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#UltimoGiornodiGaza Se il genocidio non si vede, è perché guardiamo altrove

Anni fa si vedeva un adesivo attaccato sulle auto e sulle biciclette che diceva: “Non sei un mezzo al traffico, tu sei il traffico”. Funzionava perché era una presa di coscienza mentre si stava in coda. Non siamo in mezzo al silenzio che concima il genocidio di Gaza: siamo parte del silenzio su Gaza.

Se qualcuno alza la voce, si ritrova in guerra. Abbiamo passato mesi a piluccare il significato della parola genocidio, mentre a Gaza l’esercito di Israele ammazzava cinquantamila persone. Stiamo passando gli ultimi giorni a discutere della Taverna Santa Chiara di Napoli come se il problema nazionale fosse il pasto indigesto per le opinioni legittime dell’oste, e non la fame che ammorba la popolazione della Striscia.
Il 9 maggio si celebra la Giornata dell’Europa e della sua unificazione. Un appello chiede per quel giorno una mobilitazione, perché il 9 maggio non sia l’ultimo giorno di Gaza: si invita a parlarne ovunque, su siti, canali video, social, nelle strade e nelle piazze, sempre con gli hashtag #ultimogiornodigaza e #gazalastday.

“Senza il mondo Gaza muore. Ed è altrettanto vero che senza Gaza siamo noi a morire. Noi, italiani, europei, umani. Per rompere il silenzio colpevole useremo la rete, che è il solo mezzo attraverso cui possiamo vedere Gaza, ascoltare Gaza, piangere Gaza”, si legge.
Con una precisazione importante: aggiungiamo tutte le parole che vorremo usare agli hashtag #ultimogiornodigaza e #gazalastday. Senza scomunicarne nessuna, senza renderne obbligatoria nessuna. Per chiamare le cose con il loro nome.
Ora è il momento di costruire una rete di senza-potere determinati a prendere la parola. E il 9 maggio è la prima tappa di una strada assieme. Perché la strage, perché il genocidio, abbiano fine. Ora.

Buon martedì.

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A Gaza si muore di fame e in Europa di cautela

Mentre Israele approva l’occupazione totale della Striscia di Gaza, il governo Netanyahu discute se far entrare o meno i camion con farina e medicine. Il gabinetto di sicurezza ha dato l’ok all’unanimità per una nuova fase della guerra: “conquista e mantenimento del territorio”. Un eufemismo per chiamare con freddezza militare ciò che è già una tragedia: due milioni di persone ridotte a combattere contro la fame, la sete e il silenzio.

Nel frattempo, il ministro Ben Gvir chiede di bombardare le scorte alimentari di Hamas e afferma che “Gaza ha aiuti a sufficienza”. Nessuna ironia, solo l’indifferenza che diventa dottrina. Il capo di Stato Maggiore ricorda il diritto internazionale, ma viene zittito. Gli aiuti arriveranno solo dopo la visita di Donald Trump, come se un popolo potesse essere tenuto in ostaggio del calendario diplomatico.

A Gaza, racconta la giornalista Rita Baroud, i bambini bevono acqua torbida e mangiano foglie d’uva crude. Le panetterie sono chiuse, le fattorie bombardate, i pozzi contaminati. Il pane è un ricordo, la carne un miraggio, l’acqua un lusso negoziato col potere. La fame non è una conseguenza della guerra. È una scelta deliberata, una strategia. La fame come arma, la sete come deterrente.

Israele dice di voler evitare che Hamas si appropri degli aiuti, ma intanto la carestia avanza, i morti superano i 52.000 e le tende profughi si riempiono di corpi vivi che svaniscono. In Occidente, la parola “cessate il fuoco” si consuma sulle labbra, senza trovare mai le condizioni “adeguate”.

Non è una difesa, è un piano di sterminio. Per avere successo ha solo bisogno di un esercito di vigliacchi fiancheggiatori. 

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Libertà di stampa, tante promesse e pochi fatti: la Federazione nazionale della stampa chiede conto al governo

Nel giorno dedicato alla libertà di stampa, la segretaria generale della Federazione nazionale della stampa italiana, Alessandra Costante, si è detta “felice di sapere che la libertà di informazione è importante per la premier”. Poi ha fatto ciò che tocca a un sindacato: ha chiesto conto delle promesse. Perché nel frattempo, la macchina dello Stato le ha lasciate in sospeso.

L’Europa chiede trasparenza, l’Italia tace

In cima alla lista, l’EMFA, il nuovo Regolamento europeo per la libertà dei media, approvato a marzo dal Parlamento europeo. Obbligatorio per tutti gli Stati membri, dovrebbe garantire l’indipendenza editoriale, la trasparenza nei finanziamenti e proteggere i giornalisti da sorveglianze arbitrarie e interferenze politiche. Soprattutto impone una governance indipendente per i media di servizio pubblico. Un principio che, applicato in Italia, richiederebbe una radicale revisione del controllo politico sulla Rai. Ma sull’adozione dell’EMFA, la presidente del Consiglio non ha fornito alcuna certezza. Nessuna dichiarazione ufficiale. Nessun calendario di attuazione.

La normativa europea vieta interferenze nella linea editoriale, impone che i finanziamenti pubblici siano trasparenti e prevede la creazione di un organismo europeo di vigilanza. A essere incompatibile non è solo il sistema Rai, ma anche l’intero impianto della proprietà editoriale in Italia. È un cortocircuito che richiede una volontà politica esplicita per essere sciolto. Finora non pervenuta.

Una legge a nome Meloni, ferma da mesi

Poi ci sono i giornalisti che faticano a farsi pagare. In Italia oltre il 60% dei giornalisti attivi è freelance, molti dei quali collaborano con le testate senza un contratto regolare. Quando il compenso non arriva, l’unica strada è il tribunale civile. Tempi lunghi, spese elevate, cause che spesso non valgono il costo dell’azione.

È per questo che la Fnsi e l’Ordine dei giornalisti chiedono da anni l’attuazione della liquidazione giudiziaria dei compensi: uno strumento che consenta al giudice di determinare rapidamente il pagamento spettante, anche in assenza di un contratto scritto, sulla base dei minimi stabiliti dal contratto nazionale. Una misura approvata nel 2021, con un emendamento firmato proprio da Giorgia Meloni. Un nome in calce che non è bastato a portarla all’attuazione.

Il paradosso è tutto qui: la legge c’è, ma non funziona. Il dossier giace da cinque mesi in un cassetto del ministero della Giustizia, mentre il governo continua a lodare il pluralismo dell’informazione nelle dichiarazioni ufficiali.

Infine, l’ultima frontiera dell’anomalia italiana: il carcere per i giornalisti condannati per diffamazione. Nonostante le sentenze della Corte costituzionale e le raccomandazioni del Consiglio d’Europa, l’Italia continua a prevedere la pena detentiva per chi scrive. Si moltiplicano le querele temerarie, le richieste di risarcimento milionarie, i procedimenti strumentali che producono solo un effetto: silenziare.

L’EMFA chiede agli Stati membri di garantire che le misure contro la disinformazione non si traducano in strumenti per intimidire i media. In Italia, invece, le cause civili e penali restano il principale strumento usato da imprenditori, politici e amministratori pubblici per colpire le redazioni e i singoli giornalisti.

La premier ha detto di tenere alla libertà di stampa. Il sindacato le chiede di provarlo con atti concreti: attuare l’EMFA, riformare la governance della Rai, far uscire la liquidazione giudiziaria dal cassetto, abolire il carcere per la diffamazione. Ad oggi, però, le promesse sono tutte a scadenza. E nessuna è stata rinnovata.

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Pornografia minorile: +83% di casi in un anno e lo Stato resta indietro

Oggi è la Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia. Puntuali arrivano i comunicati istituzionali. Parole, molte. Ma se bastassero le parole, oggi non ci troveremmo di fronte a un’emergenza permanente. Se bastassero i comunicati, non ci sarebbero stati 2.809 casi trattati nel solo 2024 tra pedopornografia e adescamento online. Non ci sarebbe stato bisogno di 144 arresti e oltre mille denunce.

Secondo i dati diffusi da Save the Children, nel primo semestre del 2024 le vittime di pornografia minorile in Italia sono quasi raddoppiate: da 75 a 137. Il 66% ha meno di 14 anni. Gli episodi di adescamento online sono saliti a 370, con oltre la metà delle vittime tra i 10 e i 13 anni, e un drammatico 7% sotto i 10. L’estorsione sessuale digitale – la sextortion – ha coinvolto 127 minori, l’87% dei quali adolescenti. Crescono anche i casi di revenge porn: erano 29 nel 2023, sono già 42 nei primi mesi del 2024. Eppure, nel lessico politico di governo, il termine “educazione sessuale” resta tabù. Mentre i dati raccontano una realtà dove la violenza sessuale passa attraverso legami di fiducia tradita, amicizie simulate, relazioni abusanti nei contesti familiari e scolastici.

La prevenzione che manca, la repressione che arriva troppo tardi

L’abuso sessuale sui minori in Italia non è una deriva occasionale, è un sistema che sopravvive nella cecità istituzionale e nelle pieghe di un impianto normativo che reagisce con forza quando il danno è fatto, ma interviene troppo poco e troppo tardi per prevenirlo. Le leggi ci sono. L’apparato repressivo è ampio, articolato, persino aggiornato alle nuove forme di criminalità digitale. Ma la risposta continua a essere sbilanciata: dopo, mai prima. Quando la violenza è già accaduta. Quando i video sono già stati scambiati. Quando le vite sono già spezzate.

Nel frattempo, l’infrastruttura preventiva resta fragile. Le scuole italiane, seppur presidio privilegiato di accesso ai minori, non hanno un obbligo nazionale di attivare programmi di educazione sessuo-affettiva. Manca un protocollo operativo vincolante per formare il personale scolastico e sanitario a riconoscere i segnali di disagio. I servizi sociali, dove esistono, operano con risorse insufficienti, senza garanzie di omogeneità territoriale. Le ONG – da Telefono Azzurro a Save the Children, da Terre des Hommes al CISMAI – sopperiscono come possono, raccogliendo dati, sostenendo le vittime, promuovendo campagne. Ma non può spettare al terzo settore il compito esclusivo di difendere l’infanzia.

Serve un cambio di paradigma. Le soluzioni esistono, sono scritte nero su bianco nel report allegato oggi proprio da Save the Children: introdurre per legge programmi obbligatori di educazione affettiva, sessuale e digitale, strutturati per età, dalla primaria alla secondaria. Formare tutti i professionisti che lavorano con i minori – insegnanti, medici, operatori dei servizi, magistrati – all’individuazione precoce dei segnali d’abuso. Finanziare reti di servizi multidisciplinari per l’assistenza legale, psicologica, sanitaria e sociale delle vittime e delle famiglie, in ogni area del Paese. Rafforzare i canali di segnalazione, anche anonima, e semplificare l’accesso alle tutele. E poi creare un sistema nazionale di monitoraggio permanente, centralizzato, trasparente.

Un sistema che fallisce: quando le istituzioni voltano lo sguardo

I casi emblematici non mancano. Il Forteto – la comunità toscana dove per decenni minori affidati dal Tribunale sono stati abusati e manipolati – mostra cosa succede quando le istituzioni non comunicano, quando i segnali vengono ignorati, quando i sistemi di vigilanza falliscono. All’opposto, l’operazione internazionale che ha smantellato “Kidflix”, una piattaforma con 1,8 milioni di utenti attivi nel dark web, rivela quanto sia cruciale la cooperazione transnazionale, la tracciabilità delle criptovalute, l’utilizzo di tecnologie investigative avanzate. Ma nemmeno questo basta, se non si agisce a monte, sulle cause sociali e culturali che rendono un minore vulnerabile alla manipolazione.

È necessaria anche una nuova cultura pubblica. L’educazione digitale non può essere opzionale. Gli strumenti di parental control non possono sostituire la responsabilità dello Stato. La prevenzione dell’abuso sessuale deve diventare una priorità strutturale della politica educativa, sanitaria, penale. E serve il coraggio di agire anche dove è più scomodo: nei contesti familiari, dove avviene la maggior parte degli abusi. Nel 70% dei casi, l’autore è un conoscente stretto, un familiare, un adulto di fiducia. La difesa dell’infanzia passa anche attraverso lo smantellamento dei miti rassicuranti su casa, scuola e comunità.

Contro la pedofilia non serve un giorno all’anno. Serve una strategia continua. Serve un investimento pubblico stabile. Serve la consapevolezza che un Paese che non protegge i propri bambini è un Paese che fallisce la sua stessa civiltà. Serve, infine, la volontà politica di non lasciarli soli. Non più. Mai più.

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Emergenza carceri, i ritardi del piano del governo sotto la lente della Corte dei Conti

È passato un decennio dalla chiusura dell’esperienza commissariale per l’edilizia penitenziaria, ma le celle restano piene, le strutture cadenti, i progetti sulla carta. Lo dice la Corte dei conti, senza mezzi termini: il piano carceri è in grave ritardo. Nella relazione approvata con delibera n. 42/2025/G, i magistrati contabili fotografano una realtà che sfiora il paradosso: mentre il sovraffollamento raggiunge livelli d’emergenza in sei Regioni – Lombardia, Puglia, Campania, Lazio, Veneto e Sicilia – molti interventi sono ancora in fase embrionale o cancellati del tutto.

La Corte ha passato al setaccio il periodo 2021-2024, indagando sullo stato di attuazione del piano previsto dal decreto interministeriale del 10 ottobre 2014. Gli obiettivi disegnati nel Piano – ampliamenti, nuove strutture, manutenzioni straordinarie, digitalizzazione – risultano in larga parte disattesi. Mentre la popolazione detenuta cresce, lo Stato si dimostra incapace di garantire condizioni minime di dignità, come previsto dalla Costituzione e dagli standard internazionali.

Il ritorno dell’emergenza permanente

Le ragioni? Inadempienze contrattuali delle imprese, fabbisogni degli istituti che mutano più in fretta dei cantieri, mancanza di risorse per finanziare le varianti progettuali. È un film già visto: promesse di riforma inghiottite da un sistema che si muove per inerzia. La Corte dei conti, per l’ennesima volta, è costretta a suonare l’allarme. Ma l’eco sembra disperdersi in un vuoto di responsabilità.

Il quadro tratteggiato è tanto più grave se si considera la recidiva del sistema. Dopo la condanna dell’Italia nella sentenza “Torreggiani” del 2013, la Corte europea dei diritti umani aveva imposto misure urgenti per superare il sovraffollamento cronico e migliorare le condizioni detentive. Oggi, a distanza di dodici anni, quegli obblighi restano disattesi. Il numero di suicidi nelle carceri italiane lo testimonia ogni anno: 83 solo nel 2024.

Le promesse di Nordio e il vuoto di governo

Il ministro Carlo Nordio aveva promesso 8.000 nuovi posti entro il 2026, un piano di interventi urgenti, nuove strutture, meno carcere per i reati minori, più espulsioni e più affidamenti ai servizi. Ma mentre le promesse si moltiplicavano in conferenza stampa, il ministero tagliava del 50% i fondi destinati al lavoro penitenziario. E quando il sovraffollamento è esploso, Nordio ha indicato la magistratura come responsabile, accusandola di “mettere troppa gente dentro”. È il rovesciamento perfetto: al disastro strutturale si risponde con lo scaricabarile.

La Corte non si limita alla denuncia. Chiede che si parta almeno da una stima realistica dei costi e da una pianificazione efficace delle risorse. Propone la definizione di linee guida per gli edifici penitenziari, in linea con gli standard europei e internazionali. Raccomanda un monitoraggio costante al nuovo Commissario straordinario, incaricato di vigilare sulla realizzazione degli interventi nel rispetto dei cronoprogrammi procedurali e finanziari.

In alcune regioni si superano ormai i 130 detenuti ogni 100 posti disponibili. E nonostante i fondi stanziati nel PNRR per digitalizzazione e edilizia, la Corte rileva che «le risorse non sempre sono state allocate secondo criteri di priorità effettiva», con cantieri mai avviati o sospesi a metà.

Ma è proprio questo il nodo: si continua a parlare di “nuovi commissari”, “nuove fasi”, “nuove programmazioni”, mentre gli istituti restano gli stessi. Lo stato di emergenza è ormai fisiologia. La pena che dovrebbe rieducare si trasforma in abbandono. I detenuti non scontano solo la condanna inflitta da un tribunale, ma anche quella dell’inadempienza dello Stato. E nel frattempo, lo stillicidio di vite che si spengono dietro le sbarre continua a scorrere, inosservato.

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Trump, l’uomo da 24 ore

Doveva bastare un giorno. Bastavano 24 ore, aveva detto, per far cessare la guerra in Ucraina. Ma oggi, Donald Trump parla di “odio troppo profondo”, “pace forse impossibile”, “frustrazione” e persino di uscita dal negoziato. Il messia del compromesso lampo è diventato il profeta del ritiro strategico. È il fallimento annunciato di un’impostura diplomatica.

Secondo Charles Kupchan, ex consigliere di Obama, Trump sta solo preparando l’opinione pubblica al flop. Aveva promesso la pace come si promette una svendita, ma ha scoperto che i tavoli della diplomazia non funzionano come i reality. Pensava di telefonare a Putin, blandire Zelensky, firmare e andare in conferenza stampa. Ha trovato invece una guerra vera, con morti veri, e un Cremlino che non ha nessuna intenzione di arretrare.

Nel frattempo, a Mosca i missili sfilano per la parata del 9 maggio e Putin rifiuta anche un cessate il fuoco simbolico. Kiev è sotto attacco, mentre Washington tenta di rattoppare l’illusione con un nuovo sistema Patriot riciclato da Israele. Il quadro è chiaro: la guerra non si ferma con gli slogan elettorali.

Trump ha sbagliato approccio, tempi e alleanze. Ha concesso troppo prima ancora di cominciare: Crimea, Nato, riconoscimenti a buon mercato. E ora cerca un’uscita di scena che non puzzi di disfatta. Ma il sipario è già calato. Di quelle 24 ore resta solo il silenzio imbarazzato di chi si era illuso. O peggio, aveva creduto.

Buon lunedì. 

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Olimpiadi da incubo: per il tubo di Zaia si affittano anche le promesse

Per salvarsi dal rosso della pista da bob, il Comune di Cortina farà da B&B. È scritto nero su bianco nel piano economico redatto da KPMG e citato da Il Fatto Quotidiano il 4 maggio: 638mila euro di perdite ogni anno, 12,7 milioni in vent’anni. L’impianto “iconico” voluto da Zaia sarà pronto dopo l’inizio dei Giochi e resterà sulle spalle dei cittadini molto più a lungo. Per coprire il disastro, il Comune pensa di affittare appartamenti pubblici ai turisti: fino a 400 euro a notte. Gli stessi alloggi che da anni si promettono ai residenti. Si chiama valorizzazione immobiliare. Ma è una svendita.

Nel 2023 la società Simico parlava di pareggio al quinto anno. Oggi la parola più usata è “deficit”. La voce principale? L’energia: 455mila euro solo per mantenere il ghiaccio. Più del doppio di quanto si incassa da tutte le attività agonistiche e turistiche messe insieme. La pista si userà per due mesi l’anno, se va bene. Il resto del tempo resterà lì, ferma, come una ferita aperta. Uno di quei monumenti all’insipienza che in Italia si costruiscono per sentirsi grandi. Salvo poi trovarsi piccoli davanti al conto.

Il sindaco aveva detto di non dormire per l’ansia dei debiti. Ora sappiamo perché. Ma non sarà solo lui a pagare. A pagare saranno i cortinesi, con il patrimonio pubblico trasformato in rendita privata. Saranno le famiglie a cui si era promessa una casa. Saranno i contribuenti che finanziano un tubo inutile. Loro negheranno, negheranno ancora, negheranno come hanno fatto fin qui. 

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Stérin, il Musk di Francia che usa l’estrema destra di Marine Le Pen – Lettera43

Il miliardario sta costruendo un ecosistema per portare alla vittoria il Rassemblement National. Con il suo Progetto Périclès ha stanziato 150 milioni di euro per comprare giornali, formare candidati, finanziare think tank e fondazioni. Una guerra culturale, prima che politica, per cambiare il volto del Paese.

Stérin, il Musk di Francia che usa l’estrema destra di Marine Le Pen

Pierre-Édouard Stérin non ama le mezze misure. È il Musk d’Oltralpe, ma senza astronavi. Usa i suoi miliardi per costruire non razzi, ma egemonia. Il suo progetto Périclès è un investimento decennale, 150 milioni di euro per portare Marine Le Pen all’Eliseo e per cambiare la Francia, la sua cultura, i suoi valori, il suo spazio pubblico. Non si limita a finanziare il Rassemblement National: costruisce un ecosistema. Forma candidati, compra media, commissiona sondaggi, intraprende battaglie legali contro tutto ciò che minaccia la sua idea di civiltà. Il tutto da Bruxelles, dove risiede per evitare le tasse francesi, mentre finanzia progetti che promettono di «ridare grandezza alla Francia».

Il Musk di Versailles

Stérin ha una storia da manuale del self-made man: 20 fallimenti imprenditoriali, un’idea vincente – i cofanetti regalo – e una fortuna che oggi sfiora il miliardo e mezzo di euro. La sua azienda Smartbox è un impero, ma non gli basta. Libertario in economia, cattolico tradizionalista in politica, si muove lungo la stessa traiettoria di Elon Musk negli Stati Uniti o dei fratelli Koch. Creano ecosistemi, non movimenti: fondazioni, scuole, think tank, media. I miliardi come leva per plasmare società, non solo mercati. Stérin finanzia siti anti-aborto, associazioni contro il matrimonio egualitario, promuove la “Charte RH du Bien Commun“, un modello di gestione aziendale basato sui valori cristiani e sul divieto della scrittura inclusiva. Quando parla di civiltà, intende la sua: bianca, cattolica, gerarchica.

Stérin, il Musk di Francia che usa l'estrema destra di Marine Le Pen
Pierre-Edouard Stérin visto da Politico.

Il progetto Périclès: la macchina dell’estrema destra

Il Progetto Périclès ha un nome antico e un’anima nuova. È il cuore dell’operazione Stérin. L’acronimo che lo definisce – Patrioti, Enracinés (radicati), Resistenti, Identitari, Cristiani, Liberali, Europei, Sovranisti – è la sintesi della sua visione. La strategia è chiara: 150 milioni di euro in 10 anni per vincere le Presidenziali del 2027 con una maggioranza assoluta per il Rn. Ma Périclès non è solo un piano elettorale. È una guerra culturale. Le sue armi sono scuole di formazione per sindaci e quadri politici, think tank, istituti di sondaggi, media amici. Siti come Le Crayon, Neo e Factuel ricevono fondi, mentre le acquisizioni di testate tradizionali – come il tentativo fallito su Marianne – sono parte del piano. L’idea è chiara: creare una bolla informativa dove la destra radicale è normalizzata, e tutto il resto diventa “decostruzione”.

Stérin, il Musk di Francia che usa l'estrema destra di Marine Le Pen
La spiegazione dell’acronimo Périclès (dai documenti riservati pubblicati da L’Humanité).

L’alleanza tattica con Marine Le Pen

Stérin non ha scelto Le Pen per simpatia. Ha valutato ogni opzione, incontrando Marion Maréchal, Éric Zemmour, Bruno Retailleau. Li ha “valutati”, ma nessuno era all’altezza delle sue aspettative. Il Rn resta il veicolo più potente per raggiungere il suo obiettivo: il potere. François Durvye, il direttore di Otium Capital, è il punto di collegamento. È il consigliere economico di Marine Le Pen, colui che ha mediato l’acquisto della storica villa di famiglia Le Pen a Montretout, 2,5 milioni di euro pagati da Stérin e Durvye insieme. Un’operazione immobiliare che sa di alleanza strategica. Stérin non apprezza la linea economica del Rn, troppo interventista per il suo gusto libertario. Ma sa che nessun altro partito ha la forza di portare avanti il suo progetto. La convergenza è più tattica che ideologica, ma è solida.

Stérin, il Musk di Francia che usa l'estrema destra di Marine Le Pen
Marine Le Pen (Ansa).

Un modello globale: dai fratelli Koch al pioniere Berlusconi 

Il caso Stérin non è isolato. Musk negli Usa ha usato X (ex Twitter) come trampolino per Donald Trump e l’estrema destra globale, dai Repubblicani agli AfD tedeschi. I fratelli Koch hanno costruito una rete di think tank per plasmare il conservatorismo americano. Robert Mercer ha finanziato Cambridge Analytica, manipolando gli elettori con i dati. In Brasile, Luciano Hang è stato il finanziatore di Bolsonaro; in India, Gautam Adani è il magnate che cresce all’ombra di Modi. In Italia, Berlusconi è stato il pioniere del miliardario che prende direttamente il potere. Cambiano i contesti, ma resta il filo conduttore: élite economiche che investono nella politica di destra, spesso populista o radicale, per proteggere i propri interessi economici, promuovere agende conservatrici, contrastare tutto ciò che minaccia la loro visione del mondo.

Stérin, il Musk di Francia che usa l'estrema destra di Marine Le Pen
Elon Musk e Donald Trump alla Casa Bianca (Ansa).

Il pluralismo sotto scacco

Il caso Périclès ha sollevato polemiche in Francia. Il Parlamento ha aperto un’inchiesta per verificare se la struttura rispetti le regole sul finanziamento della politica. Stérin ha rifiutato di presentarsi davanti alla commissione, dichiarando di avere «impegni di famiglia». Una scelta che ha acceso le critiche. Il problema non è solo legale. È politico. Périclès opera nelle zone grigie, finanziando un intero ecosistema senza i vincoli di trasparenza dei partiti. È una macchina parallela, con più soldi e meno controlli. La democrazia rischia di essere spiazzata da queste nuove forme di potere: chi ha più denaro può costruire idee, manipolare opinioni, formare classi dirigenti. Il pluralismo diventa una battaglia impari. Marine Le Pen ha trovato il suo Musk. E la Francia diventa un laboratorio per capire fin dove può spingersi l’ombra dei miliardi sulla politica.

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Libertà di stampa, Italia declassata al 49esimo posto: è la peggiore in Europa occidentale

Il 49esimo posto non è solo un numero. È un campanello d’allarme, una diagnosi clinica sulla salute democratica dell’Italia. Reporter senza frontiere (Rsf) lo ha messo nero su bianco nel suo indice 2025: la libertà di stampa nel nostro Paese peggiora ancora, tre posizioni in meno rispetto al 2024, con il risultato peggiore di tutta l’Europa occidentale. E non è una discesa accidentale, ma la conseguenza diretta di pressioni economiche, ingerenze politiche, minacce e un clima di intimidazione sistematica.

Libertà di stampa, la morsa economica e la concentrazione editoriale

Dietro il declino c’è un dato strutturale: il giornalismo non è economicamente sostenibile. Secondo Rsf, i media italiani sono sempre più dipendenti da pubblicità e fondi statali distribuiti con logiche opache. La vicenda dell’agenzia AGI e la possibile acquisizione da parte del gruppo del deputato di maggioranza Antonio Angelucci – già editore di testate nazionali e imprenditore sanitario – è la fotografia plastica di un conflitto d’interessi che mina la pluralità e consegna l’informazione nelle mani del potere.

L’assenza di una vera normativa antitrust in ambito mediatico lascia campo libero alla concentrazione editoriale, che a sua volta alimenta l’autocensura. Giornalisti costretti a piegarsi alla linea dei propri editori o a tacere per evitare denunce per diffamazione. È un clima in cui la libertà si misura col bilancino del rischio personale, e non con il rigore dell’indipendenza professionale.

Il peso delle mafie e la minaccia delle querele

Nel sud Italia la morsa delle organizzazioni mafiose continua a strangolare la stampa locale. Ventuno giornalisti vivono sotto scorta permanente. Sono i corrispondenti che raccontano il crimine organizzato, la corruzione, i rapporti opachi tra politica e affari. Non eroi, ma cronisti con la sola colpa di voler fare il proprio mestiere.

A tutto questo si aggiunge la pioggia di querele/citazioni temerarie: strumenti legali abusati per intimidire, logorare, zittire. E ora, come se non bastasse, c’è anche la legge bavaglio: un provvedimento voluto dal governo Meloni che vieta la pubblicazione (letterale) di ordinanze di custodia e altre misure cautelari fino all’udienza preliminare. Un colpo alla giustizia trasparente, ma soprattutto un silenziatore puntato dritto sulla cronaca giudiziaria.

Il silenzio del governo e il richiamo dell’Europa

Di fronte a questa china, il governo tace. Ma il silenzio non è mai neutrale. Lo ha detto chiaramente il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani: il controllo sulla Rai, il progetto di vendita dell’AGI, le leggi bavaglio, le pressioni sulla stampa indipendente sono tasselli di una strategia più ampia. Una deriva che – se non fermata – rischia di farci scivolare verso modelli come quello ungherese.

In Europa è già suonato il primo allarme. L’Italia rischia l’infrazione per il mancato rispetto dell’European Media Freedom Act, la normativa approvata per garantire pluralismo e indipendenza nei media dei Paesi membri. Ma il governo italiano sembra ignorarla, preferendo i silenzi alla trasparenza.

La libertà di stampa come spesa da tagliare

Nel rapporto Rsf, l’indicatore economico globale ha toccato il livello più basso mai registrato. L’Italia non fa eccezione. Quando l’informazione diventa un’attività in perdita, quando i giornalisti non guadagnano abbastanza per vivere, la democrazia si sfilaccia. Il risultato? Una stampa che rincorre l’audience anziché i fatti, redazioni che chiudono, notizie che scompaiono. E dove scompaiono le notizie, prosperano la propaganda, la manipolazione, il rumore senza contenuto.

Il modello norvegese – primo nella classifica Rsf – dimostra che un’altra strada è possibile. Ma serve una scelta politica netta: difendere l’informazione come bene comune, e non come fastidio da gestire. In fondo, è semplice: senza una stampa libera, l’Italia non è una democrazia piena. E ogni classifica che ci relega più in basso non è un attacco, ma un promemoria. Prima che sia troppo tardi.

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Il mantra del “ve l’avevo promesso”

C’è una cifra costante nella narrazione di Giorgia Meloni: l’autolegittimazione. Ogni risultato – vero, presunto o inventato – è l’effetto naturale di una missione compiuta, ogni critica è un fastidioso sottofondo da ridurre a rumore di opposizione. Nell’intervista all’Adnkronos la presidente del Consiglio elenca come medaglie i traguardi del suo governo, ma a uno sguardo meno accondiscendente il racconto mostra più crepe che cemento.

Sulla natalità, Meloni ammette che “i risultati sono insufficienti”, ma parla come se la colpa fosse del clima culturale e non delle scelte politiche. Eppure è il suo governo a tagliare fondi agli asili nido nel Sud, a rendere il congedo parentale ancora marginale, a sostenere una visione della maternità come dovere patriottico più che come diritto tutelato. L’occupazione cresce, sì, ma con salari che restano tra i più bassi d’Europa, precarietà persistente e nessun salario minimo all’orizzonte. E il milione di posti di lavoro sbandierato ha la stessa consistenza di un claim elettorale: dentro ci stanno i contratti a chiamata, gli stagionali, i voucher.

L’orgoglio per il “capovolgimento della narrazione sull’Italia” all’estero stride con i dati di Reporters sans frontières che ci retrocedono al 49° posto per libertà di stampa, il peggiore tra le democrazie occidentali. Mentre lei parla di pluralismo, l’informazione pubblica viene occupata scientificamente, con epurazioni silenziose e promozioni per fedeltà politica. E nel frattempo si moltiplicano gli attacchi ai giornalisti indipendenti, ai programmi scomodi, alla satira.

Poi il mantra: “ve lo avevamo promesso”. Come se bastasse mantenere una promessa per legittimare qualunque riforma, anche se spacca il Paese (autonomia differenziata), concentra il potere (premierato) o smonta le garanzie (giustizia). Il programma non è una santificazione, ma una responsabilità. E chi governa non è un venditore di contratti chiusi, ma un servitore temporaneo della cosa pubblica. Ricordarglielo, a quanto pare, è ancora necessario.

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