diventa repressione vissuta.

Oggi Meloni si prende l’ennesimo merito. Ma il conto lo pagano i bambini incarcerati, i genitori criminalizzati, i giovani esclusi dagli impianti sportivi, i quartieri lasciati fuori dalla “bellezza”. Caivano è diventato il laboratorio di un potere che costruisce consenso con la ruspa e si dimentica del cemento della giustizia sociale.

Il rischio non è solo di fallire. È che, mentre si racconta il miracolo, si consolidi una nuova ingiustizia. Più ordinata, più fotografabile, ma sempre ingiustizia.

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Francesca Fresch nel mirino dei clan a Cassino: quando indagare diventa un rischio di vita

Nella notte tra il 14 e il 15 maggio, a Cassino, l’auto della sostituta procuratrice Francesca Fresch è stata data alle fiamme sotto casa. Un gesto che va ben oltre l’intimidazione individuale: è un attacco diretto a una funzione dello Stato. La pm Fresch da tempo coordina indagini che mirano a disarticolare i meccanismi della criminalità organizzata nel Basso Lazio. Quelle indagini non si fermano più ai piccoli spacciatori, ma seguono i soldi, ricostruiscono le filiere, toccano i clan, colpiscono le economie sommerse che prosperano sotto gli occhi di tutti.

Una minaccia studiata per colpire lo Stato

Il rogo non è un episodio isolato. Nei due mesi precedenti, Cassino è stata teatro di una serie di atti intimidatori: una bomba carta in via Garigliano, colpi di pistola contro un’auto in sosta nel quartiere San Bartolomeo e un incendio doloso a una paninoteca in via del Carmine. Tutti episodi considerati collegati e propedeutici all’attacco alla magistrata. Una strategia criminale graduale, una pressione crescente, una verifica della tenuta dello Stato.

La reazione istituzionale, dopo giorni di silenzio, è arrivata: la Procura di Perugia ha assunto l’indagine, il prefetto di Frosinone ha convocato un Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Il sindaco Enzo Salera ha promesso l’assunzione di sei nuovi agenti di polizia municipale. L’Associazione Nazionale Magistrati ha denunciato “un altro preoccupante episodio in un clima di costante delegittimazione della magistratura”. Ma serve di più. Serve smettere di considerare Cassino una zona grigia, marginale, periferica. Perché i clan non la considerano tale.

Cassino, crocevia criminale tra Campania e Lazio

Cassino è da tempo una zona strategica per la criminalità organizzata. La sua posizione geografica – a cavallo tra il Casertano e il Frusinate – l’ha resa una naturale area di espansione per i clan camorristici. Storicamente è stata presidiata dal clan Bardellino, del gruppo casalese. La sua influenza si è fatta sentire nel mondo immobiliare, nel commercio, nei trasporti.

La mappatura criminale aggiornata segnala la presenza attiva di numerosi clan: i Casalesi, nelle loro articolazioni storiche e più recenti; i Licciardi, i Belforte (detti “i Mazzacane”), i Mazzarella, i Di Lauro e i Gionta. Tutti nomi che fanno tremare Napoli e che trovano terreno fertile anche nel Frusinate. Il clan Mallardo, con base a Giugliano, risulta operativo a sud della provincia. I Polverino, storici alleati del cartello di Secondigliano, hanno usato Cassino come rifugio per latitanti: un reggente del clan fu catturato in un casolare della zona.

Accanto ai gruppi camorristici si muovono anche realtà autoctone come il clan Spada-Morelli, gruppo rom stanziato a Cassino, già colpito nel 2022 da un sequestro di beni da 1,5 milioni di euro. Nella loro “Piazza zia Maria”, in via Arigni, si smerciavano dosi a tutte le ore. Nel 2019, un’operazione dei carabinieri portò all’arresto di undici persone per spaccio, usura, estorsione e intestazione fittizia di beni.

Non solo camorra: la criminalità straniera

Sul versante estero, si segnala la crescita della criminalità albanese, molto attiva nel traffico di cocaina e marijuana, ma anche nell’usura e nelle estorsioni. L’operazione “Action” della Dia, nel 2023, ha individuato un sodalizio italo-albanese con ramificazioni nel Frusinate. Ad aprile 2025, la polizia ha sequestrato 10 kg di cocaina purissima nascosti in un’auto diretta a Cassino. Il conducente era un cittadino albanese.

La criminalità organizzata a Cassino non è un corpo estraneo. È dentro il tessuto urbano, economico e perfino istituzionale. I clan gestiscono lo spaccio, controllano esercizi commerciali, entrano negli appalti pubblici, investono nel gioco d’azzardo e nel ciclo dei rifiuti. Le loro operazioni passano spesso per professionisti “puliti”, prestanome e aziende insospettabili.

Chi, come Francesca Fresch, ha deciso di colpire i flussi economici e i sistemi di potere criminale, ha infranto l’equilibrio. E la risposta, brutale, è arrivata. Bruciare l’auto a una pm è un gesto che non si improvvisa. È una dichiarazione di guerra. Ma soprattutto, è un test. La criminalità ha voluto vedere fin dove può spingersi senza trovare ostacoli. Ora tocca allo Stato dimostrare che a Cassino esiste ancora una linea che non si può superare.

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Altro che tregua a Gaza, il vero ostaggio è la verità

“Se Hamas liberasse gli ostaggi, la guerra finirebbe.” È la formula ripetuta come un mantra per offuscare il genocidio a Gaza. Ma cosa succede se a incrinare questa narrazione sono proprio le voci più autorevoli, quelle delle famiglie degli ostaggi israeliani?

“Il governo sceglie i territori, non i nostri cari”, denuncia il Forum delle Famiglie, puntando il dito contro il “Piano Smotrich-Netanyahu”: un progetto per conquistare Gaza che passa sopra le vite dei prigionieri. Einav Zangauker, madre dell’ostaggio Matan, accusa Netanyahu di voler “una guerra eterna, motivata politicamente” invece del ritorno dei rapiti. E mentre le truppe partono per il fronte, il governo pianifica nuovi insediamenti “sulle spalle dei nostri ostaggi”.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem è brutale: Israele ha scelto “di sacrificare gli ostaggi per portare avanti la guerra totale”. E i racconti degli ostaggi liberati confermano i timori. Na’ama Levy, ex prigioniera, racconta che i bombardamenti israeliani “l’hanno messa in pericolo più di ogni altra cosa”. Gil Dickmann, cugino di Carmel Gat uccisa in prigionia, è chiarissimo: “Ogni escalation mette a rischio altre vite”.

Nel frattempo, Netanyahu ha nominato a capo dello Shin Bet David Zini, uomo che ha definito il conflitto una “guerra per sempre” e si è detto contrario agli accordi per la liberazione degli ostaggi. Per le famiglie, questa nomina è un crimine deliberato.

Ascoltando chi ha figli ancora prigionieri, il dubbio diventa legittimo: ne sanno più i commentatori imbiancati delle famiglie? Se l’agenda del governo preferisse le macerie di Gaza alla vita dei propri cittadini?

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Italia fiera a braccetto con Orbàn nell’asse del disonore

Ci sono scelte e istanti in cui l’ambiguità si sveste da strategia e diventa complicità. Quando venti Paesi dell’Unione europea decidono di firmare una dichiarazione di condanna contro il divieto costituzionale del Pride imposto dal governo ungherese e l’Italia si chiama fuori, quel momento è arrivato. Giorgia Meloni, assente anche stavolta, ha fatto più rumore con la sua firma mancata che con mille discorsi sulla libertà.

Budapest ha iscritto il bando del Pride nella Costituzione, ha proibito ogni riferimento all’esistenza della comunità LGBTQ+ nelle scuole, e continua a invocare la “protezione dei minori” come scudo per normalizzare la censura. Sono gli stessi argomenti che circolano nei corridoi della destra italiana, dietro proposte di legge ammiccanti e nei discorsi pronunciati con il tono compiaciuto di chi pensa di interpretare il “sentire comune”.

Nel silenzio della Commissione europea, che una volta parlava di valori, oggi si muove almeno Berlino, che minaccia di usare “la linea dura” contro i sabotatori di ogni decisione condivisa. Ma il vero allarme è l’Italia, Paese fondatore dell’Unione, che ha smesso di essere garante dei diritti per diventare garante delle omertà.

Lo scivolamento è lento ma non sarà indolore. Quando i diritti vengono vietati per legge si è già con un piede nell’abisso. L’Italia puzza sempre di più di decreti e manganelli. È così che si finisce a braccetto con quelli come Orbán: per codardia o per affinità. E le due cose, nel tempo, si confondono.

Buon mercoledì. 

Una foto del Pride a Budapest nel 2017, foto wikipedia commons

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