Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua – Lettera43
Tra qualche settimana piomberemo nella solita crisi idrica che poteva essere evitata. I fondi, i piani e le tecnologie ci sono. Il problema è una governance frammentata, incapace di pianificare, coordinare e realizzare. Ogni anno diventa così una copia del precedente, solo più caldo e assetato.
Questo è un articolo che viene dal futuro, sulla crisi idrica che vivremo nell’estate che sta arrivando. L’Italia entra nell’estate del 2025 sotto la minaccia concreta di una crisi idrica che era stata annunciata e prevista con largo anticipo. Non un’emergenza imprevista, ma il risultato di un decennio di sottovalutazioni, ritardi e fallimenti politici che hanno trasformato l’acqua in un bene sempre più scarso e conteso. I dati raccolti negli ultimi anni lo avevano scritto nero su bianco: già nel trentennio 1991-2020 la disponibilità di acqua dolce si era ridotta del 19 per cento rispetto al periodo 1921-1950. Il 2022 ha segnato un crollo storico, con una disponibilità idrica inferiore del 50 per cento rispetto alla media 1951-2022.

Le temperature continuano a essere ampiamente superiori alla media
Dietro il disastro c’è la febbre climatica. Il riscaldamento globale ha agito su più fronti: meno neve in inverno, precipitazioni più irregolari, lunghi periodi di siccità alternati a piogge torrenziali inutili per la ricarica delle falde. Il 2022 è stato l’anno più caldo dal 1971, con temperature medie aumentate di +1,7°C rispetto al periodo 1981-2010. Il 202e4 e l’inizio del 2025 hanno confermato il trend. A Roma e Milano si sono toccati rispettivamente +2,7°C e +2,5°C sopra la media. Parallelamente, i giorni senza pioggia hanno superato i 299 annui. La proiezione per l’estate 2025, elaborata già a maggio dal servizio Copernicus e confermata dall’Aeronautica Militare, parla chiaro: temperature ampiamente superiori alla norma e precipitazioni sotto la media, con l’anticiclone africano stabile sulla penisola.
Le perdite di rete nelle Isole sfiorano il 53 per cento
Il collasso idrico colpisce il Paese in modo asimmetrico, ma non risparmia nessuno. Nel Nord, il bacino del Po continua a subire drastici cali di portata. Piemonte e Lombardia, fortemente dipendenti dalle falde (rispettivamente per l’87 e il 97 per cento dei prelievi), devono fronteggiare anche la contaminazione da Pfas e pesticidi. In Veneto le criticità ecologiche sui corsi d’acqua sono ormai croniche. Nel Sud e nelle Isole il quadro è drammatico. Sicilia e Sardegna affrontano perdite di rete rispettivamente del 51,6 e 52,8 per cento. In Basilicata la dispersione raggiunge il 65,5 per cento, il dato peggiore d’Italia. I livelli degli invasi sono ai minimi, le autobotti tornano a rifornire centri urbani ormai desertificati. Agrigento e Trapani subiscono già razionamenti sistematici. L’agricoltura crolla: mais e soia nel Nord, grano duro e olivicoltura nel Sud subiscono cali produttivi a due cifre.

Ogni anno in Italia si disperdono oltre 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua
Al disastro climatico si somma il disastro politico e infrastrutturale. Il 42,4 per cento dell’acqua immessa nelle reti va perso prima di raggiungere i cittadini. Ogni anno si disperdono oltre 3,4 miliardi di metri cubi, acqua che potrebbe bastare per 43 milioni di persone. Le condotte hanno in media oltre 50 anni. Al Sud la frammentazione gestionale è massima: nel 2022 operavano 1492 enti per il solo prelievo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva stanziato 4,38 miliardi per il sistema idrico. I fondi, però, si sono impantanati tra ritardi progettuali, gare non ancora concluse e avvii di cantiere lentissimi, specie nel Mezzogiorno. La Corte dei Conti già nel 2025 registrava uno stato di avanzamento reale fermo intorno al 22 per cento per molti progetti.
Dal decreto Siccità al Pniisii sono arrivate solo promesse
Ogni emergenza ha prodotto un nuovo piano, ogni piano una nuova promessa. Nel 2023 era arrivato il Decreto Siccità con la nomina di un Commissario straordinario e fondi d’emergenza. Poi il Piano Nazionale degli Interventi nel Settore Idrico, il cosiddetto Pniissi, alimentato da finanziamenti ordinari e dal Pnrr. Gli obiettivi dichiarati erano sempre gli stessi: ridurre le perdite di rete, aumentare la capacità di stoccaggio, mettere in sicurezza gli invasi, digitalizzare le reti, adeguare la depurazione. A parole, interventi definiti urgenti e strategici. Nei fatti, procedure bloccate, progetti accatastati, autorizzazioni lente, cantieri mai aperti. La promessa di ridurre del 15 per cento le perdite di rete entro il 2026 si è dimostrata già a metà del percorso una chimera. La storia del Piano Invasi resta il paradigma: stanziamenti annunciati dal 2017, ma si è ancora incapaci di mettere a regime opere ferme da decenni.

Un’emergenza prevista non è più un’emergenza
L’estate 2025 ripropone, con la puntualità dell’incapacità politica, lo schema consolidato: dichiarazione di stato d’emergenza, autobotti, divieti d’uso, razionamenti e deroghe temporanee sui prelievi. Gli interventi strutturali, promessi dopo ogni crisi, restano incompleti o rinviati. La gestione dell’acqua continua a essere condizionata da una logica emergenziale che ormai non è più emergenza, ma ordinaria amministrazione. La crisi idrica sta accelerando anche i divari sociali e territoriali. Il Sud, più esposto, più povero, più fragile, paga il prezzo più alto. L’agricoltura locale crolla, i costi dell’acqua salgono, la sicurezza alimentare si incrina, mentre interi territori rischiano lo spopolamento. Secondo le stime, il Sud potrebbe perdere fino al 90 per cento della propria disponibilità idrica estiva nello scenario peggiore. Guardando questa estate 2025 dal 2026, il verdetto è implacabile: era tutto previsto. Le proiezioni lo annunciavano da anni. I fondi ci sono stati. Le tecnologie esistono. Ma il problema è sempre lo stesso: una governance frammentata, incapace di pianificare, coordinare e realizzare. Ogni estate diventa una copia dell’estate precedente, solo più calda. E intanto, la sete cresce.
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