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Tanti auguri a chi è sopravvissuto

Nell’ultimo decennio, quasi ogni anno, sono morte mentre lavoravano più di mille persone: almeno tre al giorno. Il 65% degli infortuni sul lavoro riguarda persone straniere, dicono le statistiche: più di due volte e mezzo rispetto agli italiani. Forse converrebbe dirsi che muoiono soprattutto i più disperati, come accade da sempre. La sproporzione non è un caso: è una segregazione occupazionale che confina i lavoratori immigrati in settori e mansioni a maggior rischio, spesso con minore accesso a una formazione adeguata e a tutele efficaci.

È una segregazione, seppure con forme diverse, anche quella delle donne lavoratrici: lavorano di più, guadagnano di meno e restano confinate negli stessi mestieri, con salari bassi e poche possibilità di carriera. C’è anche il cassetto degli anziani infortunati sul lavoro, là dove stanno quelli che non hanno più le forze per svolgere la loro mansione ma non possono permettersi di non portare il pane a casa.

Chi non muore e chi non si infortuna è povero anche dopo la giornata di lavoro. Tra il 2014 e il 2023, l’incidenza della povertà assoluta individuale è salita dal 6,9% al 9,8%, coinvolgendo 1,6 milioni di persone in più. Un lavoro che rende poveri è il tradimento del primo articolo della Costituzione. Poi ci sono quelli che il lavoro lo cercano e non lo trovano: i giovani etichettati come fannulloni perché non accettano di diventare schiavi, quelli che navigano tra contratti a termine che atrofizzano la speranza, limitando il futuro alla fine di ogni mese.

Il Primo maggio dovrebbe essere il giorno della fierezza, in cui i lavoratori rivendicano i propri diritti e i successi raggiunti. Le riforme del lavoro, in particolare il Jobs Act, pur con l’obiettivo dichiarato di aumentare l’occupazione, hanno ridotto le tutele reali contro i licenziamenti illegittimi, generando incertezza normativa (anche a causa degli interventi della Corte costituzionale) e potenzialmente indebolendo il potere contrattuale dei lavoratori. Così, il giorno del lavoro passa da occasione d’orgoglio a evento di scoraggiamento. Ci sarebbe anche la rabbia, ma il Decreto Sicurezza ha reso anche quella illegale. Buon Primo maggio.

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Cronisti minacciati e concentrazioni: l’Europa scivola sulla libertà di stampa

Nel Media Freedom Report 2025, la Civil Liberties Union for Europe disegna un’Unione europea sempre più incapace di garantire la libertà e il pluralismo dell’informazione. «La libertà e il pluralismo dei media sono sotto attacco in tutta l’Ue», avvertono gli autori, segnalando un deterioramento che non risparmia nemmeno le democrazie considerate più consolidate.

Concentrazione editoriale

Il quadro è chiaro: «La proprietà dei media è fortemente concentrata in molti Stati membri dell’Ue e sostanzialmente invariata rispetto ai rapporti precedenti». L’Italia si conferma parte del problema. Nel 2024, la possibile acquisizione dell’agenzia Agi da parte del gruppo della famiglia Angelucci – già proprietario di Il Giornale, Libero e Il Tempo – ha sollevato «gravi preoccupazioni» per il rischio di concentrazione editoriale e di compromissione dell’indipendenza giornalistica. Il Partito democratico ha formalmente segnalato il caso alla Commissione europea.

La trasparenza nella proprietà dei media resta un’eccezione: «La trasparenza della proprietà dei media continua a presentare criticità in Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Italia, Malta e Paesi Bassi». Nel nostro paese, catene societarie opache e la mancanza di registri pubblici accessibili impediscono ai cittadini di conoscere chi controlla realmente le fonti di informazione. Un problema che l’European Media Freedom Act, in vigore da agosto 2025, proverà a risolvere imponendo obblighi più stringenti, ma che al momento appare irrisolto.

Il rapporto documenta «gravi distorsioni» nell’assegnazione della pubblicità di Stato, utilizzata in diversi paesi per premiare i media filogovernativi o penalizzare quelli critici. Anche in Italia l’assenza di criteri trasparenti nella distribuzione delle risorse pubblicitarie solleva interrogativi, in un contesto in cui la comunicazione istituzionale assume un peso crescente.

Minacce ai giornalisti

Nel 2024, in Italia come in Croazia, Grecia, Irlanda, Malta, Romania, Slovacchia, Slovenia e Svezia, si sono registrati «attacchi verbali contro i giornalisti», spesso provenienti da esponenti politici o dai loro sostenitori. Non sono mancati episodi di violenza fisica, in particolare durante manifestazioni di piazza.

Il fenomeno delle Slapp – cause civili strategiche intentate per zittire voci critiche – rimane una «seria minaccia» in Italia, così come in Belgio, Francia, Germania, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Slovacchia e Slovenia. Il rapporto segnala che, nonostante l’approvazione della direttiva europea Anti-Slapp, «il rischio di un utilizzo intimidatorio del contenzioso rimane elevato».

Particolarmente preoccupante è l’aumento delle minacce contro le giornaliste: «Una quota sproporzionata delle molestie e delle minacce osservate nel 2024 ha colpito le donne giornaliste», con l’Italia tra i paesi citati insieme a Bulgaria, Slovacchia e Svezia.

Pluralismo e sfiducia

La libertà di stampa si indebolisce anche sul versante del servizio pubblico. L’Italia è menzionata tra i paesi in cui «permangono sfide rilevanti per l’indipendenza o il corretto funzionamento del settore dei media di servizio pubblico», insieme a Bulgaria, Croazia, Francia, Grecia, Malta, Romania, Slovacchia e Spagna.

Quanto alla fiducia nei media, il quadro è desolante: «I livelli di fiducia del pubblico nei media rimangono bassi» in molti paesi, e l’Italia è tra quelli in cui la disillusione appare più profonda. Soltanto Estonia, Francia e Germania registrano dati più confortanti.

Informazione e disinformazione digitale

Il diritto di accesso alle informazioni pubbliche, fondamentale per un’informazione indipendente, è ostacolato da «resistenze o rifiuti» da parte delle autorità, anche in Italia. Parallelamente, le strategie di contrasto alla disinformazione si rivelano largamente inefficaci: «Gli sforzi per combattere la disinformazione risultano insufficienti, specialmente nello spazio digitale», si legge nel rapporto.

Rischio lettera morta

Il Media Freedom Report 2025 lancia un avvertimento preciso: l’attuazione concreta dell’European Media Freedom Act e della direttiva Anti-SLAPP «sarà decisiva per proteggere l’ecosistema libero e pluralistico da cui dipende la democrazia europea». Ma, ad oggi, «molti Stati membri appaiono impreparati – se non apertamente riluttanti – a rispettare pienamente ed efficacemente il nuovo quadro legislativo».

L’Italia, come altri paesi europei, si trova di fronte a una scelta netta. Senza una vigilanza attiva e senza un impegno reale, il rischio è quello di cristallizzare una tendenza che da emergenza rischia di diventare normalità: concentrazione editoriale, opacità proprietaria, intimidazione dei giornalisti e soffocamento del pluralismo.

Se, come ammonisce Liberties, «un ecosistema mediatico libero e pluralistico è necessario per una democrazia forte e stabile», oggi in Europa – e in Italia – la difesa di questo principio si misura non sulle dichiarazioni di principio, ma sulla capacità di opporsi alle derive già in atto.

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Primo Maggio, ultima chiamata. I lavoratori continuano a morire

Nel 2024 sono morte 1.090 persone lavorando. Tre al giorno. Senza contare i 589.571 infortuni registrati e le 88.499 denunce per malattie professionali. È una strage continua, ma così regolare da sembrare normale. Una strage che chiamiamo “lavoro”.

Crescono gli ispettori (+59%), aumentano i controlli (+42%), ma il 74% delle aziende ispezionate è risultata irregolare. Oltre 80.000 illeciti, 19.000 casi di lavoro nero, 1.226 per caporalato, 83.330 violazioni sulla sicurezza. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha sospeso 15.000 attività imprenditoriali, quasi 5.500 solo per violazioni sulla sicurezza. Ha accertato oltre 200 milioni di euro di contributi non versati, ha promosso quasi mille incontri di sensibilizzazione. Ma non basta.

Ogni anno annunciano potenziamenti, nuovi ispettori, campagne informative. Ma intanto si continua a morire. Si muore nei cantieri, nei capannoni, nei campi. Si muore in silenzio. Per negligenza, per risparmio, per assenza di controlli. Ogni morte è una sconfitta dello Stato, ma anche un favore a chi del profitto fa scudo contro ogni responsabilità.

Il Primo Maggio dovrebbe celebrare chi lavora, non commemorare chi muore. Invece è diventato il giorno del bilancio: più denunce, più malattie, più irregolarità. Eppure non cambia nulla. Ogni governo che accetta questa normalità ne è complice. Ogni ministro che taglia fondi, ogni dirigente che minimizza, ogni politico che distoglie lo sguardo è parte di questa lunga, lenta mattanza.

Buon mercoledì. 

 

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Tajani cerca gloria a Valencia: tra la vicepresidenza del Ppe e il fantasma di Rotterdam alle spalle

Il Congresso del Partito Popolare Europeo a Valencia si apre con il fragore dei blackout e le accuse per le alluvioni gestite male. A sfilare tra i corridoi, Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, candidato alla riconferma come vicepresidente del PPE, figura che in Europa resiste per anzianità e relazioni, ma che in patria si eclissa tra le ombre della politica quotidiana.

L’egemonia del PPE oggi è un dato. Ursula von der Leyen alla Commissione, Roberta Metsola al Parlamento, tredici governi su ventisette sotto il suo marchio. Ma proprio mentre raccoglie successi, il Partito Popolare si rivela vulnerabile: stretto tra la tentazione delle alleanze con le destre radicali e il bisogno di mantenere una rispettabilità che traballa sotto i colpi della realtà. In questo equilibrio ipocrita, Tajani sembra trovarsi perfettamente a suo agio.

La fragile forza di Antonio Tajani

A Valencia, Tajani porta i gradi del veterano europeo: ex presidente del Parlamento, commissario di lungo corso, braccio diplomatico in un governo spesso guardato con sospetto a Bruxelles. Il curriculum è imponente, il peso politico reale molto meno. In Italia, Tajani riveste cariche importanti ma lascia tracce leggere: vicepremier invisibile, ministro degli esteri in sordina, garante europeista di un governo che sull’Europa marcia in direzione opposta.

Un equilibrismo che è il suo tratto distintivo. In Europa, Tajani recita il copione dell’uomo delle istituzioni, colui che si oppone agli estremismi e invoca una rivoluzione istituzionale che nessuno, realisticamente, vuole davvero.

La sua candidatura alla vicepresidenza si regge su una piattaforma costruita ad arte: competitività industriale come paravento per la deregulation e un progetto di riforma istituzionale dell’Unione che più che un programma è una bandiera per distinguersi. Una strategia che mira a mantenere visibilità a Bruxelles, ma anche a erodere, lentamente, il consenso di Giorgia Meloni tra gli ambienti moderati europei, senza mai aprire uno scontro diretto.

Forza Italia e il peso variabile in Europa

Forza Italia arriva a Valencia con numeri ancora dignitosi: quarta delegazione per grandezza, dietro solo a tedeschi, spagnoli e polacchi. Ma i numeri non raccontano tutto. L’influenza reale è quella di un partito in declino, il cui principale biglietto da visita rimane il passato, non il presente. Forza Italia rivendica il suo posto nella casa dei popolari, ma la casa guarda altrove.

Anche Tajani deve fare i conti con i fantasmi del congresso di Rotterdam del 2022, quando ottenne meno voti del previsto. La sua riconferma è considerata probabile, ma il sostegno non è compatto né entusiasta. Il PPE, in un momento di forza apparente, sembra poco disposto a offrire riconoscimenti solo per diritto acquisito. L’impressione, neppure troppo velata, è che Tajani sia sospinto più dalla mancanza di alternative immediate che da un reale entusiasmo.

Valencia è il teatro perfetto per la parabola di Tajani: una figura che vive del riflesso di un potere europeo che sa di passato, impegnato a rivendicare spazio mentre nella politica italiana conta sempre meno. Se sarà rieletto vicepresidente, Forza Italia potrà ancora esibire un vessillo europeo. Ma si tratterà, nella sostanza, di una vittoria difensiva, più utile a mascherare la decadenza che a invertire la rotta.

Se invece Tajani dovesse fallire, la caduta sarebbe rovinosa. Non tanto per l’uomo quanto per l’idea stessa di Forza Italia come forza europea credibile. Senza Tajani a Bruxelles, anche quell’ultimo filo che lega il partito alla grande famiglia popolare si assottiglierebbe, accelerando la via del declino.

Il congresso di Valencia, al di là delle celebrazioni di rito, mostra senza troppi orpelli ciò che il PPE fatica ad ammettere: dietro la vetrina della stabilità si cela una fragile alleanza di interessi divergenti. Tajani, maestro nel mimetizzarsi tra le pieghe di questa ambiguità, è forse il più fedele interprete di una stagione politica che sopravvive solo a condizione di non essere mai pienamente raccontata.

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Diritti ridotti a retorica, Amnesty International lancia l’allarme globale

Il nuovo Rapporto 2024-2025 di Amnesty International arriva come un atto d’accusa globale. Non una fotografia, ma una sentenza: il sistema dei diritti umani, forgiato nel dopoguerra tra le macerie dell’orrore, è oggi accerchiato da forze che puntano apertamente alla sua demolizione. Un’involuzione che non è frutto di scosse improvvise, ma il risultato di un’erosione lenta, sistematica e consapevole, che ora appare strutturale.

Italia: un Paese indifferente

Nel nostro paese, la normalizzazione della violazione dei diritti si è sedimentata dietro una cortina di distrazioni. Tortura e maltrattamenti nelle carceri sono riemersi con gravità preoccupante, mentre la sovrappopolazione penitenziaria si è accompagnata a condizioni di vita disumane. Il numero di suicidi tra le persone detenute ha raggiunto livelli record, segnando l’abisso in cui la dignità umana può precipitare quando diventa un tema residuale e dimenticato.

Nel frattempo, la violenza contro le donne rimane tragicamente diffusa: novantacinque donne uccise in episodi di violenza domestica solo nel 2024, molte delle quali per mano di partner o ex partner. E la definizione di stupro nel codice penale italiano resta ancorata a logiche superate, ignorando il principio cardine del consenso, come ammonito anche da organismi internazionali.

Il razzismo sistemico contro persone rom, migranti e comunità lgbti, spesso alimentato anche da figure istituzionali, continua a essere una piaga aperta. Sul fronte dei diritti migratori, l’Italia si è distinta per un tentativo grottesco: inviare richiedenti asilo salvati in mare verso l’Albania, eludendo i propri obblighi internazionali e costruendo una narrazione che criminalizza chi fugge da guerre e carestie.

Europa: disintegrazione dei valori

A livello europeo, il rapporto documenta la progressiva erosione delle libertà fondamentali. La guerra in Ucraina, con il suo carico incessante di crimini di guerra da parte della Russia, ha inasprito una tendenza generale al restringimento dello spazio civico. L’impunità per i crimini contro i civili si è consolidata, mentre legislazioni sempre più repressive hanno colpito il diritto di manifestare e di esprimersi liberamente, in particolare in Russia, Bielorussia e Georgia.

In Europa centrale, l’idea stessa di diritti umani viene ora trattata come un ostacolo. La libertà d’espressione è stata sacrificata sull’altare dei “valori tradizionali”, utilizzati per giustificare repressioni, discriminazioni di genere e violenze contro le persone lgbti. E il tentativo di mantenere in vita un sistema multilaterale credibile appare ogni giorno più fragile, mentre cresce il peso di governi autoritari anche nei paesi un tempo considerati baluardi della democrazia.

Stati Uniti: demolizione sistematica

Sul fronte atlantico, il secondo mandato di Donald Trump si è imposto come la consacrazione di una traiettoria già tracciata. La cancellazione dei diritti si accompagna a un attacco frontale contro le istituzioni internazionali. Gli Usa hanno usato il loro potere di veto al Consiglio di sicurezza per bloccare richieste di cessate il fuoco a Gaza, mostrando apertamente la volontà di subordinare il diritto internazionale agli interessi di politica interna.

L’amministrazione Trump ha accelerato una deriva razzista, patriarcale e isolazionista che, lungi dall’essere una rottura, è la naturale evoluzione di dieci anni di erosione dei diritti sociali, ambientali e civili. In questo contesto, anche l’impegno per contrastare la crisi climatica è stato deriso o sabotato, con effetti che rischiano di risultare irreversibili sulle generazioni future.

Medio Oriente e Africa del Nord

Nel 2024, Gaza è stata il teatro di un genocidio trasmesso in diretta. L’offensiva militare israeliana ha causato oltre 45.000 morti, mentre milioni di palestinesi venivano sfollati e privati di qualsiasi condizione di vita dignitosa. Il sostegno incondizionato di Washington, Berlino e altre capitali europee ha contribuito a trasformare la catastrofe umanitaria in un crimine su scala storica, senza che nessun serio meccanismo di responsabilità sia stato attivato.

Il quadro si completa con l’escalation dei conflitti in Libano, Siria, Yemen e Iran. Mentre gli apparati repressivi interni colpivano dissidenti e attivisti, la discriminazione sistemica in base all’origine, al genere o all’orientamento sessuale si consolidava come norma. I governi hanno risposto alle richieste di libertà con violenze, arresti arbitrari e sparizioni forzate, lasciando ai margini ogni parvenza di stato di diritto.

Africa Subsahariana: tragedia ignorata

Nell’Africa subsahariana, il 2024 è stato un anno di oblio globale. I conflitti armati in Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Sahel hanno prodotto massacri di civili, violenze sessuali di massa e una crisi di sfollamento forzato senza precedenti. Le risposte regionali e internazionali, tuttavia, sono rimaste tragicamente inadeguate, con una comunità internazionale incapace di mobilitarsi anche davanti alle crisi più acute.

La crisi climatica, esasperata dall’inerzia dei paesi più ricchi, ha moltiplicato gli eventi estremi: siccità, alluvioni, carestie. In un contesto di povertà estrema e corruzione diffusa, le comunità locali sono state lasciate a morire senza che nessuno guardasse, confermando che il concetto di “solidarietà globale” è ormai ridotto a mera retorica nei consessi internazionali.

Asia e Pacifico: laboratorio della repressione

Dalla Cina all’Afghanistan, dal Myanmar all’India, la regione Asia-Pacifico si è confermata come uno dei laboratori più avanzati di controllo e repressione. La censura si è fatta totale, la sorveglianza capillare. Chi protesta, chi documenta, chi semplicemente osa raccontare una verità alternativa, rischia prigione, torture o morte. La criminalizzazione del dissenso si è accompagnata alla militarizzazione della vita quotidiana, imponendo un regime di paura capillare.

Eppure, anche in questo deserto di diritti, esistono resistenze: le mobilitazioni in Nepal, le lotte degli studenti in Bangladesh, gli attivisti filodemocratici in Hong Kong continuano a sfidare il buio, mostrando che il desiderio di giustizia non può essere estirpato nemmeno con la forza più brutale.

Americhe: democrazie svuotate

Nel continente americano, la violenza contro giornalisti, difensori dei diritti umani e popolazioni indigene ha confermato che anche le democrazie formali possono svuotarsi. Gli Stati Uniti non fanno eccezione: oltre alle derive federali, in vari stati sono cresciuti gli ostacoli al diritto di protesta e le discriminazioni razziali e di genere.

In America Latina, la sopravvivenza stessa degli spazi civici è diventata una questione di resistenza quotidiana. La criminalizzazione del dissenso si somma alla marginalizzazione sociale, mentre i popoli indigeni continuano a essere espropriati delle loro terre in nome di interessi estrattivi. I femminicidi, l’insicurezza alimentare e l’erosione dei diritti economici completano il quadro di una regione in cui la dignità umana è costantemente messa in discussione.

Un cambiamento d’epoca

Il Rapporto di Amnesty International non è soltanto una cronaca dell’orrore. È un monito: la fine dell’universalismo dei diritti non è una possibilità teorica, è una traiettoria già in corso. Se la risposta continuerà a essere l’indifferenza, non assisteremo semplicemente a un’altra fase storica. Saremo testimoni di un cambiamento d’epoca.

La sfida, ora, non è più salvare qualche brandello di diritto qua e là. È ripensare radicalmente il modo stesso in cui concepiamo l’umanità. Prima che sia troppo tardi.

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La strategia di guerra a Gaza, dichiarazione di morte differita

In un anno e mezzo di guerra a Gaza, Israele non ha soltanto cancellato vite: ha accorciato il futuro. Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, l’aspettativa di vita dei palestinesi è crollata: meno 51,6% per gli uomini, meno 38,6% per le donne.

Dietro i grafici ci sono i volti. Ci sono bambini che muoiono di fame a pochi chilometri da dove il mondo si interroga sulle calorie delle diete occidentali. C’è il latte che non esiste più, il pane che costa dieci volte tanto, l’acqua che non disseta ma ammala. Il cibo si misura in cucchiai di fagioli, quando c’è. Quando non c’è, si strappa l’erba ai margini delle strade, come raccontano le madri di Gaza.

Uno studio separato pubblicato nel febbraio 2025 ha stimato che il numero reale dei morti è stato sottovalutato del 41%, portando il bilancio effettivo vicino a 64.620 vittime, contro i 37.877 dichiarati dal Ministero della Sanità palestinese.

Ci sono donne che partoriscono in ospedali devastati, senza acqua, senza energia elettrica, senza nulla che somigli a una speranza. Alcune perdono il bambino in marcia, inseguite da cani addestrati a terrorizzare.Ci sono medici che non salvano più nessuno perché gli ospedali sono diventati bersagli. Oltre il 90% delle strutture sanitarie è stato distrutto. 

Il blocco degli aiuti, la distruzione dell’agricoltura, l’interruzione dell’acqua potabile, la fame usata come arma: ogni scelta compiuta contro Gaza non ha solo effetti immediati. È una dichiarazione di morte differita. Non basteranno cessate il fuoco di facciata né commozioni posticce a cancellare l’evidenza: a Gaza si è scientificamente bombardato anche il futuro.

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Il premierato che c’è già

Nel Parlamento italiano il primo maggio dura dodici giorni. Non è una battuta, è la fotografia impietosa che Stefano Iannaccone traccia su Domani. Sedute sospese, commissioni ridotte ad audizioni a distanza, aule vuote. È il simbolo di una politica che si arrende alla propria irrilevanza mentre Giorgia Meloni consolida un premierato di fatto senza bisogno di riforme.

Il governo decide senza contraddittorio, converte decreti in leggi senza dibattito, annuncia iniziative senza mediazione. La “madre di tutte le riforme”, sbandierata come priorità istituzionale, è scomparsa dal calendario, ma il potere si è già riorganizzato intorno alla figura della premier. Senza resistenza. Senza alternative.

La morte di papa Francesco e i dazi di Donald Trump anestetizzano un dibattito politico che, a destra come a sinistra, sembra incapace di reagire. Le opposizioni si aggrappano ai social, ma la mobilitazione sui referendum per il voto dei fuorisede è tiepida, burocratica, inadeguata. Giuseppe Conte tenta una mossa sui diritti dei lavoratori, ma il rumore si spegne senza eco.

Nel frattempo la Camera e il Senato sembrano esistere solo per ratificare decisioni già prese altrove. I numeri raccontano una resa: quasi tre voti di fiducia al mese, record assoluto per un governo politico. I luoghi della rappresentanza si svuotano senza che nessuno si prenda la responsabilità di difenderne la dignità.

Il risultato è un’Italia in cui la democrazia formale sopravvive, mentre quella sostanziale si consuma nell’indifferenza. E Giorgia Meloni, senza colpo ferire, trasforma l’inerzia collettiva nella propria incoronazione.

Buon martedì. 

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Consensi in calo per Trump? Basta una (finta) telefonata

Nel manuale delle presidenze in crisi, Donald Trump aggiorna l’appendice. Quando il gradimento affonda al 39%, il peggiore da settant’anni a questa parte, l’istinto suggerisce di evocare il prestigio delle relazioni internazionali, magari con una telefonata mai avvenuta. Xi Jinping chiama, dice lui. Peccato che Pechino smentisca, ufficialmente e per due volte, che ci sia stato un colloquio tra i due leader. Nessuna telefonata, nessun negoziato sui dazi, nessun segnale di apertura. Solo Trump che inventa, mentre il paese reale gli scivola tra le mani.

A centri di rilevamento spenti, il Washington Post, l’Abc e Ipsos misurano il battito della presidenza. I numeri sono impietosi: il 39% di approvazione contro un 55% di disapprovazione, il 44% di giudizi fortemente negativi. La distanza tra Trump e il resto del paese si fa voragine, e il paragone con i predecessori è un altro schiaffo: Obama stava al 65% nei primi cento giorni, Biden al 52%. Trump non riesce a risalire nemmeno ai livelli del suo primo mandato. Anzi, peggiora. Tra le donne il gradimento precipita al 36%, tra gli ispanici al 28%.

L’economia, un tempo vessillo della sua narrativa muscolare, oggi gli si rivolta contro: il 60% degli americani boccia la sua gestione, i dazi fanno più paura che orgoglio, e il protezionismo esasperato viene percepito come una minaccia diretta ai bilanci domestici. Trump, fedele al proprio stile, trasforma la politica estera in teatro d’ombre. Assomiglia a quella che avrebbe voluto essere mediatrice e invece è stata solo una comparsa nelle retrovie durante il funerale di Francesco. Per questo si piacciono. 

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Due Meloni e due misure, dalle accuse a Renzi all’abbraccio a bin Salman

Mentre a Milano e Torino si aprono i forum congiunti tra imprenditori italiani e una delegazione saudita di cento rappresentanti di ministeri, agenzie governative e aziende private, il governo italiano si prepara ad accogliere con tutti gli onori i partner di Riad. È la più grande delegazione imprenditoriale saudita mai arrivata in Italia, impegnata a esplorare sinergie su energia sostenibile, trasformazione industriale, innovazione tecnologica e città intelligenti. Kamel Al-Munajjid, presidente del Consiglio imprenditoriale saudita-italiano, ha dichiarato che l’Italia è il partner naturale per accompagnare il Regno nel percorso della Vision 2030. Un messaggio che arriva mentre, nello Yemen, gli Stati Uniti intensificano i bombardamenti contro i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran e in guerra dal 2015 contro la coalizione guidata proprio dall’Arabia Saudita. Un conflitto in cui, secondo le Nazioni Unite, è in corso la peggiore catastrofe umanitaria del pianeta.

Le armi italiane e l’ombra della legge 185/90

Eppure l’Italia non solo partecipa al rilancio delle relazioni economiche con Riad, ma torna a vendere armi alla monarchia saudita. La sospensione delle forniture di bombe e missili decisa nel 2021 è stata superata dal governo Meloni, che oggi lavora per modificare la legge 185/90, riducendo la trasparenza su destinazioni e tipologie di armamenti esportati. Una riforma che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, rischia di rendere invisibili forniture verso Paesi come l’Arabia Saudita, accusata di crimini di guerra in Yemen. Le bombe italiane sono già state ritrovate sui luoghi dei bombardamenti sauditi. E la firma di un partenariato strategico con Riad, che include anche la cooperazione nel settore della difesa, rende evidente che le forniture militari non sono solo riprese, ma che il governo punta a rafforzarle.

Il boom economico che giustifica tutto

La diplomazia armata si muove insieme a quella commerciale. Nel 2024 le esportazioni italiane verso l’Arabia Saudita hanno raggiunto 6,2 miliardi di euro, con un balzo del 27,9%. Un boom che non è casuale: il “Sistema Italia” è mobilitato per sostenere le imprese italiane nella corsa agli investimenti sauditi. I settori sono quelli trainati dalla Vision 2030: energia, infrastrutture, difesa, manifattura avanzata. La retorica ufficiale insiste su partnership “strategiche e sostenibili”, ma il quadro etico resta invariato: a beneficiare della corsa agli affari è un regime che reprime il dissenso, condanna attivisti per un tweet, applica la pena di morte su larga scala e guida una guerra che ha devastato lo Yemen.

Meloni ha stretto la mano a Mohammed bin Salman, lo stesso principe ereditario saudita, accusato di aver ordinato, secondo l’Onu, l’assassinio di Jamal Khashoggi. Ha stretto accordi culturali con il Regno, affidando alla Triennale di Milano e al Parco Archeologico di Pompei la cooperazione in progetti museali e archeologici, mentre intanto si formalizzano contratti miliardari nell’energia e nella difesa. Un abbraccio che la stessa Meloni aveva condannato, quando accusava Renzi di vendersi ai sauditi per tenere conferenze. Ora la coerenza è sacrificata all’altare della geopolitica.

L’Italia, oggi, rafforza la sua posizione nel Golfo nonostante i moniti delle organizzazioni per i diritti umani. La politica estera del governo Meloni ha abbandonato ogni prudenza, scegliendo di affidarsi al pragmatismo. Un pragmatismo che tiene insieme i forum economici a Milano, le bombe che cadono su Sana’a e gli abbracci istituzionali ad Al-Ula.

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Un genocidio che si spiana da solo

Rafah scompare, centimetro dopo centimetro, sotto le lame dei bulldozer israeliani. Lenta e meticolosa, l’operazione di cancellazione avanza: si porta via le pietre, ma anche i corpi, le tracce, le prove. Quel che resta di Rafah – ultimo rifugio per mezzo milione di palestinesi in fuga dai bombardamenti – non è solo un campo di macerie, ma un laboratorio di impunità.

Israele ha già dichiarato quel territorio una zona cuscinetto, annettendosi un quinto della Striscia di Gaza. Ora, mentre i jet sorvolano le rovine e uccidono altre decine di palestinesi, le ruspe preparano il terreno per il futuro che verrà raccontato: nessuna traccia, nessuna prova, nessun crimine. Solo il deserto.

Non bastano i 51.500 palestinesi uccisi in diciannove mesi, i 117.000 feriti, i 15.000 dispersi stimati, senza contare chi è morto di fame, sete o mancata assistenza medica. Non bastano perché la fame e la sete sono diventati strumenti di guerra. Dal 2 marzo, nessun aiuto umanitario entra nella Striscia. Le scorte dell’Onu sono esaurite. E se l’Unrwa – l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi – provava a tamponare l’emergenza, la Casa bianca le ha appena tolto l’immunità, allineandosi alla narrazione israeliana che la vuole complice di Hamas. Così, il principale fornitore di cibo e assistenza rischia di essere travolto da cause e risarcimenti che lo metterebbero fuori gioco.

È un crimine che si consuma due volte: la prima sotto i bombardamenti, la seconda sotto le ruspe. Con un avallo internazionale che ha il coraggio di fingere pietà – come Donald Trump che, in volo verso Roma, confida di “voler essere buono con Gaza” – mentre smantella l’ultimo argine alla fame.

Di Rafah resterà solo il nome. E un genocidio che si autodistrugge per non lasciare testimoni.
Buon lunedì

Foto AS

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