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Caivano, l’ultimo spot di Meloni: ecco i numeri e l’eredità del decreto del governo

Giorgia Meloni torna a Caivano per annunciare, ancora una volta, che lo Stato ha vinto. Che “la legalità è stata riportata” e che “siamo solo all’inizio”. E lo fa come ormai è abitudine: in un videomessaggio ben montato, in cui rivendica la pubblicazione del bando da 130 milioni di euro per la riqualificazione del Parco Verde. “Abbiamo sgomberato, ora ricostruiamo”, dice. Ma l’operazione Caivano – che la premier promette di replicare in altri quartieri d’Italia – ha un impatto ben più ambiguo di quello che le sue parole lasciano intendere. Perché sotto la superficie delle inaugurazioni e dei cantieri ci sono numeri, decisioni normative e realtà sociali che raccontano un’altra storia: quella di un intervento che, più che un modello, rischia di essere un manifesto del populismo penale.

Decreto Caivano: più carcere che riscatto

Il “Decreto Caivano” (D.L. 123/2023) è stato presentato come una risposta dura alla criminalità giovanile e alla povertà educativa. Ma le misure introdotte raccontano altro: abbassamento delle soglie per le misure cautelari, estensione del Daspo ai quattordicenni, carcere possibile anche per lo spaccio di lieve entità. Risultato? Nel 2024 gli ingressi negli istituti penali minorili sono aumentati del 16,4%, con un incremento delle presenze del 48% rispetto al 2022. Antigone parla di un sovraffollamento diffuso e di un sistema che punisce prima di comprendere.

Il nuovo reato penale per l’evasione scolastica colpisce famiglie già ai margini. La norma – reclusione fino a due anni per i genitori -trasforma la povertà in reato. I dati sulla dispersione scolastica a Caivano, quelli veri, ancora non ci sono. Si sbandierano cali in altre province campane, ma l’effetto reale del decreto resta privo di conferme numeriche.

Una riqualificazione per pochi

Anche sul versante infrastrutturale, il fiore all’occhiello dell’operazione – la riqualificazione del centro sportivo Delphinia, oggi “Parco Pino Daniele” – è tutt’altro che inclusivo. Le Fiamme Oro, che gestiscono la struttura, controllano 41 delle 44 attività offerte. Ai cittadini restano briciole. Le associazioni sportive locali sono state escluse. I costi, per molte famiglie, sono proibitivi.

Oggi arriva l’annuncio del nuovo bando: 130 milioni, interamente finanziati da privati, per rimettere a nuovo 750 alloggi popolari, strade e aree verdi. Ma l’assenza di un piano di gestione sociale condiviso con il territorio alimenta il timore che si stia costruendo una vetrina, non una comunità. E nel frattempo, secondo la Dia, i clan si riorganizzano: cambiano quartiere, ma non spariscono.

Il modello da esportazione

Meloni lo dice esplicitamente: “Replicheremo Caivano a Rozzano, Orta Nova, Rosarno, San Ferdinando”. Il modello, però, più che esportabile è esportato mediaticamente. Come in un format, si promette decoro e bellezza. Ma il rischio, già oggi evidente, è che ci si fermi alla scenografia.

La povertà educativa che il decreto dice di combattere si misura con l’80% dei bambini del Parco Verde che non arrivano alla quinta elementare. Mancano educatori, manca un sistema di welfare, mancano scuole aperte, come denuncia la preside Eugenia Carfora. Manca, soprattutto, la voglia di ascoltare davvero chi quel territorio lo vive.

L’applausometro governativo

Nel racconto della premier, il successo è già certificato. “I cittadini avranno case degne di una nazione civile”, dice. Ma chi sono questi cittadini? E dove sono nei racconti ufficiali? L’intero intervento è costruito come un palcoscenico, con un copione blindato. Eppure, sei mesi dopo i primi blitz, Vita.it scriveva: “Qui è sempre peggio”. Il Post osservava che “al Parco Verde la situazione non è cambiata molto”.

La narrazione governativa è tutta centrata sulla “presenza forte dello Stato”. Ma le piazze di spaccio chiuse sono già pronte a riaprire. E la sicurezza promessa diventa repressione vissuta.

Oggi Meloni si prende l’ennesimo merito. Ma il conto lo pagano i bambini incarcerati, i genitori criminalizzati, i giovani esclusi dagli impianti sportivi, i quartieri lasciati fuori dalla “bellezza”. Caivano è diventato il laboratorio di un potere che costruisce consenso con la ruspa e si dimentica del cemento della giustizia sociale.

Il rischio non è solo di fallire. È che, mentre si racconta il miracolo, si consolidi una nuova ingiustizia. Più ordinata, più fotografabile, ma sempre ingiustizia.

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Francesca Fresch nel mirino dei clan a Cassino: quando indagare diventa un rischio di vita

Nella notte tra il 14 e il 15 maggio, a Cassino, l’auto della sostituta procuratrice Francesca Fresch è stata data alle fiamme sotto casa. Un gesto che va ben oltre l’intimidazione individuale: è un attacco diretto a una funzione dello Stato. La pm Fresch da tempo coordina indagini che mirano a disarticolare i meccanismi della criminalità organizzata nel Basso Lazio. Quelle indagini non si fermano più ai piccoli spacciatori, ma seguono i soldi, ricostruiscono le filiere, toccano i clan, colpiscono le economie sommerse che prosperano sotto gli occhi di tutti.

Una minaccia studiata per colpire lo Stato

Il rogo non è un episodio isolato. Nei due mesi precedenti, Cassino è stata teatro di una serie di atti intimidatori: una bomba carta in via Garigliano, colpi di pistola contro un’auto in sosta nel quartiere San Bartolomeo e un incendio doloso a una paninoteca in via del Carmine. Tutti episodi considerati collegati e propedeutici all’attacco alla magistrata. Una strategia criminale graduale, una pressione crescente, una verifica della tenuta dello Stato.

La reazione istituzionale, dopo giorni di silenzio, è arrivata: la Procura di Perugia ha assunto l’indagine, il prefetto di Frosinone ha convocato un Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Il sindaco Enzo Salera ha promesso l’assunzione di sei nuovi agenti di polizia municipale. L’Associazione Nazionale Magistrati ha denunciato “un altro preoccupante episodio in un clima di costante delegittimazione della magistratura”. Ma serve di più. Serve smettere di considerare Cassino una zona grigia, marginale, periferica. Perché i clan non la considerano tale.

Cassino, crocevia criminale tra Campania e Lazio

Cassino è da tempo una zona strategica per la criminalità organizzata. La sua posizione geografica – a cavallo tra il Casertano e il Frusinate – l’ha resa una naturale area di espansione per i clan camorristici. Storicamente è stata presidiata dal clan Bardellino, del gruppo casalese. La sua influenza si è fatta sentire nel mondo immobiliare, nel commercio, nei trasporti.

La mappatura criminale aggiornata segnala la presenza attiva di numerosi clan: i Casalesi, nelle loro articolazioni storiche e più recenti; i Licciardi, i Belforte (detti “i Mazzacane”), i Mazzarella, i Di Lauro e i Gionta. Tutti nomi che fanno tremare Napoli e che trovano terreno fertile anche nel Frusinate. Il clan Mallardo, con base a Giugliano, risulta operativo a sud della provincia. I Polverino, storici alleati del cartello di Secondigliano, hanno usato Cassino come rifugio per latitanti: un reggente del clan fu catturato in un casolare della zona.

Accanto ai gruppi camorristici si muovono anche realtà autoctone come il clan Spada-Morelli, gruppo rom stanziato a Cassino, già colpito nel 2022 da un sequestro di beni da 1,5 milioni di euro. Nella loro “Piazza zia Maria”, in via Arigni, si smerciavano dosi a tutte le ore. Nel 2019, un’operazione dei carabinieri portò all’arresto di undici persone per spaccio, usura, estorsione e intestazione fittizia di beni.

Non solo camorra: la criminalità straniera

Sul versante estero, si segnala la crescita della criminalità albanese, molto attiva nel traffico di cocaina e marijuana, ma anche nell’usura e nelle estorsioni. L’operazione “Action” della Dia, nel 2023, ha individuato un sodalizio italo-albanese con ramificazioni nel Frusinate. Ad aprile 2025, la polizia ha sequestrato 10 kg di cocaina purissima nascosti in un’auto diretta a Cassino. Il conducente era un cittadino albanese.

La criminalità organizzata a Cassino non è un corpo estraneo. È dentro il tessuto urbano, economico e perfino istituzionale. I clan gestiscono lo spaccio, controllano esercizi commerciali, entrano negli appalti pubblici, investono nel gioco d’azzardo e nel ciclo dei rifiuti. Le loro operazioni passano spesso per professionisti “puliti”, prestanome e aziende insospettabili.

Chi, come Francesca Fresch, ha deciso di colpire i flussi economici e i sistemi di potere criminale, ha infranto l’equilibrio. E la risposta, brutale, è arrivata. Bruciare l’auto a una pm è un gesto che non si improvvisa. È una dichiarazione di guerra. Ma soprattutto, è un test. La criminalità ha voluto vedere fin dove può spingersi senza trovare ostacoli. Ora tocca allo Stato dimostrare che a Cassino esiste ancora una linea che non si può superare.

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Altro che tregua a Gaza, il vero ostaggio è la verità

“Se Hamas liberasse gli ostaggi, la guerra finirebbe.” È la formula ripetuta come un mantra per offuscare il genocidio a Gaza. Ma cosa succede se a incrinare questa narrazione sono proprio le voci più autorevoli, quelle delle famiglie degli ostaggi israeliani?

“Il governo sceglie i territori, non i nostri cari”, denuncia il Forum delle Famiglie, puntando il dito contro il “Piano Smotrich-Netanyahu”: un progetto per conquistare Gaza che passa sopra le vite dei prigionieri. Einav Zangauker, madre dell’ostaggio Matan, accusa Netanyahu di voler “una guerra eterna, motivata politicamente” invece del ritorno dei rapiti. E mentre le truppe partono per il fronte, il governo pianifica nuovi insediamenti “sulle spalle dei nostri ostaggi”.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem è brutale: Israele ha scelto “di sacrificare gli ostaggi per portare avanti la guerra totale”. E i racconti degli ostaggi liberati confermano i timori. Na’ama Levy, ex prigioniera, racconta che i bombardamenti israeliani “l’hanno messa in pericolo più di ogni altra cosa”. Gil Dickmann, cugino di Carmel Gat uccisa in prigionia, è chiarissimo: “Ogni escalation mette a rischio altre vite”.

Nel frattempo, Netanyahu ha nominato a capo dello Shin Bet David Zini, uomo che ha definito il conflitto una “guerra per sempre” e si è detto contrario agli accordi per la liberazione degli ostaggi. Per le famiglie, questa nomina è un crimine deliberato.

Ascoltando chi ha figli ancora prigionieri, il dubbio diventa legittimo: ne sanno più i commentatori imbiancati delle famiglie? Se l’agenda del governo preferisse le macerie di Gaza alla vita dei propri cittadini?

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Italia fiera a braccetto con Orbàn nell’asse del disonore

Ci sono scelte e istanti in cui l’ambiguità si sveste da strategia e diventa complicità. Quando venti Paesi dell’Unione europea decidono di firmare una dichiarazione di condanna contro il divieto costituzionale del Pride imposto dal governo ungherese e l’Italia si chiama fuori, quel momento è arrivato. Giorgia Meloni, assente anche stavolta, ha fatto più rumore con la sua firma mancata che con mille discorsi sulla libertà.

Budapest ha iscritto il bando del Pride nella Costituzione, ha proibito ogni riferimento all’esistenza della comunità LGBTQ+ nelle scuole, e continua a invocare la “protezione dei minori” come scudo per normalizzare la censura. Sono gli stessi argomenti che circolano nei corridoi della destra italiana, dietro proposte di legge ammiccanti e nei discorsi pronunciati con il tono compiaciuto di chi pensa di interpretare il “sentire comune”.

Nel silenzio della Commissione europea, che una volta parlava di valori, oggi si muove almeno Berlino, che minaccia di usare “la linea dura” contro i sabotatori di ogni decisione condivisa. Ma il vero allarme è l’Italia, Paese fondatore dell’Unione, che ha smesso di essere garante dei diritti per diventare garante delle omertà.

Lo scivolamento è lento ma non sarà indolore. Quando i diritti vengono vietati per legge si è già con un piede nell’abisso. L’Italia puzza sempre di più di decreti e manganelli. È così che si finisce a braccetto con quelli come Orbán: per codardia o per affinità. E le due cose, nel tempo, si confondono.

Buon mercoledì. 

Una foto del Pride a Budapest nel 2017, foto wikipedia commons

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Falcone, la memoria a orologeria: Palermo e le crepe dell’antimafia

Ogni 23 maggio l’Italia si raccoglie sotto l’Albero Falcone, a Palermo, per commemorare il giudice ucciso dalla mafia. Ma quest’anno, a 33 anni dalla strage di Capaci, quel minuto di silenzio – che dovrebbe unire – ha spaccato tutto. L’orologio segnava le 17:48 quando è stato suonato il silenzio. Dieci minuti prima dell’ora esatta dell’attentato. Un anticipo che è sembrato una cerniera chiusa in faccia a chi, come migliaia di studenti e associazioni, stava arrivando per esserci davvero.

Una scelta che non è stata spiegata. Ufficialmente un errore, forse per motivi di ordine pubblico. Ma i manifestanti, rimasti fuori dalla coreografia istituzionale, hanno sentito tutta l’amarezza di un’esclusione deliberata. “Non volevano il confronto”, ha detto Jamil El Sadi di Our Voice. “Un’offesa alle vittime”, ha aggiunto un giovane della Cgil.

Il sospetto che tutto fosse stato calcolato per evitare proteste ha preso corpo tra le urla di “Vergogna!”, “Giù le mani da Falcone!”, “Basta passerelle!”.

L’equivoco che non convince nessuno

Pietro Grasso, ex presidente del Senato e volto simbolo dell’antimafia istituzionale, ha parlato di un “grande equivoco”. “Mi hanno fatto iniziare prima perché pensavano che il corteo fosse già arrivato”, ha detto. La Fondazione Falcone ha definito tutto una “papera”, un termine che, nelle intenzioni, voleva essere un riferimento affettuoso alla nota collezione di papere del giudice Giovanni Falcone, oggi esposta nel Museo del Presente. Ma la leggerezza semantica ha solo aumentato la rabbia.

Perché a Palermo, quando si tratta di memoria, le parole sono pietre. E quella commemorazione spezzata è diventata il simbolo di una distanza che si allarga da anni: tra pezzi diversi del frantumato mondo dell’antimafia che non è certo in buona salute. 

Due antimafie, un solo silenzio tradito

Salvatore Borsellino ha parlato di “tranello”. Leoluca Orlando, con parole pesanti, ha ricordato che “in trentadue anni non era mai successo”. La Cgil ha denunciato una “distinzione tra antimafia celebrativa e quella popolare, che chiede anche diritti”.

C’era chi voleva ricordare Falcone e si è trovato davanti un palco smontato. Chi voleva tacere per onorare le vittime e si è sentito respinto da un cerimoniale chiuso, sbrigativo, blindato. “Hanno tolto ai palermitani il loro minuto”, ha detto Roberta Gatani della Casa di Paolo.

I cittadini, arrivati alle 17:58 con i figli per stringersi sotto il Ficus di via Notarbartolo, hanno trovato solo i resti della cerimonia. “Siamo qui per ricordare e non siamo stati accolti. Questa è una sconfitta”, ha raccontato una giovane partecipante ai microfoni di LiveSicilia. E non aveva torto.

Le radici profonde di una divisione

Non è la prima volta. Nel 2023 la polizia manganellava i cortei studenteschi. Nel 2019 Claudio Fava disertava per protesta contro la presenza di Salvini. Ogni anno, sotto l’Albero Falcone, si replica la stessa scena: da una parte le autorità, dall’altra chi chiede verità. Eppure Giovanni Falcone fu isolato, osteggiato, deriso. La sua memoria, oggi, rischia di subire lo stesso destino: essere usata come ornamento da chi ha paura delle sue verità.

La memoria “non è un cronometro”, ha detto Maria Falcone. Ma per chi lotta ancora, quel minuto esatto è tutto: è il momento in cui la Storia si ferma, si guarda in faccia, e si prende la responsabilità di scegliere da che parte stare.

La riforma della giustizia che smonta la memoria

Ed è proprio questo il punto: mentre si discute di un anticipo di dieci minuti, il governo lavora per demolire l’edificio di giustizia costruito anche sul sangue di Falcone. Dalla separazione delle carriere alla compressione dell’autonomia della magistratura, l’offensiva in corso non è meno pericolosa delle bombe di Capaci.

Si celebra chi ha combattuto la mafia mentre si smontano gli strumenti per combatterla. Si tace alle 17:48, mentre la giustizia muore ogni giorno alle 17:59.

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L’ipocrisia dietro gli aiuti umanitari per Gaza, si dimette il coordinatore Wood

Jake Wood, ex marine statunitense e fondatore di Team Rubicon, si è dimesso dalla guida della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) dopo appena due mesi di incarico. La sua motivazione è un’accusa formale, precisa e pesante: è impossibile attuare il piano di aiuti “rispettando i principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”. Tradotto: la GHF non è un ente umanitario, è un’operazione politica mascherata. Nata a febbraio con l’appoggio esplicito di Israele e Stati Uniti, la GHF doveva distribuire aiuti a Gaza “aggirando Hamas”, ma di fatto ha aggirato anche le agenzie ONU, in primis l’UNRWA, bollata da tempo da Israele come nemica. Il risultato? Un progetto che fin dalla nascita era strutturalmente compromesso: niente indipendenza, niente neutralità. Solo un nuovo braccio armato della geopolitica. 

Il peso del contesto

Le dimissioni arrivano mentre a Gaza si consuma una delle peggiori catastrofi umanitarie del nostro tempo: oltre un milione di persone in emergenza alimentare, 470.000 in carestia conclamata. La farina costa il 3000% in più rispetto al pre-conflitto. Più di 53.000 morti e 1,9 milioni di sfollati. In questo scenario, la GHF prometteva “efficienza e sicurezza” nella consegna degli aiuti. In realtà, proponeva quattro soli “siti sicuri” nel sud della Striscia, tutti militarizzati, gestiti da contractor americani, sorvegliati da Israele. Il contrario dell’aiuto: un filtro. Una gabbia.

Una trappola progettata

Wood era stato scelto proprio per la sua esperienza nelle operazioni umanitarie e per la sua reputazione. Il suo nome serviva a costruire la credibilità dell’operazione. Ma non è bastato. Di fronte alla realtà – niente accesso al nord, niente trasparenza sui fondi, sospetti di utilizzo di tecnologie biometriche per il riconoscimento dei beneficiari – Wood ha scelto di non prestarsi. Ha chiesto garanzie, ha provato ad aprire siti anche nel nord. Gli è stato risposto con il silenzio o con minacce implicite. L’ha detto chiaramente: “Non farò parte di nulla che dislochi forzatamente la popolazione palestinese”. Ma era esattamente ciò che la GHF, secondo numerosi osservatori internazionali, stava facendo. O peggio: era progettata per farlo.

La seconda Nakba in formato container

Philippe Lazzarini, commissario dell’Unrwa, ha definito la GHF “uno strumento di sfollamento forzato”, possibile “crimine di guerra”, preludio a “una seconda Nakba”. L’accusa non è isolata. Alex de Waal ha parlato di “umanitarismo di sorveglianza”: aiuti selettivi, distribuiti solo a chi supera lo screening israeliano. La società civile palestinese ha parlato apertamente di “pulizia etnica”. Il Fronte Democratico ha denunciato il piano come funzionale all’espulsione di massa. E in effetti, mentre la GHF nasceva, Netanyahu annunciava che gli aiuti sarebbero stati limitati a “una piccola area sicura nel sud”, mentre il ministro Katz evocava apertamente la “ripulitura” di Gaza.

Un progetto irriformabile

Le dimissioni di Wood sono un gesto tecnico solo in apparenza. In realtà sono una denuncia implicita, ma clamorosa. La sua rinuncia a guidare l’operazione rivela ciò che la diplomazia finge di non vedere: il piano della GHF era – ed è – irredimibile. Non è un incidente di percorso, è un progetto fallito per come è stato concepito. Troppo politicizzato, troppo compromesso, troppo funzionale a una strategia militare. E soprattutto: troppo lontano dai principi dell’aiuto umanitario.

Ipocrisia in uniforme

Il board della GHF ha risposto con parole sprezzanti: ha accusato “chi difende lo status quo” di boicottare “soluzioni creative”. Ha ribadito che i camion partiranno comunque. Ma non ha detto nulla sulle critiche di principio. Non ha fornito una sola garanzia di indipendenza. Non ha nemmeno aperto un’inchiesta interna. Ecco la verità: senza Wood, la GHF è rimasta nuda, senza la foglia di fico che doveva coprire l’inganno. Ora è solo un contenitore di potere geopolitico travestito da aiuto. E le successive dimissioni del capo delle operazioni, David Burke, sono lì a dimostrarlo.

Domande che restano

Se un’organizzazione costruita con appoggi così potenti – Israele, Stati Uniti, capitali privati – e guidata da un professionista esperto come Jake Wood, implode in due mesi, è legittimo chiedersi quanto fosse davvero “umanitaria” fin dall’inizio. E se l’operazione serviva più a spostare i palestinesi che a sfamarli. Se i “cluster di distribuzione” erano in realtà zone di concentramento. Se il controllo degli aiuti era solo un’altra forma di controllo della popolazione. La GHF doveva essere l’alternativa all’Onu. È diventata l’alternativa all’umanità. E le dimissioni di Wood lo hanno sancito nero su bianco.

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Meloni festeggia il record dell’export italiano: ma il merito è dell’eredità del passato

Giorgia Meloni ha trovato una nuova vetrina da cui affacciarsi: l’export. Dopo i salari, la natalità, la sicurezza e il Pnrr, tocca ora al commercio estero diventare terreno di propaganda. Il partito della premier ha infatti pubblicato un carosello Instagram in cui si attribuisce il merito di aver “rilanciato il Made in Italy” e fatto “volare” le esportazioni italiane. Ma come spesso accade quando il marketing incrocia i dati, il racconto zoppica. E anche stavolta cade rovinosamente. A metterlo nero su bianco è Pagella Politica, che ha analizzato numeri, grafici e cronologie. E la narrazione meloniana non ne esce per niente bene.

Numeri veri, verità adattata

La strategia di Fratelli d’Italia è raffinata: i numeri citati sono formalmente esatti, ma manipolati nel contesto. Secondo il partito, l’export italiano è cresciuto del 30% tra il 2019 e il 2024, molto più di Francia (+16,1%) e Germania (+16,9%). Inoltre, si rivendica il ritorno a un saldo commerciale positivo: +34 miliardi nel 2023, +55 nel 2024. Ma nessuna di queste affermazioni dimostra un’efficacia del governo Meloni quando viene confrontata con la cronologia dei fatti.

La crescita era già avvenuta

L’Istat, che quei numeri li elabora, racconta una storia diversa. Il boom dell’export italiano si è concentrato tra il 2021 e il 2022. Quando Meloni era ancora all’opposizione. Il governo di destra si è insediato solo il 22 ottobre 2022, e ha quindi inciso marginalmente su quell’anno. Dal 2023 in poi, le esportazioni si sono stabilizzate e nel 2024 sono addirittura calate leggermente. Tradotto: l’aumento del 30% è tutto ereditato. Il contributo del governo Meloni all’export è vicino allo zero.

E non basta. Fratelli d’Italia si guarda bene dal citare il dato spagnolo: tra il 2019 e il 2024, l’export della Spagna è cresciuto del 31,4%, cioè più dell’Italia. Ma è difficile incensarsi come “eccezione europea” se altri fanno meglio.

Saldo commerciale: la verità del “ritorno in positivo”

C’è poi il saldo commerciale, cioè la differenza tra esportazioni e importazioni. È vero che nel 2023 e nel 2024 è tornato positivo. Ma perché? Perché sono crollate le importazioni, non perché sia “volato” l’export. Un dettaglio che Fratelli d’Italia evita di menzionare. Ancora: il saldo commerciale del 2024 è inferiore a quello del 2019. E il rapporto saldo/interscambio è peggiorato: si è passati dal 6,2% del 2019 al 4,6% del 2024. Dati Istat, non opinioni.

L’Italia, in altre parole, ha sì esportato, ma ha importato molto meno. È il segno di un rallentamento economico, non di una ripresa. E quando Meloni si prende il merito di questi numeri, sta raccontando una realtà rovesciata.

La propaganda di governo come metodo

Siamo in un metodo comunicativo ormai strutturato. Si prendono dati isolati, li si strappa dal contesto, si costruisce una narrazione eroica e autocelebrativa. I destinatari sono i social, dove un’infografica non ha l’inconveniente delle domande di una conferenza stampa. Vale per l’export, ma vale anche per l’inflazione, la disoccupazione, l’occupazione femminile e la sanità.

Ma l’economia di un Paese è una macchina complessa, fatta di variabili globali, cicli economici, scambi multilaterali e politiche industriali stratificate. Pensare che un governo in carica da due anni e mezzo possa cambiare le traiettorie di cinque anni di export è propaganda. Raccontarlo come fosse vero, è ingannevole.

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Nordio, Alberto Stasi e il gossip giudiziario come anestetico per le riforme

Il delitto di Garlasco è diventato il pretesto perfetto per Carlo Nordio. Un ministro della Giustizia che, pur avendo giurato fedeltà alla Costituzione, piccona ogni volta che può la giustizia italiana con la grazia di chi non cerca soluzioni, ma vendette ideologiche. Stavolta, nel salotto televisivo buono, ha definito “irragionevole” la condanna di Alberto Stasi. Non per discutere una sentenza — che non compete a un ministro — ma per colpire l’intero impianto giuridico del Paese. Il messaggio è chiaro: se anche un solo giudice ha assolto, allora nessuno dovrebbe mai più poter condannare. Così si costruisce l’impunità sistematica.

Nel frattempo, Forza Italia sfila accanto con la solita ossessione per i trojan, accusando i magistrati di violare la privacy, mentre lavora a silenziare anche gli strumenti d’indagine. Un’agenda coerente: meno poteri a chi indaga, più alibi per chi può permettersi difese costose e l’intercessione politica.

Ma a scandalizzare è anche l’inerzia complice di certi giornali, inchiodati alla cronaca giudiziaria come fosse gossip d’appendice. La giustizia trasformata in feuilleton, i processi ridotti a fiction, le sentenze giudicate in base all’audience.

In questa deriva, il caso Garlasco non è un mistero da risolvere. È diventato l’alibi perfetto per una giustizia in cui si processano i processi. Se nessuno è sicuramente colpevole allora la credibilità stessa della giustizia è in discussione. E se nessuno si indigna, è perché l’informazione preferisce l’intrigo al principio.

Buon martedì 

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Stasi e il gossip giudiziario come anestetico per le riforme

Il delitto di Garlasco è diventato il pretesto perfetto per Carlo Nordio. Un ministro della Giustizia che, pur avendo giurato fedeltà alla Costituzione, piccona ogni volta che può la giustizia italiana con la grazia di chi non cerca soluzioni, ma vendette ideologiche. Stavolta, nel salotto televisivo buono, ha definito “irragionevole” la condanna di Alberto Stasi. Non per discutere una sentenza — che non compete a un ministro — ma per colpire l’intero impianto giuridico del Paese. Il messaggio è chiaro: se anche un solo giudice ha assolto, allora nessuno dovrebbe mai più poter condannare. Così si costruisce l’impunità sistematica.

Nel frattempo, Forza Italia sfila accanto con la solita ossessione per i trojan, accusando i magistrati di violare la privacy, mentre lavora a silenziare anche gli strumenti d’indagine. Un’agenda coerente: meno poteri a chi indaga, più alibi per chi può permettersi difese costose e l’intercessione politica.

Ma a scandalizzare è anche l’inerzia complice di certi giornali, inchiodati alla cronaca giudiziaria come fosse gossip d’appendice. La giustizia trasformata in feuilleton, i processi ridotti a fiction, le sentenze giudicate in base all’audience.

In questa deriva, il caso Garlasco non è un mistero da risolvere. È diventato l’alibi perfetto per una giustizia in cui si processano i processi. Se nessuno è sicuramente colpevole allora la credibilità stessa della giustizia è in discussione. E se nessuno si indigna, è perché l’informazione preferisce l’intrigo al principio.

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Per Gaza non basta sfilare, serve un’azione politica

Non sono le fiamme che ardono vivi i bambini di Gaza a smuovere improvvisamente la stampa e, ora, la politica. Non è la coscienza a tirare i fili: è il consenso. La politica è un animale molto più stupido di quanto sembri. Vira quando annusa la possibilità di perdere voti, ritrova la parola quando la vergogna ha già macchiato le sue azioni e le sue omissioni.

La notizia rilanciata dai quotidiani cosiddetti progressisti di una “grande manifestazione” del centrosinistra per fermare il genocidio che si consuma a Gaza è il ravvedimento tardivo nel tentativo di recuperare posizioni. La politica si muove dopo che i giornalisti si sono vergognati di aver contribuito al silenzio intorno all’eccidio. Ben venga, dice qualcuno, che si muovano anche se tardi. Ben venga, verrebbe da dire, che ora non siano più antisemiti coloro che pretendevano e pretendono reazioni contro il governo di Netanyahu, che sotto gli occhi del mondo si è trasformato in un laboratorio di distruzione.

Manifestare, però, non è abbastanza. Le voci e le bandiere sono roba dei cittadini, che da mesi subiscono la censura sbirresca messa in atto dal governo. Nel centrosinistra italiano c’è il Partito Democratico, che a Bruxelles è una gamba importante del sostegno a Ursula von der Leyen. Obbligare fin da subito questa Commissione europea, che tuona contro il ricercato internazionale Putin ma tace sul ricercato internazionale Netanyahu, è un passo necessario, da compiere immediatamente.

Mettere con le spalle al muro il governo italiano, che continua a fare affari militari con Israele, senza paura, è un’azione politica da portare in Parlamento già domani. Sanzionare e interrompere ogni relazione con il governo israeliano è ciò che spetta alla politica. Non basta sfilare.

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