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A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso – Lettera43

Meloni lo ignorava sui migranti. Salvini tifava Ratzinger. I giornalisti militanti Feltri, Sallusti, Belpietro, Porro e Giordano lo hanno infilzato su gay, ius soli, Ong, ecologia. Riducendo ogni tema a slogan buonista. Ora che è morto però elogiano tutti il coraggio e la visione di Francesco, un pontefice che «ha rotto gli schemi». Non è memoria corta, ma strategia politica. E tra le pieghe delle loro parole si intravede il vecchio disprezzo.

A destra piangono un papa che fino a ieri hanno crocifisso

Ci sono lutti che si trasformano in palcoscenici. Cordogli che sembrano conferenze stampa. E ci sono governi che, mentre depongono corone di fiori, cercano di nascondere le spine che hanno infilato nei fianchi di chi piangono. La morte di papa Francesco si è trasformata nell’ultimo paradosso di una maggioranza di governo che, tra il parlamento e i talk show, versa lacrime e parole di stima per quel pontefice che per oltre 10 anni ha subìto una sequela di insulti, dileggi e accuse proprio da chi ora ne elogia il coraggio e la visione.

La premier parla di «grande lezione» di Bergoglio, ma sui migranti?

Non è soltanto questione di memoria corta. È strategia politica. Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani: tutti in fila, inappuntabili nelle dichiarazioni di lutto, ma con le mani sporche di polemica. Il vaticanista Marco Politi ha ricordato che Meloni ha sempre avuto difficoltà a comprendere Francesco, preferendogli Giovanni Paolo II. Ma ora la premier si inchina davanti alla «grande lezione» di Bergoglio, sorvolando su quelle “difficoltà” che non hanno mai generato parole di comprensione, ma freddezza e distanza. Quando il papa parlava di migranti, Meloni ascoltava, ma con il volume basso.

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Giorgia Meloni con papa Francesco (foto Imagoeconomica).

Salvini e il Rosario come accessorio di propaganda elettorale

Salvini, invece, il volume lo alzava. Fino a strillare: «Il mio papa è Benedetto». Una frase che non è mai stata smentita, neanche sotto la pressione delle convenienze diplomatiche. Il capo leghista, oggi vicepremier, è stato il più esplicito degli anti-Bergoglio: si è chiesto «quanti rifugiati ci siano in Vaticano» mentre lui, da ministro dell’Interno, chiudeva i porti e innalzava muri. Ha trasformato il Rosario in un accessorio di propaganda elettorale, usando simboli religiosi per giustificare respingimenti e manganelli. Eppure, nei giorni del lutto, pure lui ha trovato toni misurati, istituzionali, quasi rispettosi. Ha abbassato il volume, ma la musica è rimasta la stessa.

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Matteo Salvini che bacia i rosari (foto Ansa).

Feltri tra conigli, «frociaggine» e mancanze di rispetto

Questa doppiezza si fa più evidente se si scorre il bollettino delle offese disseminate negli anni. Vittorio Feltri, firma storica di Libero e il Giornale, si è detto «orgoglioso di essere un coniglio», deridendo le parole del papa sulla paternità responsabile. Ha raccontato pubblicamente di aver discusso con Bergoglio della «frociaggine» nei seminari, attribuendogli ancora quel termine volgare, tradendo ogni regola di riservatezza e rispetto.

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Vittorio Feltri (foto Imagoeconomica).

Sallusti e Belpietro all’attacco su ius soli e Ong

Alessandro Sallusti, direttore de il Giornale, ha descritto papa Francesco come «anomalo nella forma, scomodo nella sostanza». Un pontefice che «non capisce la democrazia» per aver sostenuto lo ius soli. Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, ha titolato a tutta pagina contro i finanziamenti della Chiesa alle Ong che salvano migranti, accusando il papa di sostenere la «globalizzazione della clandestinità».

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Alessandro Sallusti e Maurizio Belpietro (foto Ansa).

Delegittimate accoglienza ed ecologia

Nicola Porro ha liquidato l’eredità di Francesco come «macerie». Mario Giordano lo ha accusato di non essersi fatto il segno della croce a un funerale laico, insinuando un tradimento della fede. Ecco il coro di voci che ora, mentre le campane di San Pietro suonano a morto, si atteggiano a esegeti del magistero papale. Hanno delegittimato ogni parola di Francesco sull’accoglienza, sulle diseguaglianze, sull’ecologia, riducendole a slogan buonisti. Lo hanno accusato di avere trasformato la Chiesa in un «soft power globalista», sordo alla “vera” tradizione cattolica. Oggi ne celebrano la «capacità di rompere gli schemi». Come se rompere gli schemi fosse un titolo buono per i necrologi, ma non per i dibattiti politici.

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Nicola Porro e Mario Giordano (foto Imagoeconomica).

Il perenne sospetto che si nutre per gli scismatici

La Lega ha inciso la colonna sonora della guerra contro il papa. I manifesti di Aldo Casalicchio, consigliere leghista, affissi a Rivoli con l’accusa di preferire i migranti ai fedeli, sono l’icona plastica di questa ostilità. Simone Pillon, ex senatore del Carroccio, ha applaudito con sarcasmo alla presunta volgarità papale sui seminari, in perfetta sintonia con il gusto amaro del suo partito. E mentre la presidente del Consiglio cerca di issarsi sul pulpito di una moralità istituzionale, i suoi alleati di governo, da Salvini a Galeazzo Bignami, hanno passato anni a descrivere papa Francesco come «non un papa facile», uno che «ha rotto gli schemi», ma non con l’ammirazione che si riserva ai grandi innovatori. Con il sospetto che si tiene per gli scismatici.

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Simone Pillon (foto Imagoeconomica).

Un bersaglio quando parlava di pace e disarmo

È questa la funzione delle lacrime che oggi rigano le guance della destra italiana: nascondere, dietro il lutto, una battaglia culturale che non si è mai fermata. Una battaglia in cui papa Francesco è stato il bersaglio di chi vede nella solidarietà un cedimento e nell’accoglienza un atto di resa. Chi oggi ne esalta la figura si è strappato le vesti ogni volta che il pontefice ha parlato di pace, di disarmo, di crisi climatica. Chi oggi lo piange, ieri gli ha dato del “papocchio”.

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Giorgia Meloni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).

Francesco per loro resta scomodo, anche da morto

Dietro le condoglianze si nasconde un’altra storia. Una storia che andrebbe raccontata in ogni commemorazione: quella di un papa che ha scelto di stare dalla parte degli ultimi, e che per questo è stato insultato dai potenti. Oggi quei potenti si mettono in posa, ma tra le pieghe delle loro parole si intravede il vecchio disprezzo. Cambiano tono, ma non opinione. Perché in fondo, per loro, papa Francesco rimane quello scomodo. Anche da morto.

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Parlamento, a metà legislatura siamo già a 59 cambi di casacca

Nel Parlamento italiano il trasformismo non è mai stato un vizio solitario. È una pratica di gruppo, quasi un rituale collettivo che si ripete di legislatura in legislatura. Si chiama cambio di gruppo, ma è molto di più: è la cartina di tornasole della stabilità politica, il segno del tempo che passa e delle convenienze che cambiano. Anche stavolta, a metà legislatura, il rito si è consumato. Ridotto nei numeri, certo, ma non cancellato.

Sono 59 i cambi di gruppo registrati dall’inizio della XIX legislatura fino ad aprile 2025. Una cifra che, a leggerla così, sembra modesta. Nel quinquennio precedente erano stati 464, nella XVII legislatura addirittura 569. Numeri che raccontano un passato recente in cui la politica italiana si muoveva come su sabbie mobili, tra maggioranze incerte e opposizioni ballerine. Ora, con una maggioranza netta uscita dalle urne, il mercato delle vacche sembra più contenuto.

Ma sarebbe un errore liquidare tutto come fisiologia parlamentare. Perché se il numero dei cambi si è ridotto, la direzione resta sempre la stessa: si passa dall’opposizione alla maggioranza. Sono nove i parlamentari, stando ai dati di Openpolis, che hanno fatto questo tragitto, contro solo due che hanno osato l’inverso. E a beneficiarne è stata soprattutto Forza Italia, che ha guadagnato otto seggi. Una silenziosa espansione che rafforza la compagine di governo mentre il Movimento 5 stelle, in caduta libera, ha perso quattro rappresentanti. Fratelli d’Italia, Lega e Partito democratico ne hanno persi uno a testa. Il pendolo oscilla sempre verso chi governa.

I regolamenti non fermano le migrazioni

Il motivo di questa apparente calma non sta solo nella stabilità elettorale. Conta il taglio dei parlamentari, scesi da 945 a 600, che ha ridotto le pedine disponibili. Conta anche il nuovo regolamento del Senato, che ha introdotto disincentivi per i trasformisti: chi cambia gruppo rischia di perdere incarichi e vantaggi economici. Una misura che ha frenato i movimenti a Palazzo Madama, ma non alla Camera, dove le contromisure restano sulla carta.

La cronaca recente racconta storie note. Annamaria Furlan, ex segretaria della Cisl, ha lasciato il Partito democratico per Italia viva. Aurora Floridia ha abbandonato il gruppo misto per il gruppo delle Autonomie. Giusy Versace è passata da Azione a Noi moderati, transitando per il misto, in una lenta gestazione del riposizionamento. Anche Andrea De Bertoldi, ex Fratelli d’Italia, ha preso la via del misto per approdare alla Lega. E Davide Bellomo ha seguito il flusso opposto, dalla Lega a Forza Italia. Un tragitto che sembra ormai codificato: prima si staziona nel misto, poi si sceglie la nuova casa politica. Il misto come sala d’attesa del potere.

Chi viene e chi va

Tra i più navigati ci sono i parlamentari che hanno cambiato gruppo più di una volta in questa legislatura: nove in tutto. Aboubakar Soumahoro, Eleonora Evi, Isabella De Monte, Lorenzo Cesa, Luigi Marattin, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna – recentemente nominata segretaria di Noi moderati – si muovono da una sponda all’altra con la disinvoltura di chi conosce bene le regole non scritte di questo gioco.

Alla fine, il saldo è chiaro: la maggioranza si è rafforzata. E Forza Italia, con un colpo di mano burocratico, ha guadagnato un seggio in più grazie al riconteggio dei voti in Calabria, che ha portato Andrea Gentile in Parlamento a scapito di Elisa Scutellà del Movimento 5 stelle. Un premio alla perseveranza, si direbbe, se non fosse l’ennesima prova di come le maglie della rappresentanza possano essere stirate fino a deformarsi.

Intanto, il trasformismo resta il termometro della politica italiana. Misura la febbre di chi cerca riparo sotto le ali del potere, soprattutto quando le urne si avvicinano e le convenienze si ridisegnano. Per ora la temperatura sembra sotto controllo, ma l’aria di fine legislatura potrebbe riaccendere il mercato. E allora, come sempre, il Parlamento diventerà di nuovo terra di migrazioni, senza rotta ma con una bussola ben chiara: quella del potere.

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Nordio non trasmette il mandato dell’Aja: Putin (come Netanyahu) non rischia l’arresto in Italia

C’è un garantismo che si esercita solo quando serve a proteggere i potenti. Vladimir Putin lo sa bene. Dal 17 marzo 2023, data in cui la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un mandato di arresto per il presidente russo accusato di crimini di guerra, quell’ordine è rimasto bloccato nei cassetti del ministero della giustizia italiano. Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, Carlo Nordio ha scelto di non trasmettere il provvedimento alla Procura generale di Roma, impedendo così che il fascicolo venisse inoltrato alla Corte d’appello per renderlo esecutivo. Nessun atto formale, nessuna spiegazione ufficiale: semplicemente, il mandato non ha mai varcato la soglia di via Arenula.

Eppure la legge italiana è chiara. Dal 2012 l’Italia ha recepito lo Statuto di Roma che istituisce la Corte penale internazionale e ne prevede la piena cooperazione. Il Guardasigilli ha il compito di ricevere le richieste provenienti dalla Cpi e trasmetterle ai magistrati competenti per dar loro esecuzione. È il principio della giustizia internazionale che dovrebbe garantire che nessuno, nemmeno i capi di Stato, sfugga a responsabilità in caso di genocidio, crimini di guerra o contro l’umanità.

Una politica che blocca la giustizia

Non è la prima volta che il ministro della giustizia italiano si ritrova al centro delle polemiche per la (mancata) collaborazione con la Corte penale internazionale. Nel caso del generale libico Osama Najeem Almasri, arrestato in Italia su mandato della Cpi, Nordio si è limitato a non rispondere ai magistrati e il generale è stato rimpatriato senza che il procedimento di estradizione si avviasse.

Con Putin la strategia è ancora più sottile. Il mandato non è mai stato trasmesso. Nessuna occasione per sollevare la questione pubblicamente, nessun atto da contestare. Una scelta di omissione preventiva che svuota di fatto l’impegno dell’Italia nella giustizia internazionale. E quando la stampa svela il blocco, Nordio risponde: “Il presidente russo Vladimir Putin non è mai transitato in territorio italiano né mai si è avuta notizia che fosse in procinto di farvi ingresso. La presenza della persona o il suo imminente ingresso nel territorio dello Stato sono condizioni essenziali per i provvedimenti conseguenti”.

Il garantismo di Nordio e dell’Italia che fa comodo a Putin

Il governo rivendica il principio di immunità per i capi di Stato e di governo, sostenendo che non possano essere arrestati finché in carica. Una tesi già sostenuta nei confronti del premier israeliano, Benjamin Neatanyahu, su cui pende un mandato d’arresto della Cpi analogo a quello di Putin, ma contestata dalla stessa Corte penale internazionale, che ribadisce la propria giurisdizione per i crimini di guerra. La scelta di Nordio e del governo Meloni è quindi politica, non giuridica: non eseguire i mandati per non compromettere i rapporti diplomatici con Mosca e con Tel Aviv.

La difesa del ministro è una cortina fumogena che confonde il diritto con la diplomazia. Non si tratta di applicare un provvedimento a un leader presente in Italia: si tratta di rispettare il meccanismo che rende operativo il sistema internazionale di giustizia. La trasmissione del mandato alla Procura generale serve proprio a garantire che la giustizia possa agire nel tempo, non solo in caso di ingresso immediato. Fermarlo significa svuotare la Cpi del suo potere. Significa inchinarsi a Mosca.

Ecco chi sono i veri putiniani: non quelli che fanno propaganda con le bandiere, ma quelli che fermano le carte e lasciano che l’impunità si perpetui. Chi difende l’inviolabilità di Putin e Netanyahu in nome di un garantismo di comodo. Un garantismo che non vale per tutti, ma solo per chi può permetterselo.

Il danno non è solo simbolico. Lasciare inapplicato il mandato della Corte dell’Aia significa minare l’intero sistema di giustizia internazionale, quello stesso sistema che dovrebbe garantire equilibrio tra Stati e accountability per chi commette atrocità. L’Italia, che ha firmato trattati e si è impegnata a rispettarli, si tira indietro. Preferisce difendere i rapporti di potere anziché la legge. E intanto, nelle aule del governo, si spiega che tutto è conforme al diritto. Ma è solo la solita storia: il diritto piegato alla convenienza geopolitica.

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Meloni, Salvini e La Russa: dalle destre tre modi di eludere l’antifascismo

C’è un momento, ogni anno, in cui la Repubblica Italiana torna a fare i conti con sé stessa. È il 25 aprile, Festa della Liberazione, la data che segna la fine del nazifascismo, la vittoria della Resistenza, l’inizio di una democrazia costruita sui valori dell’antifascismo. Una storia che per alcuni resta indigesta. Per Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Ignazio La Russa, il 25 aprile è una ricorrenza che brucia le mani, un terreno minato dove ogni parola pesa, ogni gesto è sotto osservazione, ogni assenza è un silenzio che urla. Anche quest’anno hanno dimostrato quanto sia difficile per la destra italiana convivere con la memoria della Liberazione.

Meloni: presente, ma altrove

Giorgia Meloni c’è. Almeno fisicamente. Dall’ottobre 2022, da quando è diventata Presidente del Consiglio, ha partecipato regolarmente alla cerimonia ufficiale all’Altare della Patria, accanto a Sergio Mattarella. Nel 2023, nel 2024 e, anche quest’anno, Meloni rispetterà il protocollo. Ma la presenza, da sola, non basta a raccontare il rapporto complicato della premier con il 25 aprile. Ogni anno emergono indiscrezioni su viaggi istituzionali programmati in concomitanza con la ricorrenza. Per qualcuno, una coincidenza, per altri, una fuga evitata all’ultimo.

La lingua di Meloni resta il vero barometro della sua distanza dalla Liberazione. Mai una parola chiara, mai un termine netto. Preferisce rifugiarsi nella condanna generica di “tutti i regimi totalitari”, fascismo incluso. Una retorica che equipara il fascismo a ogni altra dittatura, con l’effetto – voluto o meno – di diluire il significato storico della Resistenza. Nel 2024 ha parlato di “avversione a tutti i totalitarismi e autoritarismi”, evitando ancora una volta di pronunciare quella parola scomoda: antifascismo. Così come ha preferito trasformare il 25 aprile nella “festa della libertà”, invocando una “concordia nazionale” che ha poco a che fare con la storia e molto con la necessità politica di non spaventare l’elettorato più nostalgico della sua parte.

Il 2025 ha offerto anche un altro espediente: la morte di Papa Francesco, che ha permesso al governo di consigliare celebrazioni “sobrie”. Il rispetto del lutto ha avuto una funzione collaterale: smorzare il carattere assertivo del 25 aprile. Una scelta che rientra perfettamente nella narrazione di Meloni, che preferisce ridurre la Liberazione a una commemorazione come tante altre, svuotata del suo portato politico.

Nonostante le dichiarazioni di incompatibilità tra Fratelli d’Italia e le nostalgie fasciste, Meloni continua a mantenere una distanza strategica dall’antifascismo come valore fondante. Nel 2023 ha scritto che il “fascismo” viene usato “come strumento di delegittimazione di qualsiasi avversario politico”. Una difesa preventiva, che conferma quanto quel passato continui a essere una ferita aperta.

Salvini: assente per scelta

Matteo Salvini ha scelto un’altra strada: quella dell’assenza deliberata. Non ha mai cercato di camuffarla, non ha mai provato a mascherare il suo fastidio per il 25 aprile. Da ministro, da leader politico, Salvini non partecipa alle celebrazioni ufficiali. Anzi, rivendica le sue scelte alternative: nel 2019 era a Corleone, per una manifestazione antimafia, sostenendo che la mafia è la vera minaccia contemporanea, non il fascismo o il comunismo, ormai sepolti nel passato. Nel 2024, invece, ha scelto di presentare il suo libro “Controvento” proprio a Milano, la città Medaglia d’Oro della Resistenza. Un gesto interpretato come una sfida, l’ennesima provocazione.

Quando partecipa, lo fa a modo suo: nel 2024 ha deposto una corona in una cerimonia locale a Milano, lontano dai cortei, dalle bandiere, dai “fazzoletti rossi” che rifiuta apertamente. Per lui, il 25 aprile è una festa “divisiva”, trasformata dalla sinistra in una celebrazione “triste, violenta e retorica”. La narrazione di Salvini è chiara: la Liberazione non appartiene solo alla sinistra, e chi tenta di rivendicarla lo fa per escludere gli altri.

Anche Salvini, come Meloni, preferisce parlare di libertà in astratto. Ha usato la ricorrenza per legare la libertà alla sua agenda politica, dalla lotta contro le restrizioni pandemiche all’opposizione alle politiche dell’Unione europea. Il fascismo? Un argomento secondario. Alla domanda sull’antifascismo del governo Meloni ha risposto con frasi vaghe: “Questo è un governo scelto dai cittadini. Poi, l’antifascismo sì… chi ha nostalgia del fascismo? No, spero di no…”. Mai una posizione netta.

La Russa: senza filtri

Ignazio La Russa non si nasconde. Partecipa alle cerimonie ufficiali, ma non rinuncia alla sua narrazione. Nel 2023, dopo aver deposto la corona all’Altare della Patria, è volato a Praga per onorare Jan Palach, martire dell’anticomunismo, e visitare Terezin, il campo di concentramento nazista. Un atto simbolico, una dichiarazione di intenti: bilanciare l’antifascismo con l’anticomunismo.

Nel 2023 ha affermato che la parola “antifascismo” non è presente nella Costituzione. Una verità semantica, certo, ma priva di senso storico: la Costituzione italiana nasce dalla Resistenza, e il suo spirito antifascista è inciso in ogni articolo, anche se quella parola non compare. Ma a La Russa interessa altro: sganciare la Carta dai suoi fondamenti storici, rileggerla come semplice espressione di libertà e patriottismo.

Sempre nel 2023 ha descritto i soldati nazisti uccisi dai partigiani nell’attentato di Via Rasella come “una banda musicale di semi pensionati”. Un falso storico smontato da ogni fonte attendibile, ma sufficiente a ridimensionare la Resistenza e alimentare il dubbio. Anche quando ha tentato di correggere il tiro, il danno era fatto.

La Russa, figlio del Movimento Sociale Italiano, già collezionista di cimeli fascisti, continua a incarnare l’anima più ideologica della destra italiana. La sua presenza alle cerimonie ufficiali è un atto dovuto, ma ogni dichiarazione, ogni gesto, è un tentativo di riscrivere la storia.

La destra e la memoria

Tre leader, tre strategie. Meloni istituzionale ma ambigua, Salvini assente e provocatore, La Russa revisionista. Insieme, costruiscono una destra che non ha ancora fatto pace con il proprio passato. Il 25 aprile resta per loro una data scomoda, da disinnescare, ridimensionare, eludere. Ogni anno, la memoria della Liberazione torna a metterli di fronte al proprio riflesso. E ogni anno, quel riflesso li costringe a scappare.

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I farisei al capezzale del Papa

Non c’è il profumo d’incenso intorno alla bara di Papa Francesco. C’è un orrendo olezzo di ipocrisia che attraversa la sala, pronto a spandersi appena arriveranno i cosiddetti grandi del mondo: avvoltoi e farisei. Ciò che conta sarà capitalizzare il funerale, convinti che il dio che dicono di pregare si affacci solo nelle occasioni pubbliche, appassionato di cerimoniali.

La presidente del Consiglio ha deciso di adottare la più classica delle strategie politiche: “È morto il papa, quindi parliamo di me”. Da giorni si spiffera di Francesco e Meloni che amorevolmente chiacchierano. Lei, solenne di fronte al Parlamento, dice che la lezione più importante del Papa è quella di non perdere l’ironia, giusto per dire quanto siano andati perduti gli appelli del pontefice sui disperati annegati in mare, sui bambini affamati di Gaza, sulla guerra come sconfitta della politica e dell’uomo.

Si inchinerà contrita Ursula von der Leyen, fresca di certificazione del suo sopruso politico con cui ha deciso che l’economia di guerra è l’avvenire del continente. Lo piangerà senza dover più ascoltare le sue reprimende a chi rincorre le armi, a chi arricchisce le lobby, a chi è talmente povero di spirito da considerare il conflitto come unico scenario inevitabile.

Lo glorificheranno i leader italiani che hanno firmato e prorogato il memorandum con la Libia – da destra a sinistra – istituzionalizzando l’orrore, nemico del Vangelo. Avranno le mani giunte coloro che insanguinano le frontiere con il beneplacito di un’Ue che è diventata fortezza.

Intanto, la morte del Papa è diventata il lasciapassare per il 25 aprile che i Fardelli d’Italia hanno sempre sognato. Coloro che hanno festeggiato al compleanno di Salvini con i corpi ancora bagnati della strage di Cutro hanno chiesto sobrietà per celebrare la Liberazione dai loro neri ispiratori. Qualche sindaco mansueto e servile ha proposto di silenziare Bella ciao. In nome del Papa, dicono. E questo dice tutto di come stia la Costituzione laica e antifascista di questo Paese.

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Altro che recupero record: il bluff dell’evasione fiscale

Un record che non esiste. La Corte dei conti smonta con poche righe le narrazioni trionfalistiche del governo Meloni sulla lotta all’evasione fiscale. I 33,4 miliardi di euro incassati dall’Agenzia delle entrate nel 2024, definiti dalla premier “una somma mai raggiunta dalla nostra nazione”, non sono il frutto di un’azione straordinaria, ma il risultato di controlli automatizzati. Nessuna caccia all’evasore, nessun rafforzamento degli strumenti per far emergere il sommerso. Solo la routine.

In un’audizione sul Documento di economia e finanza alle commissioni bilancio, i giudici contabili chiariscono che la maggior parte degli introiti deriva da errori o omissioni nei versamenti individuati tramite controlli automatici. L’83 per cento dei fondi raccolti non nasce da accertamenti sostanziali, ma dalla verifica meccanica delle dichiarazioni presentate. Gli evasori veri restano al sicuro.

L’incremento di otto miliardi rispetto al 2022, celebrato dalla presidente del Consiglio come il risultato di norme “contro le attività ‘apri e chiudi’ degli extracomunitari”, si rivela essere un’illusione propagandistica. La Corte dei conti lo dice chiaramente: questi risultati sono difficilmente replicabili senza un deciso aumento dei controlli sostanziali, proprio quelli che il governo non ha rafforzato.

E nonostante strumenti come la fatturazione elettronica, il reverse charge e lo split payment, l’Italia continua a occupare le ultime posizioni in Europa per il gap Iva, con un buco del 14,74 per cento nel 2023. Ancora peggio va sul fronte Irpef per professionisti e imprese individuali, dove l’evasione si attesta a un preoccupante 65 per cento.

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Augurava il suicidio ai detenuti: promossa a garante

Asti ha il suo nuovo garante delle persone detenute. Si chiama Stefania Sterpetti, è medico chirurgo, militante di Fratelli d’Italia, e ha un curriculum sui social più eloquente di qualsiasi scheda professionale. Tra un post in cui inneggia al Duce e uno in cui definisce le persone migranti “ciarpame”, ha trovato anche il tempo di augurare il suicidio a una persona detenuta in sciopero della fame: “Visto che non c’è la pena di morte, si tolgano di mezzo da soli” scriveva serena. Perfetta per ricoprire un incarico di garanzia.

Quattordici voti del consiglio comunale di Asti, due in più di quelli raccolti da Domenico Massano, volontario che in carcere lavora davvero, le hanno consegnato le chiavi di una funzione che dovrebbe vigilare sui diritti di chi è privato della libertà. Diritti, non condanne aggiuntive. Ma qui non è questione di diritti. È questione di potere. E Fratelli d’Italia, per bocca del capogruppo Federico Cirone, si è premurata di sostenerla con entusiasmo. La militanza al posto della competenza, ancora una volta.

Sterpetti è una professionista della provocazione: cancella i post dopo le polemiche ma li aveva scritti. Uno, in particolare, fa elenco delle “opere del Duce”, invocando una qualche forma di risveglio nostalgico. Forse pensa che il carcere sia il luogo ideale per sperimentare quella certa idea di disciplina e ordine.

Una nomina che è un insulto ai diritti delle persone detenute. Ed è un segnale culturale preciso: normalizzare l’odio, farlo entrare nelle istituzioni, affidargli ruoli di garanzia.

Buon giovedì. 

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Segregazione & lavoro, il pregiudizio tiene in ostaggio le donne

In Italia le donne lavorano. Sempre di più, sempre negli stessi mestieri. La retorica dell’emancipazione passa spesso per le statistiche sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro, ma dietro ai numeri si nasconde un’altra realtà: quella della segregazione occupazionale, il recinto invisibile che tiene le donne confinate nei ruoli di cura, nei servizi e nelle professioni meno pagate. È la fotografia nitida che emerge dal recente rapporto CNEL-Istat, che smonta il mito di un mercato del lavoro in progressivo riequilibrio di genere.

Nel 2023, il tasso di attività femminile tra i 15 e i 64 anni ha toccato il 57,7%, un massimo storico per l’Italia. Una conquista apparente: lo stesso rapporto segnala che il nostro Paese resta ultimo in Europa per occupazione femminile, distanziato di venti punti percentuali dalla Germania e di otto dalla Spagna. Il divario non è solo quantitativo ma qualitativo. Le donne italiane, quando lavorano, lo fanno più spesso con contratti precari, a tempo parziale (spesso involontario) e in settori a bassa retribuzione. Poco più della metà ha un impiego “standard”, stabile e a tempo pieno, contro il 70% degli uomini.

La gabbia delle ventuno professioni

C’è un dato che racconta meglio di altri la prigionia professionale delle donne italiane: per raggiungere la metà dell’occupazione maschile servono 53 mestieri diversi. Per quella femminile bastano 21. È la misura della segregazione orizzontale: le donne si concentrano in pochi ruoli, quasi sempre gli stessi da decenni. Insegnanti, infermiere, commesse, segretarie, badanti, addette alle pulizie. Professioni considerate “femminili”, che le inchiodano in settori dove i salari sono bassi e le prospettive di carriera inesistenti.

Nel frattempo, le donne continuano a essere una sparuta minoranza nei settori STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Meno del 18% degli specialisti ICT in Italia è donna, poco meno di un quarto degli ingegneri e architetti. Il paradosso è che le ragazze studiano più dei ragazzi, ma si iscrivono meno ai corsi scientifici. Solo il 20% delle immatricolate sceglie una disciplina STEM, contro quasi il 40% dei maschi. Anche qui la segregazione inizia prima di entrare nel mercato del lavoro, alimentata dagli stereotipi di genere che incanalano le scelte formative verso ambiti umanistici, educativi e sanitari.

Il soffitto di cristallo resta intatto

Se la segregazione orizzontale tiene le donne confinate in alcuni settori, quella verticale impedisce loro di salire ai vertici. Il “soffitto di cristallo” è ancora saldo. Nelle società quotate italiane, la presenza femminile nei consigli di amministrazione ha superato il 40% grazie alla legge Golfo-Mosca. Ma tra gli amministratori delegati le donne restano meno del 3%. In politica la rappresentanza si ferma al 33% in Parlamento, ma precipita nei livelli locali: solo il 15% delle sindache nei comuni capoluogo e una sola presidente di Regione.

La sanità e la magistratura raccontano una storia simile. Le donne sono la maggioranza tra i medici e i magistrati, ma ai vertici svaniscono. Solo il 21% dei primari ospedalieri e meno del 30% dei magistrati con ruoli direttivi sono donne. Nell’università, la quota di professoresse ordinarie si aggira tra l’11% e il 25%, a seconda delle fonti. Anche qui, la carriera si blocca ai piani alti.

La trappola culturale e la fuga dal lavoro

Dietro la segregazione occupazionale c’è un nodo che si chiama conciliazione vita-lavoro. L’Italia è il Paese dove la maternità penalizza di più le donne. Il divario occupazionale tra madri e padri supera i 30 punti percentuali. Una donna su cinque lascia il lavoro dopo il parto, il più delle volte perché non riesce a gestire il carico di cura. I servizi per l’infanzia sono insufficienti e disomogenei: al Sud meno del 13% dei bambini trova posto in un asilo nido, al Nord si sfiora il 40%. Una geografia che amplifica le disuguaglianze territoriali, lasciando le donne meridionali ancora più isolate.

I costi sono proibitivi: in media 640 euro al mese per un nido privato, mentre l’offerta pubblica copre meno della metà dei posti disponibili. Il ritardo nella spesa dei fondi PNRR, che dovrebbero finanziare nuovi asili, rischia di perpetuare questa carenza strutturale.

La segregazione occupazionale femminile in Italia non è un incidente di percorso. È un sistema che funziona esattamente come deve, per mantenere le donne al margine del potere economico e politico. Un recinto fatto di stereotipi, contratti precari, barriere culturali e politiche inadeguate. E ogni volta che si parla di parità di genere con toni celebrativi, questi numeri ci ricordano quanto la strada sia ancora lunga.

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A trent’anni ancora a casa, un fallimento di Stato

In Italia si resta a casa dei genitori fino a trent’anni, come se la giovinezza fosse un contratto a tempo indeterminato. I numeri li mette in fila Lorenzo Ruffino: quattro anni sopra la media europea, peggio di noi solo Croazia, Slovacchia, Grecia e Spagna. Altrove si esce di casa a ventidue anni, qui si tira avanti, ostaggi di stipendi da fame e di un mercato del lavoro che ti fa il favore di assumerti.

Tra i venticinque e i ventinove anni si guadagnano in media 1.200 euro netti al mese, tra i trenta e i trentaquattro si arriva a malapena a 1.390. La soglia dei 1.500 euro si supera solo dopo i quaranta, come se fosse un premio per la sopravvivenza. E intanto si vive con mamma e papà, perché trovare un affitto dignitoso con quei soldi significa scegliere tra il letto e il frigorifero.

Ma la crudeltà vera sta nei numeri che non cambiano mai. Ruffino lo mostra: negli ultimi vent’anni la percentuale di giovani che vive con i genitori è rimasta la stessa. Fermi, inchiodati. Un intero paese che ripete la stessa storia, come una condanna.

Ogni volta si tira fuori la cultura, il legame familiare, le radici. È solo un modo elegante per nascondere il fallimento economico. In Finlandia, in Svezia, in Germania non amano meno le famiglie: possono solo permettersi di viverne fuori. Qui si resta perché non si ha scelta. E si invecchia in camera propria, con le mensole di quando si era bambini.

Il 63% delle persone tra i diciotto e i trentaquattro anni vive ancora a casa. Dio, patria e famiglia, dicono. Dio è una clava contro gli avversari, la patria è il circolino degli amici e la famiglia è il rifugio obbligato di uno Stato fallito. 

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Via la cittadinanza ai dissidenti, Orbán insiste sulla deriva autoritaria

In Ungheria stanno affinando l’arte del controllo. Non bastavano le leggi contro la stampa libera, le restrizioni alle Ong, il bavaglio alla comunità LGBTQ+. Ora il governo di Viktor Orbán si prepara a colpire il diritto più elementare: la cittadinanza. Non una revoca, che richiederebbe garanzie, ma una “sospensione”, una zona grigia giuridica che priva i cittadini dei loro diritti senza togliergli formalmente lo status. Un’invenzione che il giurista Nagy Boldizsár ha definito “assurda e inapplicabile”. Ma proprio per questo funzionale.

Il meccanismo è stato introdotto con il quindicesimo emendamento alla Costituzione ungherese, approvato nell’aprile 2025, e regolato dal disegno di legge T/11414. Si applica esclusivamente ai cittadini ungheresi con doppia nazionalità di un paese extra-Ue o extra-See. Le motivazioni? Difendere la sovranità nazionale da chi agisce “nell’interesse di potenze straniere” o rappresenta una “minaccia alla sicurezza”. Termini vaghi, senza definizione giuridica, sufficienti però a mettere in scacco oppositori, giornalisti, attivisti e membri della diaspora che osano criticare Orbán.

La decisione spetta a un ministro del governo, senza intervento del presidente della Repubblica, senza il filtro di un tribunale ordinario. Chi si oppone ha trenta giorni per fare ricorso alla Corte suprema, la Curia, ma senza possibilità di sospendere l’esecuzione del provvedimento e con un margine di giudizio ridotto al minimo. La Curia può annullare la sospensione solo per errori formali o se manca la prova della doppia cittadinanza. Non può entrare nel merito della valutazione politica. L’interessato non può nemmeno presentare testimoni o perizie. E se la cittadinanza viene sospesa, la persona può essere espulsa ed espulsa sarà, entro 72 ore, senza più alcun diritto.

L’operazione è chirurgica. La legge evita la creazione formale di apolidi, limitandosi ai doppi cittadini. Ma crea di fatto degli apolidi funzionali, senza passaporto, senza protezioni, senza diritti. Una condizione che può durare fino a dieci anni. Un limbo costruito apposta per essere punitivo, per spaventare.

Sovranità come arma contro il dissenso

Dietro il lessico della sicurezza nazionale si nasconde la volontà di consolidare il potere. Lo ha spiegato chiaramente David Koranyi, presidente di Action for Democracy, bersaglio diretto di questa normativa. La sua organizzazione, con base a Washington, finanzia e supporta movimenti democratici in Ungheria. Orbán la considera un cavallo di Troia americano. Koranyi, cittadino ungherese e statunitense, ha scritto su Politico che la nuova legge gli consentirebbe di essere cancellato “dalla nazione, dal corpo e dall’anima”, senza appello.

Il governo ha già messo in campo la Sovereignty Protection Authority, l’autorità creata per indagare sulle attività ritenute ostili agli interessi ungheresi, con poteri illimitati di accesso a dati e informazioni. Ora questa autorità potrà fornire al ministro il pretesto per sospendere la cittadinanza. Un meccanismo perfetto: si costruisce il caso, si applica la sanzione, si evita qualsiasi dibattito.

Il tempismo non è casuale. La legge arriva mentre Budapest vieta il Pride e annuncia il ritiro dalla Corte penale internazionale per non doversi piegare al mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu. Una linea che tiene insieme repressione interna e isolamento internazionale, ridisegnando l’Ungheria come fortino sovranista in Europa.

Un precedente pericoloso per l’Unione europea

Le reazioni internazionali non sono mancate. La Commissione europea ha già avviato procedure contro l’Ungheria per le leggi che limitano la libertà di associazione e i diritti LGBTQ+. Ma questa nuova norma alza la posta. La sospensione della cittadinanza priva automaticamente i cittadini anche dello status di cittadini europei, con tutte le tutele che ne derivano. E il modo in cui viene applicata viola apertamente i principi di proporzionalità, non discriminazione e stato di diritto sanciti dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea.

Resta da vedere se Bruxelles avrà il coraggio di intervenire. La procedura dell’articolo 7 contro l’Ungheria langue da anni, bloccata dai veti incrociati tra gli Stati membri. Ma il punto è politico, prima ancora che giuridico. Lasciare passare una legge che consente di silenziare il dissenso esiliando i critici sotto la veste di una sospensione amministrativa significa accettare che i valori europei siano negoziabili.

Il governo Orbán ha trovato una nuova arma per disciplinare i cittadini ribelli. Un’arma che non uccide, ma cancella.

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