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Il premierato che c’è già

Nel Parlamento italiano il primo maggio dura dodici giorni. Non è una battuta, è la fotografia impietosa che Stefano Iannaccone traccia su Domani. Sedute sospese, commissioni ridotte ad audizioni a distanza, aule vuote. È il simbolo di una politica che si arrende alla propria irrilevanza mentre Giorgia Meloni consolida un premierato di fatto senza bisogno di riforme.

Il governo decide senza contraddittorio, converte decreti in leggi senza dibattito, annuncia iniziative senza mediazione. La “madre di tutte le riforme”, sbandierata come priorità istituzionale, è scomparsa dal calendario, ma il potere si è già riorganizzato intorno alla figura della premier. Senza resistenza. Senza alternative.

La morte di papa Francesco e i dazi di Donald Trump anestetizzano un dibattito politico che, a destra come a sinistra, sembra incapace di reagire. Le opposizioni si aggrappano ai social, ma la mobilitazione sui referendum per il voto dei fuorisede è tiepida, burocratica, inadeguata. Giuseppe Conte tenta una mossa sui diritti dei lavoratori, ma il rumore si spegne senza eco.

Nel frattempo la Camera e il Senato sembrano esistere solo per ratificare decisioni già prese altrove. I numeri raccontano una resa: quasi tre voti di fiducia al mese, record assoluto per un governo politico. I luoghi della rappresentanza si svuotano senza che nessuno si prenda la responsabilità di difenderne la dignità.

Il risultato è un’Italia in cui la democrazia formale sopravvive, mentre quella sostanziale si consuma nell’indifferenza. E Giorgia Meloni, senza colpo ferire, trasforma l’inerzia collettiva nella propria incoronazione.

Buon martedì. 

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Consensi in calo per Trump? Basta una (finta) telefonata

Nel manuale delle presidenze in crisi, Donald Trump aggiorna l’appendice. Quando il gradimento affonda al 39%, il peggiore da settant’anni a questa parte, l’istinto suggerisce di evocare il prestigio delle relazioni internazionali, magari con una telefonata mai avvenuta. Xi Jinping chiama, dice lui. Peccato che Pechino smentisca, ufficialmente e per due volte, che ci sia stato un colloquio tra i due leader. Nessuna telefonata, nessun negoziato sui dazi, nessun segnale di apertura. Solo Trump che inventa, mentre il paese reale gli scivola tra le mani.

A centri di rilevamento spenti, il Washington Post, l’Abc e Ipsos misurano il battito della presidenza. I numeri sono impietosi: il 39% di approvazione contro un 55% di disapprovazione, il 44% di giudizi fortemente negativi. La distanza tra Trump e il resto del paese si fa voragine, e il paragone con i predecessori è un altro schiaffo: Obama stava al 65% nei primi cento giorni, Biden al 52%. Trump non riesce a risalire nemmeno ai livelli del suo primo mandato. Anzi, peggiora. Tra le donne il gradimento precipita al 36%, tra gli ispanici al 28%.

L’economia, un tempo vessillo della sua narrativa muscolare, oggi gli si rivolta contro: il 60% degli americani boccia la sua gestione, i dazi fanno più paura che orgoglio, e il protezionismo esasperato viene percepito come una minaccia diretta ai bilanci domestici. Trump, fedele al proprio stile, trasforma la politica estera in teatro d’ombre. Assomiglia a quella che avrebbe voluto essere mediatrice e invece è stata solo una comparsa nelle retrovie durante il funerale di Francesco. Per questo si piacciono. 

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Due Meloni e due misure, dalle accuse a Renzi all’abbraccio a bin Salman

Mentre a Milano e Torino si aprono i forum congiunti tra imprenditori italiani e una delegazione saudita di cento rappresentanti di ministeri, agenzie governative e aziende private, il governo italiano si prepara ad accogliere con tutti gli onori i partner di Riad. È la più grande delegazione imprenditoriale saudita mai arrivata in Italia, impegnata a esplorare sinergie su energia sostenibile, trasformazione industriale, innovazione tecnologica e città intelligenti. Kamel Al-Munajjid, presidente del Consiglio imprenditoriale saudita-italiano, ha dichiarato che l’Italia è il partner naturale per accompagnare il Regno nel percorso della Vision 2030. Un messaggio che arriva mentre, nello Yemen, gli Stati Uniti intensificano i bombardamenti contro i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran e in guerra dal 2015 contro la coalizione guidata proprio dall’Arabia Saudita. Un conflitto in cui, secondo le Nazioni Unite, è in corso la peggiore catastrofe umanitaria del pianeta.

Le armi italiane e l’ombra della legge 185/90

Eppure l’Italia non solo partecipa al rilancio delle relazioni economiche con Riad, ma torna a vendere armi alla monarchia saudita. La sospensione delle forniture di bombe e missili decisa nel 2021 è stata superata dal governo Meloni, che oggi lavora per modificare la legge 185/90, riducendo la trasparenza su destinazioni e tipologie di armamenti esportati. Una riforma che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, rischia di rendere invisibili forniture verso Paesi come l’Arabia Saudita, accusata di crimini di guerra in Yemen. Le bombe italiane sono già state ritrovate sui luoghi dei bombardamenti sauditi. E la firma di un partenariato strategico con Riad, che include anche la cooperazione nel settore della difesa, rende evidente che le forniture militari non sono solo riprese, ma che il governo punta a rafforzarle.

Il boom economico che giustifica tutto

La diplomazia armata si muove insieme a quella commerciale. Nel 2024 le esportazioni italiane verso l’Arabia Saudita hanno raggiunto 6,2 miliardi di euro, con un balzo del 27,9%. Un boom che non è casuale: il “Sistema Italia” è mobilitato per sostenere le imprese italiane nella corsa agli investimenti sauditi. I settori sono quelli trainati dalla Vision 2030: energia, infrastrutture, difesa, manifattura avanzata. La retorica ufficiale insiste su partnership “strategiche e sostenibili”, ma il quadro etico resta invariato: a beneficiare della corsa agli affari è un regime che reprime il dissenso, condanna attivisti per un tweet, applica la pena di morte su larga scala e guida una guerra che ha devastato lo Yemen.

Meloni ha stretto la mano a Mohammed bin Salman, lo stesso principe ereditario saudita, accusato di aver ordinato, secondo l’Onu, l’assassinio di Jamal Khashoggi. Ha stretto accordi culturali con il Regno, affidando alla Triennale di Milano e al Parco Archeologico di Pompei la cooperazione in progetti museali e archeologici, mentre intanto si formalizzano contratti miliardari nell’energia e nella difesa. Un abbraccio che la stessa Meloni aveva condannato, quando accusava Renzi di vendersi ai sauditi per tenere conferenze. Ora la coerenza è sacrificata all’altare della geopolitica.

L’Italia, oggi, rafforza la sua posizione nel Golfo nonostante i moniti delle organizzazioni per i diritti umani. La politica estera del governo Meloni ha abbandonato ogni prudenza, scegliendo di affidarsi al pragmatismo. Un pragmatismo che tiene insieme i forum economici a Milano, le bombe che cadono su Sana’a e gli abbracci istituzionali ad Al-Ula.

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Un genocidio che si spiana da solo

Rafah scompare, centimetro dopo centimetro, sotto le lame dei bulldozer israeliani. Lenta e meticolosa, l’operazione di cancellazione avanza: si porta via le pietre, ma anche i corpi, le tracce, le prove. Quel che resta di Rafah – ultimo rifugio per mezzo milione di palestinesi in fuga dai bombardamenti – non è solo un campo di macerie, ma un laboratorio di impunità.

Israele ha già dichiarato quel territorio una zona cuscinetto, annettendosi un quinto della Striscia di Gaza. Ora, mentre i jet sorvolano le rovine e uccidono altre decine di palestinesi, le ruspe preparano il terreno per il futuro che verrà raccontato: nessuna traccia, nessuna prova, nessun crimine. Solo il deserto.

Non bastano i 51.500 palestinesi uccisi in diciannove mesi, i 117.000 feriti, i 15.000 dispersi stimati, senza contare chi è morto di fame, sete o mancata assistenza medica. Non bastano perché la fame e la sete sono diventati strumenti di guerra. Dal 2 marzo, nessun aiuto umanitario entra nella Striscia. Le scorte dell’Onu sono esaurite. E se l’Unrwa – l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi – provava a tamponare l’emergenza, la Casa bianca le ha appena tolto l’immunità, allineandosi alla narrazione israeliana che la vuole complice di Hamas. Così, il principale fornitore di cibo e assistenza rischia di essere travolto da cause e risarcimenti che lo metterebbero fuori gioco.

È un crimine che si consuma due volte: la prima sotto i bombardamenti, la seconda sotto le ruspe. Con un avallo internazionale che ha il coraggio di fingere pietà – come Donald Trump che, in volo verso Roma, confida di “voler essere buono con Gaza” – mentre smantella l’ultimo argine alla fame.

Di Rafah resterà solo il nome. E un genocidio che si autodistrugge per non lasciare testimoni.
Buon lunedì

Foto AS

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A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso – Lettera43

Meloni lo ignorava sui migranti. Salvini tifava Ratzinger. I giornalisti militanti Feltri, Sallusti, Belpietro, Porro e Giordano lo hanno infilzato su gay, ius soli, Ong, ecologia. Riducendo ogni tema a slogan buonista. Ora che è morto però elogiano tutti il coraggio e la visione di Francesco, un pontefice che «ha rotto gli schemi». Non è memoria corta, ma strategia politica. E tra le pieghe delle loro parole si intravede il vecchio disprezzo.

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso

Ci sono lutti che si trasformano in palcoscenici. Cordogli che sembrano conferenze stampa. E ci sono governi che, mentre depongono corone di fiori, cercano di nascondere le spine che hanno infilato nei fianchi di chi piangono. La morte di papa Francesco si è trasformata nell’ultimo paradosso di una maggioranza di governo che, tra il parlamento e i talk show, versa lacrime e parole di stima per quel pontefice che per oltre 10 anni ha subìto una sequela di insulti, dileggi e accuse proprio da chi ora ne elogia il coraggio e la visione.

La premier parla di «grande lezione» di Bergoglio, ma sui migranti?

Non è soltanto questione di memoria corta. È strategia politica. Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani: tutti in fila, inappuntabili nelle dichiarazioni di lutto, ma con le mani sporche di polemica. Il vaticanista Marco Politi ha ricordato che Meloni ha sempre avuto difficoltà a comprendere Francesco, preferendogli Giovanni Paolo II. Ma ora la premier si inchina davanti alla «grande lezione» di Bergoglio, sorvolando su quelle “difficoltà” che non hanno mai generato parole di comprensione, ma freddezza e distanza. Quando il papa parlava di migranti, Meloni ascoltava, ma con il volume basso.

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso
Giorgia Meloni con papa Francesco (foto Imagoeconomica).

Salvini e il Rosario come accessorio di propaganda elettorale

Salvini, invece, il volume lo alzava. Fino a strillare: «Il mio papa è Benedetto». Una frase che non è mai stata smentita, neanche sotto la pressione delle convenienze diplomatiche. Il capo leghista, oggi vicepremier, è stato il più esplicito degli anti-Bergoglio: si è chiesto «quanti rifugiati ci siano in Vaticano» mentre lui, da ministro dell’Interno, chiudeva i porti e innalzava muri. Ha trasformato il Rosario in un accessorio di propaganda elettorale, usando simboli religiosi per giustificare respingimenti e manganelli. Eppure, nei giorni del lutto, pure lui ha trovato toni misurati, istituzionali, quasi rispettosi. Ha abbassato il volume, ma la musica è rimasta la stessa.

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso
Matteo Salvini che bacia i rosari (foto Ansa).

Feltri tra conigli, «frociaggine» e mancanze di rispetto

Questa doppiezza si fa più evidente se si scorre il bollettino delle offese disseminate negli anni. Vittorio Feltri, firma storica di Libero e il Giornale, si è detto «orgoglioso di essere un coniglio», deridendo le parole del papa sulla paternità responsabile. Ha raccontato pubblicamente di aver discusso con Bergoglio della «frociaggine» nei seminari, attribuendogli ancora quel termine volgare, tradendo ogni regola di riservatezza e rispetto.

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso
Vittorio Feltri (foto Imagoeconomica).

Sallusti e Belpietro all’attacco su ius soli e Ong

Alessandro Sallusti, direttore de il Giornale, ha descritto papa Francesco come «anomalo nella forma, scomodo nella sostanza». Un pontefice che «non capisce la democrazia» per aver sostenuto lo ius soli. Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, ha titolato a tutta pagina contro i finanziamenti della Chiesa alle Ong che salvano migranti, accusando il papa di sostenere la «globalizzazione della clandestinità».

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso
Alessandro Sallusti e Maurizio Belpietro (foto Ansa).

Delegittimate accoglienza ed ecologia

Nicola Porro ha liquidato l’eredità di Francesco come «macerie». Mario Giordano lo ha accusato di non essersi fatto il segno della croce a un funerale laico, insinuando un tradimento della fede. Ecco il coro di voci che ora, mentre le campane di San Pietro suonano a morto, si atteggiano a esegeti del magistero papale. Hanno delegittimato ogni parola di Francesco sull’accoglienza, sulle diseguaglianze, sull’ecologia, riducendole a slogan buonisti. Lo hanno accusato di avere trasformato la Chiesa in un «soft power globalista», sordo alla “vera” tradizione cattolica. Oggi ne celebrano la «capacità di rompere gli schemi». Come se rompere gli schemi fosse un titolo buono per i necrologi, ma non per i dibattiti politici.

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso
Nicola Porro e Mario Giordano (foto Imagoeconomica).

Il perenne sospetto che si nutre per gli scismatici

La Lega ha inciso la colonna sonora della guerra contro il papa. I manifesti di Aldo Casalicchio, consigliere leghista, affissi a Rivoli con l’accusa di preferire i migranti ai fedeli, sono l’icona plastica di questa ostilità. Simone Pillon, ex senatore del Carroccio, ha applaudito con sarcasmo alla presunta volgarità papale sui seminari, in perfetta sintonia con il gusto amaro del suo partito. E mentre la presidente del Consiglio cerca di issarsi sul pulpito di una moralità istituzionale, i suoi alleati di governo, da Salvini a Galeazzo Bignami, hanno passato anni a descrivere papa Francesco come «non un papa facile», uno che «ha rotto gli schemi», ma non con l’ammirazione che si riserva ai grandi innovatori. Con il sospetto che si tiene per gli scismatici.

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso
Simone Pillon (foto Imagoeconomica).

Un bersaglio quando parlava di pace e disarmo

È questa la funzione delle lacrime che oggi rigano le guance della destra italiana: nascondere, dietro il lutto, una battaglia culturale che non si è mai fermata. Una battaglia in cui papa Francesco è stato il bersaglio di chi vede nella solidarietà un cedimento e nell’accoglienza un atto di resa. Chi oggi ne esalta la figura si è strappato le vesti ogni volta che il pontefice ha parlato di pace, di disarmo, di crisi climatica. Chi oggi lo piange, ieri gli ha dato del “papocchio”.

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso
Giorgia Meloni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).

Francesco per loro resta scomodo, anche da morto

Dietro le condoglianze si nasconde un’altra storia. Una storia che andrebbe raccontata in ogni commemorazione: quella di un papa che ha scelto di stare dalla parte degli ultimi, e che per questo è stato insultato dai potenti. Oggi quei potenti si mettono in posa, ma tra le pieghe delle loro parole si intravede il vecchio disprezzo. Cambiano tono, ma non opinione. Perché in fondo, per loro, papa Francesco rimane quello scomodo. Anche da morto.

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Parlamento, a metà legislatura siamo già a 59 cambi di casacca

Nel Parlamento italiano il trasformismo non è mai stato un vizio solitario. È una pratica di gruppo, quasi un rituale collettivo che si ripete di legislatura in legislatura. Si chiama cambio di gruppo, ma è molto di più: è la cartina di tornasole della stabilità politica, il segno del tempo che passa e delle convenienze che cambiano. Anche stavolta, a metà legislatura, il rito si è consumato. Ridotto nei numeri, certo, ma non cancellato.

Sono 59 i cambi di gruppo registrati dall’inizio della XIX legislatura fino ad aprile 2025. Una cifra che, a leggerla così, sembra modesta. Nel quinquennio precedente erano stati 464, nella XVII legislatura addirittura 569. Numeri che raccontano un passato recente in cui la politica italiana si muoveva come su sabbie mobili, tra maggioranze incerte e opposizioni ballerine. Ora, con una maggioranza netta uscita dalle urne, il mercato delle vacche sembra più contenuto.

Ma sarebbe un errore liquidare tutto come fisiologia parlamentare. Perché se il numero dei cambi si è ridotto, la direzione resta sempre la stessa: si passa dall’opposizione alla maggioranza. Sono nove i parlamentari, stando ai dati di Openpolis, che hanno fatto questo tragitto, contro solo due che hanno osato l’inverso. E a beneficiarne è stata soprattutto Forza Italia, che ha guadagnato otto seggi. Una silenziosa espansione che rafforza la compagine di governo mentre il Movimento 5 stelle, in caduta libera, ha perso quattro rappresentanti. Fratelli d’Italia, Lega e Partito democratico ne hanno persi uno a testa. Il pendolo oscilla sempre verso chi governa.

I regolamenti non fermano le migrazioni

Il motivo di questa apparente calma non sta solo nella stabilità elettorale. Conta il taglio dei parlamentari, scesi da 945 a 600, che ha ridotto le pedine disponibili. Conta anche il nuovo regolamento del Senato, che ha introdotto disincentivi per i trasformisti: chi cambia gruppo rischia di perdere incarichi e vantaggi economici. Una misura che ha frenato i movimenti a Palazzo Madama, ma non alla Camera, dove le contromisure restano sulla carta.

La cronaca recente racconta storie note. Annamaria Furlan, ex segretaria della Cisl, ha lasciato il Partito democratico per Italia viva. Aurora Floridia ha abbandonato il gruppo misto per il gruppo delle Autonomie. Giusy Versace è passata da Azione a Noi moderati, transitando per il misto, in una lenta gestazione del riposizionamento. Anche Andrea De Bertoldi, ex Fratelli d’Italia, ha preso la via del misto per approdare alla Lega. E Davide Bellomo ha seguito il flusso opposto, dalla Lega a Forza Italia. Un tragitto che sembra ormai codificato: prima si staziona nel misto, poi si sceglie la nuova casa politica. Il misto come sala d’attesa del potere.

Chi viene e chi va

Tra i più navigati ci sono i parlamentari che hanno cambiato gruppo più di una volta in questa legislatura: nove in tutto. Aboubakar Soumahoro, Eleonora Evi, Isabella De Monte, Lorenzo Cesa, Luigi Marattin, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna – recentemente nominata segretaria di Noi moderati – si muovono da una sponda all’altra con la disinvoltura di chi conosce bene le regole non scritte di questo gioco.

Alla fine, il saldo è chiaro: la maggioranza si è rafforzata. E Forza Italia, con un colpo di mano burocratico, ha guadagnato un seggio in più grazie al riconteggio dei voti in Calabria, che ha portato Andrea Gentile in Parlamento a scapito di Elisa Scutellà del Movimento 5 stelle. Un premio alla perseveranza, si direbbe, se non fosse l’ennesima prova di come le maglie della rappresentanza possano essere stirate fino a deformarsi.

Intanto, il trasformismo resta il termometro della politica italiana. Misura la febbre di chi cerca riparo sotto le ali del potere, soprattutto quando le urne si avvicinano e le convenienze si ridisegnano. Per ora la temperatura sembra sotto controllo, ma l’aria di fine legislatura potrebbe riaccendere il mercato. E allora, come sempre, il Parlamento diventerà di nuovo terra di migrazioni, senza rotta ma con una bussola ben chiara: quella del potere.

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Nordio non trasmette il mandato dell’Aja: Putin (come Netanyahu) non rischia l’arresto in Italia

C’è un garantismo che si esercita solo quando serve a proteggere i potenti. Vladimir Putin lo sa bene. Dal 17 marzo 2023, data in cui la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un mandato di arresto per il presidente russo accusato di crimini di guerra, quell’ordine è rimasto bloccato nei cassetti del ministero della giustizia italiano. Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, Carlo Nordio ha scelto di non trasmettere il provvedimento alla Procura generale di Roma, impedendo così che il fascicolo venisse inoltrato alla Corte d’appello per renderlo esecutivo. Nessun atto formale, nessuna spiegazione ufficiale: semplicemente, il mandato non ha mai varcato la soglia di via Arenula.

Eppure la legge italiana è chiara. Dal 2012 l’Italia ha recepito lo Statuto di Roma che istituisce la Corte penale internazionale e ne prevede la piena cooperazione. Il Guardasigilli ha il compito di ricevere le richieste provenienti dalla Cpi e trasmetterle ai magistrati competenti per dar loro esecuzione. È il principio della giustizia internazionale che dovrebbe garantire che nessuno, nemmeno i capi di Stato, sfugga a responsabilità in caso di genocidio, crimini di guerra o contro l’umanità.

Una politica che blocca la giustizia

Non è la prima volta che il ministro della giustizia italiano si ritrova al centro delle polemiche per la (mancata) collaborazione con la Corte penale internazionale. Nel caso del generale libico Osama Najeem Almasri, arrestato in Italia su mandato della Cpi, Nordio si è limitato a non rispondere ai magistrati e il generale è stato rimpatriato senza che il procedimento di estradizione si avviasse.

Con Putin la strategia è ancora più sottile. Il mandato non è mai stato trasmesso. Nessuna occasione per sollevare la questione pubblicamente, nessun atto da contestare. Una scelta di omissione preventiva che svuota di fatto l’impegno dell’Italia nella giustizia internazionale. E quando la stampa svela il blocco, Nordio risponde: “Il presidente russo Vladimir Putin non è mai transitato in territorio italiano né mai si è avuta notizia che fosse in procinto di farvi ingresso. La presenza della persona o il suo imminente ingresso nel territorio dello Stato sono condizioni essenziali per i provvedimenti conseguenti”.

Il garantismo di Nordio e dell’Italia che fa comodo a Putin

Il governo rivendica il principio di immunità per i capi di Stato e di governo, sostenendo che non possano essere arrestati finché in carica. Una tesi già sostenuta nei confronti del premier israeliano, Benjamin Neatanyahu, su cui pende un mandato d’arresto della Cpi analogo a quello di Putin, ma contestata dalla stessa Corte penale internazionale, che ribadisce la propria giurisdizione per i crimini di guerra. La scelta di Nordio e del governo Meloni è quindi politica, non giuridica: non eseguire i mandati per non compromettere i rapporti diplomatici con Mosca e con Tel Aviv.

La difesa del ministro è una cortina fumogena che confonde il diritto con la diplomazia. Non si tratta di applicare un provvedimento a un leader presente in Italia: si tratta di rispettare il meccanismo che rende operativo il sistema internazionale di giustizia. La trasmissione del mandato alla Procura generale serve proprio a garantire che la giustizia possa agire nel tempo, non solo in caso di ingresso immediato. Fermarlo significa svuotare la Cpi del suo potere. Significa inchinarsi a Mosca.

Ecco chi sono i veri putiniani: non quelli che fanno propaganda con le bandiere, ma quelli che fermano le carte e lasciano che l’impunità si perpetui. Chi difende l’inviolabilità di Putin e Netanyahu in nome di un garantismo di comodo. Un garantismo che non vale per tutti, ma solo per chi può permetterselo.

Il danno non è solo simbolico. Lasciare inapplicato il mandato della Corte dell’Aia significa minare l’intero sistema di giustizia internazionale, quello stesso sistema che dovrebbe garantire equilibrio tra Stati e accountability per chi commette atrocità. L’Italia, che ha firmato trattati e si è impegnata a rispettarli, si tira indietro. Preferisce difendere i rapporti di potere anziché la legge. E intanto, nelle aule del governo, si spiega che tutto è conforme al diritto. Ma è solo la solita storia: il diritto piegato alla convenienza geopolitica.

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Meloni, Salvini e La Russa: dalle destre tre modi di eludere l’antifascismo

C’è un momento, ogni anno, in cui la Repubblica Italiana torna a fare i conti con sé stessa. È il 25 aprile, Festa della Liberazione, la data che segna la fine del nazifascismo, la vittoria della Resistenza, l’inizio di una democrazia costruita sui valori dell’antifascismo. Una storia che per alcuni resta indigesta. Per Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Ignazio La Russa, il 25 aprile è una ricorrenza che brucia le mani, un terreno minato dove ogni parola pesa, ogni gesto è sotto osservazione, ogni assenza è un silenzio che urla. Anche quest’anno hanno dimostrato quanto sia difficile per la destra italiana convivere con la memoria della Liberazione.

Meloni: presente, ma altrove

Giorgia Meloni c’è. Almeno fisicamente. Dall’ottobre 2022, da quando è diventata Presidente del Consiglio, ha partecipato regolarmente alla cerimonia ufficiale all’Altare della Patria, accanto a Sergio Mattarella. Nel 2023, nel 2024 e, anche quest’anno, Meloni rispetterà il protocollo. Ma la presenza, da sola, non basta a raccontare il rapporto complicato della premier con il 25 aprile. Ogni anno emergono indiscrezioni su viaggi istituzionali programmati in concomitanza con la ricorrenza. Per qualcuno, una coincidenza, per altri, una fuga evitata all’ultimo.

La lingua di Meloni resta il vero barometro della sua distanza dalla Liberazione. Mai una parola chiara, mai un termine netto. Preferisce rifugiarsi nella condanna generica di “tutti i regimi totalitari”, fascismo incluso. Una retorica che equipara il fascismo a ogni altra dittatura, con l’effetto – voluto o meno – di diluire il significato storico della Resistenza. Nel 2024 ha parlato di “avversione a tutti i totalitarismi e autoritarismi”, evitando ancora una volta di pronunciare quella parola scomoda: antifascismo. Così come ha preferito trasformare il 25 aprile nella “festa della libertà”, invocando una “concordia nazionale” che ha poco a che fare con la storia e molto con la necessità politica di non spaventare l’elettorato più nostalgico della sua parte.

Il 2025 ha offerto anche un altro espediente: la morte di Papa Francesco, che ha permesso al governo di consigliare celebrazioni “sobrie”. Il rispetto del lutto ha avuto una funzione collaterale: smorzare il carattere assertivo del 25 aprile. Una scelta che rientra perfettamente nella narrazione di Meloni, che preferisce ridurre la Liberazione a una commemorazione come tante altre, svuotata del suo portato politico.

Nonostante le dichiarazioni di incompatibilità tra Fratelli d’Italia e le nostalgie fasciste, Meloni continua a mantenere una distanza strategica dall’antifascismo come valore fondante. Nel 2023 ha scritto che il “fascismo” viene usato “come strumento di delegittimazione di qualsiasi avversario politico”. Una difesa preventiva, che conferma quanto quel passato continui a essere una ferita aperta.

Salvini: assente per scelta

Matteo Salvini ha scelto un’altra strada: quella dell’assenza deliberata. Non ha mai cercato di camuffarla, non ha mai provato a mascherare il suo fastidio per il 25 aprile. Da ministro, da leader politico, Salvini non partecipa alle celebrazioni ufficiali. Anzi, rivendica le sue scelte alternative: nel 2019 era a Corleone, per una manifestazione antimafia, sostenendo che la mafia è la vera minaccia contemporanea, non il fascismo o il comunismo, ormai sepolti nel passato. Nel 2024, invece, ha scelto di presentare il suo libro “Controvento” proprio a Milano, la città Medaglia d’Oro della Resistenza. Un gesto interpretato come una sfida, l’ennesima provocazione.

Quando partecipa, lo fa a modo suo: nel 2024 ha deposto una corona in una cerimonia locale a Milano, lontano dai cortei, dalle bandiere, dai “fazzoletti rossi” che rifiuta apertamente. Per lui, il 25 aprile è una festa “divisiva”, trasformata dalla sinistra in una celebrazione “triste, violenta e retorica”. La narrazione di Salvini è chiara: la Liberazione non appartiene solo alla sinistra, e chi tenta di rivendicarla lo fa per escludere gli altri.

Anche Salvini, come Meloni, preferisce parlare di libertà in astratto. Ha usato la ricorrenza per legare la libertà alla sua agenda politica, dalla lotta contro le restrizioni pandemiche all’opposizione alle politiche dell’Unione europea. Il fascismo? Un argomento secondario. Alla domanda sull’antifascismo del governo Meloni ha risposto con frasi vaghe: “Questo è un governo scelto dai cittadini. Poi, l’antifascismo sì… chi ha nostalgia del fascismo? No, spero di no…”. Mai una posizione netta.

La Russa: senza filtri

Ignazio La Russa non si nasconde. Partecipa alle cerimonie ufficiali, ma non rinuncia alla sua narrazione. Nel 2023, dopo aver deposto la corona all’Altare della Patria, è volato a Praga per onorare Jan Palach, martire dell’anticomunismo, e visitare Terezin, il campo di concentramento nazista. Un atto simbolico, una dichiarazione di intenti: bilanciare l’antifascismo con l’anticomunismo.

Nel 2023 ha affermato che la parola “antifascismo” non è presente nella Costituzione. Una verità semantica, certo, ma priva di senso storico: la Costituzione italiana nasce dalla Resistenza, e il suo spirito antifascista è inciso in ogni articolo, anche se quella parola non compare. Ma a La Russa interessa altro: sganciare la Carta dai suoi fondamenti storici, rileggerla come semplice espressione di libertà e patriottismo.

Sempre nel 2023 ha descritto i soldati nazisti uccisi dai partigiani nell’attentato di Via Rasella come “una banda musicale di semi pensionati”. Un falso storico smontato da ogni fonte attendibile, ma sufficiente a ridimensionare la Resistenza e alimentare il dubbio. Anche quando ha tentato di correggere il tiro, il danno era fatto.

La Russa, figlio del Movimento Sociale Italiano, già collezionista di cimeli fascisti, continua a incarnare l’anima più ideologica della destra italiana. La sua presenza alle cerimonie ufficiali è un atto dovuto, ma ogni dichiarazione, ogni gesto, è un tentativo di riscrivere la storia.

La destra e la memoria

Tre leader, tre strategie. Meloni istituzionale ma ambigua, Salvini assente e provocatore, La Russa revisionista. Insieme, costruiscono una destra che non ha ancora fatto pace con il proprio passato. Il 25 aprile resta per loro una data scomoda, da disinnescare, ridimensionare, eludere. Ogni anno, la memoria della Liberazione torna a metterli di fronte al proprio riflesso. E ogni anno, quel riflesso li costringe a scappare.

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I farisei al capezzale del Papa

Non c’è il profumo d’incenso intorno alla bara di Papa Francesco. C’è un orrendo olezzo di ipocrisia che attraversa la sala, pronto a spandersi appena arriveranno i cosiddetti grandi del mondo: avvoltoi e farisei. Ciò che conta sarà capitalizzare il funerale, convinti che il dio che dicono di pregare si affacci solo nelle occasioni pubbliche, appassionato di cerimoniali.

La presidente del Consiglio ha deciso di adottare la più classica delle strategie politiche: “È morto il papa, quindi parliamo di me”. Da giorni si spiffera di Francesco e Meloni che amorevolmente chiacchierano. Lei, solenne di fronte al Parlamento, dice che la lezione più importante del Papa è quella di non perdere l’ironia, giusto per dire quanto siano andati perduti gli appelli del pontefice sui disperati annegati in mare, sui bambini affamati di Gaza, sulla guerra come sconfitta della politica e dell’uomo.

Si inchinerà contrita Ursula von der Leyen, fresca di certificazione del suo sopruso politico con cui ha deciso che l’economia di guerra è l’avvenire del continente. Lo piangerà senza dover più ascoltare le sue reprimende a chi rincorre le armi, a chi arricchisce le lobby, a chi è talmente povero di spirito da considerare il conflitto come unico scenario inevitabile.

Lo glorificheranno i leader italiani che hanno firmato e prorogato il memorandum con la Libia – da destra a sinistra – istituzionalizzando l’orrore, nemico del Vangelo. Avranno le mani giunte coloro che insanguinano le frontiere con il beneplacito di un’Ue che è diventata fortezza.

Intanto, la morte del Papa è diventata il lasciapassare per il 25 aprile che i Fardelli d’Italia hanno sempre sognato. Coloro che hanno festeggiato al compleanno di Salvini con i corpi ancora bagnati della strage di Cutro hanno chiesto sobrietà per celebrare la Liberazione dai loro neri ispiratori. Qualche sindaco mansueto e servile ha proposto di silenziare Bella ciao. In nome del Papa, dicono. E questo dice tutto di come stia la Costituzione laica e antifascista di questo Paese.

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Altro che recupero record: il bluff dell’evasione fiscale

Un record che non esiste. La Corte dei conti smonta con poche righe le narrazioni trionfalistiche del governo Meloni sulla lotta all’evasione fiscale. I 33,4 miliardi di euro incassati dall’Agenzia delle entrate nel 2024, definiti dalla premier “una somma mai raggiunta dalla nostra nazione”, non sono il frutto di un’azione straordinaria, ma il risultato di controlli automatizzati. Nessuna caccia all’evasore, nessun rafforzamento degli strumenti per far emergere il sommerso. Solo la routine.

In un’audizione sul Documento di economia e finanza alle commissioni bilancio, i giudici contabili chiariscono che la maggior parte degli introiti deriva da errori o omissioni nei versamenti individuati tramite controlli automatici. L’83 per cento dei fondi raccolti non nasce da accertamenti sostanziali, ma dalla verifica meccanica delle dichiarazioni presentate. Gli evasori veri restano al sicuro.

L’incremento di otto miliardi rispetto al 2022, celebrato dalla presidente del Consiglio come il risultato di norme “contro le attività ‘apri e chiudi’ degli extracomunitari”, si rivela essere un’illusione propagandistica. La Corte dei conti lo dice chiaramente: questi risultati sono difficilmente replicabili senza un deciso aumento dei controlli sostanziali, proprio quelli che il governo non ha rafforzato.

E nonostante strumenti come la fatturazione elettronica, il reverse charge e lo split payment, l’Italia continua a occupare le ultime posizioni in Europa per il gap Iva, con un buco del 14,74 per cento nel 2023. Ancora peggio va sul fronte Irpef per professionisti e imprese individuali, dove l’evasione si attesta a un preoccupante 65 per cento.

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