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Non è un Paese, è una fabbrica di poveri

C’è un Paese dove lavori e resti povero. Dove sei utile finché produci, ma invisibile quando chiedi diritti. È l’Italia del 2025, dove oltre sei milioni di persone, pur lavorando, non arrivano a mille euro al mese. Dove quasi undici milioni di lavoratori guadagnano meno di 25 mila euro lordi l’anno. È un’Italia che ha smesso di garantire, che ha reso il lavoro una scommessa quotidiana. E la perdita è sempre dello stesso giocatore.

L’83,5% dei rapporti di lavoro cessati nel 2023 è durato meno di un anno. Uno su due meno di novanta giorni. La precarietà non è una deriva: è la regola. È costruita con metodo, alimentata da contratti a termine, part-time obbligati, qualifiche basse e ricatti salariali. È un’architettura sociale in cui il lavoro non libera, ma incatena.

Questo modello è stato venduto come modernità. È solo un capitalismo che si nutre di disuguaglianza, che scarica i rischi su chi lavora e protegge solo chi incassa. E quando l’inflazione morde, quando il carrello della spesa pesa come un affitto, ci si sente dire che serve “flessibilità”. Flessibilità, cioè disponibilità a rinunciare a tutto: tempo, stabilità, diritti, salute.

I referendum dell’8 e 9 giugno sono un’occasione storica. Non per correggere qualche stortura, ma per mettere in discussione l’impostazione stessa del lavoro in Italia. Sì per chi non ha voce nei talk show. Per chi si alza all’alba e torna quando i figli dormono. Per chi ha visto il futuro ridotto a un contratto di tre mesi. Un sì collettivo, necessario, radicale. Un no secco a chi ha trasformato il lavoro in povertà a norma di legge.

Buon lunedì.

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Von der Leyen, Meloni e gli sgherri del massacro

L’ex Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell, ha frantumato il muro di ipocrisia europeo sui morti di Gaza. “Se credete che il bilancio delle vittime sia troppo alto, forse dovreste fornire meno armi per evitare che così tante persone vengano uccise”, ha detto Borrell.

Il 50% delle bombe che cadono sulle teste dei bambini a Gaza è spedito dall’Unione Europea. Il 30% arriva dall’Italia. Sono numeri di Borrell, mica di Hamas. Sono gli stessi concetti che quindici mesi e trentamila morti fa sollevarono Madrid e Dublino. I governi di Spagna e Irlanda, per voce dei rispettivi ministri degli Esteri, avevano chiesto formalmente alla Commissione Europea di rivedere l’accordo di associazione tra l’Unione Europea e Israele, sostenendo che Israele stesse violando l’articolo 2 dell’accordo, che obbliga le parti a rispettare i diritti umani e i principi democratici.

Il sangue che si versa quotidianamente a Gaza ha le impronte della Commissione von der Leyen e del governo italiano. Per questo, ora che l’indifferenza non è più possibile — vista l’ondata emotiva (e tardiva) — spuntano sgherri che provano a sotterrare la realtà. Rula Jebreal, dopo avere incrociato Italo Bocchino, li chiama “arrampicatori di specchi e rimestatori nel torbido”, che “si affannano per cercare di chiudere gli occhi al mondo”. Sono sgherri che si affannano per rendere potabile l’indicibile. E ne risponderanno anche loro, insieme ai governi, di fronte alla storia.

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La resistenza di Noor, moglie dell’attivista pro-Pal arrestato a New York – Lettera43

Da quando i federali glielo hanno portato via, la dottoressa non si arrende. Ha partorito, partecipa a conferenze, continua a marciare e a denunciare. E soprattutto non ha concesso al trauma il potere di chiuderla nel privato. Chi vuole capire cosa significa essere donna, madre, cittadina in un’America che reprime il dissenso, non può che partire da lei.

La resistenza di Noor, moglie dell’attivista pro-Pal arrestato a New York

Mahmoud Khalil è stato arrestato a New York l’8 marzo scorso, subito dopo l’iftar, il pasto che interrompe il digiuno quotidiano nel mese del Ramadan. Gli agenti federali lo hanno immobilizzato, ignorando la green card esibita. Hanno portato via Mahmoud davanti alla moglie Noor, visibilmente incinta. Il dato è certo: nessun crimine, nessun provvedimento ufficiale a suo carico. Il calendario segna Ramadan, e la tempistica dell’intervento appare chirurgica, pensata per infliggere uno shock profondo.

La resistenza di Noor, moglie dell'attivista pro-Pal arrestato a New York
Una manifestazione per la liberazione di Mahmoud Khalil (Ansa).

La mobilitazione di Noor dopo l’arresto del marito attivista

Da quel momento è iniziata la mobilitazione. Noor ha reagito con metodo: ha contattato l’avvocata Amy Greer, raccolto informazioni, cercato visibilità, interrogato il sistema. Si è mossa nel cuore dell’apparato federale senza timore reverenziale. La macchina repressiva, per come si è presentata, ha ignorato persino le sue stesse regole. Dai giorni successivi l’arresto, Noor è diventata una presenza stabile nei tribunali. Partecipa, si espone, rilascia dichiarazioni. Chi la osserva registra un dettaglio cruciale: parla in prima persona, non delega ad altri il racconto. Denuncia la detenzione come atto politico, costruito per reprimere l’attivismo pro-palestinese del marito. Mahmoud, figura riconosciuta nel campus della Columbia, era stato mediatore nelle proteste. La sua esposizione aveva un costo. Noor lo dice chiaramente. E quando l’Ice ha rifiutato la richiesta di rilascio temporaneo per assistere alla nascita del figlio, Noor ha dichiarato: «Hanno deciso di farci soffrire». Una dichiarazione senza giri di parole.

Noor ha partorito il 21 aprile all’ospedale Lenox Hill. Al suo fianco solo la madre, arrivata in volo dal Michigan. Il sistema carcerario ha deciso di non consentire a Mahmoud di esserci. La brutalità amministrativa si è consumata in una sala parto, mentre Noor stringeva un neonato e rilasciava dichiarazioni alla stampa. È stato l’inizio della seconda fase: la vita quotidiana senza il marito, il figlio da crescere, le istanze legali da seguire. Noor allatta, partecipa a conferenze, continua a marciare. Gestisce due fronti, con la stessa precisione con cui esercitava la professione medica. Non concede al trauma il potere di chiuderla nel privato.

La resistenza di Noor, moglie dell'attivista pro-Pal arrestato a New York
Noor Abdalla, moglie di Mahmoud Khalil (Ansa).

La lettera-manifesto: «Trasmetteremo la nostra forza ai figli dei nostri figli»

La lettera che Noor pubblica l’8 aprile su Vox Populi Sphere ha la forza di un documento programmatico. Si rivolge a Mahmoud, lo loda, riafferma la loro causa. Ma parla a un pubblico ben più vasto. «Trasmetteremo la nostra forza ai figli dei nostri figli», scrive. Ogni riga è una confutazione all’idea che questa vicenda possa essere isolata o privata. Nel testo c’è amore, ma anche strategia. Non cede alla tentazione del dolore sterile. Trasforma la lontananza in materia politica. Non solo denuncia l’arresto. Costruisce una memoria. A maggio, durante la cerimonia alternativa della piattaforma “People’s University for Palestine”, Noor ha preso in braccio il figlio Deen ricevendo il diploma di Mahmoud. È il suo corpo che sostituisce l’assente, è la sua voce che legge il messaggio del marito. Le parole sono rivolte a chi ha abbandonato: «La Columbia ci ha deluso». Noor non cerca il risarcimento simbolico. Pretende che la storia venga letta nella sua interezza. La sua presenza su quel palco rende evidente una verità: quando le istituzioni rimuovono la voce degli attivisti, altri si alzano per farsene carico.

La resistenza di Noor, moglie dell'attivista pro-Pal arrestato a New York
Noor riceve il diploma in nome di Khalil.

La battaglia quotidiana per imporre una contro-narrazione

Noor oggi cammina ogni giorno per New York con il piccolo Deen. Cerca una routine che protegga suo figlio, ma anche una presenza visibile. Chi la incrocia vede una madre che non si nasconde. Non è la messa in scena del dolore. È la gestione politica di una assenza forzata. Nelle sue dichiarazioni giurate parla della settimana dopo l’arresto come della più dura della sua vita. «Mi sentivo privata della mia principale fonte di sostegno», ha detto. È in quella mancanza che ha costruito la sua resistenza. Senza effetto speciale. Solo la decisione di tenere il punto. Noor Abdalla ha dato forma a un’altra narrazione possibile. Ha saputo agire su più livelli: giuridico, mediatico, simbolico. Ha rifiutato la marginalizzazione, ha imposto la centralità della sua esperienza, ha imposto una contro-narrazione. Il suo è un attivismo che rompe lo schema. Non cerca gloria. Cerca giustizia. E la pretende dentro le aule dei tribunali, nelle lettere pubbliche, nelle piazze. L’arresto di Mahmoud ha generato una resistenza strutturata. Noor l’ha incarnata, con consapevolezza e precisione. Chi oggi vuole raccontare le derive del potere federale statunitense ha in Noor una fonte. Chi vuole capire cosa significa essere donna, madre, cittadina e attivista in uno Stato che reprime il dissenso, non può che partire da lei.

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Elezioni Comunali: da Genova, Ravenna, Taranto e Matera un test (e un laboratorio) per le coalizioni

Domenica 25 e lunedì 26 maggio si vota in oltre 400 Comuni italiani. Ma saranno Genova, Ravenna, Taranto e Matera a restituire il termometro politico reale. A Genova, il centrodestra si affida a Pietro Piciocchi (FdI, Lega, FI), uomo di continuità e fedeltà amministrativa, mentre il centrosinistra candida Silvia Salis (Pd, M5S, Avs), ex olimpica e volto nuovo. Una sfida secca tra l’apparato e il cambiamento.

A Ravenna il Pd prova a blindare la roccaforte emiliana con Alessandro Barattoni, sostenuto da tutto il campo largo. Il centrodestra si presenta diviso: Nicola Grandi per FdI e FI, Alvaro Ancisi per la Lega. A Taranto, sei candidati e un nodo irrisolto: il dopo-Ilva. Piero Bitetti (centrosinistra), Luca Lazzàro (centrodestra), Annagrazia Angolano (M5S), Mario Cito (AT6), Francesco Tacente e Mirko Di Bello. Industria, bonifiche, ospedali e disoccupazione: il peso delle promesse si misura qui. A Matera, l’ex grillino Bennardi ci riprova contro Antonio Nicoletti (centrodestra) e Roberto Cifarelli (centrosinistra). Sullo sfondo: turismo, fondi Pnrr e servizi.

Nessun sondaggio, ma mille aspettative. Ogni città è un laboratorio: si misurano i voti, ma anche le crepe nelle alleanze. Il governo Meloni cerca una legittimazione di popolo, il centrosinistra una prova di esistenza. Le liste civiche, sempre più protagoniste, potrebbero rompere gli equilibri e parlare un linguaggio che i partiti hanno smarrito. E se è vero che la politica nazionale si specchia nei municipi, allora lunedì si vota anche per capire chi davvero tiene il volante.

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Starlink, odissea nello spazio: Italia fuori orbita tra promesse e pasticci

Era iniziata come la solita corsa all’innamoramento: un’Italia che si sbraccia per mostrarsi attrattiva, un governo che apre le porte a Starlink e definisce l’azienda di Elon Musk “il soggetto tecnologicamente più avanzato”, salvo poi crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Ora, di quella trattativa restano solo macerie diplomatiche, accuse incrociate e una domanda che pesa come un silenzio strategico: chi ha sabotato l’intesa

Il 22 maggio, Andrea Stroppa, braccio destro italiano del patron di SpaceX, ha rotto gli indugi: “Starlink è pronta, ma qualcuno blocca tutto”. A sei mesi di distanza dal presunto accordo, Stroppa punta il dito direttamente contro il ministro Urso. Il quale, invece di rispondere nel merito, si rifugia dietro il segreto del Consiglio Supremo di Difesa e insinua che Stroppa parli a sproposito. Il risultato? Un botta e risposta surreale tra un esecutivo che finge stupore e un emissario privato che si comporta da funzionario di Stato.

Starlink e Musk, dal corteggiamento istituzionale al voltafaccia sovranista

Il governo Meloni ci aveva creduto davvero. Almeno all’inizio. Con dichiarazioni pubbliche, incontri riservati e indiscrezioni su un accordo da 1,5 miliardi di euro, l’Italia sembrava pronta a delegare la propria sovranità satellitare a un magnate d’Oltreoceano. La motivazione ufficiale? “Starlink come soluzione ponte”, in attesa di sviluppare una costellazione nazionale. Peccato che la retromarcia sia arrivata insieme alle prime difficoltà politiche, ai dubbi sulla sicurezza e alle risse intestine nella maggioranza.

E qui si palesa la miopia istituzionale: si è scelto di trattare con Musk come se non fosse Musk. Come se non fosse l’uomo che flirta con Trump, twitta in codice e governa aziende come estensioni del proprio ego. Come se le sue aziende non fossero inevitabilmente legate alla sua figura e al suo stile di comunicazione imperscrutabile e incendiario. Fingere che tutto questo non abbia un peso è un’ingenuità che un governo non può permettersi.

Stroppa, Musk e la personalizzazione di una trattativa strategica

In mezzo, Andrea Stroppa. Che da rappresentante tecnico si è trasformato in protagonista politico. Denuncia pubblicamente i veti, attacca Fratelli d’Italia sui social (“evitate di chiamarci per conferenze”), minaccia ritorsioni e accusa la politica italiana di boicottaggio. E dopo essere stato coinvolto, nell’ottobre dell’anno scorso, in un’indagine nell’inchiesta Sogei, viene posto sotto scorta dopo un attacco incendiario contro una concessionaria Tesla. È il cortocircuito perfetto: un negoziato su infrastrutture militari di comunicazione gestito via tweet.

Nel disegno di legge sulla “Space Economy” è arrivata la pietra tombale. L’articolo 25, modificato su spinta delle opposizioni, impone che determinati servizi siano garantiti solo da entità Ue o Nato e introduce criteri stringenti su sicurezza e ritorno industriale. Troppo per Stroppa, che lo legge come una norma “anti-Musk”. Ma se i partiti hanno fatto il loro gioco politico, a cedere per primi sono stati Meloni e i suoi, incapaci di reggere il peso di un’operazione che loro stessi avevano incensato.

Alla fine, la vera questione non è Starlink. È il metodo. È l’idea che si possa governare a colpi di entusiasmo mediatico, firmando intese di fatto senza mai prendersi la responsabilità di portarle a termine. È la tentazione di affidare pezzi di sovranità a imprenditori con agende proprie, salvo poi scandalizzarsi se pretendono di comandare anche la politica.

Nel teatro spaziale, Meloni e Musk si sono usati a vicenda. L’una per inseguire visibilità, l’altro per colonizzare un nuovo mercato. Ma quando si gioca con la tecnologia del futuro come se fosse propaganda da comizio, l’atterraggio non può che essere rovinoso.

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Piano Mattei, Amref boccia le destre: “Retorica colonialista”

Altro che “Piano Mattei”, altro che cooperazione “tra pari”: per l’Italia l’Africa resta quella dei barconi, dei conflitti, della povertà. Lo conferma, dati alla mano, il dossier L’Africa Mediata 2025 pubblicato da Amref con l’Osservatorio di Pavia, che demolisce ogni narrazione propagandistica sul presunto cambio di paradigma nei rapporti tra Italia e continente africano.

Nel 2024, i quotidiani italiani hanno pubblicato in media solo otto notizie al mese sull’Africa: la metà rispetto al 2023. E di queste, oltre il 77% riguarda l’“Africa qui”, ovvero migranti, cronaca nera, accordi bilaterali – con l’immigrazione come tema dominante nel 60% dei titoli. L’Africa raccontata da lontano, l’“Africa là”, scompare dietro un velo d’indifferenza, o riappare solo quando a morire è un turista italiano o a intervenire è la diplomazia nostrana.

Una rappresentazione tossica

Il racconto mediatico italiano sull’Africa è schiacciato su uno schema monotono e riduttivo: carestie, guerre, terrorismo, migrazioni. Lo dimostra anche il dato impressionante raccolto da Ipsos per Amref: alla domanda “quali parole associ all’Africa”, il 67% degli italiani risponde “povertà, malattie, immigrazione”. Niente cultura, arte, imprenditorialità, futuro. Un continente intero raccontato per sottrazione.

La televisione non fa meglio. Nei programmi d’informazione e infotainment, le voci africane sono l’1,2% degli ospiti. Quasi mai come esperti. Quasi mai come protagonisti. Al massimo come oggetti del discorso: “gente comune” chiamata a commentare episodi di degrado o cronaca, spesso nemmeno identificata per cognome. E quando si parla di donne africane, il 32% delle volte è per trattare la “condizione femminile nell’Islam” e il 16% per parlare di infibulazione. Due temi reali, ma proposti come unico orizzonte possibile.

I confini mentali del colonialismo

Come ha scritto Maaza Mengiste, “i confini danneggiano coloro che sono destinati ad essere visti e danneggiano coloro che dovrebbero vedere”. E i confini della rappresentazione dell’Africa nei media italiani sono ancora quelli tracciati da una lunga storia di paternalismo coloniale. L’Africa è evocata come minaccia da gestire o come spazio di conquista umanitaria: mai come interlocutore.

Il Piano Mattei, sbandierato dal governo Meloni come chiave per rilanciare le relazioni euro-africane, nei notiziari italiani viene incorniciato quasi esclusivamente nel frame securitario: accordi per fermare i flussi, per contenere, per controllare. Manca del tutto un dibattito sul reale impatto nei Paesi africani, sulle voci dei partner locali, sul rischio di alimentare nuove dipendenze invece che sostenere vere autonomie.

Una domanda di cambiamento ignorata

Eppure, qualcosa si muove. L’indagine Ipsos mostra che l’82% degli italiani – l’88% nella Gen Z – desidera un racconto più completo e positivo sull’Africa. È una domanda forte, consapevole, ma completamente ignorata dall’attuale sistema informativo. Perché cambiare narrazione significherebbe rinunciare a una comoda funzione: quella dell’Africa come specchio in cui l’Italia riflette le proprie paure, le proprie colpe, i propri calcoli geopolitici.

L’Africa che passa ogni giorno nei media italiani è un fotogramma fermo, una sagoma vuota disegnata con la penna del sospetto e del pregiudizio. L’Italia ha bisogno di una nuova grammatica visiva e narrativa, capace di riconoscere complessità, potenziale, soggettività. Un racconto all’altezza del presente, e non della nostalgia per una dominazione che non ha mai fatto i conti con sé stessa.

Il resto, Piano Mattei incluso, rischia di essere solo retorica con il marchio del Made in Italy.

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Se lo dice Tel Aviv, possiamo dirlo pure noi

C’è un momento in cui le parole rompono gli argini, sfondano i tabù e ridisegnano il dicibile. In Israele, quel momento sembra essere arrivato. Elana Sztokman, scrittrice americana che vive a Gerusalemme da trent’anni, l’ha chiamato col suo nome: genocidio. “Stiamo bombardando e affamando un popolo fino alla morte. È genocidio. È uccisione deliberata, senza freni”, ha scritto. Una dichiarazione che le è costata amicizie, insulti, accuse di tradimento. Ma non è più sola.

Anche l’ex vicecapo dell’esercito, Yair Golan, ha detto l’indicibile: “Uno Stato sano non uccide civili come passatempo, non affama bambini, non espelle intere popolazioni.” E il soldato Itamar Schwartz, dopo aver combattuto a Gaza, ha scritto: “Non servono camere a gas per parlare di genocidio. Lo stiamo facendo. Punto.” Voci sempre più autorevoli si spingono a denunciare ciò che un tempo sembrava blasfemo dire, persino nella sinistra israeliana: che Israele, nel tentativo dichiarato di annientare Hamas, sta attuando un piano sistemico di distruzione e deportazione ai danni di un intero popolo.

E in Italia In Italia si balbetta. Si evocano “errori”, si deprecano “eccessi”, si condannano le violenze “da entrambe le parti”. I politici si trincerano dietro il diritto alla difesa, i giornali evitano il termine, come se fosse una bomba semantica da disinnescare. Si è più preoccupati delle reazioni di Israele che della sorte dei bambini palestinesi ridotti alla fame. Anche davanti alla denuncia della fame come arma di guerra, l’Italia abbassa lo sguardo. Mentre i rabbini americani come Rick Jacobs e Stephanie Kolin parlano apertamente di “crudeltà calcolata” e “tragedia umanitaria”, qui si continua con la danza dell’equidistanza morale.

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Crollano Borse e sovranisti

Ieri Donald Trump ha tuonato da Truth Social: dazi del 50% contro l’Unione Europea a partire dal primo giugno. Ed è bastata quella minaccia, sgrammaticata e brutale, per fare crollare le Borse europee: Milano ha perso il 3%, Parigi il 2,7%, Francoforte il 2,5%. Una scossa tellurica economica scatenata da un uomo che tratta le relazioni internazionali come un rodeo personale, incurante dei danni collaterali.

Nel silenzio spettrale dell’Europa, due assenze pesano più di tutte: quella di Matteo Salvini, che di solito commenta anche la variazione del vento, e quella di Giorgia Meloni, che riesce a esultare per uno zero virgola in più di PIL ma non dice nulla quando crolla tutto. Eppure parliamo del loro amico, del loro modello, del Trump che ha ispirato slogan, campagne e selfie. Ieri non c’erano. Non pervenuti. Il capitano Salvini, che ogni giorno predica sovranismo tra una diretta e una direzione, ha improvvisamente perso la voce. Lui che riesce a far arrivare puntuali solo le sventure dei suoi alleati.

Meloni, che da mesi si vanta di essere la donna forte d’Europa, ha perso l’occasione di dirci qualcosa su una crisi che colpisce in pieno il cuore del continente. L’Europa Sta precipitando sotto i colpi di un presidente americano che gioca alla guerra commerciale mentre rilegge i suoi tweet. L’Italia Assente ingiustificata.

E poi ci sono Israele, Orbán, l’autocrate amico di tutti i sovranisti: una linea di credito politica che si sta trasformando in voragine. Quando si tratta di giustificare chi bombarda ospedali, chi spezza trattati, chi infrange regole comuni, il silenzio torna a essere la più comoda forma di complicità. Perché sono temi che fanno paura. Perché per la destra italiana, oggi al governo, Trump e compagnia non sono alleati: sono criptonite.

Intanto, a pagare saranno i lavoratori, le imprese, le famiglie. Mentre Apple brucia 100 miliardi e i listini affondano, le destre europee si trincerano dietro la propaganda. Salvini, Meloni e i loro amici sono esperti nel lanciare allarmi immaginari. Ma davanti al disastro reale, scompaiono.

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Il volto feroce del nuovo maccartismo americano

Harvard è diventata il bersaglio ideale del trumpismo di ritorno. Con un ordine esecutivo travestito da provvedimento di sicurezza, l’amministrazione Trump ha revocato il programma per studenti stranieri che da decenni porta giovani da oltre 140 Paesi nelle aule dell’università più prestigiosa degli Stati Uniti. L’ordine colpisce anche chi è già iscritto: quasi 7mila studenti – il 27% del corpo studentesco – sono ora obbligati a trovare una “nuova collocazione” o saranno espulsi. Espulsi da un’idea di mondo prima ancora che da un campus.

Kristi Noem, ministra della Sicurezza interna (sì, quella dei selfie coi migranti in gabbia e col fucile puntato al cane di famiglia), ha spiegato che Harvard non è più “un luogo sicuro”. Non per mancanza di vigilanza. Ma perché, testuali parole, “ospita l’antiamericanismo”. Siamo di fronte a un atto di epurazione culturale che ricorda, parola per parola, il linguaggio delle purghe maccartiste. Solo che stavolta a firmarle è il presidente in carica e non un senatore ossessionato dai comunisti.

Harvard ha annunciato una causa contro la Casa Bianca, ma la portata del danno è già enorme. Economico, certo: 60-87mila dollari l’anno per ogni iscritto straniero, finanziamenti pubblici tagliati, riduzione degli scambi accademici. Ma soprattutto simbolico. Sradicare il pluralismo da Harvard significa colpire al cuore l’idea stessa di sapere aperto, libero, globale. È l’anti-illuminismo fatto decreto.

Trump sa benissimo dove colpire. Le università sono le ultime roccaforti dell’America che ancora si illude di potersi opporre. Harvard ha rifiutato di piegarsi dopo Gaza, ha difeso il diritto alla critica e l’autonomia didattica. Ora paga il prezzo della coerenza. Mentre la Columbia ha chinato il capo, Harvard resiste. Ma a quale costo?

È un segnale inquietante, non solo per gli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: il dissenso non sarà tollerato, l’identità sarà epurata, la conoscenza sarà normalizzata. Come in ogni regime, prima si bruciano le biblioteche, poi le persone.

Buon venerdì

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foto adobe stock

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Sentenza storica della Consulta: illegittimo negare alla madre intenzionale di riconoscere il figlio nato da procreazione assistita

Nel giorno in cui la Corte Costituzionale ha riconosciuto il diritto alla genitorialità della madre intenzionale nelle coppie omogenitoriali, l’Italia si è trovata davanti a una svolta di civiltà che il governo Meloni ha tentato fino all’ultimo di impedire. Una sentenza storica, che cancella l’umiliazione imposta alle famiglie arcobaleno e infligge una sonora sconfitta all’offensiva ideologica della destra. È una vittoria dei diritti e una lezione di democrazia per un esecutivo che sul tema ha fatto del proprio programma politico una crociata sotto la bandiera della famiglia tradizionale.

La Consulta mette fine alla propaganda

La Corte ha dichiarato incostituzionale il divieto per la madre intenzionale di riconoscere il figlio nato in Italia da procreazione assistita praticata all’estero. “È incostituzionale” – si legge nella sentenza n. 68 – “negare al figlio la tutela dei legami affettivi”. È un colpo netto alla circolare Piantedosi del giugno 2023, che aveva imposto la cancellazione dei nomi delle madri intenzionali dagli atti di nascita. La Corte ha ristabilito ciò che dovrebbe essere ovvio: che un figlio ha diritto a essere riconosciuto da entrambi i genitori che lo crescono, indipendentemente dal loro genere.

“È una vittoria bellissima, storica” ha detto Glenda Giovannardi, una delle due mamme di Lucca al centro del ricorso: “Per la prima volta nostro figlio è tutelato a tutti gli effetti”. Una sentenza che salva la dignità delle famiglie e che restituisce loro l’uguaglianza negata.

Il governo oscurantista che attacca le istituzioni

Di fronte a questa svolta, il governo ha reagito come ci si aspetta da chi ha in odio i diritti: attaccando la Consulta. La deputata FdI Augusta Montaruli ha parlato di “lesione del diritto dei minori ad avere un padre”, mentre l’europarlamentare Inselvini ha definito “sconcertante” la sentenza, accusando la Corte di “creare per via giudiziaria nuove figure genitoriali”.

“Fratelli d’Italia ha perso ogni senso del limite e ogni rispetto istituzionale” ha replicato la capogruppo Pd Chiara Braga, che ha definito “gravissimo” l’attacco alla Corte. La senatrice Ilaria Cucchi (AVS) ha parlato di “una sconfitta per la destra oscurantista”. E la deputata M5S Vittoria Baldino ha denunciato “l’accanimento incostituzionale del governo contro i bambini”. L’accusa è unanime: Meloni ha tentato di cancellare l’esistenza di queste famiglie per difendere un’ideologia minoritaria e retrograda.

Il Parlamento ora non ha più alibi

C’è però un altro fronte aperto: quello delle donne single escluse dall’accesso alla PMA. La Corte ha definito “non irragionevole” il divieto, ma ha anche chiarito che non esistono impedimenti costituzionali a una riforma della legge. “È un’occasione mancata” ha commentato l’Associazione Luca Coscioni, che con la petizione “Pma per tutte” chiede al Parlamento di agire subito.

Evita, la 40enne torinese che ha promosso uno dei ricorsi, è stata chiara: “È tempo che le istituzioni ascoltino anche la realtà delle donne che scelgono consapevolmente di diventare madri fuori dal perimetro della famiglia tradizionale”.

Meloni sorda alla realtà

Il governo tace o minimizza. La ministra Eugenia Roccella, trincerata dietro una retorica da catechismo, ha ribadito che “cancellare il padre non è progresso” e che “nessuna tecnica potrà mai eliminare la figura paterna”. È la stessa logica che ha animato l’intera offensiva repressiva della destra, culminata nella circolare che oggi la Consulta ha demolito. E che ora si ripropone contro le donne single, colpevoli di non aderire al modello di madre “conforme”.

Il punto è politico. La Corte ha fatto il suo dovere, ma ha rimesso la palla nel campo legislativo. La domanda è: il Parlamento avrà il coraggio di emanciparsi dall’agenda reazionaria del governo? O resterà ostaggio della crociata “per la famiglia naturale” che non ha prodotto altro che discriminazione e insicurezza giuridica

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