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Libia, il partner dell’Italia che brucia: è ora che il governo Meloni ne prenda atto

Gli scontri di Tripoli in questi giorni hanno spazzato via ogni illusione: la Libia non è un partner, è un campo minato. L’Italia lo sa, ma finge il contrario, continuando a trattare con un Governo di Unità Nazionale che non controlla né la capitale né le sue milizie. Il caso dell’uccisione di Abdel Ghani al-Kikli, detto Gnewa, ne è la sintesi: leader armato, vicino al Consiglio presidenziale, eliminato da rivali legati al premier Dbeibah in un regolamento di conti da guerra civile.

In risposta, Dbeibah ha dichiarato finito il tempo dei “sistemi di sicurezza paralleli”. Ma la Libia è fatta solo di quelli. La sua mappa è una galassia di milizie, con alleanze liquide, che si contendono il territorio e i profitti. La morte di Gnewa ha fatto esplodere l’ennesima crisi armata a Tripoli, costringendo centinaia di civili alla fuga e bloccando anche cittadini italiani, tra cui imprenditori presenti alla fiera Libya Build.

Mentre la capitale bruciava, il premier libico riparava a Misurata. L’Italia evacuava in fretta e furia i connazionali da un aeroporto secondario, dopo che Mitiga era diventato inagibile. Eppure, il giorno dopo, il ministro Piantedosi parlava ancora della Libia come “partner cruciale”, mentre Tajani garantiva che l’ambasciata sarebbe rimasta aperta.

L’ambiguità sulla Libia che ci condanna

L’Italia continua a legare il suo destino energetico, commerciale e migratorio a un Paese che è al tempo stesso campo di battaglia, centro di detenzione e mercato nero. La cooperazione con il Gnu è strategica solo sulla carta: è basata su memorandum rinnovati automaticamente e su accordi che, nella pratica, violano il principio di non-refoulement e i più basilari diritti umani.

Nel solo aprile, le autorità libiche hanno sospeso le attività di Unhcr e di dieci Ong internazionali, accusandole di “sostegno ai migranti”. Intanto, nei centri di detenzione gestiti da milizie, proseguono torture, stupri, lavori forzati ed esecuzioni. E sono le stesse milizie a ricevere fondi europei per “gestire i flussi”. Un sistema che si alimenta con il silenzio, con la retorica della “cooperazione” e con il pretesto della stabilità. Ma la stabilità non si compra, e in Libia non si affitta.

L’Italia tra interessi e ipocrisie

L’Italia ha bisogno della Libia per il gas, con Eni che mantiene operazioni vitali a Mellitah e il gasdotto Green Stream che arriva fino a Gela. Ma ogni crisi, ogni colpo di mortaio, ogni blocco di milizia mette in pericolo investimenti, contratti, sicurezza energetica. Allo stesso tempo, la Libia resta la chiave della politica migratoria italiana: più la situazione si deteriora, più aumentano le partenze, più servono accordi con chiunque abbia un porto e un kalashnikov.

Il “Piano Mattei” si propone come ponte tra Europa e Africa, ma traballa su fondamenta fragili. Perché la Libia non è un ponte, è un abisso. Continuare a fingere che basti la cooperazione con un governo nominale significa accettare che tutto il sistema italiano in Libia – energia, migrazione, diplomazia – poggi sul ricatto delle armi.

L’ora di una scelta

Ogni giorno in cui l’Italia difende il Memorandum del 2017 è un giorno in cui si rende corresponsabile di un sistema di violazioni sistemiche. Ogni investimento in Libia non accompagnato da un impegno credibile per la stabilità e la demilitarizzazione è un investimento a perdere.

Il governo italiano può continuare a cercare “sicurezza” nei memorandum e nel caos controllato. Oppure può riconoscere che serve una svolta: un’altra idea di Libia, che non sia prigione a cielo aperto né terminale delle ambizioni italiane. Ma questo implica dire la verità, ammettere le complicità, e finalmente scegliere da che parte stare.

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Femminicidi: il governo scarica le donne su chiese e farmacie

Stamattina si legge su quasi tutti i giornali che il ministro della Giustizia – l’ex magistrato Carlo Nordio – consiglia alle donne vittime di violenza di affidarsi al farmacista e al prete per salvarsi dal loro aguzzino. Secondo Nordio, «il funzionamento del braccialetto elettronico è molto spesso incompatibile con i mezzi di trasporto delle persone: nel momento dell’allarme nei confronti di una persona, molto spesso la vittima si trova a una distanza non compatibile con l’intervento delle forze dell’ordine. Dobbiamo coniugare questi due elementi dando un’allerta alla vittima, affinché sia in grado – nel momento in cui coglie questo momento di pericolo – di trovare delle forme di autodifesa, magari rifugiandosi in una chiesa o in una farmacia, in un luogo più o meno protetto».

Come ha scritto ieri Carlotta Vagnoli – che ha il maledetto vizio di pretendere la difesa di tutte, oltre all’autodifesa – in soldoni il ministro Nordio ricorda alle donne che, se provano ad ammazzarle, devono avere il buon gusto di non farsi ammazzare. Altrimenti salgono i numeri dei femminicidi – ieri l’ennesimo – e i maschioni di governo hanno il disturbo di dover rispondere ai question time in Senato.

La raccomandazione di Nordio è comunque la sindone del pensiero politico del governo: in questo mondo di dominanti e dominati ognuno è la propria patria. Agli oppressi conviene avere qualche buon amico per uscire dai guai, diffidando delle leggi. In questo caso non serve nemmeno un ministro. Bastano un prete e un farmacista.

Buon venerdì.

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Soldati israeliani in rivolta: “Non in mio nome”

C’è chi diserta, ma non fugge. Chi rifiuta l’uniforme, ma non tradisce il Paese. Chi dice “no” in nome di una coscienza che pesa più delle stellette. L’ultima ondata di mobilitazione in Israele — come racconta Ruth Margalit su The New Yorker — non ha trovato tutti allineati e coperti. Migliaia di riservisti hanno deciso di non rispondere alla chiamata. Non per codardia. Per lucidità.

Sono soldati israeliani che avevano giurato fedeltà a uno Stato, non a un governo. Alcuni sono tornati precipitosamente dall’estero dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023. Hanno combattuto, pianto, obbedito. Ma oggi si tirano indietro. Non per stanchezza, ma per vergogna. Perché, come scrive il soldato Eran Tamir, “questa guerra è il nostro punto più basso”. Perché la liberazione degli ostaggi è l’ultimo obiettivo sulla lista del governo, preceduto dal “controllo operativo” di Gaza e dallo spostamento forzato della popolazione civile. Perché, semplicemente, non si fidano più.

È la crisi morale prima ancora che politica di uno Stato fondato sulla memoria dell’esilio, che ora blocca gli aiuti e affama i civili. È l’erosione di una coesione nazionale che si regge sempre più solo sull’obbligo e sull’abitudine. La retorica bellica resta, ma la carne si sfila. Persino nell’esercito più coeso del Medio Oriente. Intere compagnie si sciolgono, i comandanti reclutano su Facebook, si promettono turni “settimana per settimana” pur di tappare i buchi. Si combatte senza motivazione, si muore per inerzia.

E quando i soldati cominciano a dire “basta”, il problema non è solo militare. È il sintomo terminale di una guerra che ha perso anche il suo racconto

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L’Antimafia è un dovere costituzionale

La commissione Antimafia guidata da Chiara Colosimo è diventata un laboratorio di riscrittura della storia e un tribunale politico in cui l’accusa è riservata ai magistrati e l’immunità ai depistatori. È qui che Mori e De Donno, ex ufficiali del Ros, hanno potuto raccontare la loro verità monca sulle stragi, mentre ogni voce contraria veniva zittita. È qui che si è compiuto un colpo di mano parlamentare, un sequestro politico in piena regola, per impedire che Scarpinato e De Raho – colpevoli di avere memoria lunga e carte in mano – potessero parlare.

La contro-relazione depositata dal Movimento 5 stelle elenca una per una le falsificazioni contenute nelle dichiarazioni dei due ufficiali. L’obiettivo? Ridurre la stagione delle stragi alla sola pista “mafia-appalti”, eliminando tutto il resto: i depistaggi dei servizi, l’agenda rossa, gli intrecci con la politica, il ruolo degli apparati. La strategia è chiara: occupare le istituzioni per cancellare il passato e neutralizzare ogni ostacolo giudiziario al potere. E quando la storia processuale non si piega, si riscrive.

Per liberarsi di chi resiste, si inventa il conflitto d’interessi. Una norma ad personam per colpire due ex magistrati che in Commissione, con il mandato dei cittadini, provano a difendere la verità. E se i fatti non bastano, si usano intercettazioni irrilevanti, passate alla stampa senza autorizzazione, per linciare Scarpinato.

Le stragi sono ancora tra noi, ha detto lui. E questa vergognosa messinscena ne è la conferma. Chi nega, chi insabbia, chi distorce, non lavora per la verità ma per garantire l’impunità di sempre. Con buona pace della memoria, e con la complicità delle istituzioni.

E l’opposizione, in tutto questo, ha il dovere di essere unita. Non servono partiti che fanno calcoli di cortile. L’Antimafia non è una bandiera da sventolare nei congressi: è un dovere costituzionale. E oggi più che mai, è una linea del fronte. Chi si volta dall’altra parte, chi tace, chi baratta il rigore per convenienza, finisce complice. Anche il silenzio, quando è strategico, sa di viltà.

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Lega, Vannacci e Sardone vice segretari: inizia l’era del dualismo tra l’anima nordista di Zaia & C. e quella sovranista imposta da Salvini

La Lega di Matteo Salvini ha fatto la sua scelta. E lo ha fatto con nomi che non concedono ambiguità: il generale Roberto Vannacci e l’eurodeputata Silvia Sardone sono stati nominati vicesegretari federali del partito. Due figure simboliche di un’identità precisa: sovranista, muscolare, ostentatamente anti-progressista. La conferma è arrivata il 15 maggio 2025, nel corso del Consiglio federale, segnando l’ennesima tappa di una trasformazione interna che da anni riscrive la storia del Carroccio.

La scelta di Vannacci rappresenta la normalizzazione di una figura finora considerata borderline. Eurodeputato eletto con un numero record di preferenze, ex generale delle forze armate, autore di un libro-manifesto che ha diviso l’opinione pubblica e imbarazzato persino pezzi di centrodestra, Vannacci entra formalmente nella stanza dei bottoni. Salvini lo porta dentro per evitarne una corsa autonoma, per capitalizzarne il consenso, ma anche per blindare una linea politica sempre più identitaria e anti-europea. Con la nomina, si chiude il capitolo – solo ipotizzato – di una lista personale “Il Mondo al Contrario” e si apre quello di una Lega con accenti più simili a quelli dell’estrema destra europea.

Accanto a lui, Sardone. Prima vicesegretaria donna della Lega, ex Forza Italia, è da anni volto riconoscibile del partito tra Bruxelles e Milano. Anche lei portatrice di un messaggio netto: contro l’immigrazione, contro il velo islamico, contro l’allargamento dell’Unione alla Turchia. “La Turchia non è Europa, né potrà mai esserlo” ha detto in aula a Strasburgo. E ancora: “Serve eliminare del tutto il Green Deal”. Sardone è il volto istituzionale del radicalismo leghista: disciplinata, efficace, già abituata alla macchina del partito.

Lega, crepe e silenzi nel Nord

Ma se per Salvini si tratta di una mossa utile a consolidare il partito e a rilanciare l’identità “vera” della Lega, le crepe sono evidenti. Da Nord arrivano segnali freddi, quando non apertamente contrari. Luca Zaia, presidente del Veneto, ha fatto sapere di non apprezzare l’indirizzo preso, difendendo una Lega “vicina al popolo” e dichiarandosi geneticamente incompatibile con il modello calato dall’alto. Massimiliano Fedriga tace. Altri, come Roberto Marcato, liquidano il nuovo vice con un silenzio eloquente: “Non spendo nemmeno una parola per lui”.

La Lega veneta, quella originaria, quella dei territori e delle battaglie autonomiste, guarda con crescente sospetto all’accentramento di una segreteria tutta in chiave nazionalista. Il rischio è una frattura permanente tra la Lega “sovranista” e quella “nordista”. Un rischio che potrebbe trovare nelle prossime regionali il primo terreno di frizione, proprio in Veneto, dove Vannacci coltiva ambizioni e Stefani spera che i suoi voti possano valere il prezzo del compromesso.

Un centrodestra sempre più sbilanciato

Sul piano esterno, l’effetto è altrettanto destabilizzante. Le posizioni filorusse del generale, le sue dichiarazioni contro la Nato e la timida ambiguità sull’antifascismo rischiano di mettere in imbarazzo l’intera coalizione di governo. Fratelli d’Italia e Forza Italia restano ufficialmente allineati alla traiettoria atlantista, ma da oggi dovranno fare i conti con un vicesegretario di partito che a Bruxelles parla un’altra lingua. Letteralmente.

L’ingresso di Sardone e Vannacci nella segreteria federale della Lega è più di un rimpasto. È una dichiarazione d’intenti. È il definitivo superamento di ogni nostalgia per l’autonomismo padano. È la scelta di chi vuole un partito urlato, disciplinato, aggressivo. In due parole: un partito di destra. E ora che la direzione è tracciata, restano da vedere le conseguenze. Sulla Lega, ma anche sul centrodestra tutto.

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Spese militari dal 2 al 5% del Pil, Tajani scopre le carte e conferma la corsa dell’Italia al riarmo. Ma gli cambia nome in “sicurezza”

Alla fine, lo hanno detto chiaro: “Si apre una nuova fase”. Dopo aver raggiunto l’obiettivo del 2% – che è “solo il primo passo” – ora si punta al 5% del Pil in spese per la difesa. “Preferisco però parlare di sicurezza, perché la sicurezza non è solo armi: è la protezione di ogni cittadino europeo, di ogni cittadino italiano”, ha annunciato il ministro degli Esteri da Antalya, a margine del vertice Nato, infilando nella frase la consueta rassicurazione per il pubblico di casa: “Bisogna spiegarlo ai cittadini”. Ma cosa c’è da spiegare, esattamente? Che l’Italia si prepara a triplicare la spesa militare – fino a 110 miliardi di euro – nel silenzio del Parlamento e nell’assenza di un vero dibattito pubblico? Che questo avverrebbe su richiesta di Washington, e non per una scelta strategica autonoma

Il ministro ha specificato: il 5% si dividerebbe tra un 3% per la “spesa militare classica” e un 2% per la “sicurezza”. È la nuova retorica: non si parla più di armi e carri armati, ma di una “sicurezza più ampia”, che comprende infrastrutture a uso duale, cybersecurity, perfino porti e strade. Un’operazione semantica studiata a tavolino per diluire il concetto di militarizzazione e renderlo più accettabile. Ma nella sostanza, si tratta di soldi pubblici da sottrarre ad altro.

Il maquillage del 2% e l’illusione del 5%

Secondo l’Osservatorio Mil€x, la spesa italiana per la difesa nel 2025 è già salita a 45 miliardi di euro, grazie anche ad operazioni contabili come l’inclusione dell’Arma dei Carabinieri e di fondi stanziati da altri ministeri. Il passaggio al 5% significherebbe stanziare fino a 70 miliardi in più, portando la spesa annuale oltre i 110 miliardi. Un’ipotesi che non ha alcun fondamento in una valutazione strategica, ma che risponde alle pressioni di Washington e agli interessi dell’industria bellica europea.

L’Italia, con un debito al 137% del Pil e una crescita prevista dello 0,6%, non ha margini per un’operazione simile. Lo scenario è chiaro: o si taglia la spesa sociale – scuola, sanità, welfare – o si fa esplodere il debito. La prima ipotesi distruggerebbe la coesione sociale, la seconda ci esporrebbe al rischio di nuove crisi finanziarie. La terza opzione, quella del maquillage della riclassificazione delle spese, è già in corso. Ma anche i giochi contabili hanno un limite.

Il ministro Crosetto lo aveva definito “un investimento per la libertà”, Giorgia Meloni lo ha presentato come “necessario”. Ma mai nessuno ha spiegato come si pagherà questo salto. Non lo ha fatto il Parlamento, a cui non è mai stata sottoposta una delibera formale, né lo hanno fatto i partiti di maggioranza. A oggi non esiste uno studio di impatto, né un piano dettagliato di copertura. Solo annunci, ripetuti nei consessi internazionali, e una retorica martellante sulla “sicurezza”.

La retorica della minaccia, il silenzio del Parlamento

Nel frattempo, le voci contrarie si moltiplicano. L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani avverte che già il 2% ha richiesto una forzatura dei conti. Il SIPRI osserva che i governi che danno priorità alla spesa militare lo fanno a scapito della spesa sociale. E studi come quelli citati da Mario Pianta mostrano che ogni miliardo investito in sanità o scuola genera fino a quattro volte più occupazione rispetto alla stessa cifra spesa in armamenti.

Eppure, a parte alcune campagne della società civile – Sbilanciamoci!, la Rete Pace e Disarmo – la politica tace. Una parte dell’opposizione balbetta, forse perché paralizzata dal riflesso condizionato dell’atlantismo bipartisan. Così il governo può continuare indisturbato a gonfiare la spesa militare in modo incrementale, a ogni vertice, a ogni occasione. Prima il 2%, poi via via più su fino al 5%. Senza mai fermarsi a discutere sul perché.

Si dirà che viviamo tempi difficili, che la guerra in Ucraina ha cambiato tutto. Ma la risposta non può essere cieca obbedienza alle pressioni degli alleati e assenza di visione strategica nazionale. Spiegatelo pure ai cittadini, se ne siete capaci. Ma non chiedete loro di applaudire mentre li spingete verso il baratro.

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Lo spot più stupido del governo Meloni

Nel quasi silenzio generale, mentre la presidente del Consiglio sbraitava in Parlamento, un’altra persona trasferita nel Cpr di Gjader, in Albania, è tornata in Italia ed è formalmente libera.

La giudice di pace di Roma, Emanuela Artone, ha sospeso la richiesta di riesame del trattenimento per la stessa pregiudiziale costituzionale già sollevata in merito ai Cpr italiani. C’è da stabilire se la detenzione di persone straniere per un tempo prorogabile fino a 18 mesi violi l’articolo 13 della Costituzione, considerando che modalità e procedimenti non sono ancora puntualmente disciplinati da una normativa di rango primario. C’è da verificare anche se venga leso il principio di eguaglianza (articolo 3 della Costituzione).

L’ennesimo fallimento del progetto albanese del governo è avvenuto mentre la Camera approvava il cosiddetto “decreto migranti” con 192 voti a favore e 111 contrari. Tutto questo mentre nell’immaginario collettivo l’“operazione Albania” viene ancora raccontata come un successo.

Finora il Cpr di Gjader ha rimpatriato 16 persone, riportate nei rispettivi Paesi dopo un viaggio di andata e ritorno con l’Italia. Molti di più, invece, sono stati liberati o ritrasferiti in altri Cpr sul territorio italiano. Tutto ciò attraverso continui viaggi sull’Adriatico, con l’impiego di mezzi e personale. Sedici persone rimpatriate, a fronte di costi enormi, per allestire lo spot pubblicitario più costoso, più inumano e più stupido che un governo possa immaginare.

Milioni di euro spesi per apparire abbastanza cattivi da saziare la bile dei propri elettori. Anche qui, ci starebbe bene un bello scrollamento di testa del ministro Giorgetti.

Buon giovedì.

Foto governo.it

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Lacrime d’inchiostro su Gaza per paura di perdere lettori

Ora che anche il Financial Times parla di “vergogna”, ora che The Guardian scrive la parola proibita – genocidio – all’improvviso il silenzio s’incrina. I comitati editoriali si svegliano. Le colonne si moltiplicano. Ma non è coscienza: è consenso. È il panico di perdere lettori, abbonamenti, credibilità. E allora via con le editoriali contrite, con le fotografie che finalmente mostrano ciò che tutti sapevano da mesi.

Ben venga. Ma nessuna indulgenza.

Per diciannove mesi una parte della stampa ha depotenziato, censurato, giustificato. Ha fatto da schermo. Ora si scopre umanitaria solo perché l’opinione pubblica cambia vento. Perché le università occupate fanno rumore, perché i lettori si stancano delle veline, perché persino i cronisti embedded non riescono più a oscurare i corpi bruciati e i bambini amputati.

Il merito non è dei giornali. È di chi ha tenuto la barra dritta quando non conveniva: reporter sul campo, ong, studiosi, attivisti, redazioni che hanno pagato in termini di isolamento, licenziamenti, intimidazioni. È questa la vera resistenza. Tutto il resto è rincorsa tardiva, goffamente rivendicata.

Ora tocca alla stampa un compito più difficile: raddrizzare la politica. Perché la politica, anche quella italiana, continua a balbettare, a distinguere, a voltarsi altrove. Servono editoriali che non si limitino al lutto ma pretendano sanzioni, rotture diplomatiche, conseguenze. Chi ha sbagliato – con il silenzio o con la complicità – non può farla franca solo perché oggi cambia verbo.

Il tempo delle omissioni è finito. Ora si risponde alla Storia. E la Storia ha buona memoria.

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Meloni, Salvini, Tajani: tre leader e nessuna guida

L’assenza di Giorgia Meloni al vertice dei “volenterosi” per Kiev ha fatto rumore. Non tanto per la sua partecipazione in video, quanto per la reazione stizzita di Antonio Tajani. “Chiedete a lei”, ha detto il ministro degli Esteri ai cronisti che domandavano conto della mancata presenza fisica della premier. In quel gelo diplomatico c’è tutta la fotografia di un governo che mostra la vetrina dell’unità ma continua a incrinarsi sotto la superficie.

Tajani ha provato a tamponare il caso con frasi rassicuranti – “l’Italia c’era” – ma intanto ha scelto un’altra frase, più netta: “Non sto in un governo anti Ue”. Una dichiarazione che pesa, e che sembra più un messaggio a Meloni che ai partner europei. Perché in quella coalizione a tre, dove i leader si contendono lo stesso palcoscenico, le crepe non sono episodiche: sono sistemiche.

L’alleanza delle distanze

Dall’insediamento del governo, le differenze tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si sono espresse su quasi tutti i fronti: politica estera, riforme istituzionali, strategia economica, posizionamento europeo. Meloni cerca il profilo da statista, Salvini gioca di sponda populista, Tajani prova a tenere un perimetro moderato. I vertici settimanali, le foto di rito, le smentite ufficiali non bastano più a mascherare le tensioni, che esplodono puntualmente ogni volta che la premier cerca una linea autonoma.

Sul fronte internazionale, Meloni tenta un difficile equilibrio tra la fedeltà atlantista e la volontà di distinguersi dagli esecutivi precedenti. Ma paga la necessità di mediare tra un Tajani che custodisce gelosamente il pedigree europeista del PPE e un Salvini che flirta con Trump e sogna dazi bilaterali. L’episodio di Kiev ha solo cristallizzato un malessere già in circolo: la premier non può permettersi passi falsi, ma non può nemmeno permettersi un Tajani che si smarca troppo.

La doppia politica estera

Il governo parla spesso con due voci. Una ufficiale, incarnata da Meloni e Tajani, che difende la coerenza europeista e il sostegno all’Ucraina. L’altra parallela, tutta affidata a Salvini, che colleziona telefonate a Washington e critiche a Bruxelles. Il risultato è una diplomazia schizofrenica che confonde alleati e osservatori. Tajani, esasperato, ha più volte ricordato che “la politica estera si fa con una voce sola, altrimenti si diventa lo zimbello delle cancellerie”. Meloni lo sa, e per questo avrebbe minacciato Salvini di svuotargli il partito. Se sia vero o no, poco importa: è il clima che conta.

Una forza apparente, una fragilità reale

La stabilità apparente del governo Meloni è anche figlia dell’inconsistenza dell’opposizione. I partiti che dovrebbero incalzare l’esecutivo sono divisi su tutto: su Gaza, sul lavoro, persino sul referendum contro l’autonomia differenziata. Mentre il centrodestra si azzuffa ma governa, il centrosinistra alterna appelli all’unità e lettere in dissenso. Le tensioni dentro l’esecutivo sarebbero un’occasione politica evidente, ma nessuno riesce ad approfittarne. Così Meloni può permettersi di tirare la corda, Salvini di giocare di sponda, Tajani di dissociarsi a mezza voce: l’alternativa non c’è.

La polemica interna al Pd sull’astensione referendaria, il balbettio del M5S su ogni questione internazionale, le ambiguità sul MES e sul PNRR impediscono di trasformare le fragilità del governo in un’alternativa di governo. Questo squilibrio offre a Meloni un margine insperato: può gestire un’alleanza instabile con la certezza che fuori dal perimetro non c’è minaccia reale. Il problema è che nel vuoto dell’opposizione, il confronto politico si appiattisce sulle contraddizioni del potere, senza che nessuno ne tragga conseguenze elettorali.

Riforme a ostacoli e riformulazioni continue

Le riforme istituzionali sono il terreno dove l’equilibrismo della premier rischia di crollare. Il premierato voluto da Meloni è ostaggio dell’autonomia differenziata imposta da Salvini. Forza Italia, con Tajani, tiene il freno a mano, appellandosi ai rilievi della Corte Costituzionale. Si avanza per baratti incrociati: una riforma per l’altra, un comma per un appoggio. Il risultato è una paralisi lucida, in cui nessuno osa rompere, ma ognuno minaccia di farlo.

Anche sulla giustizia e sui diritti civili la coalizione si muove come un corpo a tre teste: Tajani difende le toghe, Salvini tuona contro le intercettazioni, Meloni lascia fare a Nordio. La legge sull’utero in affitto come reato universale ha mostrato l’allineamento conservatore del governo, ma anche lì Forza Italia si è fatta vedere solo per il voto. Marina Berlusconi ha provato a spingere sul fine vita: silenzio, o peggio, sarcasmo.

Un governo condizionato

Il caso Kiev ha rivelato un aspetto cruciale: Meloni è forte finché gli altri glielo permettono. Forza Italia ha fatto capire che c’è un limite alle torsioni anti-Ue, Salvini usa ogni margine per riaffermare la propria identità. La premier tiene insieme la coalizione con una miscela di controllo e minaccia. Ma sa che ogni divergenza può diventare una leva. E che Tajani non è più disposto a coprirle tutte.

Dietro ogni foto di gruppo ci sono tre agende elettorali, tre diplomazie parallele, tre idee diverse di cosa significhi governare. Più che una coalizione, una tregua permanente. Fino al prossimo vertice. Fino al prossimo “Chiedete a lei”.

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José Mujica, la politica come dovere e come disobbedienza

José Mujica è morto il 13 maggio 2025. Aveva 89 anni, un cancro all’esofago e nessuna intenzione di smettere di parlare. Lo chiamavano “el Pepe”. Per i giornali era il presidente più povero del mondo. Per l’Uruguay è stato l’unico capo di Stato capace di abitare il potere come una zavorra necessaria, mai come un trono. Per il resto del mondo era una voce stonata nell’orchestra di leader compiaciuti, autoritari, impomatati. Il contrario esatto della politica che oggi avanza.

Dal carcere all’assemblea: la coerenza come metodo

Nato nel 1935 a Montevideo, Mujica cresce in una casa dove la povertà è condizione e la dignità un principio. Orfano di padre, si guadagna da vivere con il lavoro nei campi. La sua prima militanza è nel Partito Nazionale, ma negli anni ’60 si avvicina alla lotta armata. Entra nei Tupamaros, gruppo rivoluzionario ispirato alla Rivoluzione cubana. Partecipa a sequestri, assalti, azioni dimostrative. Viene colpito da sei proiettili in uno scontro a fuoco e arrestato più volte. Dopo il golpe del 1973, finisce in isolamento per oltre dieci anni. Passa due di questi anni nel fondo di un abbeveratoio per cavalli. Non vede quasi mai la luce. Viene torturato. Non cede.

Quando nel 1985 l’Uruguay torna alla democrazia e viene liberato, Mujica cambia strada. Non rinuncia alla radicalità, ma la reinventa: “La lotta non si fa più con le armi, ma con le leggi”. Entra nel Frente Amplio, fonda il Movimento di Partecipazione Popolare, diventa deputato, poi senatore. Nel 2005 è ministro dell’Agricoltura, nel 2009 vince le presidenziali. Governa il Paese dal 2010 al 2015, portando con sé la zolla, la carcassa del Maggiolino, la casa con il tetto in lamiera, la pensione da contadino. Rifiuta il palazzo presidenziale e dona il 90% dello stipendio.

Durante il suo mandato l’Uruguay diventa un laboratorio. Legalizza la marijuana, autorizza l’aborto, approva il matrimonio egualitario. Abbassa la povertà dal 45% all’11%, aumenta del 250% il salario minimo, porta le energie rinnovabili al 98% della produzione elettrica. “Non difendo le droghe – dirà – ma il narcotraffico è peggio”. Non è ideologia. È disobbedienza creativa: piegare le leggi esistenti alla giustizia sociale. Dimostrare che si può governare per redistribuire e non per occupare.

Contro la società di mercato, il tempo come libertà

Ma il lascito più profondo non sta nei numeri. Sta nel linguaggio che ha usato. Nell’etica della sobrietà come rottura, nell’umiltà come forma di resistenza. Mujica ha criticato la società del consumo chiamandola con il suo nome: “una nuova forma di schiavitù”. Ha parlato di felicità come orizzonte politico, non come vezzo spirituale. “Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui – diceva – e sprechiamo la vita a lavorare per mantenerli”. È stato invitato all’Onu per pronunciare un discorso su questo. E ha parlato per tre minuti, con la voce bassa, le mani nelle tasche e lo sguardo da contadino.

La sua coerenza non è stata estetica. È stata sostanza. Mujica ha criticato i regimi di sinistra autoritari come Nicaragua e Venezuela, ha difeso il pluralismo, ha sempre cercato il dialogo, anche con gli oppositori politici, spesso ospitati a casa sua. Ha costruito la sinistra più pragmatica del Sud America senza perdere la fedeltà ai suoi principi. Ha dimostrato che si può evolvere senza svendersi.

Il suo pensiero resta l’antidoto alle due malattie politiche del presente: l’autarchia e il neofascismo. All’isolamento, ha risposto con la cooperazione. Alla paura, con il dialogo. Al culto dell’uomo forte, con la fragilità vissuta come forza. Alla retorica del nemico, con l’invito a “non trasformarci in ciò contro cui combattiamo”. Alla verticalità del potere, con l’orizzontalità delle relazioni umane.

Ha insegnato che la politica non è spettacolo né risentimento. È servizio. È vocazione. È dovere. E chi la esercita deve somigliare a chi la subisce, non dominarlo. Per questo la sua morte pesa. Perché Mujica è stato l’esempio vivente che un altro modo di vivere il potere è possibile. E che, se lo ignoriamo, non sarà per mancanza di alternative. Sarà per codardia.

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