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Un altro uomo si uccide nel Cpr, mentre la legge si preoccupa di tenere fuori dai Centro rimpatri i telefoni con fotocamera

Si muore in luoghi che quasi nessuno può guardare. Ieri sera, nel Centro di permanenza per i rimpatri di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, un cittadino tunisino di 32 anni si è tolto la vita, e nella struttura è esplosa la protesta. Sono arrivati il 118, i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e Carmen D’Anzi, garante provinciale delle persone private della libertà personale. Secondo i primi accertamenti l’uomo aveva avuto problemi psichiatrici nelle ultime settimane. Era trattenuto, cioè privato della libertà, senza aver commesso reati: l’irregolarità amministrativa basta e avanza, e dal 2023 può costare 18 mesi di reclusione.

Della vicenda si leggerà pochissimo, e la ragione sta nell’architettura del sistema. Nei Cpr non si entra: l’ingresso dei giornalisti fu chiuso da una circolare del 2011, e oggi passa da un’autorizzazione discrezionale della prefettura, secondo la direttiva ministeriale del 19 maggio 2022. Il resto lo misura il XIII rapporto dell’associazione Carta di Roma, sui media italiani da gennaio a ottobre 2025. La politica parla nel 24% dei servizi sulle migrazioni, le persone migranti nel 7%. Emergenza, crisi, allarme, invasione: 5.925 occorrenze fra il 2013 e il 2025. Chi finisce lì dentro arriva al lettore già colpevole di esistere.

Cpr, il conto dei morti

ActionAid e il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari contano oltre trenta decessi nella storia della detenzione amministrativa italiana, tre soltanto fra il 2024 e i primi mesi del 2025. Moussa Balde, guineano, è morto in isolamento nel Cpr di Torino il 23 maggio 2021: per quella morte, l’11 febbraio 2026, il tribunale ha condannato a un anno l’allora direttrice del centro e assolto il responsabile sanitario. Lo stesso giorno, nel Cpr di Bari-Palese, moriva un uomo di 25 anni. A Palazzo San Gervasio era già toccato a un diciannovenne, il 5 agosto 2024.

Quel che accade dentro lo raccontano gli organismi che hanno titolo per entrare. Nell’aprile 2024 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha visitato quattro dei nove Cpr allora attivi. Ne è uscito un elenco: maltrattamenti fisici, uso eccessivo della forza, psicofarmaci non prescritti e “diluiti nell’acqua”, registrati proprio nel centro di Potenza. Altreconomia ha ricostruito che nei primi sette mesi del 2022, con una presenza media di 70 persone, lì sono state comprate oltre 2.800 fra compresse e capsule di psicofarmaci. Sulla gestione del centro la Procura di Potenza ha iscritto 27 indagati.

La macchina che non rimpatria

Il sistema, intanto, fallisce la cosa per cui esiste. Nel 2024 dai Cpr è stato rimpatriato il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento. Il 41,8% degli ingressi si è chiuso con un rimpatrio, il minimo dal 2014. Il costo della detenzione per stranieri fra il 2018 e il 2024 supera i 188 milioni di euro. Il Tavolo Asilo e Immigrazione ha contato 546 trattenuti nei centri visitati fra settembre e dicembre 2025, meno dello 0,2% delle persone irregolari stimate in Italia. Con la sentenza 96 del 2025 la Corte costituzionale ha rilevato che i modi di quella detenzione restano affidati a regolamenti e atti amministrativi, lì dove l’articolo 13 della Costituzione pretende una legge. Questi centri esistono dal 1998.

Il governo ha risposto moltiplicando. Una circolare del 20 gennaio 2026 chiede a prefetture e questure di trattenere in via prioritaria gli stranieri ritenuti socialmente pericolosi. Il decreto legge 23 del 2026, poi convertito, deroga al codice dei contratti pubblici fino al 31 dicembre 2028 per costruire e ristrutturare i centri. Il disegno di legge licenziato l’11 febbraio 2026, ancora fermo in Parlamento, prevede che i trattenuti possano usare telefoni senza fotocamera. Proprio lì dove muore un uomo di 32 anni, la norma si preoccupa che nessuno scatti una foto.

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Pronto soccorso, record storico dei turni scoperti: dai medici d’urgenza al personale infermieristico

L’articolo 4 c’era, e adesso non c’è più. Nella bozza di decreto legge arrivata al Consiglio dei ministri del 4 agosto stava la proroga fino al 30 giugno 2027 della facoltà di affidare a terzi i servizi di emergenza-urgenza. Nel testo licenziato lo stesso giorno la norma è sparita. L’avevano chiesta le Regioni, il ministero della Salute aveva opposto le sue riserve, ed è rimasto il vuoto. Intanto la deroga che consentiva ai reparti in affanno di impiegare medici dalle cooperative si è chiusa il 31 luglio. Nella settimana più calda dell’estate il governo ha scritto una norma sui pronto soccorso e l’ha cancellata in poche ore.

Pronto soccorso e medicina d’urgenza

Poi ci sono i numeri, che il ministero conosce da anni. Secondo la Simeu, Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza, nel 2026 mancano circa 5.000 medici dell’emergenza-urgenza, che d’estate diventano 6.000 e ad agosto sfiorano i 7.000. Nel 70% dei pronto soccorso la scopertura va dal 25 al 70 per cento degli organici. Il 6 agosto tutte e 27 le città sorvegliate dal ministero della Salute sono finite insieme in bollino rosso, per la prima volta nel 2026. Gli accessi estivi salgono di almeno il 15%, calcola Pierino Di Silverio dell’Anaao Assomed, e a presentarsi sono anziani e malati cronici rimasti soli in città. Proprio lì dove il servizio pubblico dovrebbe reggere l’urto, si assottiglia.

Il mercato che doveva sparire

Il divieto di comprare turni dalle cooperative sta nel decreto legge 34 del 2023. È scattato il 31 luglio 2025, con una sola deroga di dodici mesi. Tre anni dopo l’annuncio, un’indagine della Fadoi, la federazione dei medici internisti ospedalieri, ha trovato esternalizzazioni nel 54% dei pronto soccorso. Le aziende sanitarie hanno impegnato 1 miliardo e 64 milioni per liberi professionisti nel biennio 2024-2025, e il solo 2025 è cresciuto del 15 per cento. Il presidente della Simeu Alessandro Riccardi lo chiama «male necessario». 

Sul versante infermieristico il conto è più pesante. Il primo Rapporto sulle professioni infermieristiche della Fnopi, presentato nel 2025 con la Scuola superiore Sant’Anna, stima una carenza di almeno 65mila infermieri: 6,5 ogni mille abitanti, contro la media europea di 8,4 rilevata dall’Ocse. Il vuoto si copre con prestazioni aggiuntive, doppi turni e riposi saltati. Il lavoro usurante e il riposo biologico per chi sta in emergenza-urgenza erano stati chiesti per l’ultima manovra, e l’ultima manovra li ha lasciati fuori.

Le case aperte e il personale che manca

Il 30 giugno scadeva il target del Pnrr sulle Case della comunità, i presidi che dovevano alleggerire i pronto soccorso. Schillaci ha dichiarato l’obiettivo raggiunto, con oltre 1.150 strutture operative. L’intesa che porta i medici di famiglia dentro quelle Case è arrivata il 26 giugno, quattro giorni prima della scadenza. Il monitoraggio dell’Agenas sul decreto ministeriale 77 del 2022, aggiornato al 31 dicembre 2025, contava 66 Case pienamente funzionanti sulle 1.715 programmate, il 4%: le uniche con tutti i servizi e il personale al completo. 

Il resto è aritmetica. Il Documento di finanza pubblica 2026 tiene la spesa sanitaria ferma al 6,4% del Pil fino al 2029, e la Fondazione Gimbe calcola in 30,6 miliardi il divario con il finanziamento pubblico nel triennio 2027-2029. Fratelli d’Italia intanto rivendica sul proprio sito un “record storico” di risorse. Nel 2024, secondo l’Istat, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a curarsi. Ad agosto il conto lo paga chi in corsia ci lavora doppio, insieme a chi arriva in barella e aspetta il ricovero in corridoio. Del governo, in tutto questo, resta un articolo 4 comparso in una bozza e sparito dal testo definitivo nel giro di una mattinata.

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Ranucci: il carcere per il mandante, il sospetto per chi ha subito

Centonovantotto pagine di ordinanza per dire una cosa sola: Sigfrido Ranucci è la persona offesa. Ieri i carabinieri hanno portato in carcere Valter Lavitola, indicato come il mandante dell’ordigno esploso il 16 ottobre 2025 davanti a casa sua, a Pomezia, con l’aggravante del metodo mafioso. La gip Iole Moricca mette agli atti che il giornalista è stato “vittima della manipolazione dell’indagato”…

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Green Deal smontato, e l’Italia paga il conto due volte

Fa caldo, vero? Allora facciamo due conti. Due miliardi di tonnellate di anidride carbonica in più: il conto è di Carbon Market Watch e del Wwf. Tanto può liberare la revisione dell’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione, che la Commissione europea ha presentato il 17 luglio. Le quote gratuite ai settori esposti alla concorrenza estera slittano al 2038. Il ritmo di riduzione dei permessi scende dal 4,4% annuo al 3,7% fra il 2031 e il 2035, poi all’1,7% fino al 2040. La riserva che assorbe le quote in eccesso passa dal 24% al 12%. La Commissione di Ursula von der Leyen ripete che il traguardo del meno 90% al 2040 non cambia. Resta dov’era, senza più gli attrezzi per raggiungerlo.

Green Deal, la demolizione a rate

Il metodo ha un nome tecnico e un effetto politico. Da febbraio 2025 Bruxelles ha presentato dieci pacchetti “omnibus”, che riaprono più leggi insieme e le alleggeriscono in blocco. Il 13 novembre 2025 il Parlamento europeo ha svuotato gli obblighi di rendicontazione di sostenibilità e di dovuta diligenza delle imprese, con i voti del Ppe, dei conservatori e dell’estrema destra. È la prima volta che il gruppo di maggioranza relativa porta a casa una legge di peso scavalcando gli alleati centristi. La direttiva contro le pubblicità verdi ingannevoli è stata ritirata a giugno 2025, e il regolamento contro la deforestazione ha incassato un primo rinvio a fine 2024 e un secondo nell’autunno del 2025. E il 17 dicembre 2025 è caduto il divieto di immatricolare auto a motore termico dal 2035, sostituito da un taglio delle emissioni del 90% invece che del 100%.

Sul bersaglio grosso il compromesso è arrivato lo stesso. Il 10 febbraio 2026 l’Eurocamera ha approvato in via definitiva l’obiettivo climatico al 2040, meno 90% rispetto al 1990, con 413 voti a favore e 226 contrari. Dentro ci sono fino a 5 punti di crediti di carbonio comprati fuori dall’Unione dal 2036. E il rinvio dell’Ets2 su edifici e trasporti al 2028, con una clausola di revisione periodica del traguardo. La valutazione d’impatto della Commissione raccomandava “almeno” il 90%, con la possibilità di spingersi al 95%, e taceva sui crediti internazionali. La relazione sul dossier, a luglio 2025, era finita al gruppo di estrema destra Patrioti per l’Europa.

Il conto arriva comunque

Intanto la crisi climatica presenta la fattura, e ignora i calendari legislativi. L’Agenzia europea dell’ambiente quantifica in 822 miliardi di euro le perdite provocate nell’Unione dagli eventi estremi fra il 1980 e il 2024. All’Italia ne toccano più di 145, seconda soltanto alla Germania. L’Osservatorio Città Clima di Legambiente ha censito 376 eventi meteorologici estremi con danni nel 2025, il 5,9% in più dell’anno precedente.

Poi ci sono le cifre di domani. Uno studio dell’Università di Mannheim stima in 11,9 miliardi di euro i danni italiani del 2025 da ondate di calore, siccità e alluvioni, e li proietta a 34,2 miliardi entro il 2029. Il Cmcc, Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, con Deloitte e lo European University Institute, calcola che al 2050 il prodotto interno lordo italiano sarà fra l’1,6% e il 6% più basso rispetto a un’Italia senza danni climatici. Sempre il Cmcc chiama “spread climatico” i 42-46 punti base in più che il debito pubblico pagherebbe negli scenari a danni elevati. Il clima ignora le flessibilità.

A Roma il conto si paga due volte

Su un fronte il governo italiano ha lavorato benissimo. Al Consiglio Ambiente del 4 novembre 2025 il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha giudicato «largamente insufficiente» la quota di crediti internazionali proposta da Bruxelles. E ne ha chiesta un’altra del 5%, “solo se necessario”. Il Consiglio ha ceduto proprio lì dove la valutazione scientifica taceva. L’11 marzo 2026, davanti alle Camere, Giorgia Meloni ha chiesto all’Unione di «sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets» al termoelettrico. Il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso aveva già invocato uno stop temporaneo dell’intero sistema.

Sul fronte interno il registro cambia. Dei ricavi delle aste delle quote di emissione l’Italia ha certificato di averne spesi per il clima il 9%, secondo il think tank Ecco, contro un obiettivo del 50%. Le rinnovabili installate nel 2025 sono state 7,2 gigawatt, il 6% meno del 2024. Il totale si ferma a 81,7, e ne mancano 49 per i 131 che il Pniec promette entro il 2030: di questo passo, calcola Legambiente, l’Italia ci arriverà con 5,7 anni di ritardo. La bolletta elettrica intanto viaggia a 130,5 euro per megawattora contro i 42,5 della Spagna.

Nel 2022, alla Camera, la presidente del Consiglio prometteva di difendere la natura «con l’uomo dentro», contro l’«ambientalismo ideologico». Quattro anni dopo l’uomo dentro c’è, e paga. Nelle raccomandazioni del Semestre europeo di giugno 2026 la stessa Commissione che smonta la mitigazione scrive all’Italia che servono oltre 10 miliardi di euro l’anno in adattamento fino al 2050. Per firmare quella cifra il governo deve smentire quattro anni di comizi. I due miliardi di tonnellate, intanto, arrivano lo stesso.

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Il disarmo non è cominciato, ma il cantiere per spianare Gaza sì

Le case mobili restano fuori da Gaza almeno fino a novembre 2026. Cioè dopo le elezioni israeliane. Lo ha riferito il 9 agosto la radio dell’esercito, nel servizio che ha rivelato il cantiere: due settimane fa Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno autorizzato senza annuncio i lavori infrastrutturali di “Rafah verde”, a est di Rafah, dentro la Linea Gialla. È stata spianata e bonificata, e adesso è vuota.

L’ufficio del primo ministro ha replicato che il servizio “distorce i fatti e ricicla informazioni vecchie” e che si tratta di un progetto pilota emiratino per alloggi temporanei “liberi” dal dominio di Hamas. Le reti di elettricità, acqua e fognature non saranno posate da imprese di Gaza e resteranno sotto supervisione militare israeliana. Gli operai sarebbero palestinesi di Gaza sotto vaglio dello Shin Bet, e serve un nulla osta dei servizi israeliani per scavare le fondamenta delle case in cui altri palestinesi andranno ad abitare.

A gennaio Netanyahu aveva insistito sul fatto che la ricostruzione sarebbe stata consentita solo dopo il disarmo di Hamas. Il disarmo non è cominciato e il cantiere sì. Lo stesso 9 agosto il premier ha respinto in Consiglio dei ministri il documento in 15 punti del Board of Peace, il cui punto 15 affida la ricostruzione al Board e al comitato palestinese di amministrazione.

L’8 e il 9 agosto, mentre la notizia del cantiere usciva, l’artiglieria israeliana bombardava il campo profughi di Bureij e i carri armati colpivano al-Shakush, a nord di Rafah. Lo riferiscono l’agenzia palestinese Palinfo e Al Jazeera, riprese da ANSA e AGI.

Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la presenza israeliana nei territori palestinesi occupati è illecita e va fatta cessare al più presto. Dentro la linea tracciata da quella presenza si costruiscono case su un terreno che l’emittente militare definisce bonificato.

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Che fregatura le note scritte in piccolo

“Mercoledì 19 agosto lei sarà trasferita in Italia. La polizia la verrà a prendere”. Sta scritto tutto su carta intestata del ministero dell’Interno tedesco, 25 giugno, centro di accoglienza in Baviera, destinataria una somala di ventidue anni, colpevole di essere passata da qui. Berlino non tratta: i dublinanti tornano al mittente.

Ieri mattina, intanto, Giorgia Meloni era su Instagram con la premier danese Mette Frederiksen, sorriso e “messaggio congiunto all’Europa”. Le uniche due donne a capo di un governo dell’Unione, ci tengono a precisare, unite contro “un’immigrazione incontrollata”. Cartolina e didascalia, con solo un mese e mezzo di ritardo sulla lettera bavarese.

Ma riavvolgiamo il nastro. Il 12 giugno 2026 entra in vigore il Patto sulla migrazione e l’asilo e il regolamento gemello sui rimpatri diventa in Aula «un accordo storico, frutto soprattutto del nostro lavoro». Ma in quello stesso pacchetto la responsabilità del Paese di primo ingresso sale da 12 a 20 mesi e chi riceve una richiesta di trasferimento non può dire di no: al massimo può solo spostare la data. Otto mesi in più di catena al piede, firmati con esibito orgoglio.

Poi arrivano i conti. Tra il 12 giugno e il 7 luglio le richieste sono 12 e Roma le respinge tutte e dodici, cioè fa l’unica cosa che il regolamento vieta. Il 15 luglio la Commissione promuove Spagna e Cipro e rimanda Roma a ottobre. La sovranità sbandierata da Meloni insomma è durata fino alla prima pagella.

E poi c’è Madrid. Il 1° agosto sospendiamo Schengen per chi arriva dalla Spagna, dall’8 agosto Madrid lo fa con chi parte dall’Italia, motivando con la “persistente pressione migratoria irregolare”. Ci hanno rispedito la stessa frase, cambiando solo il soggetto.

Giorgia ha smontato l’Europa dei vicini convinta che le lasciassero la casa intera. Adesso le suonano al campanello uno per volta. Fra otto giorni una volante tedesca parcheggia davanti a un centro della Baviera, carica la ragazza e ce la spedisce. I nostri genitori ci dicevano di leggere sempre le note scritte in piccolo nei contratti. La presidente del Consiglio era troppo impegnata nella propaganda, l’unica cosa che le riesce bene.

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Spiagge, da Bacoli a Jesolo & Co: i comuni applicano la Bolkestein nell’inerzia dello Stato

A Bacoli, la sera del 22 luglio, il consiglio comunale ha approvato il nuovo regolamento del demanio marittimo. 11 voti favorevoli, 3 astensioni: Fratelli d’Italia si è astenuta, Forza Italia è uscita dall’aula. Il testo vieta a un operatore di tenere più di una concessione e cancella i subingressi, cioè la cessione del titolo che ha reso le spiagge un patrimonio ereditabile. E chi impiega lavoratori in nero perde la concessione. Il piano di utilizzazione delle aree demaniali, che il Comune di Bacoli conta di approvare entro settembre, porta la spiaggia libera o libera attrezzata dal 15 all’81 per cento del litorale. Una settimana dopo il Tar Campania ha respinto i ricorsi degli ex concessionari. Gli sgomberi valgono dal 1° ottobre. 24.783 abitanti, e una decisione che il ministero rinvia dal 2022.

Spiagge, non solo Bacoli

Il caso si ripete lungo la costa, e ogni volta passa da un tribunale. A Jesolo il comune ha diviso l’arenile in 16 unità minime di gestione e ne ha assegnate 15 con gare ventennali. È il primo in Italia ad aver chiuso la partita: a gennaio 2026 l’ultima sentenza ha esaurito i ricorsi. A Sarzana il bando per 12 concessioni sul litorale di Marinella è uscito a maggio. Ci è arrivato dopo il 2 febbraio, quando il Tar Liguria ha annullato le proroghe accogliendo i ricorsi dell’Antitrust. A Napoli il 40 per cento dell’arenile di Posillipo è tornato libero quest’estate. Ci è tornato perché la settima sezione del Tar Campania aveva cancellato, il 6 febbraio, il tetto di 60 ingressi al giorno e la chiusura alle 17.30 affidata proprio ai concessionari dei lidi confinanti. 

Ottantaquattro milioni per tutte le spiagge d’Italia

Il Ministero delle infrastrutture ha messo agli atti la cifra. I canoni riscossi nel 2024 per le concessioni turistico-ricreative valgono 84,4 milioni di euro. L’Osservatorio dei conti pubblici italiani ha calcolato che nel 2021 il Comune di Milano incassò 53 milioni dai soli negozi della Galleria Vittorio Emanuele. Legambiente misura in Liguria quasi il 70 per cento di costa sabbiosa in concessione, in Emilia-Romagna e in Campania il 68. E a maggio 2025, con l’obbligo di gara in vigore dal 2022, i comuni che avevano avviato le procedure erano 26 su oltre 600.

A Roma il bando è ancora una bozza

Il decreto legge 32, in vigore dal 12 marzo 2026, ha imposto al Mit di portare in Conferenza unificata lo schema di bando tipo entro trenta giorni. Il 13 luglio il ministro Matteo Salvini ha riunito di nuovo le associazioni di categoria. Il ministero ne ha ricavato una nota sulla prosecuzione del confronto. Nella bozza che circola ci sono otto punti su cento di premialità per alberghi, resort e villaggi fronte mare, anche senza esperienza balneare: lo contesta Confartigianato Imprese Demaniali, che ci vede un incentivo alla concentrazione. Il decreto sugli indennizzi, atteso per il 31 marzo 2025, è fermo da più di un anno. Lo ha smontato il Consiglio di Stato con il parere 750 del 22 luglio 2025, dopo la lettera con cui la Commissione europea lo aveva contestato il 7 luglio.

Il calendario, intanto, corre. La legge 118 del 2022 ha recepito la direttiva Bolkestein con sedici anni di ritardo. Il decreto salva-infrazioni ha spostato l’efficacia delle concessioni al 30 settembre 2027. E il Consiglio di Stato, con la sentenza 3970 del 19 maggio 2026, ha chiarito che quel termine è un limite massimo e non una garanzia di permanenza per chi esce. Il governo ha ottenuto una data e la usa come cuscino.

A Bacoli il regolamento è passato in una seduta, con i verbali pubblici e l’opposizione a braccia conserte. A Roma lo schema di gara è all’ennesima consultazione, che il ministero chiama confronto. La legalità qui costa voti. È l’unica cosa che spiega un consiglio comunale capace di decidere in una sera e un ministero che dal 2022 rimanda la pagina più semplice, quella con scritto come si fa una gara.

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Almeno Cencelli aveva un manuale, questi invece questi hanno solo un padrone

Rimpiangere Massimiliano Cencelli a cinquant’anni suonati, dopo che a venti lo consideravamo il becchino degli ideali, sembra una barzelletta. E invece eccoci qua. È morto sabato pomeriggio a Roma, aveva 90 anni. Nel 1967, funzionario della Democrazia Cristiana, si mise a pesare le correnti e a spartire gli incarichi come le azioni di una società: tanto pesi, tanto prendi. Lottizzazione…

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Primo cantiere Board of Peace, mentre a Gaza si continua a morire

Cento metri per centoventi. Sono le misure del primo cantiere aperto dal Board of Peace nella Striscia di Gaza, un avamposto militare per centocinquanta soldati marocchini che ruoterebbero da una base dentro Israele. Il contratto, ancora da finalizzare, è andato ad Arkel International, società della Louisiana che ha già lavorato per il governo statunitense in Iraq, riferisce il Guardian del 6 agosto.

L’avamposto sorgerebbe dentro il 60 per cento della Striscia che l’esercito israeliano controlla in modo diretto, a un chilometro e mezzo dal confine, e avrebbe una “via di estrazione rapida” in caso di attacco. È la prima tappa di una base da cinquemila uomini. Nei piani visti dal giornale la fase iniziale sono tende, brande, bagni chimici e lavamani, qualificati così: “questo è quanto considereremmo abitabile”.

A gennaio Jared Kushner aveva presentato il piano per la “New Gaza”, una città di torri sul lungomare. Sette mesi dopo il primo contratto edilizio della ricostruzione è una caserma con la via di fuga già disegnata, mentre l’80 per cento degli edifici resta danneggiato o distrutto.

Lo stesso 6 agosto l’Unicef ha diffuso da Amman un altro conto. Almeno 300 bambini uccisi nei 300 giorni dall’annuncio del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, uno al giorno di media, con le famiglie ridotte a un terzo della superficie fra macerie e rifiuti. «Un cessate il fuoco che lascia in media un bambino morto ogni singolo giorno sta venendo meno alla sua funzione», ha detto il direttore regionale Edouard Beigbeder.

Nelle stesse ore il Consiglio dell’Unione europea ha accolto con favore l’accordo sul “ritiro completo delle forze israeliane da Gaza”. Due giorni prima Benjamin Netanyahu aveva detto in video che le truppe resteranno sulle linee attuali finché Hamas non sarà disarmato. Di abitabile, a Gaza, c’è un accampamento di tende per soldati stranieri con l’uscita di sicurezza già prevista.

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Hanno lavorato benissimo, vacanze meritate

Mercoledì la Camera ha lavorato benissimo. Quattro voti in un giorno e tutti utili: 206 sì per negare alla Procura di Roma le chat di Andrea Delmastro Delle Vedove, a scrutinio segreto; 191 per la fiducia sul decreto giustizia; 181 per chiedere all’Europa di spendere fuori dai conti, con lo 0,9 per cento del Pil per la difesa; 165 a notte fonda per chiudere la pratica. Poi le valigie…

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