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Dieci anni di Jobs Act e la dignità (persa) del lavoro

Avevano promesso più diritti, hanno prodotto più dimissioni. Dieci anni dopo, il Jobs Act resta il monumento più alto alla precarietà di Stato: un’impalcatura legislativa costruita per fare cassa sulle vite altrui. Altro che crescita: l’Italia è ferma, anzi retrocede. I contratti stabili arrancano, i salari reali crollano, i giovani laureati fuggono. Il mercato del lavoro si è riempito di part time imposti, subappalti opachi, licenziamenti facili. La sicurezza Peggiorata. Dal 2015 in poi, gli infortuni sul lavoro sono tornati a salire. Più flessibilità ha significato meno dignità.

Il rapporto della Fondazione Di Vittorio è impietoso. I contratti a termine sono il nuovo standard, soprattutto per chi ha studiato. Le donne pagano due volte: più precarie e più part time, spesso controvoglia. I giovani non aspettano nemmeno più il posto fisso: prendono l’aereo. E il Mezzogiorno affonda, mentre la produttività resta inchiodata ai livelli del 2000. Il capolavoro neoliberista ha ridotto il lavoro a merce deperibile, mentre la politica si congratulava con se stessa.

Il risultato è un Paese svuotato, con oltre mezzo milione di under 35 andati via nell’ultimo decennio. Il 43% di loro è laureato. Il Jobs Act ha spacciato come riforma moderna ciò che è, nei fatti, un ritorno all’Ottocento: niente reintegro, poche tutele, un’intera generazione usata come manodopera a perdere.

Ora, qualcuno prova a rimediare. I referendum del prossimo giugno possono essere il primo colpo al cuore di questa precarietà legalizzata. Non cambieranno tutto, ma interrompere l’emorragia è già rivoluzionario. E forse servirebbe un presa di coscienza compatta nel Pd che del Jobs Act ne fu fautore. 

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Un altro flop annunciato, il Cpr in Albania colleziona disastri

A fine aprile 2025, il Cpr di Gjader in Albania è vuoto a metà, ma saturo di contraddizioni. Doveva essere l’avamposto della fermezza italiana in materia migratoria, il simbolo dell’esternalizzazione efficiente, dell’Europa che “protegge i suoi confini”. Invece, è diventato il manifesto della confusione giuridica, dell’inadeguatezza operativa e di una narrazione governativa sempre più scollata dalla realtà.

L’accordo Italia-Albania, ratificato dal Parlamento con la legge 14/2024, prevedeva due centri: uno per lo sbarco e la fotosegnalazione a Shengjin, l’altro per l’esame delle domande d’asilo e i rimpatri a Gjader. Ma il disegno originario si è arenato sulle sabbie mobili del diritto. Così, con un colpo di mano, il governo ha forzato la cornice normativa con il decreto 37/2025, trasformando Gjader in un Cpr per migranti già presenti in Italia e destinati al rimpatrio.

Una toppa, che non ha retto al primo urto giurisdizionale: il 19 aprile, la Corte d’Appello di Roma ha bocciato il trattenimento di richiedenti asilo nel centro albanese. Ha ribadito un principio elementare: se una persona trasferita a Gjader chiede protezione internazionale, deve essere riportata in Italia. Fine. Senza appelli. È scritto nel protocollo stesso, all’articolo 4, comma 3.

Il risultato è che molti dei 40 migranti trasferiti tra l’11 e il 12 aprile dal Cpr di Restinco, a Brindisi, hanno già fatto ritorno in Italia. Al 28 aprile, ne restavano solo 25. Quelli che restano, probabilmente, conoscono già la via per tornare. Basta una richiesta d’asilo per smontare l’intero impianto. L’effetto domino è iniziato.

Costi, fallimenti e violazioni: la realtà dietro la propaganda

Il 19 aprile, Matteo Piantedosi ha annunciato il primo rimpatrio diretto da Gjader – uno solo, a oggi – mentre le notizie si susseguono su proteste, vetri rotti, atti di autolesionismo. La sezione detentiva più rigida del centro – 20 posti blindati – non è ancora attiva. Ma basterà?

Le organizzazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione (da Amnesty a Emergency, da Asgi al CIR) sono state chiare: condizioni inadeguate, violazioni dei diritti, ostacoli all’accesso alla difesa, opacità operativa, carenze sanitarie. Un giovane bengalese è già stato riportato a Bari perché considerato vulnerabile. E intanto il centro si svuota.

La pronuncia della Corte d’Appello non è un’anomalia, ma la punta di un iceberg giuridico. Sotto la superficie galleggiano le questioni ancora pendenti davanti alla Corte di giustizia europea, che dovrà decidere se le procedure accelerate di frontiera previste dal Protocollo siano compatibili con il diritto dell’Unione. Ma le conclusioni dell’Avvocato Generale Jean Richard de la Tour hanno già indicato la necessità di garanzie effettive, trasparenza e valutazioni individuali.

Un modello politico, non giuridico

Il Cpr di Gjader è un centro nato sotto giurisdizione italiana, ma fuori dal controllo democratico italiano. Dove l’avvocato incontra il cliente con difficoltà, dove il monitoraggio indipendente fatica a entrare, dove il diritto si inceppa al primo ricorso. Un “laboratorio”, l’ha definito qualcuno. Ma più che un laboratorio, somiglia a un relitto.

Il governo, tuttavia, continua a presentarlo come un successo. Una narrazione che ignora i costi (oltre 670 milioni in cinque anni), i rientri forzati, l’assenza di risultati concreti. Una narrazione che ignora anche l’intervento della Commissione europea, che il 29 aprile ha ribadito che il protocollo non può violare il diritto dell’Unione né ostacolare i diritti garantiti ai migranti. In altre parole: o si sta dentro la legalità, o si cambia strada.

Il Cpr in Albania è diventato l’esempio di cosa succede quando la politica dei simboli travolge il diritto. L’obiettivo era espellere i migranti dalla vista e dalla giurisdizione. Ma è bastata una domanda d’asilo a farli tornare. Legalmente. Inesorabilmente.

Gjader non è una soluzione. È un ritorno coatto alla realtà. E la realtà, a volte, ha più forza di qualunque decreto.

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Ormai la solidarietà è un crimine, chi aiuta i migranti in Europa rischia

Nel 2024 almeno 142 persone sono state perseguite penalmente in Europa per aver compiuto atti di solidarietà verso le persone migranti. Lo evidenzia l’ultimo rapporto di Picum, che parla di una tendenza in crescita, con una progressione costante: erano 102 nel 2022, 117 nel 2023, 142 lo scorso anno. «Le accuse riguardano attività con una chiara finalità umanitaria, come il salvataggio in mare, la distribuzione di cibo, acqua, indumenti o l’offerta di riparo», si legge nel documento.

A prevalere sono i casi di criminalizzazione delle operazioni di soccorso in mare: 88 persone su 142 sono state incriminate per attività legate al search and rescue. Ma la repressione colpisce anche chi fornisce aiuto a terra (21 persone), chi partecipa a proteste (17 casi) e chi offre un alloggio temporaneo (3 casi). L’accusa più frequente è quella di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”, un’imputazione costruita su una distorsione sistematica del concetto di solidarietà.

Il rapporto segnala che «nonostante la gravità delle accuse, le condanne definitive restano basse». Tra i procedimenti conclusi nel 2024, su 43 persone incriminate, ben 41 sono state assolte o hanno visto le accuse decadere. Solo due sono state condannate, una con una pena sospesa.

Tuttavia, il costo umano di questi procedimenti è altissimo. L’83% delle persone perseguite nel 2024 affrontava procedimenti iniziati negli anni precedenti, con una durata media di tre anni. In alcuni casi, come quello di una donna accusata di aver acquistato biglietti del treno a un gruppo di rifugiati siriani, il calvario giudiziario è durato quasi dieci anni.

Criminalizzare chi attraversa le frontiere

La criminalizzazione non colpisce soltanto chi aiuta, ma direttamente le persone migranti. Nel 2024 almeno 91 migranti sono stati incriminati, con un aumento del 20% rispetto al 2023. Spesso le accuse si basano su presunte attività di “smuggling”, ma le motivazioni reali sono altre: tentativi di ricongiungimento familiare, necessità di sostenere i costi del viaggio, semplice solidarietà fra migranti.

«Le accuse falliscono nel cogliere le motivazioni sottostanti», sottolinea Picum, che documenta casi in cui il semplice uso di una mappa, la distribuzione di acqua o l’aiuto a un compagno di viaggio in difficoltà sono stati ritenuti sufficienti per un’incriminazione.

In Grecia, il numero di persone arrestate come presunti “trafficanti” è aumentato del 50% nel 2024 rispetto all’anno precedente. Solo nelle isole Canarie (Spagna), più di 100 migranti vengono arrestati ogni anno per accuse di guida delle imbarcazioni.

La sproporzione emerge anche nelle pene: in Italia, due sopravvissuti al naufragio di Cutro sono stati condannati a venti anni di carcere in un processo rapido, «con pene paragonabili a quelle previste per l’omicidio volontario».

Migranti, il paradosso delle politiche europee

Il fenomeno della criminalizzazione è aggravato dall’uso distorto della normativa anti-smuggling. Secondo il rapporto, l’81% dei casi di criminalizzazione della solidarietà e l’86% di quelli relativi ai migranti attraversano l’applicazione di leggi contro il traffico di esseri umani, pensate per colpire i trafficanti ma usate contro persone comuni, attivisti e migranti stessi.

La revisione della direttiva europea sulla facilitazione proposta nel 2024 rischia di peggiorare la situazione. Nonostante le critiche sollevate anche dallo studio d’impatto commissionato dal Parlamento europeo, la nuova proposta non prevede esenzioni vincolanti per chi agisce per ragioni umanitarie.

Come ammonisce il rapporto: «La criminalizzazione della solidarietà e la criminalizzazione della migrazione sono parte di un unico continuum di politiche restrittive che rendono pericoloso attraversare le frontiere e ostile l’ambiente per chi è considerato irregolare».

Uno spazio civile sotto attacco

La repressione non passa solo attraverso i tribunali. Nel 2024, il monitoraggio di Picum ha registrato numerosi casi di perquisizioni arbitrarie, sorveglianza, controlli di polizia sistematici. In Francia, l’associazione Utopia 56 ha subito 98 controlli e 59 perquisizioni di veicoli in meno di un anno. In Italia, gli attivisti di Mediterranea Saving Humans sono stati spiati con software militari israeliani su ordine dei servizi segreti.

In un’Europa che si proclama baluardo dei diritti, soccorrere, nutrire, offrire acqua e ospitalità rischia di essere trattato come un crimine. Con una lucidità spietata, il rapporto Picum fotografa un continente che sta sistematicamente sgretolando il diritto alla solidarietà.

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Conoscere la storia e scegliere di dimenticarla

Il 18 marzo è una data che resterà impressa nella coscienza di chi ha ancora il coraggio di guardare. Più di 400 persone palestinesi uccise in poche ore, molte delle quali erano bambini, in uno degli attacchi più feroci dell’ultima offensiva israeliana su Gaza. Una madre, Nesreen Abdu, e i suoi figli e nipoti, carbonizzati. È successo. Di nuovo. E succede ancora. Daniel Blatman, tra i massimi studiosi della Shoah, ha scritto su Haaretz parole che dovrebbero pesare come una sentenza: “Non avrei mai immaginato di leggere testimonianze su massacri compiuti dallo Stato ebraico che ricordano quelle raccolte al Memoriale dell’olocausto”.

Blatman non è un attivista. È un archivista della memoria. E proprio per questo, la sua denuncia è più potente di qualsiasi slogan. “I miei peggiori incubi non avevano previsto tutto questo”, scrive. E poi osserva come i veri eroi di oggi siano i familiari delle persone liberate da Hamas che, nonostante il dolore, si aggrappano ancora all’umanità. Un’umanità che molti, in alto, hanno perduto. L’articolo ricorda Marek Edelman, comandante del ghetto di Varsavia, che disse: “Essere ebrei significa stare sempre dalla parte degli oppressi, mai degli oppressori.” Se chi ha conosciuto il genocidio diventa carnefice, la memoria si trasforma in propaganda. E allora quel “Mai più”, svuotato e tradito, diventa solo una scusa per altri massacri.

Nel mondo che guarda in silenzio e nelle cancellerie che misurano i morti con la bilancia della convenienza, restano solo i fatti: bambini affamati, tende sventrate, cimiteri improvvisati. E la vergogna di chi conosce la storia, ma ha scelto di dimenticarne il senso.

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Tanti auguri a chi è sopravvissuto

Nell’ultimo decennio, quasi ogni anno, sono morte mentre lavoravano più di mille persone: almeno tre al giorno. Il 65% degli infortuni sul lavoro riguarda persone straniere, dicono le statistiche: più di due volte e mezzo rispetto agli italiani. Forse converrebbe dirsi che muoiono soprattutto i più disperati, come accade da sempre. La sproporzione non è un caso: è una segregazione occupazionale che confina i lavoratori immigrati in settori e mansioni a maggior rischio, spesso con minore accesso a una formazione adeguata e a tutele efficaci.

È una segregazione, seppure con forme diverse, anche quella delle donne lavoratrici: lavorano di più, guadagnano di meno e restano confinate negli stessi mestieri, con salari bassi e poche possibilità di carriera. C’è anche il cassetto degli anziani infortunati sul lavoro, là dove stanno quelli che non hanno più le forze per svolgere la loro mansione ma non possono permettersi di non portare il pane a casa.

Chi non muore e chi non si infortuna è povero anche dopo la giornata di lavoro. Tra il 2014 e il 2023, l’incidenza della povertà assoluta individuale è salita dal 6,9% al 9,8%, coinvolgendo 1,6 milioni di persone in più. Un lavoro che rende poveri è il tradimento del primo articolo della Costituzione. Poi ci sono quelli che il lavoro lo cercano e non lo trovano: i giovani etichettati come fannulloni perché non accettano di diventare schiavi, quelli che navigano tra contratti a termine che atrofizzano la speranza, limitando il futuro alla fine di ogni mese.

Il Primo maggio dovrebbe essere il giorno della fierezza, in cui i lavoratori rivendicano i propri diritti e i successi raggiunti. Le riforme del lavoro, in particolare il Jobs Act, pur con l’obiettivo dichiarato di aumentare l’occupazione, hanno ridotto le tutele reali contro i licenziamenti illegittimi, generando incertezza normativa (anche a causa degli interventi della Corte costituzionale) e potenzialmente indebolendo il potere contrattuale dei lavoratori. Così, il giorno del lavoro passa da occasione d’orgoglio a evento di scoraggiamento. Ci sarebbe anche la rabbia, ma il Decreto Sicurezza ha reso anche quella illegale. Buon Primo maggio.

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Cronisti minacciati e concentrazioni: l’Europa scivola sulla libertà di stampa

Nel Media Freedom Report 2025, la Civil Liberties Union for Europe disegna un’Unione europea sempre più incapace di garantire la libertà e il pluralismo dell’informazione. «La libertà e il pluralismo dei media sono sotto attacco in tutta l’Ue», avvertono gli autori, segnalando un deterioramento che non risparmia nemmeno le democrazie considerate più consolidate.

Concentrazione editoriale

Il quadro è chiaro: «La proprietà dei media è fortemente concentrata in molti Stati membri dell’Ue e sostanzialmente invariata rispetto ai rapporti precedenti». L’Italia si conferma parte del problema. Nel 2024, la possibile acquisizione dell’agenzia Agi da parte del gruppo della famiglia Angelucci – già proprietario di Il Giornale, Libero e Il Tempo – ha sollevato «gravi preoccupazioni» per il rischio di concentrazione editoriale e di compromissione dell’indipendenza giornalistica. Il Partito democratico ha formalmente segnalato il caso alla Commissione europea.

La trasparenza nella proprietà dei media resta un’eccezione: «La trasparenza della proprietà dei media continua a presentare criticità in Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Italia, Malta e Paesi Bassi». Nel nostro paese, catene societarie opache e la mancanza di registri pubblici accessibili impediscono ai cittadini di conoscere chi controlla realmente le fonti di informazione. Un problema che l’European Media Freedom Act, in vigore da agosto 2025, proverà a risolvere imponendo obblighi più stringenti, ma che al momento appare irrisolto.

Il rapporto documenta «gravi distorsioni» nell’assegnazione della pubblicità di Stato, utilizzata in diversi paesi per premiare i media filogovernativi o penalizzare quelli critici. Anche in Italia l’assenza di criteri trasparenti nella distribuzione delle risorse pubblicitarie solleva interrogativi, in un contesto in cui la comunicazione istituzionale assume un peso crescente.

Minacce ai giornalisti

Nel 2024, in Italia come in Croazia, Grecia, Irlanda, Malta, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia, si sono registrati «attacchi verbali contro i giornalisti», spesso provenienti da esponenti politici o dai loro sostenitori. Non sono mancati episodi di violenza fisica, in particolare durante manifestazioni di piazza.

Il fenomeno delle Slapp – cause civili strategiche intentate per zittire voci critiche – rimane una «seria minaccia» in Italia, così come in Belgio, Francia, Germania, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Slovacchia e Slovenia. Il rapporto segnala che, nonostante l’approvazione della direttiva europea Anti-Slapp, «il rischio di un utilizzo intimidatorio del contenzioso rimane elevato».

Particolarmente preoccupante è l’aumento delle minacce contro le giornaliste: «Una quota sproporzionata delle molestie e delle minacce osservate nel 2024 ha colpito le donne giornaliste», con l’Italia tra i paesi citati insieme a Bulgaria, Slovacchia e Svezia.

Pluralismo e sfiducia

La libertà di stampa si indebolisce anche sul versante del servizio pubblico. L’Italia è menzionata tra i paesi in cui «permangono sfide rilevanti per l’indipendenza o il corretto funzionamento del settore dei media di servizio pubblico», insieme a Bulgaria, Croazia, Francia, Grecia, Malta, Romania, Slovacchia e Spagna.

Quanto alla fiducia nei media, il quadro è desolante: «I livelli di fiducia del pubblico nei media rimangono bassi» in molti paesi, e l’Italia è tra quelli in cui la disillusione appare più profonda. Soltanto Estonia, Francia e Germania registrano dati più confortanti.

Informazione e disinformazione digitale

Il diritto di accesso alle informazioni pubbliche, fondamentale per un’informazione indipendente, è ostacolato da «resistenze o rifiuti» da parte delle autorità, anche in Italia. Parallelamente, le strategie di contrasto alla disinformazione si rivelano largamente inefficaci: «Gli sforzi per combattere la disinformazione risultano insufficienti, specialmente nello spazio digitale», si legge nel rapporto.

Rischio lettera morta

Il Media Freedom Report 2025 lancia un avvertimento preciso: l’attuazione concreta dell’European Media Freedom Act e della direttiva Anti-SLAPP «sarà decisiva per proteggere l’ecosistema libero e pluralistico da cui dipende la democrazia europea». Ma, ad oggi, «molti Stati membri appaiono impreparati – se non apertamente riluttanti – a rispettare pienamente ed efficacemente il nuovo quadro legislativo».

L’Italia, come altri paesi europei, si trova di fronte a una scelta netta. Senza una vigilanza attiva e senza un impegno reale, il rischio è quello di cristallizzare una tendenza che da emergenza rischia di diventare normalità: concentrazione editoriale, opacità proprietaria, intimidazione dei giornalisti e soffocamento del pluralismo.

Se, come ammonisce Liberties, «un ecosistema mediatico libero e pluralistico è necessario per una democrazia forte e stabile», oggi in Europa – e in Italia – la difesa di questo principio si misura non sulle dichiarazioni di principio, ma sulla capacità di opporsi alle derive già in atto.

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Primo Maggio, ultima chiamata. I lavoratori continuano a morire

Nel 2024 sono morte 1.090 persone lavorando. Tre al giorno. Senza contare i 589.571 infortuni registrati e le 88.499 denunce per malattie professionali. È una strage continua, ma così regolare da sembrare normale. Una strage che chiamiamo “lavoro”.

Crescono gli ispettori (+59%), aumentano i controlli (+42%), ma il 74% delle aziende ispezionate è risultata irregolare. Oltre 80.000 illeciti, 19.000 casi di lavoro nero, 1.226 per caporalato, 83.330 violazioni sulla sicurezza. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha sospeso 15.000 attività imprenditoriali, quasi 5.500 solo per violazioni sulla sicurezza. Ha accertato oltre 200 milioni di euro di contributi non versati, ha promosso quasi mille incontri di sensibilizzazione. Ma non basta.

Ogni anno annunciano potenziamenti, nuovi ispettori, campagne informative. Ma intanto si continua a morire. Si muore nei cantieri, nei capannoni, nei campi. Si muore in silenzio. Per negligenza, per risparmio, per assenza di controlli. Ogni morte è una sconfitta dello Stato, ma anche un favore a chi del profitto fa scudo contro ogni responsabilità.

Il Primo Maggio dovrebbe celebrare chi lavora, non commemorare chi muore. Invece è diventato il giorno del bilancio: più denunce, più malattie, più irregolarità. Eppure non cambia nulla. Ogni governo che accetta questa normalità ne è complice. Ogni ministro che taglia fondi, ogni dirigente che minimizza, ogni politico che distoglie lo sguardo è parte di questa lunga, lenta mattanza.

Buon mercoledì. 

 

Foto AS

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Tajani cerca gloria a Valencia: tra la vicepresidenza del Ppe e il fantasma di Rotterdam alle spalle

Il Congresso del Partito Popolare Europeo a Valencia si apre con il fragore dei blackout e le accuse per le alluvioni gestite male. A sfilare tra i corridoi, Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, candidato alla riconferma come vicepresidente del PPE, figura che in Europa resiste per anzianità e relazioni, ma che in patria si eclissa tra le ombre della politica quotidiana.

L’egemonia del PPE oggi è un dato. Ursula von der Leyen alla Commissione, Roberta Metsola al Parlamento, tredici governi su ventisette sotto il suo marchio. Ma proprio mentre raccoglie successi, il Partito Popolare si rivela vulnerabile: stretto tra la tentazione delle alleanze con le destre radicali e il bisogno di mantenere una rispettabilità che traballa sotto i colpi della realtà. In questo equilibrio ipocrita, Tajani sembra trovarsi perfettamente a suo agio.

La fragile forza di Antonio Tajani

A Valencia, Tajani porta i gradi del veterano europeo: ex presidente del Parlamento, commissario di lungo corso, braccio diplomatico in un governo spesso guardato con sospetto a Bruxelles. Il curriculum è imponente, il peso politico reale molto meno. In Italia, Tajani riveste cariche importanti ma lascia tracce leggere: vicepremier invisibile, ministro degli esteri in sordina, garante europeista di un governo che sull’Europa marcia in direzione opposta.

Un equilibrismo che è il suo tratto distintivo. In Europa, Tajani recita il copione dell’uomo delle istituzioni, colui che si oppone agli estremismi e invoca una rivoluzione istituzionale che nessuno, realisticamente, vuole davvero.

La sua candidatura alla vicepresidenza si regge su una piattaforma costruita ad arte: competitività industriale come paravento per la deregulation e un progetto di riforma istituzionale dell’Unione che più che un programma è una bandiera per distinguersi. Una strategia che mira a mantenere visibilità a Bruxelles, ma anche a erodere, lentamente, il consenso di Giorgia Meloni tra gli ambienti moderati europei, senza mai aprire uno scontro diretto.

Forza Italia e il peso variabile in Europa

Forza Italia arriva a Valencia con numeri ancora dignitosi: quarta delegazione per grandezza, dietro solo a tedeschi, spagnoli e polacchi. Ma i numeri non raccontano tutto. L’influenza reale è quella di un partito in declino, il cui principale biglietto da visita rimane il passato, non il presente. Forza Italia rivendica il suo posto nella casa dei popolari, ma la casa guarda altrove.

Anche Tajani deve fare i conti con i fantasmi del congresso di Rotterdam del 2022, quando ottenne meno voti del previsto. La sua riconferma è considerata probabile, ma il sostegno non è compatto né entusiasta. Il PPE, in un momento di forza apparente, sembra poco disposto a offrire riconoscimenti solo per diritto acquisito. L’impressione, neppure troppo velata, è che Tajani sia sospinto più dalla mancanza di alternative immediate che da un reale entusiasmo.

Valencia è il teatro perfetto per la parabola di Tajani: una figura che vive del riflesso di un potere europeo che sa di passato, impegnato a rivendicare spazio mentre nella politica italiana conta sempre meno. Se sarà rieletto vicepresidente, Forza Italia potrà ancora esibire un vessillo europeo. Ma si tratterà, nella sostanza, di una vittoria difensiva, più utile a mascherare la decadenza che a invertire la rotta.

Se invece Tajani dovesse fallire, la caduta sarebbe rovinosa. Non tanto per l’uomo quanto per l’idea stessa di Forza Italia come forza europea credibile. Senza Tajani a Bruxelles, anche quell’ultimo filo che lega il partito alla grande famiglia popolare si assottiglierebbe, accelerando la via del declino.

Il congresso di Valencia, al di là delle celebrazioni di rito, mostra senza troppi orpelli ciò che il PPE fatica ad ammettere: dietro la vetrina della stabilità si cela una fragile alleanza di interessi divergenti. Tajani, maestro nel mimetizzarsi tra le pieghe di questa ambiguità, è forse il più fedele interprete di una stagione politica che sopravvive solo a condizione di non essere mai pienamente raccontata.

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Diritti ridotti a retorica, Amnesty International lancia l’allarme globale

Il nuovo Rapporto 2024-2025 di Amnesty International arriva come un atto d’accusa globale. Non una fotografia, ma una sentenza: il sistema dei diritti umani, forgiato nel dopoguerra tra le macerie dell’orrore, è oggi accerchiato da forze che puntano apertamente alla sua demolizione. Un’involuzione che non è frutto di scosse improvvise, ma il risultato di un’erosione lenta, sistematica e consapevole, che ora appare strutturale.

Italia: un Paese indifferente

Nel nostro paese, la normalizzazione della violazione dei diritti si è sedimentata dietro una cortina di distrazioni. Tortura e maltrattamenti nelle carceri sono riemersi con gravità preoccupante, mentre la sovrappopolazione penitenziaria si è accompagnata a condizioni di vita disumane. Il numero di suicidi tra le persone detenute ha raggiunto livelli record, segnando l’abisso in cui la dignità umana può precipitare quando diventa un tema residuale e dimenticato.

Nel frattempo, la violenza contro le donne rimane tragicamente diffusa: novantacinque donne uccise in episodi di violenza domestica solo nel 2024, molte delle quali per mano di partner o ex partner. E la definizione di stupro nel codice penale italiano resta ancorata a logiche superate, ignorando il principio cardine del consenso, come ammonito anche da organismi internazionali.

Il razzismo sistemico contro persone rom, migranti e comunità lgbti, spesso alimentato anche da figure istituzionali, continua a essere una piaga aperta. Sul fronte dei diritti migratori, l’Italia si è distinta per un tentativo grottesco: inviare richiedenti asilo salvati in mare verso l’Albania, eludendo i propri obblighi internazionali e costruendo una narrazione che criminalizza chi fugge da guerre e carestie.

Europa: disintegrazione dei valori

A livello europeo, il rapporto documenta la progressiva erosione delle libertà fondamentali. La guerra in Ucraina, con il suo carico incessante di crimini di guerra da parte della Russia, ha inasprito una tendenza generale al restringimento dello spazio civico. L’impunità per i crimini contro i civili si è consolidata, mentre legislazioni sempre più repressive hanno colpito il diritto di manifestare e di esprimersi liberamente, in particolare in Russia, Bielorussia e Georgia.

In Europa centrale, l’idea stessa di diritti umani viene ora trattata come un ostacolo. La libertà d’espressione è stata sacrificata sull’altare dei “valori tradizionali”, utilizzati per giustificare repressioni, discriminazioni di genere e violenze contro le persone lgbti. E il tentativo di mantenere in vita un sistema multilaterale credibile appare ogni giorno più fragile, mentre cresce il peso di governi autoritari anche nei paesi un tempo considerati baluardi della democrazia.

Stati Uniti: demolizione sistematica

Sul fronte atlantico, il secondo mandato di Donald Trump si è imposto come la consacrazione di una traiettoria già tracciata. La cancellazione dei diritti si accompagna a un attacco frontale contro le istituzioni internazionali. Gli Usa hanno usato il loro potere di veto al Consiglio di sicurezza per bloccare richieste di cessate il fuoco a Gaza, mostrando apertamente la volontà di subordinare il diritto internazionale agli interessi di politica interna.

L’amministrazione Trump ha accelerato una deriva razzista, patriarcale e isolazionista che, lungi dall’essere una rottura, è la naturale evoluzione di dieci anni di erosione dei diritti sociali, ambientali e civili. In questo contesto, anche l’impegno per contrastare la crisi climatica è stato deriso o sabotato, con effetti che rischiano di risultare irreversibili sulle generazioni future.

Medio Oriente e Africa del Nord

Nel 2024, Gaza è stata il teatro di un genocidio trasmesso in diretta. L’offensiva militare israeliana ha causato oltre 45.000 morti, mentre milioni di palestinesi venivano sfollati e privati di qualsiasi condizione di vita dignitosa. Il sostegno incondizionato di Washington, Berlino e altre capitali europee ha contribuito a trasformare la catastrofe umanitaria in un crimine su scala storica, senza che nessun serio meccanismo di responsabilità sia stato attivato.

Il quadro si completa con l’escalation dei conflitti in Libano, Siria, Yemen e Iran. Mentre gli apparati repressivi interni colpivano dissidenti e attivisti, la discriminazione sistemica in base all’origine, al genere o all’orientamento sessuale si consolidava come norma. I governi hanno risposto alle richieste di libertà con violenze, arresti arbitrari e sparizioni forzate, lasciando ai margini ogni parvenza di stato di diritto.

Africa Subsahariana: tragedia ignorata

Nell’Africa subsahariana, il 2024 è stato un anno di oblio globale. I conflitti armati in Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Sahel hanno prodotto massacri di civili, violenze sessuali di massa e una crisi di sfollamento forzato senza precedenti. Le risposte regionali e internazionali, tuttavia, sono rimaste tragicamente inadeguate, con una comunità internazionale incapace di mobilitarsi anche davanti alle crisi più acute.

La crisi climatica, esasperata dall’inerzia dei paesi più ricchi, ha moltiplicato gli eventi estremi: siccità, alluvioni, carestie. In un contesto di povertà estrema e corruzione diffusa, le comunità locali sono state lasciate a morire senza che nessuno guardasse, confermando che il concetto di “solidarietà globale” è ormai ridotto a mera retorica nei consessi internazionali.

Asia e Pacifico: laboratorio della repressione

Dalla Cina all’Afghanistan, dal Myanmar all’India, la regione Asia-Pacifico si è confermata come uno dei laboratori più avanzati di controllo e repressione. La censura si è fatta totale, la sorveglianza capillare. Chi protesta, chi documenta, chi semplicemente osa raccontare una verità alternativa, rischia prigione, torture o morte. La criminalizzazione del dissenso si è accompagnata alla militarizzazione della vita quotidiana, imponendo un regime di paura capillare.

Eppure, anche in questo deserto di diritti, esistono resistenze: le mobilitazioni in Nepal, le lotte degli studenti in Bangladesh, gli attivisti filodemocratici in Hong Kong continuano a sfidare il buio, mostrando che il desiderio di giustizia non può essere estirpato nemmeno con la forza più brutale.

Americhe: democrazie svuotate

Nel continente americano, la violenza contro giornalisti, difensori dei diritti umani e popolazioni indigene ha confermato che anche le democrazie formali possono svuotarsi. Gli Stati Uniti non fanno eccezione: oltre alle derive federali, in vari stati sono cresciuti gli ostacoli al diritto di protesta e le discriminazioni razziali e di genere.

In America Latina, la sopravvivenza stessa degli spazi civici è diventata una questione di resistenza quotidiana. La criminalizzazione del dissenso si somma alla marginalizzazione sociale, mentre i popoli indigeni continuano a essere espropriati delle loro terre in nome di interessi estrattivi. I femminicidi, l’insicurezza alimentare e l’erosione dei diritti economici completano il quadro di una regione in cui la dignità umana è costantemente messa in discussione.

Un cambiamento d’epoca

Il Rapporto di Amnesty International non è soltanto una cronaca dell’orrore. È un monito: la fine dell’universalismo dei diritti non è una possibilità teorica, è una traiettoria già in corso. Se la risposta continuerà a essere l’indifferenza, non assisteremo semplicemente a un’altra fase storica. Saremo testimoni di un cambiamento d’epoca.

La sfida, ora, non è più salvare qualche brandello di diritto qua e là. È ripensare radicalmente il modo stesso in cui concepiamo l’umanità. Prima che sia troppo tardi.

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La strategia di guerra a Gaza, dichiarazione di morte differita

In un anno e mezzo di guerra a Gaza, Israele non ha soltanto cancellato vite: ha accorciato il futuro. Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, l’aspettativa di vita dei palestinesi è crollata: meno 51,6% per gli uomini, meno 38,6% per le donne.

Dietro i grafici ci sono i volti. Ci sono bambini che muoiono di fame a pochi chilometri da dove il mondo si interroga sulle calorie delle diete occidentali. C’è il latte che non esiste più, il pane che costa dieci volte tanto, l’acqua che non disseta ma ammala. Il cibo si misura in cucchiai di fagioli, quando c’è. Quando non c’è, si strappa l’erba ai margini delle strade, come raccontano le madri di Gaza.

Uno studio separato pubblicato nel febbraio 2025 ha stimato che il numero reale dei morti è stato sottovalutato del 41%, portando il bilancio effettivo vicino a 64.620 vittime, contro i 37.877 dichiarati dal Ministero della Sanità palestinese.

Ci sono donne che partoriscono in ospedali devastati, senza acqua, senza energia elettrica, senza nulla che somigli a una speranza. Alcune perdono il bambino in marcia, inseguite da cani addestrati a terrorizzare.Ci sono medici che non salvano più nessuno perché gli ospedali sono diventati bersagli. Oltre il 90% delle strutture sanitarie è stato distrutto. 

Il blocco degli aiuti, la distruzione dell’agricoltura, l’interruzione dell’acqua potabile, la fame usata come arma: ogni scelta compiuta contro Gaza non ha solo effetti immediati. È una dichiarazione di morte differita. Non basteranno cessate il fuoco di facciata né commozioni posticce a cancellare l’evidenza: a Gaza si è scientificamente bombardato anche il futuro.

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